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mercoledì 29 luglio 2026

Noi

  • Titolo: Noi
  • Titolo originale: Nous
  • Autrice: Christelle Dabos
  • Traduttore: Alberto Bracci Testasecca
  • Lingua originale: francese
  • Codice ISBN:
  • Casa editrice: edizioni e/o
Trama


Il mondo è dominato dal Noi, entità immateriale che governa tramite gli Altissimi, secondo i principi della Burocrazia Istintiva. Gli uomini sono suddivisi in base al loro Istinto, pura espressione del Noi che determina la loro vita e guida le loro azioni. Nell'abbraccio del Noi, tutto è perfetto e l'individualismo è un crimine. Eppure in quell'incrollabile armonia Claire, da poco diciottenne, sa di essere fuori posto. Lo sa e non può dirlo, perché sarebbe un comportamento contrario al Noi. Un comportamento che la Burocrazia Istintiva reprimerebbe senza pietà. Allora vive fingendo, adeguandosi all'andamento generale, ma dentro di sé vuole capire se in quel mondo perfetto è l'unica diversa o ce ne sono altri come lei. La prima avvisaglia che qualcosa non va per il verso giusto ce l'ha quando una sua compagna di collegio sparisce da un giorno all'altro misteriosamente. Da li in poi è tutto un susseguirsi di eventi in cui Claire scopre l'esistenza di una setta segreta che conosce ogni risposta. Ma farsi delle domande è proibito.


Recensione e commento

Il grande ritorno di Christelle Dabos è segnato da Noi, un libro che non solo dimostra un miglioramento verticale rispetto alla sua serie di maggior successo L’attraversaspecchi, ma che è anche tutto ciò che dovrebbe essere un fantasy: qualcosa di così fuori dall’ordinario da non essere in alcun modo incasellabile. 

In questo romanzo worldbuilding e sistema magico sono così intrinsecamente legati da non essere distinguibili, l’intera società è basata su un numero di comandamenti “laici” che governano l’intera società. Essi hanno al loro centro due principi: il primo è che non esistano istinti minori (ci arriviamo fra un attimo) e l’altro è la piramide sociale (sotto forma di grattacielo di vetro) venga scalata in base a quante vite una persona riesca a salvare. 

L’Istinto è un dono con cui ciascuna persona nasce e che è un potere irresistibile. È diverso da persona a persona, anche se è in genere gli Istinti sono raccoglibili in categorie: alcuni istinti costringono le persone ad aggiustare tutto ciò che è rotto, altri fanno sentire un irrefrenabile voglia di proteggere, altri ancora portano a inventare cose sempre nuove. Gli istinti sono irrefrenabili al punto che una volta che si manifestano le persone sono portate a lasciare ciò che stanno facendo pur di assecondarli, si svegliano se stanno dormendo, smettono di mangiare se stanno cenando pur di correre dietro a ciò che il loro istinti, il potere sovraordinato che lega ogni membro della società come una divinità, il che le porta a identificarsi completamente con il loro dono, che diventa la loro professione, e a non poter mai davvero staccare. Non si può timbrare il cartellino dal proprio istinto: se nasco per girare bulloni, dovrò girare bulloni anche se mi viene voglia di farlo fuori dall’orario di lavoro per non incorrere in una crisi di astinenza da istinto. 

Non è il solo problema, perché se sulla carta non esistono istinti superiori o inferiori, nella pratica la società è piramidale e alla base, come c’era da aspettarsi, ci sono tutti quegli Istinti che consistono nello svolgere lavori manuali o di fatica, come quelli relativi alla pulizia o ai mestieri ripetitivi in fabbrica, mentre via via che si sale, gli Istinti (e i lavori a essi connessi) diventano via via più d’intelletto e meno socialmente stigmatizzati. La scalata sociale è metaforica e letterale, perché i Santi, ovvero le persone che riescono a salvare un certo numero di vite umane grazie al loro potere, vivono tutte in un altissimo grattacielo di vetro. 

Questa enorme metafora del capitalismo racconta come si ambisca sempre a qualcosa di più di ciò che si ha e di come non cambi nulla, né nella pratica, né nella percezione della felicità, una volta che lo si ottiene. Goliath, uno dei protagonisti, ha sacrificato parti di sé, letteralmente, per riuscire ad arrivare al conto di undici vite prima dello scadere del tempo a sua disposizione per diventare Santo, ma una volta che ci arriva non solo non cambia nulla nella sua vita, ma si chiede addirittura se ne sia valsa la pena. La corsa verso la perfezione gli fa perdere le braccia e la cosa lo porterà a farsi delle domande troppo tardi, quando ormai il danno è fatto e ormai il conto troppo alto è già stato pagato. Anche sotto questo aspetto, l’autrice ha fatto le cose per bene: la sua disabilità è mostrata sempre in azione e in modo credibile, ogni sua difficoltà viene tratteggiata in modo realistico anche nelle più piccole cose, persino allacciarsi le scarpe diventa impossibile dopo che Goliath ha dato troppo senza aver ricevuto nulla in cambio.

All’interno di questa ambientazione distopica, esistono dei gruppi di persone, chiamati Individualisti, che combattono per cercare di affermare l’unicità personale oltre l’Istinto, che è ciò con cui in genere la propria identità si sovrappone in modo perfetto. Per quanto nobile è una lotta che non può essere vinta dalla massa, proprio perché gli Istinti sono comunque parte integrante di ciascuno. In questa società che pensa di essere un’utopia, nessuno (o solo pochi propagandati) ama davvero il proprio Istinto, proprio perché è una costrizione che non lascia scelta. Inoltre, le vite salvate per diventare Santi non sono nient’altro che un numero senza significato: le vite umane non sono inestimabili perché uniche e irripetibili, diventano semplicemente una convenzione svuotata di significato e, ancora una volta, l’individualià si sfoca nella massa.

Il sistema del Noi che connette tutti e che non lascia scampo diventa fallibile quando nasce una persona, Claire, totalmente sprovvista di Istinto. Claire deve vivere nella clandestinità perché la sua mancanza di Istinto è considerata un abominio. Al tempo stesso, però, è l’unica persona sul pianeta veramente libera, la sola che possa prendere decisioni in totale autonomia senza la dittatura dell’Istinto, Claire può scegliere da sola la sua carriera sulla base di ciò che le piace autenticamente, non semplicemente su ciò che le riesce bene per via di un potere sovraordinato che la costringe a determinate azioni. La sua esistenza è stata solo teorizzata dagli individualisti, che la invidiano perché per quanto ci provino loro non sono in grado di resistere all’istinto che domina la loro esistenza. Il cortocircuito che si crea tra l’individuo libero che vorrebbe essere come chiunque altro e tra chi vorrebbe essere libero ma non lo è, è il riassunto perfetto della nostra società tardo capitalista in cui è praticamente impossibile mollare davvero tutto per andare ad abitare in campagna e vivere di baratto senza preoccuparsi dei soldi.

Il livello di scrittura di Dabos è cresciuto esponenzialmente, il suo stile è stato affinato tantissimo, la prosa efficace e poetica  riesce a dire tutto ciò che serve in pochissime parole. L’autrice crea una storia che va ben oltre il punto in cui un’altra penna l’avrebbe fatta concludere, quando lo scioglimento sembra arrivare a circa un terzo della storia, ma questa non è una storia epica tra bene e male, l’unica lotta che esiste è quella per restare a galla e sopravvivere, la vera sfida è vedere l’umanità nel nostro nemico e andare oltre il ruolo che la produttività ci ha appioppato. Dabos ha tutto sotto controllo, ogni elemento che viene introdotto all’inizio avrà un suo senso e un suo ritorno alla fine del romanzo, inoltre tutto vuol dire sempre qualcosa, la gestione dei simboli è magistrale anche questa ha un suo senso portato dall’inizio alla fine.

