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mercoledì 3 aprile 2024

A Torch against the Night - Una Fiamma nella Notte

  • Titolo: A Torch against the Night - Una Fiamma nella Notte
  • Titolo originale: A Torch against the Night
  • Autrice: Sabaa Tahir
  • Traduttrice: Francesca Sassi
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788834744598
  • Casa editrice: Fanucci
Trama

In A Torch Against the Night: Una fiamma nella notte, ritroviamo Laia ed Elias in fuga dalla città di Serra. 
Diretti verso nord per liberare il fratello di Laia dagli orrori della prigione di Kauf, i due protagonisti sono braccati dai soldati imperiali, manipolati dalla comandante e perseguitati dal loro passato. Per sopravvivere, dovranno sconfiggere i loro nemici e affrontare la perfidia dei loro stessi cuori.Nel frattempo, Helene è costretta a obbedire alla volontà dell’imperatore Marcus, un uomo spietato e assetato di sangue. E quando la sua lealtà viene messa in discussione, Helene si ritrova ad affrontare una missione per dimostrare la sua fedeltà all’Impero, una missione che rischia di distruggerla: trovare Elias e ucciderlo insieme alla schiava che lo ha aiutato a scappare.

Recensione e commento

In genere il compito di fornire gli strumenti per interpretare la realtà è attribuito alla fantascienza futuristica, raramente al fantasy, eppure parlando di A Torch against the Night - Una Fiamma nella Notte è esattamente questo che mi viene in mente. 

Infatti, ci sono stati vari passaggi in cui ho dovuto mettere momentaneamente mettere da parte la lettura perché ciò che stava accadendo nella trama era qualcosa di fin troppo simile alla realtà di questo periodo. Come ho già detto nella recensione dedicata al precedente libro qui, il worldbuilding ricalca il mondo arabo colonizzato durante il periodo delle conquiste romane in medioriente e l’occupazione militare ha indubbiamente diverse chiavi di lettura che si protraggono anche in questo secondo volume. Una delle parti più emotivamente sconvolgenti di questo libro, pubblicato per la prima volta nel 2016, è stata quella i cui viene dichiarato un vero e proprio genocidio, tanto che anche la divinità incaricata di traghettare le anime nel mondo dei morti ha bisogno di prendersi una pausa da tanta sofferenza perché non ha mai assistito a niente del genere. C’è stata una riga, in particolare, che mi ha fatto venire le lacrime agli occhi in cui ci si domandava che cosa diventeranno un domani i bambini sopravvissuti a tanto dolore e quanta rabbia coveranno nei confronti di chi ha fatto loro del male. Questo libro mi è risuonato dentro in modo doloroso soprattutto perché mi ha fatto comprendere che, per quanto in un fantasy le implicazioni violente siano spesso utilizzate anche con cognizione di causa, la realtà è spesso molto più crudele e fuori da qualsiasi immaginazione.

Parlando del libro in sé, al di fuori di queste mie considerazioni personali, non capisco come mai varie persone mi abbiano detto che non mi sarebbe piaciuto. Non ho fiutato neanche un colpo di scena, anzi, spesso quando pensavo che la trama avrebbe preso una piega scontata perché si intuiva una determinata svolta, in realtà tutto è andato in modo totalmente imprevedibile. Anche il romance presente ha un peso nella trama, non soltanto nel senso che è ben calato nel contesto, ma proprio perché avrà delle reali conseguenze sul lungo termine. 

