mercoledì 21 gennaio 2026

Elfie

  • Titolo: Elfie
  • Titolo originale: Elfie
  • Autore: Gregory Maguire
  • Traduttrice: Giulia Poerio
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804806837
  • Casa editrice: Mondadori

Trama


Elfaba, la Perfida Strega dell’Ovest, è una donna risoluta e inflessibile. Ma fin da piccola ha dimostrato di essere fuori dagli schemi: questa è la storia di una ragazzina semplicemente eccezionale, per cui è impossibile non provare empatia. Plasmata dai comportamenti di una madre intemperante e distratta, Melena, e di un padre bigotto, Frex, come tutti i bambini la piccola Elfie soffre di gelosia quando nascono la sorella Nessarosa, la santarellina, e il fratello Guscio, delinquente in erba. Tra spiriScimmie e Orsi Nani, scopre le discriminazioni di cui sono vittime gli Animali parlanti di Oz, che non possono avvicinarsi ai territori umani. Si scontra con i primi tentativi di fare amicizia, unica via di fuga possibile dalla difficile vita familiare. Raccoglie i miseri frutti di un’istruzione che, per quanto disordinata, la condurrà fino alle porte della prestigiosissima Università di Shiz. Dove incontrerà la radiosa Galinda. Elfie è destinata a diventare una strega. Ne porta i segni fin dall’infanzia: più evidenti nella sua pelle verde, più oscuri e profondi nelle sue azioni astute e forse amorali, mentre cerca di arrangiarsi, di sfuggire, di sgattaiolare via, di resistere e di nutrire le sue ambizioni.


Recensione e commento

Tutti meritano l’opportunità di volare!
Sono passati trent’anni (quasi trentuno) dalla prima pubblicazione di Wicked - Vita e Opere della perfida Strega dell’Ovest. E sono stati trent’anni pazzeschi: oggi il pubblico è abituato alle storie raccontate dal punto di vista dei villain, ma prima di quel momento non era mai successo, è stato Maguire il primo a calare la dimensione della strega in un contesto politico e culturale ben preciso e dettagliato, diverso dalla monodimensionalità delle fiabe.

Elfie è un ritorno alle origini, sia letterale che metaforico, dato che il libro parla dell’infanzia di Elfaba, la strega che ha combattuto per i diritti degli Animali nel regno di Oz e inoltre questo romanzo è dedicato a Idina Mezel e Cyntia Erivo, la prima e l’ultima Elfaba in ordine cronologico. Elfie approfondisce l’infanzia che ci era già stata brevemente raccontata nel romanzo principale e ci mostra degli episodi specifici nella vita della protagonista che l’hanno formata come individuo. Si tratta di sprazzi, di rari momenti di esercizio di empatia in un contesto familiare arido, privo di affetto e valori profondi, perché Elfaba, figlia di un ministro spirituale, viene trascinata in giro per le paludi assieme alla sua famiglia per seguire la missione evangelizzatrice del padre, che mai come in questo caso, predica bene ma razzola malissimo. Un uomo palesemente in crisi che redarguisce dei genitori che non amano la disabilità di uno dei loro figli perché non riescono a vederlo bello anche in quella condizione, mentre lui non riesce a superare il fatto che la sua primogenita sia verde e la secondogenita priva di braccia. Lo sviluppo psicologico di Elfaba deve avvenire all’ombra della ricerca di redenzione del padre e sotto i suoi dettami religiosi che riuscirà a forzare solo raramente e a fatica. Non si tratta di una protagonista simpatica, Elphaba è sempre autentica e cerca di restare fedele a sé stessa in un mondo che ha fatto dell’ipocrisia e delle apparenze il suo marchio di fabbrica. La buona educazione diventa facciata, mentre a livello sociale sta iniziando la graduale e tragica ostracizzazione degli Animali.

Villemjin Verkaik è la mia Elphaba preferita,
qual è la vostra?