Dabos ha creato un’altra volta un universo unico e che solo lei avrebbe potuto concepire, solo che questa volta lo fa con molta più consapevolezza e più struttura, portando su carta una storia pensata in anticipo dove i pezzi vanno sempre al loro posto. Noi è un romanzo che ha da dire un messaggio necessario e lo fa in modo originale, efficace e fuori dagli schemi. Per me, il miglior libro della sua produzione fino a questo momento. 


venerdì 26 giugno 2026

Volo di Drago

  • Titolo: volo di Drago
  • Titolo originale: Dragonflight
  • Autrice: Anne McCaffrey
  • Traduttrice: Roberta Rambelli
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788834747599
  • Casa editrice: Fanucci
Trama


Sul pianeta Pern, la minaccia pende dal cielo: i “Fili”, spore micidiali provenienti dalla Stella Rossa, divorano ogni forma di vita organica. Per secoli, i dragonieri e i loro maestosi compagni alati, legati telepaticamente ai loro cavalieri, hanno protetto il mondo distruggendo i Fili in volo. Ma ora sono passate generazioni dall’ultima Caduta e la memoria si è fatta leggenda. Mentre i signori delle Fortezze smettono di inviare tributi e i draghi si estinguono, solo il Weyr di Benden resiste. Lessa, un’umile serva i cui genitori sono stati assassinati e a cui è stato sottratto il diritto di nascita, e F’lar, cavaliere del drago bronzeo Mnementh, dovranno riscoprire gli antichi poteri del tempo e dello spazio per salvare Pern dall’annientamento imminente.


Recensione e commento

Il grande ritorno in Italia di uno dei libri che hanno segnato il genere avviene tramite una nuova edizione di Fanucci editore. Volo di Drago non è importantissimo solo dal punto di vista narrativo, ma anche tematico, perché viene scritto e parla di un periodo storico molto particolare.

Infatti, il suo anno di pubblicazione originale è il 1968 e ciò che avviene nella trama è indistricabile dalla rivoluzione culturale avvenuta in quell’anno. A sei anni dalla dirompente pubblicazione di La Mistica della Femminilità, di Betty Friedan, che raccoglieva le testimonianze delle donne cresciute negli anni Cinquanta, le quali venivano mandate all’università dalle famiglie con il fine di trovare un buon partito, si ritrovavano poi a fare le casalinghe come le loro madri. Dal saggio di Friedan si evinceva una frustrazione generalizzata tra le donne che avevano faticato per avere un’istruzione per poi ritrovarsi a non poterla usare e in Volo di Drago, a dimostrazione di quanto il fervore culturale di quel periodo avesse portato a digerire certe tematiche, racconta anche di questo: una ragazza che dovrebbe essere l’erede della sua casata e ritrovatasi a fare la sguattera per una serie di vicissitudini politiche, viene a contatto con un cavaliere di draghi che vede qualcosa in lei e le promette che diventerà Dama del Weyr, nonché la compagna del drago regina che sta per nascere. Molto presto, però, si rende conto che ciò che le è stato promesso è un onore solo formale, perché anche nel suo nuovo ruolo prestigioso, si ritrova semplicemente a pulire cose più belle di quelle di prima, ma di base viene comunque relegata al ruolo domestico. 
Lei sa di volere di più, di meritare di più e di essere in grado di ottenerlo, ma durante i suoi studi le viene costantemente ribadito che la tradizione impone che non lo faccia, al punto che la consuetudine viene tramutata in obbligo biologico: il fatto che il drago della Dama precedente non volasse viene preso come fatto acclarato che i le femmine di drago non siano in grado di volare (ovviamente, Lessa disobbedirà alla norma e dimostrerà che ciò che è possibile non può mai essere innaturale). Ciò fa sì che lei come protagonista pecchi un po’ del caro vecchio “io non sono come le altre”, ma era appena la terza ondata di femminismo e i tempi non erano ancora maturi per la quarta, per cui, nell’ottica storica, è qualcosa di perdonabile se non addirittura comprensibile. Questo e anche il fatto che ci sia una forte competizione tra donne per accaparrarsi un uomo (sul serio, ragazze, sul serio?) in un prodotto odierno sarebbe fortemente criticabile, tuttavia questa dinamica spiega anche il rapporto predatorio che esisteva in queso periodo (facciamo finta che sia qualcosa da relegare al passato) tra uomo e donna, specialmente in materia di corteggiamento e matrimonio. La critica di McCaffrey in questo caso è piuttosto chiara, poiché inserisce nel flusso di coscienza del protagonista F’lar la consapevolezza di usare violenza nei confronti di Lessa, ma l’uomo la trova tutto sommato giustificabile, senza metterla in dubbio, perché per lui è così che vanno le cose.

Tuttavia, il ruolo della tradizione non è solo quello di bersaglio di critica da parte dell’autrice, quanto motivo di utilizzo del proprio discernimento, perché se da una parte abbiamo un gruppo di persone che seguono ciecamente le vecchie strutture e si rifugiano nella sicurezza data dal fare le cose nel modo in cui sono sempre state fatte (o almeno, nel modo in cui sono sempre state fatte nella loro vita, dato che la singola esperienza umana è molto breve in confronto alla Storia), dall’altro, soprattutto chi detiene il potere accentrato, non dà mai retta ai sapienti, a chi di mestiere preserva e amplia la conoscenza. Gli esseri umani perdono molto in fretta la lungimiranza e abbassano la guardia quando non hanno una minaccia sotto gli occhi, arrivando a pensare che ciò che non vedono (o che non è successo a loro personalmente) non esista né possa esistere. Salvo poi pretendere che, quando finalmente le paura sublimate si palesano nella realtà, le persone di cultura tirino fuori dal cilindro una soluzione che non hanno potuto cercare per tempo a causa di mancanza di fondi o perché gli avvertimenti che lanciavano non accarezzavano l’ego dei regnanti. 

Questa parte specifica della narrazione è quella che ho sentito più vicina a me e ha richiamato nella mia memoria tutte le notizie di bambini morti perché i genitori, ignari delle implicazioni di malattie terribili e dolorose, non hanno vaccinato i figli o in generale di come non ci si fidi della scienza fino a quando i buoi (o il Coronavirus) non scappano dal recinto. Dopo decenni di tagli alla ricerca scientifica, di demonizzazione della medicina occidentale e di mancanza di fiducia verso i tutoli di studio, abbiamo chiesto che la soluzione a una pandemia venisse trovata sventolando una bacchetta magica alla velocità della luce, tra turni massacranti e stipendi insufficienti. E nonostante questo, c’è chi ancora non si fida di chi ci ha portato fuori da baratro. Momento polemica riflessiva finita, torniamo al libro.

Apparentemente, Volo di Drago è un fantasy, ma in realtà questo aspetto riguarda più l’estetica dell’ambientazione, che ricorda il Medioevo. Le premesse narrative sono totalmente fantascientifiche: la minaccia contro cui l’umanità, complessivamente, deve combattere arriva dallo spazio e si tratta di un fenomeno naturale dovuto alla particolare rotazione del pianeta attorno a una stella. Allo stesso modo, la presenza dei draghi non è semplicemente giustificata dalla magia, ma frutto dell’evoluzione della specie che è stata necessaria per trovare un equilibrio con l’ecosistema, il tutto condito da viaggi spazio-temporali e nomi di composti chimici. 