I personaggi sono complessi e sfaccettati e hanno avuto un reale arco di formazione rispetto al primo libro. Elias, che nell’incipit di An Ember in the Ashes era quello che mi convinceva meno, qui è stato uno dei miei preferiti. Anche Helene, l’incrollabile, indottrinata Helene comincia a traballare e a sentire le conseguenze di un mondo tanto violento e spietato che man mano le toglie tutto e non le dà mai nulla in cambio. I secondari, poi, sono veramente ben caratterizzati, buoni o cattivi che siano, e anche la stessa Laia ormai non è più la ragazzina ingenua e idealista che abbiamo conosciuto nel romanzo precedente. Inoltre, tutti gli intrighi sono sia di matrice terrena, ma lasciano comunque presagire che ci sia di mezzo del divino che si intrufola nelle faccende umane di tanto in tanto. Questo è qualcosa che avevamo già intuito dal primo libro, ma qui diventa più palese e strutturato, anche se ancora non si sa per certo con chi si abbia a che fare e come si possa combattere, insomma, la struttura è abbastanza originale e non ricalca i soliti cliché. Il soprannaturale in questo secondo libro entra a gamba tesa a più riprese e sono finiti i tempi in cui esso veniva ripudiato perché costituiva qualcosa di incomprensibile. La posta si è decisamente alzata.

Sono felicissima di aver finalmente recuperato questa serie, che per troppi anni ho ingiustamente snobbato, ma non è mai troppo tardi per redimersi. Ringrazio davvero Fanucci per avermi dato la possibilità di leggere i primi due volumi e non vedo l’ora che portino anche i prossimi. 

mercoledì 24 gennaio 2024

Murtagh

  • Titolo: Murtagh
  • Titolo originale: Murtagh
  • Autore: Christopher Paolini
  • Traduttrice: Maria Concetta Scotto di Santillo
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788817183611
  • Casa editrice: Rizzoli
Trama


Il mondo non è sicuro per il Cavaliere dei Draghi Murtagh e il suo drago Castigo. Un re crudele è stato sconfitto e i due devono affrontare le conseguenze del ruolo che, a malincuore, hanno ricoperto nel suo regno del terrore. Adesso sono odiati, soli, esiliati ai margini della società. In tutto il Paese, si sussurra di spaccature nel terreno e di un vago odore di zolfo nell’aria. Murtagh intuisce che qualcosa di malvagio si annida tra le ombre di Alagaësia. Ha così inizio un epico viaggio attraverso terre conosciute o ancora inesplorate, durante il quale Murtagh e Castigo dovranno usare ogni arma a disposizione, dall'astuzia ai muscoli, per trovare e distruggere una strega misteriosa.


In questo avvincente romanzo che vede come protagonista uno dei personaggi popolari del Ciclo dell’Eredità creato da Christopher Paolini, un Cavaliere dei Draghi deve scoprire per cosa valga la pena combattere in un mondo che l’ha abbandonato. Murtagh è il libro ottimo per entrare nel mondo di Eragon per la prima volta… o per farvi un felice ritorno.


Recensione e commento

Ne è passata di acqua sotto i ponti, tra la pubblicazione di Eragon e quella di Murtagh! La serie dell’enfant prodige Chrostopher Paolini è stata forse la più caratterizzante della mia esistenza, ne serbo dei ricordi talmente belli da essere intrinsecamente legati ad alcune delle persone a cui tengo di più in vita mia.

Capirete, dunque, il motivo per cui prima di approcciarmi alla lettura di Murtagh ho preso la ragionata decisione di non rileggere l’intera saga: non voglio rovinare con la mia puntigliosità da adulta il ricordo che serbo nel cuore. Eppure, nonostante molti dei dettagli e degli snodi di trama circostanziati mi sfuggano proprio per questo motivo, ho comunque potuto constatare un salto enorme nello stile dell’autore, per quanto in effetti ci sarebbe da preoccuparsi se fosse rimasto uguale a quello di quando aveva quindici anni. Alcuni punti, invece, restano fermi: Paolini di sicuro non ha il dono della sintesi, gli piace crogiolarsi nei dettagli e raccontarci tutte le paturnie del protagonista, quindi di sicuro non è un libro che va bene per chi cerca qualcosa di veloce e spigliato. 