Maguire è un maestro dello show don’t tell, perché nonostante utilizzi un narratore esterno onnisciente, spesso si limita a raccontare i fatti e raramente descrive le emozioni che suscitano, se non con pochissime frasi, quando serve. A questo proposito, mostra come la mancanza di rappresentazione delle minoranze possa essere dannosa sul lungo termine: Elfie non era nemmeno a conoscenza che esistessero gli Animali (ovvero animali senzienti e parlanti), al punto che quando ne incontra uno, pensa di averlo sognato, anche perché le persone attorno a lei non le credono e delegittimano spesso le sue esperienze. È così che arriva a comprendere che la vera libertà consiste nella conoscenza, perché non ci può essere libertà senza istruzione.

Eppure, Elphaba sa bene cosa significhi dover passare la vita a cercare di non dare nell’occhio e sono proprio le esperienze che vive nei suoi anni più formativi a renderla la paladina di qualsiasi persona che nella vita si sia sentita derisa o esclusa, anche perché questo non è solo un libro che indaga il suo sviluppo intellettivo, ma anche emotivo, perché durante la sua infanzia arida di affetto sono poche le occasioni in cui Elphaba si sente degna di amore. Oggi sono tantissime le opere che hanno preso ispirazione da Wicked, come la trilogia di Chris Colfer che ne riprende moltissime tematiche e addirittura alcuni piccoli dettagli della trama, proprio perché la perfida strega dell’Ovest è diventata lo stendardo della diversità ed è per questo che chiunque l’abbia interpretata o la interpreterà a teatro o sul grande schermo abbia inserito o inserirà un tocco del proprio dolore personale. Chiunque di noi può essere come Elfaba e quello che l’autore ci ricorda è che ci troviamo più vicino alla sua posizione che a quella del Mago, nel suo alto castello, a cercare capri espiatori per le proprie mancanze e manodopera gratuita da sfruttare per scopi politici ed economici.

E livello stilistico, il libro è breve, ma la prosa è densa e sfocia spesso in frasi a effetto che riassumono il succo di quanto detto in precedenza. Inoltre, non mancano piccoli Easter egg del musical e foreshadowing del romanzo principale (è meglio se leggete prima quello, o rischiate lo spoiler).

Elfie è un romanzo che rende omaggio a questi trent’anni, a tutto quello che è cambiato e a ciò che purtroppo ancora non l’ha fatto. È una dedica alle Elphaba di ieri e di domani che hanno cambiato e che cambieranno questo mondo.


mercoledì 14 gennaio 2026

Il Lupo e il Tagliaboschi

  • Titolo: Il Lupo e il Tagliaboschi
  • Titolo originale: The Wolf and the Woodsman
  • Autrice: Ava Reid
  • Traduttrice: Giorgia Demuro
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9791281777927
  • Casa editrice: Ne/on
Trama


Nel suo villaggio pagano nascosto nella foresta, Évike è l’unica donna senza poteri. Emarginata e abbandonata dagli dèi, i suoi compaesani non esitano a consegnarla ai membri del Sacro Ordine dei Tagliaboschi, venuti per reclamare una ragazza da offrire al re. Ma il viaggio verso la capitale sfocia in un bagno di sangue: mostri feroci massacrano il gruppo risparmiando solo Évike e il misterioso Tagliaboschi Gáspár, custode di un segreto sconvolgente. Costretti a fidarsi l’uno dell’altra, i due intraprendono un cammino che li porterà dalla tundra gelata fino alla capitale soffocata dall’oscurità. Ma la fiducia è un’arma a doppio taglio, e quando Évike scopre dentro di sé una magia che non credeva di avere, entrambi saranno chiamati a scegliere da che parte stare.

Recensione e commento



Qualche premessa prima di procedere a recensire Il Lupo e il Tagliaboschi è doverosa. Tanto per cominciare va detto che si tratta del romanzo d’esordio di Ava Reid ed è ambientato nello stesso universo letterario di Juniper and Thorn. A mio avviso, è importante che i due libri vengano letti nel giusto ordine (prima Il Lupo e il Tagliaboschi e poi Juniper and Thorn) perché alcuni punti fondamentali del worldbuilding vengono chiariti qui senza essere ripresi in Juniper and Thorn, che letto da solo, per quanto dotato di trama autoconclusiva, potrebbe sembrare ritrarre un’ambientazione meno approfondita. In secondo luogo, mi sento di specificare i TW, che sono meno rispetto al solito ma possono comunque essere difficili da digerire: in questo romanzo troverete autolesionismo, uccisione di animali, violenza grafica, persecuzioni religiose.