Volo di Drago è un libro che in trecento pagine riesce a cristallizzare un’epoca e a cambiare tutte quelle successive. Il concetto di drago non più come creatura mistica, ma come animale senziente da cavalcare in battaglia nasce qui, con tutto ciò che ne è derivato dopo. Mi sbilancio come raramente mi capita di fare: assolutamente imprescindibile. 


mercoledì 10 giugno 2026

Snowglobe 2

  • Titolo: Snowglobe 2
  • Titolo originale: 스노볼2
  • Autrice: Soyoung Park
  • Traduttrice: Lea Giulia Elia
  • Lingua originale: coreano
  • Codice ISBN: 9788804784717
  • Casa editrice: Mondadori
Trama


La vita di Chobam dentro Snowglobe è molto diversa dal sogno scintillante che aveva immaginato. Le sue fantasie si sono sgretolate nel momento in cui ha scoperto la verità su Haeri, il suo idolo, la ragazza che "spiava" ogni giorno attraverso lo schermo, e sulla sua profondamente imperfetta "famiglia televisiva", venerata da milioni di spettatori. Ma il disfacimento di quell'immagine impeccabile non è che la prima crepa nel mondo da sogno incarnato dalla città sotto la cupola. Una crepa che porta con sé dei pericoli perché la Leebon Media Group - la potente società che controlla il sistema di Snowglobe - continua ad agire nell'ombra, pronta a tutto pur di proteggere il proprio impero di menzogne. Persino accusare Chobam di omicidio. Determinata a dimostrare la propria innocenza, Chobam si ritrova invischiata in una rete di ostilità e segreti più fitta di quanto avesse previsto. A Snowglobe ogni alleanza è fragile e ogni sguardo può nascondere un tradimento. Intanto la tensione sotto la cupola cresce, le rivelazioni si susseguono incalzanti e il tempo per smascherare la verità si assottiglia sempre di più. Un finale esplosivo, dal respiro cinematografico, in cui thriller e distopia si intrecciano in un crescendo serrato, pronto a lasciare senza fiato e a sconvolgere ogni certezza.


Recensione e commento

Dopo la lettura di Snowglobe, temevo che Snowglobe 2 avrebbe potuto essere l’ennesimo sequel per allungare il brodo e continuare a mungere la mucca finché sanguina. Per fortuna mi sbagliavo alla grande. Ma andiamo con ordine.

Dal punto di vista narrativo le vicende continuano sulla stessa linea del libro precedente, rispondendo a quesiti rimasti aperti e ampliando questioni irrisolte, mentre per quanto riguarda le tematiche, queste non sono semplicemente una riproposizione di ciò che è stato ampiamente trattato, quanto discorso ex novo su questioni quantomai attuali.

Per esempio, il rapporto parasociale venutosi a creare tra attori e pubblico a casa qui viene in parte ribaltato, perché se nel primo romanzo assistevamo alla questione dal punto di vista di chi usufruiva dei drama sullo schermo e si ritrovava a gioire per vite finte e irraggiungibili, qui un piccolo ribaltamento è costituito dall’unica possibilità in un intero anno che il pubblico ha di decidere le sorti degli attori che vivono a Snowglobe. Questa singola occasione di creare una catastrofe che ha ripercussioni sull’intera popolazione della città, si trasforma in un momento in cui chi abita fuori da Snowglobe può infliggere tragedie a chi vive nel lusso, ribaltando momentaneamente il rapporto di potere e trasformando il disastro indotto nella città nell’ennesimo espediente narrativo per creare nuovi drama da trasmettere in tv, così che si crei un circolo vizioso in cui gli spettatori possano sentirsi parte attiva e allo stesso tempo consumare un prodotto. La critica alla nostra società è molto chiara: ci illudiamo di avere potere quando votiamo al televoto del Grande Fratello, ma non andiamo alle urne quando potremmo decidere veramente. Anche l’espediente utilizzato dai potenti per mantenere il controllo sulla popolazione è molto chiaro: in questo costante divide et impera, in cui attori e spettatori non corrono mai gli uni in soccorso degli altri, ma competono e basta, chi ne giova sempre è proprio chi sta in cima alla piramide e che tuttavia non contempla che il divide et impera possa anche ritorcerglisi contro.

A mio avviso, le citazioni alla trilogia di Hunger Games sono palesi e volute, ma non sfociano nel citazionismo. In particolare, l’estetica di Capital City è presente anche s Snowglobe in una forma depotenziata e meno sfacciata, inoltre alcune scene sono riprese per essere totalmente stravolte e ribaltate. Infatti, se Katniss è la scintilla che tutta Panem aspettava per rivoltarsi unita contro il regime, a Snowglobe è difficile agire con unità davanti al nemico proprio perché chi comanda ha convinto il popolo che quello sia il migliore dei mondi possibili, che non ce ne sia un altro immaginabile e pertanto non ci sia nulla contro cui rivoltarsi. Un po’ come nel mito della caverna di Platone, Chobam ha visto la verità, ma quando la racconta sono poche le persone disposte a crederle, a mettere in dubbio il proprio stile di vita, a chiedere di più. Anche qui, l’autrice è chiara: dovremmo decisamente smettere di idolatrare i miliardari e cominciare a fare in modo che la loro ricchezza venga redistribuita, perché è totalmente basata non sull’abilità, ma sull’aver ridotto in schiavitù altre persone. I poveri non sono tali per mancanza di ambizione, perché il sistema è basato per fare in modo che ci siano pochissime persone ad avere più che in abbondanza mentre altre hanno lo stretto necessario per vivere. Il sovvertimento dello status quo di Snowglobe porterebbe non a un mondo totalmente nuovo, ma a uno più giusto in cui tutti riescono a vivere dignitosamente avendo accesso a ciò di cui hanno bisogno senza indebitarsi.

Snowglobe 2 è forse persino migliore del libro precedente. Restano i codici del drama coreano (narrazione veloce con scene spesso poco approfondite ed espedienti un po’ in stile soap opera), ma fare diversamente avrebbe portato a un libro diverso, più oscuro e meno digeribile, mentre qui il focus era raccontare una storia coinvolgente con un messaggio chiaro, senza dilungarsi troppo.

La distopia dedicata a Chobam non è forse la più terrificante che potrete mai leggere, ma è sicuramente una delle più autentiche del nostro tempo, perché non è una semplice scusa per costruire un romance enemies to lovers. È una storia che critica la nostra società, spronandola a cambiare, a vivere una vita che non sia necessario mostrare perché sia degna di essere vissuta e che ci invita a guardare la realtà con consapevolezza, mentre scendiamo dalla ruota del criceto. 

venerdì 20 marzo 2026

Il Canto dell’Alba

  • Titolo: Il Canto dell’Alba
  • Titolo originale: The Song Rising
  • Autrice: Samantha Shannon
  • Traduttrice: Egle Costantino
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804791929
  • Casa editrice: Mondadori
Trama 


Dopo una feroce battaglia per la Corona della Rosa, Paige Mahoney ha raggiunto la pericolosa posizione di Lady Generale, e ora governa il sindacato dei chiaroveggenti di Londra. Ma i suoi nemici sono ancora a piede libero, in cerca di vendetta. Mentre raduna il suo esercito di criminali, Paige continua a incontrare in segreto il suo ex nemico, Arcturus Mesarthim. Se venissero scoperti, la fragile alleanza con i Ranthen fallirebbe. Quando però Scion introduce le sensobarriere, una tecnologia mortale che segna la fine dei chiaroveggenti, Paige deve correre contro il tempo per impedire che il suo regno finisca nel sangue. Il terzo volume della fortunatissima saga d'esordio di Samantha Shannon, ispirata ai miti greci di Pandora e Prometeo, che fonde distopia ed epic fantasy, in una nuova edizione completamente rivista dall'autrice.

Recensione e commento

DISCLAIMER: CONTIENE SPOILER DEI LIBRI PRECEDENTI

Stavo aspettando Il Canto dell’Alba come il Natale. Dopo il promettente inizio di La stagione delle Ossa, il seguito di L’ordine dei Mimi avevo grandi aspettative per il terzo libro della serie e devo dire che per quanto la trama sia meno blindata del libro precedente, che è al momento il mio preferito, la qualità si conferma comunque eccellente. 