L’età adulta ha fatto bene all’autore non solo in materia di stile, ma anche di sensibilità, perché Murtagh contiene delle interessanti riflessioni sulla genitorialità che aggiungono tridimensionalità al personaggio, assieme a tutte le altre caratteristiche del protagonista. Sicuramente, la sua è una voce più credibile di Eragon, perché è sicuramente più verosimile: Eragon era senza macchia e senza paura, a volte mancava di capacità, ma sicuramente incarnava lo stereotipo del cavaliere, mentre Murtagh si ritrova a fare i conti con le conseguenze dei suoi errori, sia materialmente che interiormente. Si arrovella, cerca redenzione, e prova in tutti i modi a capire chi è senza il giogo di Galbatorix a gravargli sul collo. Conosciamo il suo background, il suo passato a corte e i suoi conflitti interiori anche in quel periodo. Il fatto che Murtagh debba impegnarsi per essere migliore e non gli riesca tutto facile al primo colpo è il motivo per cui risulta tanto simpatico ed è facile pensare a lui come a una persona vera. Ha dei sani principi e una moralità incrollabile, ma ci sono dei momenti in cui vacilla e si trova a dover fare un passo indietro per non trovarsi dalla parte del torto. Gli ho voluto bene subito ed è stato bellissimo tornare ad Alagaësia per assistere alla sua crescita.

La struttura della storia segue quella del quest fantasy, ci sono varie missioni, ben ritmate, per fortuna, senza i vuoti di trama che costellavano la saga principale, che porteranno poi alla risoluzione del conflitto principale, e il tutto avviene in modo non troppo palese proprio perché i punti da mettere in fila sono tanti e si riesce a concatenarsi bene.

In sostanza, sono contenta di essere tornata in un mondo in cui sono stata tanto felice, che mi ha fatta emozionare e piangere per la prima volta in un libro. Murtagh non sarà un libro necessario, ma sicuramente è una coccola per noi che volevamo tornare ad Alagaësia. Non ha una trama tirata per i capelli ed è come se l’autore stesso sentisse il bisogno di dare vita a questa storia. Se come me avete amato Eragon da adolescenti, non potete perdervelo. 

giovedì 11 gennaio 2024

O Mirto o Morte!

  • Titolo: O Mirto o Morte!
  • Autrice: Titania Blesh
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9791254980439
  • Casa editrice: Acheron Books
Trama 


Dopo A COLPI DI CANNONAU e UN BAGNO DI SANGRIA, la Rivincita salpa per il suo ultimo viaggio!Oceano Atlantico, 1632. Dopo i fatti di Napoli, la ciurma è ormai separata. Da una parte, Fiammetta è prigioniera degli spagnoli, che veleggiano verso il Nuovo Mondo alla ricerca dell’oro maledetto di Guatavita, ritornato alla sua fonte di origine. Dall’altra, Ambrosio deve fare i conti con tutto quello che ha perso, ma è determinato a onorare il giuramento di liberare ogni Zipa vivente. Gli scarabocchi lasciati da Diamante sul diario di Gonzalo De Quesada gli vengono in aiuto, tracciando una rotta ben precisa verso l’origine delle creature magiche.Il tempo è poco, la posta in gioco la più alta di tutte. La Rivincita veleggia verso il Sud America, ma il vantaggio dell’Infame Carlos e dei suoi uomini sembra impossibile da colmare.Tra epiche battaglie navali, rituali magici centenari e nuovi imprevedibili poteri alcolici, si conclude la saga delle Piratesse del Mediterraneo di Fiammetta. Riusciranno lei e Ambrosio a spezzare la maledizione della dea serpente? Gli spagnoli non resteranno di certo a guardare, ma la ciurma li affronterà con un unico grido di battaglia: O Mirto o Morte!


Recensione e commento 

illustrazione di @passioneretorica
Se bazzicate da un po’ sul blog, saprete che il capitolo conclusivo di questa trilogia è uno di quelli che ho atteso con più trepidazione. Lo dico subito: per me O Mirto o Morte! non è un libro perfetto e a mio avviso non è quello tecnicamente più forte della trilogia, che per me resta il secondo, Un Bagno di Sangria, ma è sicuramente il più emotivo e quello che mi ha fatto soffrire di più (lo dico come complimento).