Esaurite le premesse, passiamo a parlare del romanzo in sé. Ava Reid mette moltissimi dei suoi studi in scienze politiche in Il Lupo e il Tagliaboschi perché al centro della narrazione c’è la trattazione in chiave fantasy dei vari modi in cui le minoranze venivano trattate negli imperi multinazionali dell’Europa dell’Est. Ci troviamo in un mondo che prende ispirazione da vari periodi e che quindi non ha la pretesa di essere un romanzo storico in senso stretto, ma diversi eventi raccontati sono realmente accaduti. In questo universo pagani, ebrei e cristiani (con nomi inventati per aderire a un universo immaginario) coesistono anche se a fatica e non pacificamente. Il governo centrale sta cercando di imporre la religione dell’unico dio ai villaggi pagani sperduti nelle foreste mentre questi cercano strenuamente di resistere. Anche in questo senso, Reid ha fatto i compiti, probabilmente non metaforicamente, perché mostra il doloroso passaggio dal matriarcato (non perfetto e decisamente poco idealizzato) del paganesimo al patriarcato di stampo romano della nuova religione. In questo già complicato contesto culturale esiste anche il popolo ebraico, ghettizzato nella grande città e che riserva anche qualche chicca storicamente accurata (tra l’altro, da ebrea filopalestinese incallita e apertamente schierata qual è, Reid fa anche in modo di creare un popolo che non ricerca una terra promessa in cui stabilirsi lontano dagli occhi del mondo e che anzi chiede di poter vivere pacificamente e senza persecuzioni dov’è nato e cresciuto per generazioni).

Apparentemente, queste tre fazioni sono destinate a scontrarsi per sempre, frammentandosi ulteriormente in guerre intestine, quando il solo e vero nemico è chiunque le stia mettendo le une contro le altre: la miopia data dalla scalata al potere porta chi si trova al vertice a cercare capri espiatori e puntare il dito contro il diverso, quando moltissimi problemi di natura politica potrebbero risolversi non ostracizzando, ma aprendo le porte e abbracciando l’altr*. A sottolineare questo concetto, aiuta molto l’analisi del sistema magico, che è basato appunto sulle varie religioni esistenti e che segue le stesse regole generali ma con sottigliezze diverse a seconda del proprio credo. È questo il punto: pur con sfumature diverse, ciascuna delle tre porta con sé la magia (con i suoi pro e contro), per cui tutte e tre le religioni sono per forza vere e nessuna dovrebbe prevalere sull’altra. Anche se, va detto, tutte e tre portano con se una traccia di crudeltà (spesso relativa alla mortificazione del corpo) perché il potere deriva sempre da una qualche forma di sacrificio e quindi, per quanto siano contemporaneamente vere, non ne esiste una “migliore” dell’altra.

La riconciliazione tra i tre gruppi e tra gli individui appartenenti alla stessa cultura è proprio la chiave di lettura per godersi pienamente Il Lupo e il Tagliaboschi, che racconta il progresso come processo inesorabile, positivo sul lungo termine ma doloroso per chi vive il cambiamento sul momento (la famosa fiumana di Verga, insomma) e insegna che anche le storie possono servire in tal senso, perché se è vero che la nuova religione ha preso tantissimo dalle mitologie precedenti, piegandole e adattandole alle sue esigenze, lo è altrettanto che la bellezza delle storie consiste proprio nel loro mutare al mutare del mondo stesso e questo dà loro la possibilità di sopravvivere nei secoli.