Narrativamente parlando, la vicenda riprende breve tempo dopo gli eventi del libro precedente e comincia immediatamente a mostrate tutte le difficoltà della posizione in cui Paige si trova: stare al comando è difficilissimo perché dopo aver vinto il titolo di Lady Generale adesso deve fare in modo di tenere in piedi un’associazione di criminali, mossi ciascuno dai propri interessi personali, un po’ di sputo e qualche Avemaria. L’intento di trasformare il Sindacato in ciò che doveva essere in origine, ovvero un rifugio per i veggenti, si rivela immediatamente più arduo del necessario, sia perché appunto i criminali non sono famosi per risolvere i conflitti con le buone maniere, ma anche perché mettere d’accordo tutte quelle teste è pressoché impossibile, specialmente quando fazioni rivali, che a volte si sono odiate per secoli, che devono coesistere. Destreggiarsi tra serpi in seno, carismatici nemici giurati e alleanze inaspettate non sarà semplice e la gestione di tutto ciò ci mostra una protagonista con un mosaico di conflitti interiori credibile e condivisibile. La critica all’imperialismo inglese è chiara: l’ordine costituito, che vuole sopravvivere a tutti i costi, ha utilizzato così bene il principio del divide ed impera che le categorie oppresse sono più occupate a guardarsi a vicenda con sospetto che prendersela con chi sta sopra di loro, mentre il potere centrale è molto coeso al suo interno ed è proprio per questo che sembra un titano impossibile da sconfiggere. Shannon ci fa sentire quanto Paige sia sopraffatta dallo stare al comando, non solo per la responsabilità logorante, ma soprattutto per la fatica di tenere tutto insieme e per l’impossibilità di prendere delle decisioni che siano giuste al cento percento.

Il conflitto, quindi, si estende e dalla Oxford del primo libro si passa alla Londra del secondo per poi raccontare qui anche di Edimburgo e Manchester (e lo sguardo si amplierà ulteriormente nel quarto libro), allargando così lo sguardo sulla presa ferrea e tentacolare di un regime totalitario che non sembra essere mai sazio. In queste situazioni Shannon ci mostra come le stesse problematiche siano affrontate in modi diversi in diversi contesti culturali e di come la resistenza trovi sempre una strada, proprio perché le persone non possono sopportare passivamente oltre un certo punto. Persino chi se la passa meglio si dovrà rendere conto che prima o poi arriverà anche il suo turno di trovarsi dalla parte sbagliata di un manganello, dato che rispetto all’altrǝ, l’altrǝ siamo proprio noi.

A livello di scrittura, come dicevo all’inizio, c’è qualche buchino di trama in più rispetto a L’Ordine dei Mimi, che invece ho letto senza mai un sobbalzo o una messa in discussione, ma stiamo parlando di elementi marginali che hanno più a che fare con piccole smagliature all’interno di specifiche scene che di macroproblemi ripercuotibili sull’intero intreccio, in cui esiste una generale coerenza interna molto forte, il che è forse dovuto anche al fatto che questo è uno dei volumi che Shannon ha rimaneggiato a dieci anni di distanza, aggiustando ciò che non andava e riscrivendo le parti meno credibili. Volendo mantenere gli stessi eventi era possibile che qualcosina non funzionasse. Inoltre, l’autrice è brava fare in modo che siano proprio lɜ personaggɜ a porre le domande riguardo a questioni su cui ci interroghiamo proprio noi che leggiamo e riesce sempre a rispondere in modo credibile sul perché una determinata vicenda vada risolta in un modo preciso invece che in dieci altri possibili. In Il Canto dell’Alba è la componente tecnofantasy a farla da padrona, venendo approfondita e ulteriormente particolareggiata nel corso di questo volume e contribuendo a tratteggiare un worldbuilding fuso indissolubilmente con un sistema magico complesso e diverso da qualsiasi altro.

E a proposito di coerenza interna, anche la relazione tra Paige e Arcturus mantiene lo standard, perché ritrae due persone adulte che provano dei sentimenti l’una per l’altra, ma che hanno ben altro a cui pensare, come la sopravvivenza dei loro e di altri gruppi di appartenenza, per cui agiscono sulla base di ciò che è ragionevole e giusto, piuttosto che in balia dei propri ormoni. Inoltre, ho trovato molto apprezzabile la caratterizzazione di Arcturus Mesarthim che è un essere millenario credibile, non un ragazzetto medio da young adult che per caso ha anche cinquecento anni: il Rettore è saggio, riflessivo, ha sulle spalle esperienze che lo aiutano a prendere decisioni ponderate e mi è piaciuto molto conoscere anche qualcosa del suo passato, perché la sua vita non è retoricamente iniziata quando ha conosciuto Paige, c’è molto altro prima di quel momento. La loro è una delle poche coppie letterarie per cui faccio autenticamente il tifo e alla quale auguro presto circostanze meno avverse, anche se in questo volume avrebbero potuto comunicare un pochino meglio.

La serie de La Stagione delle Ossa si sta rivelando una delle più soddisfacenti che abbia mai letto in vita mia, non solo perché le tematiche trattate mi stanno a cuore e possono aiutarci a trovare una chiave di lettura anche per il difficile momento storico che stiamo vivendo, ma soprattutto perché si sta rivelando una storia avvincente, diversa da qualsiasi altra per ambientazione e sistema magico, e che sta venendo gestita con estrema intelligenza. Se fosse già stato pubblicato il quarto volume, lo avrei già cominciato.

venerdì 13 febbraio 2026

A Reaper at the Gates - Un Assassino alle Porte

  • Titolo: A Reaper at the Gates - Un Assassino alle Porte
  • Titolo originale: Reaper at the Gates
  • Autrice: Saba Tahir
  • Traduttrice: Francesca Sassi
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788834747049
  • Casa editrice: Fanucci
Trama


Dentro e oltre i confini dell’Impero, l’ombra della guerra incombe sempre più minacciosa.
Helene, l’Averla sanguinaria, cerca disperatamente di proteggere la vita di sua sorella e di tutti gli abitanti dell’Impero. Ma è consapevole dei pericoli che la circondano: l’imperatore Marcus, perseguitato dal suo passato, diventa sempre più instabile e violento, mentre Keris Veturia, la spietata comandante, sfrutta la volubilità dell’imperatore per accrescere il proprio potere, senza curarsi della carneficina che lascia dietro di sé.
Laia, dal canto suo, sa bene che il destino del mondo non dipende solo dalle macchinazioni politiche della corte dell’Impero marziale, bensì dal fermare una volta per tutte il Signore della notte. Si dirige quindi a Marinn per radunare un’armata che combatta al fianco della resistenza, ma lungo la strada deve affrontare minacce inaspettate da parte di coloro che credeva l’avrebbero aiutata.
Elias, invece, è intrappolato nella terra tra i vivi e i morti, dove ha rinunciato alla sua libertà per aiutare la Traghettatrice di anime. Ma accettare questo destino per il bene dell’umanità significa arrendersi a un antico potere che esige la sua completa devozione: abbandonerà quindi Laia, la donna che ama, oppure seguirà il suo cuore lasciando che il resto del mondo ne paghi le conseguenze?

Recensione e commento

Tra miliardari pedofili cannibali e genocidi sparsi in varie parti del mondo, il periodo storico che stiamo vivendo lascia pochi spiragli di speranza e supera persino l’immaginazione sfrenata di un’autrice fantasy come Sabaa Tahir.

In questo terzo e penultimo libro della serie assistiamo a eventi che sono quanto di più diametralmente opposto esista in merito all’escapismo, perché le frasi che risuonano con il contesto attuale, i paragrafi che sembrano usciti dalle cronache dei giornali pubblicati dieci anni dopo la prima tiratura del romanzo non si contano e addirittura la violenza di una guerra inventa è più sopportabile di un qualsiasi telegiornale di questi giorni.