Andando con ordine, mi commuove anche solo vedere dove l’equipaggio della Soddisfazione sia arrivato, specialmente tenendo conto da dov’è partito. Quello delle protagoniste e dei protagonisti di questa storia è un viaggio verso la libertà, verso l’autodeterminazione, ma sempre con dei principi ben saldi per quanto caro possa essere il prezzo da pagare. Mi ha emozionata tantissimo vedere come finalmente Fiammetta e Ambrosio siano arrivati a un punto di equilibrio, un incontro a metà strada, come lei abbia imparato da lui a essere più riflessiva e meno sulla difensiva e come lui, al contrario, abbia imparato la spontaneità. L’arco di formazione di Fiammetta, pardon, CAPITANA Fiammetta, mi ha convinta ed è stato emotivamente sconvolgente, consentendole di superare Ambrosio nella mia classifica personale. In più di un’occasione ho dovuto accantonare la lettura per riprenderla dopo essermi calmata, perché questa donna affronta le pene dell’inferno, in questo libro, e ho sentito la sua sofferenza come la mia. Ho anche pensato che Titania stesse giocando a fare la sadica. Eppure il dolore della protagonista non serviva solo per buttarla sul drammatico: serviva a Fiammetta stessa, perché arrivi al punto di rottura, infatti soltanto dopo tanto dolore si rende conto di non meritarlo, di avere diritto anche lei alla felicità, che ha sempre sacrificato alla libertà. Fiammetta non si è mai fatta legare da nessuno, ha sempre incassato i colpi finché non è stata in grado di restituirli, ma non è mai stata davvero felice e questo momento di dolore immenso, di dolore insopportabile è esattamente ciò che le serve per capire che basta così, che a un certo punto deve cominciare a pensare per sé e che può smettere di credere a tutti gli insulti che, in fondo in fondo, ha sempre preso per veri, per quanto lo negasse. Non necessariamente ho concordato con ogni scelta narrativa che è stata compiuta dall’autrice, tuttavia le ho comprese tutte, ho compreso perfettamente, forse per bias di proiezione, perché Titania Blesh abbia imboccato certe strade a scapito di altre, anche quando io avrei fatto esattamente l’opposto (del resto è il suo libro, non il mio). 

Eppure, nonostante quello che ho appena detto, o forse proprio in virtù di ciò, sono rimasta piacevolmente stupita da diversi colpi di scena, da come molti nodi vengano al pettine e diversi cerchi si chiudano, specialmente sul finale quando avremo diverse risposte sul sistema magico e su alcune apparenti coincidenze dei romanzi precedenti. E specifico che non è stato solo commovente: Titania Blesh ha deciso che durante la lettura non voleva farci respirare, perché (e questa è una costante della trilogia intera) è un continuo susseguirsi di eventi, la tensione è sempre al suo picco e non si riesce mai a riprendere fiato. Quando si arriva all’ epilogo, non solo lo si fa con la consapevolezza di aver concluso una trama: c’è anche un senso di pace, di completezza, l’impressione di potersi finalmente riposare dopo tanto vagare. 

In conclusione, avrete capito che non sono né posso essere oggettiva su una serie che mi ha dato così tanto. Un intersec fantasy ambientato nella mia terra, con caratteristiche diversissime da tutto ciò che si trova sul mercato. È un’opera che non potete farvi sfuggire.

Ringrazio tantissimo l’autrice per avermi dato la possibilità di leggere questo romanzo in anteprima e vi invito a dare un’occhiata alle recensioni sugli altri blog! A medas annos! 

martedì 21 novembre 2023

Renegades - Identità segrete

 Ciao, bellezze, bentornate sul blog! Oggi sono qui con la recensione di un libro che attendevo da tanto. Per questo evento ringrazio tantissimo la mia amica Franci e l’editore per averci dato la possibilità di leggere il romanzo in anteprima.