Qualche nota dolente c’è, perché trattandosi di un romanzo d’esordio incontra di tanto in tanto qualche ingenuità, qualche piccolo errore di editing (un oggetto che viene spostato da A a B e che poi magicamente si trova di nuovo in A), qualche scena che avrebbe potuto essere più corta e qualche altra che invece avrebbe dovuto essere più lunga e drammatica, ma in generale si tratta di piccoli nei che sono perdonabili per un’autrice alla sua prima esperienza, soprattutto perché il mercato editoriale contemporaneo sforna cosa peggiori scritte da penne ben più consumate della sua. Inoltre, la prosa è densa, matura e costellata da metafore e similitudini estremamente vivide. La struttura è quella di un romance soltanto in apparenza perché si concentra nella relazione tra Évike e Gáspár soltanto per la prima parte del romanzo, quella funzionale a farli conoscere, perché di base entrambi vivono le stesse esperienze e il lupo e il boscaiolo, che nelle fiabe mai e poi mai potrebbero andare d’accordo, qui impareranno che hanno qualcosa in comune. Fino a metà, il libro sembra andare in una direzione collaudata, ma poi sterza e la loro storia resta sullo sfondo per concentrarsi sullo sviluppo di Évike, che, alla ricerca delle sue origini e di uno scopo nella vita, compie un doloroso cammino verso la comprensione che la multiculturalità significa avere tante origini, non non averne nessuna. Infatti, tutte le tappe che sarebbero centrali in un romance, qui vengono raccontate en passant, mentre sulla scena avvengono cose molto più importanti e in effetti il finale del libro non sarà un punto fermo, quanto un punto di partenza sia in senso generale che personale.

Proprio a proposito di Évike, appare chiaro che Reid abbia cercato di scrivere una protagonista un po’ diversa dal solito rispetto alle eroine contemporanee, sia diversa da quelle della sua produzione successiva, dato che si tratta di una ragazza dalla lingua tagliente, che risponde a tono e cerca di essere attiva. Potrebbe ricalcare l’archetipo della donna artemidea, ma solo superficialmente, perché se da un lato è in grado di imbracciare le armi, non viene descritta né come bella né come particolarmente giovane (ha 25 anni in un contesto culturale in cui dovrebbe già avere figli). Inoltre, per quanto sia vero che è effettivamente in grado di imbracciare le armi, questo avviene soprattutto per ragioni di sopravvivenza spesso legate alla caccia, mentre il suo arco di formazione va in un crescendo che culmina con la ricerca dell’accordo, non sempre per una ritrovata bontà d’animo ma anche perché a volte le circostanze politiche (e qui Reid è molto brava a mostrare le complessità del mondo reale) verrebbero esacerbate dall’uso della violenza, che tutto farebbe anziché risolvere il problema. 

In questa ricerca della complessità viene in contro anche l’ambientazione, che ricalca la varietà di paesaggi dell’Est Europa e che mostra una netta divisione tra villaggi, foreste e città densamente popolati. La foresta racchiude mostri in senso fisico, ma non morale, perché tutte le creature agghiaccianti e orribili che l’autrice riesce a immaginare commettono azioni terribili perché è nella loro natura, seguono istinti dovuti alle loro radici magiche. Sono le persone, specie nella grande città, i veri mostri, quelli in forma umana, spesso anche fisicamente attraenti, che commettono il male perché scelgono di farlo, per ambizione e ricerca del potere, senza avere mai davvero la giustificazione dell’istinto.

Mi rendo conto che Il Lupo e il Tagliaboschi sia un romanzo divisivo, dato che dal 2021 a oggi ho sentito tante cose su di lui. Personalmente, è un libro che ho apprezzato particolarmente e che dietro cela tanto studio e tanto cuore. Già da qui si vede la voglia di Ava Reid di tentare di raccontare tematiche importanti con originalità e tocco personale. Se questa lettura, con i suoi pregi e difetti, possa fare al caso vostro potete deciderlo solo voi. Io non mi sono affatto pentita di averle dato una possibilità.

A Reaper at the Gates - Un Assassino alle Porte

Titolo: A Reaper at the Gates - Un Assassino alle Porte Titolo originale: Reaper at the Gates Autrice: Saba Tahir Traduttrice: Francesca Sa...