Cosa fare quando il male sembra invincible, sempre dieci passi avanti a chi cerca di fermarlo, come provare ad arrestare un fiume con le proprie mani? L’autrice prova a darci la sua visione, intessendo una trama ricchissima di eventi, in cui ogni volta che sembra arrivare a scioglimento, riserva un antagonista che aveva già previsto le azioni che sarebbero state poste in atto per bloccarlo e che colpisce con il pugno di ferro, schiacciando completamente la speranza e frantumando l’idea di controllo dei protagonisti.

Per quanto riguarda loro, ciascuno ha a questo punto sviluppato dei poteri peculiari che sono alcuni di quelli di cui abbiamo bisogno anche noi nel mondo primario, come quello di Hel, l’averla sanguinaria, braccio destro di un impero fortemente militarizzato e che come stratega e soldata dovrebbe avere un occhio spietato e utilitarista, ma finisce con l’acquisire un potere di guarigione che la lega indissolubilmente con le persone che soffrono. L’empatia è qualcosa che lei pensa di non potersi permettere, ma noi sappiamo benissimo che è la sola arma che abbiamo in questi tempi oscuri, che ci serve proprio per non voltarci dall’altra parte, nell’indifferenza. Al contrario, Elias, che svolge invece un ruolo al servizio dell’umanità, ne esce anestetizzato, perché la somma della sofferenza di ogni individuo è obiettivamente schiacciante. Laia, invece, è colei che appartiene alla minoranza presa di mira, sterminata per vendetta, schiavizzata, umiliata e che non ha un altro posto dove andare, sviluppa il solo potere che può aiutarla a sopravvivere e che al tempo stesso simboleggia anche la condizione in cui verte la sua gente: quello dell’invisibilià.

Infatti, tra interessi personali, ricerca del potere e autoconservazione, i potenti stanno solo pensando a spartirsi la torta, invece di intervenire efficacemente quantomeno facendo fronte comune davanti a una minaccia collettiva. Anzi, in guerra i guadagni personali diventano ancora più ingenti (se vi suona familiare, immagino che non sia un caso) e chi sta in cima alla piramide fa così paura che persino i Paesi vicini hanno paura a dare asilo ai profughi (di nuovo: se vi suona familiare, immagino che non sia casuale).

A livello di trama, gli eventi sono la continuazione naturale dei due romanzi precedenti e obiettivamente, non è un libro perfetto, se devo mettermi a fare le pulci va detto che a livello narrativo probabilmente è un po’ ridondante, alcune cose sono lievemente tirate per i capelli, oltre al fatto che le voci protagoniste sono molto uniformi, al punto che quando sono assieme sulla scena nello stesso capitolo si fatica a tenere a mente chi stia parlando, ma in fondo stiamo parlando di difetti minori. Non è per questo che A Reaper at the Gates - Un Assassino alle Porte è difficile da leggere. È difficile perché racconta di un mondo troppo simile al nostro, ma che trova comunque un mondo per tenere acceso il lumicino della speranza, qualcosa che nella realtà non riusciamo più a fare: stiamo per arrenderci se non lo abbiamo già fatto, invece di perseverare nella nostra indignazione.

Questo non è un fantasy escapista, ma forse abbiamo bisogno di prendere spunto da opere come questa per trovare la magia che ci possa aiutare a correggere le storture del nostro mondo e continuare a lottare per il bene, anche quando il male sembra insormontabile e invincibile.

mercoledì 4 febbraio 2026

Snowglobe

  • Titolo: Snowglobe
  • Titolo originale: 스노볼
  • Autrice: Soyoung Park
  • Traduttrice: Lea Giulia Elia
  • Lingua originale: coreano
  • Codice ISBN: 9788804784706
  • Casa editrice: Mondadori
Trama

Dopo la catastrofe climatica che ha fatto sprofondare la Terra in un inverno perenne, solo chi si trova sotto la cupola di Snowglobe vive al caldo e nella prosperità. Gli altri si raccolgono nei villaggi esterni e, in condizioni disumane, lavorano nelle centrali elettriche che producono l'energia necessaria a garantire ai pochi privilegiati di vivere circondati da lusso e calore. In cambio, gli esclusi possono guardare giorno e notte i programmi trasmessi da Snowglobe: reality show che documentano in tempo reale la vita di chi vi abita. Chi è fuori guarda, sogna. E obbedisce. Jeon Chobam ha sedici anni e vive con la madre, il fratello gemello e la nonna malata. Trascorre le sue giornate tra turni massacranti al lavoro e visioni compulsive del suo programma preferito, che ha per protagonista Ko Haeri, sua coetanea e stella nascente di Snowglobe, alla quale assomiglia incredibilmente. Quando Haeri muore all'improvviso, Chobam viene segretamente convocata a Snowglobe per prenderne il posto, per diventare lei affinché possa "continuare a vivere". Il mondo non può sapere la verità. All'inizio sembra un sogno che si avvera. Ma Chobam scopre presto che la città non è il paradiso che pensava: è un ingranaggio spietato in cui niente è reale, e nessuno è libero. Sotto la superficie levigata del sistema si agitano complotti, manipolazioni e una violenza sottile ma costante. E un mistero intorno alla morte di Haeri che nessuno sembra voler spiegare.

Recensione e commento

Uno dei libri passati maggiormente in sordina nel 2025 è sicuramente Snowglobe, una distopia meno terrificante del solito, ma tra le migliori nel fare da specchio alla nostra società.

A essere centrali sono le dinamiche del capitalismo e dei social network che prendono vita: in un mondo alla temperatura costante di quaranta gradi centigradi sotto zero, c’è una sola città a temperatura controllata in cui le persone possono vivere vite agiate, ovvero Snowglobe. Fuori dalla cupola, i centri abitati sono popolati da persone che devono letteralmente correre sulla ruota di un criceto per produrre corrente elettrica, che serve loro per scaldarsi, guadagnare lo stretto necessario per sopravvivere e soprattutto avere accesso ai drama, ovvero spettacoli quotidiani simili a serie tv o soap opera che ritraggono le persone che vivono nella capitale. Non esiste alcuna legge che vieti alle persone comuni di vivere a Snowglobe, certo, ci sono delle selezioni strettissime per accedere alle università e ai lavori lì, ma il problema non è la proibizione, quanto la mobilità sociale praticamente ferma. C’è una sola grande clausola: chi ci vive rinuncia alla sua privacy, va in onda praticamente ventiquattro ore al giorno e non può mai permettersi di mostrare la sua vera personalità. Per esempio, gli studenti che vengono ammessi alla facoltà di medicina sono anche necessariamente attori di medical drama e non ci sono mai momenti passati senza telecamere puntate addosso finché non si esce da Snowglobe. 

Chi vive nei centri abitati al di fuori fa i conti con la natura inclemente del clima e vive da uno stipendio all’altro, con problemi reali e concreti, eppure, nonostante questo riesce a gioire per l’anello di diamanti fuori dalla portata della gente comune ricevuto da una sconosciuta vista sullo schermo di un dispositivo elettronico. Si viene a creare, in sostanza, il legame parasociale che noi utenti comuni creiamo con gli influencer sui social: gioiamo per vite che non possiamo permetterci mentre abbiamo problemi a sbancare il lunario e addirittura invidiamo i loro lavori inutili, perché mentre le persone comuni si spaccano la schiena nelle centrali elettriche, a Snowglobe i lavori più prestigiosi sono quelli che non hanno nessuna reale utilità. La protagonista, infatti, ottiene l’ambitissimo ruolo di punta come meteorologa, un lavoro che non ha nessun senso perché chi vive fuori dalla cupola non conosce altra condizione atmosferica diversa dai quaranta sotto zero, mentre chi vive dentro sa che il clima è artificiale e per questo il meteo non fa previsioni autentiche, ma vere e proprie estrazioni a sorte come con i numeri della lotteria. Chi è costantemente sotto i riflettori non può mai mostrare la sua personalità autentica al 100%, non ha la libertà di decidere delle proprie azioni senza i condizionamenti esterni delle aspettative del pubblico e senza la paura di perdere il privilegio di vivere a un clima gradevole (perché finito il proprio lavoro, bisogna sempre lasciare la città), per cui si viene a creare un paradosso: dalla nostra parte dello schermo pensiamo di conoscere perfettamente persone che non sanno nemmeno che esistiamo, mentre dall’altra parte le persone hanno vite forzate dalla paura di perdere ciò che hanno. 