  • Titolo: Renegades: identità segrete
  • Titolo originale: Renegades
  • Autrice: Marissa Meyer
  • Traduttrice: Claudia Milani
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804755470
  • Casa editrice: Mondadori 
Trama

L'Era dell'Anarchia avrebbe potuto proseguire all'infinito. Poi, quasi all'improvviso… la speranza. La speranza che risplendeva luminosa, vestita con mantelli e maschere. La speranza, bellissima e piena di gioia, che prometteva di risolvere tutti i problemi, di trafiggere i nemici con la spada della giustizia. La speranza che prendeva il nome di Rinnegati. Sono passati ormai dieci anni da quando i Rinnegati, un gruppo di giovanissimi Prodigi, uomini e donne dotati di poteri straordinari, decisero di usare le loro capacità per contrastare il caos generato dal governo degli Anarchici su Gatlon City, e riportare ovunque pace e stabilità. Da quel momento i Rinnegati sono diventati per tutti i paladini della giustizia, un simbolo vivente di fiducia nel futuro e coraggio. Per tutti tranne ovviamente per gli Anarchici superstiti che, a loro volta dotati di poteri, sono fuggiti dalla città e per anni, di nascosto, hanno cercato di riorganizzarsi per portare a compimento il progetto originale del loro defunto leader Ace. Tra loro adesso c'è anche Nova, la nipote diciassettenne dell'uomo. Lei stessa un Prodigio, è affamata di vendetta e pronta a tutto pur di ottenerla. Anche a partecipare a un'operazione di infiltrazione tra le fila nemiche. L'incontro con Adrian, un Rinnegato dall'animo ribelle che crede fermamente nella giustizia, però, potrebbe rischiare di sconvolgere i suoi piani: a un passo dalla grande battaglia che attende Rinnegati e Anarchici, i sentimenti infatti possono diventare un nemico spietato...


Recensione e commento

Marissa Meyer è un’autrice internazionale fra le più acclamate, eppure, dopo le Cronache Lunari, pubblicate tra il 2012 e il 2017 e poi cadute nel dimenticatoio per un po’ di tempo, in Italia sono finalmente arrivati Gilded e la sua serie fantasy supereroistica Renegades.

Su questo titolo ho dei sentimenti ambivalenti, perché da un lato ne ho davvero apprezzato i contenuti, il messaggio e la scorrevolezza della prosa, dall’altro non mi sono affezionata ai personaggi come avrei sperato. Andando con ordine, posso dire che troviamo alcuni dei poteri classici dei supereroi, come il controllo degli elementi, l’invisibilità, l’invulnerabilità ai proiettili, mentre altri sono veramente originali, come disegni in grado di prendere vita o il sangue usato per creare delle armi.

Ho apprezzato tantissimo le tematiche, che ruotano attorno a Renegades, soprattutto quella che riguarda il mettere dei limiti a chi non ha limiti. In un mondo governato dai supereroi che sono legislatori, governatori e giudici, chi decide dove finisce il loro potere, dal momento che sono onnipotenti? Renegades parla di questo e di come bene e male si sfumino non tanto nel senso che in noi sono sempre presenti entrambi, ma che spesso questi sono più una questione di prospettiva sugli eventi e sul mondo. 

Ho amato molto le riflessioni che questa lettura mi ha suscitato, ma ora veniamo alle note dolenti. Tanto per cominciare, come ho detto all’inizio, non ho sentito un particolare attaccamento emotivo verso i personaggi, forse perché il libro è più lungo di quello che secondo me sarebbe servito, anche perché in alcune occasioni diventa ridondante. Inoltre, il personaggio di Nova mi è sembrato troppo simile a quello di Cinder, la protagonista del primo libro delle Cronache Lunari, anche se meno caratterizzata. Poi, a mio avviso la resa in italiano dei nomi dei supereroi non è sempre vincente, perché rende il tutto un po’ provinciale: non sono riuscita a prendere sul serio personaggi che dall’originale Stingray, perché provvisti di pungiglione paralizzante, diventano Pastinaca, che più che un nome da supereroe sembra un antipasto. 