Per una volta assistiamo a un distopico che non è un romance enemies to lovers travestito da altro: non ci sarà nessuna storia d’amore tormentata, soltanto la protagonista che, dopo aver vissuto fino ai sedici anni in un piccolo centro urbano, viene invitata a vivere a Snowglobe e lì scoprirà tutto il marcio, tutti gli interessi personali ed economici che si nascondono sotto quelle vite scintillanti. Imparerà anche a sue spese che cosa significhi essere una persona crea a tavolino per essere messa davanti a una telecamera ( ne sanno qualcosa tutti i bambini che una volta diventa adulti hanno fatto causa ai genitori influencer che li hanno esposti al pubblico per monetizzare su di loro, invece di proteggerli) e si renderà conto che persino chi vive dentro la città è una marionetta al servizio di chi ha potere, potere vero, non solo economico, perché chi si trova al vertice della piramide ha sia il benessere che la privacy, cose inconciliabili per chiunque altro, che invece si trova davanti al bivio se vivere una via vera ma misera o una agiata che è solo uno spettacolo.

Dopo un inizio un po’ macchinoso fatto per spiegare tante regole di worldbuilding, Snowglobe costruisce con ritmo incalzante una trama che punta il dito contro la società superficiale e anestetizzata che abbiamo costruito. Una distopia non terrificante come altre, ma sicuramente autentica che non si perde nei difetti del fanservice. 

mercoledì 21 gennaio 2026

Elfie

  • Titolo: Elfie
  • Titolo originale: Elfie
  • Autore: Gregory Maguire
  • Traduttrice: Giulia Poerio
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804806837
  • Casa editrice: Mondadori

Trama


Elfaba, la Perfida Strega dell’Ovest, è una donna risoluta e inflessibile. Ma fin da piccola ha dimostrato di essere fuori dagli schemi: questa è la storia di una ragazzina semplicemente eccezionale, per cui è impossibile non provare empatia. Plasmata dai comportamenti di una madre intemperante e distratta, Melena, e di un padre bigotto, Frex, come tutti i bambini la piccola Elfie soffre di gelosia quando nascono la sorella Nessarosa, la santarellina, e il fratello Guscio, delinquente in erba. Tra spiriScimmie e Orsi Nani, scopre le discriminazioni di cui sono vittime gli Animali parlanti di Oz, che non possono avvicinarsi ai territori umani. Si scontra con i primi tentativi di fare amicizia, unica via di fuga possibile dalla difficile vita familiare. Raccoglie i miseri frutti di un’istruzione che, per quanto disordinata, la condurrà fino alle porte della prestigiosissima Università di Shiz. Dove incontrerà la radiosa Galinda. Elfie è destinata a diventare una strega. Ne porta i segni fin dall’infanzia: più evidenti nella sua pelle verde, più oscuri e profondi nelle sue azioni astute e forse amorali, mentre cerca di arrangiarsi, di sfuggire, di sgattaiolare via, di resistere e di nutrire le sue ambizioni.


Recensione e commento

Tutti meritano l’opportunità di volare!
Sono passati trent’anni (quasi trentuno) dalla prima pubblicazione di Wicked - Vita e Opere della perfida Strega dell’Ovest. E sono stati trent’anni pazzeschi: oggi il pubblico è abituato alle storie raccontate dal punto di vista dei villain, ma prima di quel momento non era mai successo, è stato Maguire il primo a calare la dimensione della strega in un contesto politico e culturale ben preciso e dettagliato, diverso dalla monodimensionalità delle fiabe.

Elfie è un ritorno alle origini, sia letterale che metaforico, dato che il libro parla dell’infanzia di Elfaba, la strega che ha combattuto per i diritti degli Animali nel regno di Oz e inoltre questo romanzo è dedicato a Idina Mezel e Cyntia Erivo, la prima e l’ultima Elfaba in ordine cronologico. Elfie approfondisce l’infanzia che ci era già stata brevemente raccontata nel romanzo principale e ci mostra degli episodi specifici nella vita della protagonista che l’hanno formata come individuo. Si tratta di sprazzi, di rari momenti di esercizio di empatia in un contesto familiare arido, privo di affetto e valori profondi, perché Elfaba, figlia di un ministro spirituale, viene trascinata in giro per le paludi assieme alla sua famiglia per seguire la missione evangelizzatrice del padre, che mai come in questo caso, predica bene ma razzola malissimo. Un uomo palesemente in crisi che redarguisce dei genitori che non amano la disabilità di uno dei loro figli perché non riescono a vederlo bello anche in quella condizione, mentre lui non riesce a superare il fatto che la sua primogenita sia verde e la secondogenita priva di braccia. Lo sviluppo psicologico di Elfaba deve avvenire all’ombra della ricerca di redenzione del padre e sotto i suoi dettami religiosi che riuscirà a forzare solo raramente e a fatica. Non si tratta di una protagonista simpatica, Elphaba è sempre autentica e cerca di restare fedele a sé stessa in un mondo che ha fatto dell’ipocrisia e delle apparenze il suo marchio di fabbrica. La buona educazione diventa facciata, mentre a livello sociale sta iniziando la graduale e tragica ostracizzazione degli Animali.

Villemjin Verkaik è la mia Elphaba preferita,
qual è la vostra?

Maguire è un maestro dello show don’t tell, perché nonostante utilizzi un narratore esterno onnisciente, spesso si limita a raccontare i fatti e raramente descrive le emozioni che suscitano, se non con pochissime frasi, quando serve. A questo proposito, mostra come la mancanza di rappresentazione delle minoranze possa essere dannosa sul lungo termine: Elfie non era nemmeno a conoscenza che esistessero gli Animali (ovvero animali senzienti e parlanti), al punto che quando ne incontra uno, pensa di averlo sognato, anche perché le persone attorno a lei non le credono e delegittimano spesso le sue esperienze. È così che arriva a comprendere che la vera libertà consiste nella conoscenza, perché non ci può essere libertà senza istruzione.

Eppure, Elphaba sa bene cosa significhi dover passare la vita a cercare di non dare nell’occhio e sono proprio le esperienze che vive nei suoi anni più formativi a renderla la paladina di qualsiasi persona che nella vita si sia sentita derisa o esclusa, anche perché questo non è solo un libro che indaga il suo sviluppo intellettivo, ma anche emotivo, perché durante la sua infanzia arida di affetto sono poche le occasioni in cui Elphaba si sente degna di amore. Oggi sono tantissime le opere che hanno preso ispirazione da Wicked, come la trilogia di Chris Colfer che ne riprende moltissime tematiche e addirittura alcuni piccoli dettagli della trama, proprio perché la perfida strega dell’Ovest è diventata lo stendardo della diversità ed è per questo che chiunque l’abbia interpretata o la interpreterà a teatro o sul grande schermo abbia inserito o inserirà un tocco del proprio dolore personale. Chiunque di noi può essere come Elfaba e quello che l’autore ci ricorda è che ci troviamo più vicino alla sua posizione che a quella del Mago, nel suo alto castello, a cercare capri espiatori per le proprie mancanze e manodopera gratuita da sfruttare per scopi politici ed economici.

E livello stilistico, il libro è breve, ma la prosa è densa e sfocia spesso in frasi a effetto che riassumono il succo di quanto detto in precedenza. Inoltre, non mancano piccoli Easter egg del musical e foreshadowing del romanzo principale (è meglio se leggete prima quello, o rischiate lo spoiler).

Elfie è un romanzo che rende omaggio a questi trent’anni, a tutto quello che è cambiato e a ciò che purtroppo ancora non l’ha fatto. È una dedica alle Elphaba di ieri e di domani che hanno cambiato e che cambieranno questo mondo.


mercoledì 22 ottobre 2025

L’ultimo carnevale

  • Titolo: L’ultimo Carnevale
  • Autore: Paolo Malaguti
  • Lingua originale: italiano
  • Codice ISBN: 9788828201847
  • Casa editrice: Solferino
Trama

19 febbraio 2080. Martedì grasso. C’è nebbia, sulla laguna deserta, i turisti non sono ancora arrivati. Affluiranno appena farà giorno, pagando il biglietto e passando dai tornelli: già, perché da quando Venezia è stata dichiarata non più agibile, evacuata e trasformata in Venice Park – la più pittoresca delle attrazioni italiane – non esistono più residenti. Solo il circo quotidiano dei visitatori e degli accompagnatori, oltre a un pugno di Resistenti che vorrebbe vederla tornare viva e abitata. In questo giorno d’inverno ci sono Michele e Sandro, guardiani che pattugliano la laguna. C’è Carlo, guida turistica appena promossa (e già in un mare di guai). C’è Rebecca, la combattiva attivista disposta a trasformarsi in assassina pur di non rassegnarsi alla morte della sua città. E c’è Giobbe, un vecchio che ha perso tutto: la moglie, la casa, la memoria... ma l’unica cosa che gli è rimasta, un segreto racchiuso in un mazzo di chiavi, può cambiare il futuro. Che infatti cambierà, nell'arco di un’indimenticabile giornata di Carnevale. Allucinazione e realismo, tenerezza e mistero sono le cifre di un romanzo storico diverso da ogni altro, capace di proiettare il passato in un futuro prossimo che somiglia vertiginosamente al nostro. La città d’arte più famosa al mondo fa da scenario a un’avventura dal passo di nebbia e di tuono, in cui si muovono quattro personaggi che in modi diversi dovranno scegliere tra se stessi e Venezia.


Recensione e commento

Ogni estate il copione è più o meno lo stesso, c’è la turista insoddisfatta delle spiagge sarde che lascia una recensione negativa su Google perché ha trovato troppi sardi al mare e a suo avviso avrebbero dovuto starsene a casa per lasciare spazio ai turisti; oppure in Sicilia, dove l’emergenza idrica esiste tutto l’anno, ma si corre ai ripari raffazzonando soluzioni solo in occasione della stagione turistica, con buona pace dei residenti; o di come a Bologna è diventato impossibile affittare una casa perché ogni appartamento vuoto viene riconvertito a bed and breakfast, rendendo la città sempre più difficile da abitare. Questo per dire che la storia che viene raccontata in L’ultimo Carnevale riguarda un territorio fragile nello specifico, ma si potrebbe applicare a tutti.

Il matrimonio di Bezos a Venezia si è svolto solo poche settimane  prima della stesura di questa recensione e nonostante la pubblicazione del romanzo risalga al 2020 non mi spingo a dire che sia stato profetico, quanto che Malaguti sia stato tanto abile nell’osservare la realtà che per parlarne ha solo dovuto inventare una trama da inserire in un contesto che non è affatto lontano come crediamo e che ha radici in eventi già accaduti. Ricordo un episodio specifico della mia giovinezza, quando una mia compagna di corso veneta mi aveva raccontato di quando, durante un lavoro estivo a Venezia, aveva avuto a che fare con una coppia di americani che le aveva chiesto quale fosse l’orario di chiusura. Sulle prime lei non capendo decise di approfondire la conversazione e saltò fuori che per i turisti Venezia non era una città qualsiasi, ma un parco a tema come Gardaland che a una certa ora avrebbe chiuso i cancelli e tutti a casa. In questo romanzo assistiamo all’avverarsi dell’episodio surreale che la mia amica mi aveva raccontato.

Venezia non è più sé stessa, ma la sua tassidermia: non ci sono più negozietti di quartiere, botteghe di artigianato, supermercati e nemmeno grandi catene di abbigliamento. Ci sono solo teche e monumenti messi sotto vetro da guardare a debita distanza, quando non direttamente ricostruiti da zero con materiali diversi che sembrano quelli originali, ma che originali non sono. Questa pantomima grottesca rende contenti gli investitori, i padroni del parco, le guide turistiche, le guardie di sorveglianza perché riescono a farci i soldi a palate, spennando cifre folli alla fiumana turistica che paga numeri astronomici per entrare in quella che non è più una città, ma l’ombra di sé stessa, esclusivamente per poter sfoggiare la propria presenza come status symbol. Non è tanto diverso da Bezos che per sposarsi ha devoluto una cifra per lui esigua al comune di Venezia, il quale non ha redistribuito ai suoi residenti per via dei costi personali che hanno dovuto sostenere, non potendo rientrare alle proprie abitazioni per questioni di sicurezza, anzi, non ne ha minimamente tenuto conto.

Anche nel romanzo è proprio la cittadinanza a non trarre alcun giovamento dal profitto generato dal flusso turistico. I residenti vengono gradualmente sfollati in nome di cedimenti strutturali (veri o pretestuosi) che guarda caso riguardano loro ma non i turisti. In quest’ottica, tutto ciò che non crea profitto diventa un atto di resistenza, comel’utilizzo del veneto come lingua viva e non come elemento folkloristico, il rifiuto di abbandonare la propria casa, il vivere il proprio patrimonio culturale in modo attivo e più in generale il lottare per non rendere la propria identità un’altra delle cose da osservare dal lato sbagliato di una vetrina, come animali in gabbia in uno zoo. Tuttavia, la struttura sociale così modificata rende sempre più difficile accedere ai servizi alla persona: beni di prima necessità diventano inaccessibili a causa dei prezzi folli e persino i gruppi di resistenza, che sulle prime protestano con foga, diventano sempre più moderati fino a perdere la voce delle proprie istanze. Tutto diventa a misura di turista, tanto che persino i luoghi vengono cambiati per accontentare chi non li abita nemmeno: sono gli spazi che cambiano per il turista, non è il turista a lasciarsi cambiare dal viaggio.

Così assistiamo alla fine di una città per la quale non è stato fatto abbastanza, che abbiamo lasciato morire per pigrizia o per aver accentrato il profitto nelle mani di pochi, invece di redistribuirlo a favore di chi, abitando in luoghi bellissimi ma complicati, ne vive il disagio tutti i giorni. Abbiamo ancora tempo per prendere provvedimenti in materia climatica, ma stiamo tergiversando ed è a causa di questa incertezza che Venezia e altri posti magici scompariranno. 

Tutti questi temi sono incastrati in una trama incalzante e ricca di avvenimenti, il cui tempo della storia è molto breve, circa le ventiquattro ore del giorno di carnevale, senza contare i flashback, ed è forse per questo che come romanzo è molto efficace: la precisione lessicale dell’autore gli consente di non usare mai due parole dove ne basta una sola e non ci sono storpiature per allungare inutilmente il brodo. Il segreto è proprio mostrarci come funzioni l’interazione delle quattro diverse voci protagoniste con la città, anche proponendoci degli interessanti ribaltamenti, come ad esempio mostrandoci situazioni in cui lo studio delle materie umanistiche sia la strada più diretta per accedere al mondo del lavoro, ma anche esse vengono ormai vissute in ottica utilitaristica e consumistica.

In questo piccolo gioiellino di climatic fiction ci viene mostrato su una realtà particolare l’effetto a lungo termine della nostra pigrizia in materia ambientale, del nostro tergiversare sulle cause politiche che contano davvero e della mancanza di lungimiranza sulle istanze sociali. L’Ultimo Carnevale si muove sulla falsariga di libri come Il Ministero per il futuro ed è un peccato che non se ne sia parlato di più.

mercoledì 8 ottobre 2025

Vertigine

  • Titolo: Vertigine
  • Autrice: Beatrice Mautino
  • Codice ISBN: 9788804803614
  • Casa editrice: Mondadori 
 Quarta di copertina

Quando la malattia bussa alla nostra porta, ogni certezza sembra vacillare. Anche chi ha sempre creduto nella scienza si trova improvvisamente attratto da soluzioni facili, promesse miracolose, vie alternative. Mantenere la rotta quando si è in balia della paura è difficile e, nonostante tutte le migliori intenzioni, il rischio di cadere nel baratro delle illusioni è alto. Beatrice Mautino, biotecnologa e divulgatrice scientifica, ci accompagna in un viaggio tra le pieghe del complesso rapporto tra medicina, speranza e cura. Partendo dalla propria storia - da un evento che l'ha costretta a confrontarsi con la paura, la frustrazione e il peso delle emozioni - intreccia racconti di casi reali per mostrare le sfide e i dilemmi che emergono nella pratica clinica. Ci guida così tra le crepe del sistema, affrontando temi estremamente attuali come la fecondazione in vitro, la ricerca per combattere i tumori rari e le promesse spesso fuorvianti dei farmaci contro l'obesità. C'è chi lotta per una terapia mai testata e chi affronta la burocrazia con la speranza appesa a un filo. C'è chi promette cure quasi magiche e chi lavora in silenzio con metodo, tra successi e fallimenti. E poi ci siamo noi, protagonisti o spettatori, ammalati o caregiver, divisi tra la voglia di credere e la necessità di capire. Dalla tentazione delle scorciatoie alla responsabilità delle decisioni pubbliche, questo libro ci ricorda che la medicina, con tutti i suoi limiti e difetti, resta il miglior strumento che abbiamo. Perché affidarsi alla scienza è una pratica quotidiana fatta di domande difficili, prove solide e scelte consapevoli. Affidarsi alla scienza significa camminare sull'orlo del dubbio, nonostante il senso di vertigine che sembra toglierci il respiro, trovando un equilibrio fragile ma necessario per non smarrire la direzione.


Recensione e commento

Nel 2024 preparai la mia bella valigia e presi l’aereo per andare al Salone del libro di Torino solo per un evento: Beatrice Mautino e Dario Bressanini moderavano la presentazione del libro Non è mai morto nessuno di Alessandro Mustazzolu, un loro collega divulgatore che si occupa di microbiologia. Avevo un malloppo di libri da fare autografare ai tre scienziati al firmacopie, li seguivo da anni e per me era un’occasione unica che non potevo perdere. In quella situazione fu proprio Mautino a sorprendermi, perché pur avendo letto quasi tutta la sua produzione di letteratura divulgativa mi rimase impresso quanto fosse simpatica, ogni cosa che diceva riusciva a strappare una risata al pubblico con il risultato di aver reso estremamente piacevole quell’incontro, tanto che Mustazzolu, verso la fine della presentazione, disse “Usciamo da qui e andiamo a fare stand up”.

Questo lungo cappello introduttivo, molto diverso dalla natura impersonale e obiettiva che cerco di tenere in genere quando scrivo le recensioni, mi serve per fare capire quanto sia stato un pochino doloroso per me leggere Vertigine, un libro in cui Mautino, sempre lucida e sul pezzo, indaga l’abisso in cui può cadere persino la più scettica delle persone di scienza nei momenti di fragilità. Se da un lato sono perfettamente consapevole che ci siano giornate buone e cattive per chiunque e che non si può sempre ridere e scherzare, dal punto di vista puramente umano mi ha fatto sussultare il contrasto tra la giornata istruttiva ma esilarante che ho vissuto a Torino e la malinconia di fondo che ho letto nelle pagine di Vertigine.

Vertigine non è un libro pessimista, anzi, è un saggio che indaga la speranza, la mappa, ma che al tempo stesso la tratta come quello che è: una cosina piccola e fragile che rischia o di spezzarsi facilmente o di trasformarsi in illusione, se non vengono tenuti fermi alcuni punti. La sua dolorosa esperienza personale come caregiver di una persona cara alle prese con un tumore è usata come punto di partenza per raccontare le lungaggini del sistema sanitario, le diseguaglianze perpetrate dalla politica e la facilità con cui anche chi, come lei, ha una formazione scientifica avanzatissima possa trovarsi in enorme difficoltà quando un problema umano come quello che sta affrontando arriva a bussare alla porta. Mautino scardina alla radice lo stereotipo della persona di scienza asettica e insensibile che parla dalla cattedra, e utilizza l’empatia come strumento per essere ancora più efficace (lo aveva detto anche a Torino, durante la presentazione, quando aveva affermato che nel rapporto con il pubblico sui social cercava sempre un punto di contatto dicendo “A sedici anni anche io allungavo il mascara con l’acqua del rubinetto perché non sapevo che fosse pericoloso”). Conoscere bene la nostra interiorità, osservare con cura le nostre emozioni è importante per difenderci da chi conta sulla nostra ondata di indignazione o illusione per venderci qualcosa: anche in questo senso notare la nostra emotività è importante perché accorgerci per tempo di un coinvolgimento personale può essere vitale per non cadere nell’abisso. La sua capacità di analisi non si ferma al fenomeno “malattia” in sé, ma va ben oltre, indagando anche ciò che prova chi fronteggia i suoi stessi problemi o come debba sentirsi chi non ha le sue stesse risorse e questo serve a porre la scienza non su un piano sopraelevato ad appannaggio di poch*, ma al servizio della comunità, perché la malattia del singolo è un problema collettivo e come tale va affrontato, senza lasciare indietro nessun*.

Attraverso storie di scienziate e scienziati, ciarlatani e pazienti, Mautino fa i conti con il suo stesso rapporto con la scienza: averla scelta come professione (e forse è una vera e propria vocazione) non le impedisce di sentirsi delusa da un punto di vista umano quando non c’è una soluzione facile e veloce pronta per lei, cosa che razionalmente accetta, proprio perché ha contezza di come funziona il mondo della ricerca, ma allo stesso momento non sempre chi ha un problema subito ha il tempo di aspettare che la scienza sputi fuori una soluzione che potrebbe richiedere anni. Gli aneddoti che racconta servono a mostrare tentativi riusciti di forzare il sistema per migliorarlo, ma anche di grosse cantonate che sono costate vite e milioni e come distinguere le due cose tramite il metodo scientifico (tendenzialmente, se la narrazione è quella dell’eroe solitario che combatte il sistema con una cura miracolosa economica e facile c’è da darsela a gambe.). Ci sono anche episodi importantissimi che mantengono intatta questa speranza, la coccolano e la riparano dal vento per fare in modo che non si spenga.

In sostanza, da un punto di vista contenutistico Vertigine non è molto diverso da altri saggi: ci sono fatti, dati, spiegazioni a supporto di tesi e confutazioni varie. È il suo tono a differenziarlo da tutto il resto, perché grazie alla vicinanza che esprime con il pubblico diventa imperdibile per raccontare la scienza come materia umanissima e al servizio della società, senza mai cadere nel paternalistico, perché non c’è una sola persona nell’universo che sia immune dalla spietatezza dell’universo. Vertigine è breve ma intensissimo, inaspettatamente commovente e assolutamente da recuperare. 

Noi

Titolo: Noi Titolo originale: Nous Autrice: Christelle Dabos Traduttore: Alberto Bracci Testasecca Lingua originale: francese Codice ISBN: C...