In generale è una lettura che ho apprezzato e non presenta particolari criticità, anche se è mancata un po’ di rotazione per essere un libro che potesse rientrare tra i miei preferiti. Effettivamente ottimo per i periodi di stress, io l’ho letto in un periodo di sovraccarico mentale e mi è servito a staccare un po’.



lunedì 20 novembre 2023

La Lingua delle Spine

Ciao, bellezze, sono felicissima di ritrovarvi oggi sul blog per questa uscita attesissima. Per questo evento ringrazio la mia amica Franci e l’editore per averci dato la possibilità di leggere il libro in anteprima.

  • Titolo: La Lingua delle Spine
  • Titolo originale: The Language of Thornes
  • Autrice: Leigh Bardugo
  • Illustratrice: Sara Kipin
  • Traduttrice: Roberta Verde
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804
  • Casa editrice: Mondadori
Trama


Un mondo di oscuri affari stipulati al chiaro di luna, città infestate da spiriti, foreste inquietanti e bestie parlanti. Qui la voce di una giovane sirena può evocare tempeste mortali e un fiume può eseguire gli ordini di un ragazzo innamorato, ma solo a un prezzo indicibile. Ispirandosi a miti, folklore e fiabe, Bardugo ha scritto una raccolta di racconti straordinariamente ricchi di atmosfera, pieni di tradimenti, vendette, sacrifici e amore. Perfetti sia che siate suoi nuovi lettori sia che siate fan accaniti, questi racconti vi trasporteranno in terre familiari e misteriose, in una realtà pericolosamente intessuta di magia che milioni di persone hanno conosciuto e amato attraverso i romanzi del GrishaVerse.

Recensione e commento


Per me Bardugo è per me croce e delizia, per lei ho scritto le recensioni più entusiastiche e quelle più cattive, quindi per me è sempre un piacere tornare nel Grishaverse, per quanto in punta di piedi e talvolta con timore. 

Mentre leggevo La Lingua delle Spine mi ritrovavo a pensare che questo fosse il modo giusto di tenere vivo il mondo secondario tanto amato una volta che le trame sono esaurite, prima ancora di vedere che Bardugo stessa, nella nota finale dice qualcosa del genere. Infatti, La Lingua delle Spine nasce prima di Le Vite dei Santi, ma si muove sullo stesso principio. Se Le Vite dei Santi è un’agiografia e quindi una racconta religiosa, La Lingua delle Spine è invece una raccolta di racconti popolari di tutti gli angoli del mondo creato dall’autrice. Gli stili dei racconti sono i più disparati e vanno dalla favola con animali parlanti, alla fiaba con popolane che cercano l’avventura, al retelling, al romanzo ottocentesco. Nonostante il ricalcare queste forme classiche, i racconti sono molto moderni nei contenuti, mi ha colpita molto specialmente l’indagine del femminile, sempre variegato, a volte vittima e a volte carnefice, ma mai banale o già visto. Molto forte è la componente della sorellanza, che spesso manca nella fiaba classica, dove la strega va annientata e la matrigna uccisa. Ciascun racconto racchiude un colpo di scena e un finale dolceamaro, inaspettato.

Le illustrazioni di Sara Kipin, poi, sono qualcosa di spettacolare, perché fungono letteralmente da cornice al testo, ma con esso progrediscono, perché iniziano in modo minimale per poi aggiungere via via dettagli man mano che la storia va avanti per sfociare in un bellissimo disegno su due pagine che mostra una scena saliente della storia appena letta.

La Lingua delle Spine è un libro perfetto per essere letto in questa stagione, a metà tra la spooky season e il periodo natalizio, perché le ambientazioni sono spesso invernali (c’è persino un racconto che ricalca la storia dello Schiaccianoci di Dumas), ma spesso con una componente disturbante o macabra.

Se volete tornare nel Grishaverse ma non volete buttarvi su libri dalla trama annacquata, La Lingua delle Spine è il libro che fa per voi.

Come leggere i libri di Leigh Bardugo per non avere spoiler:

  1. Tenebre e Ossa
  2. Assedio e Tempesta
  3. Rovina e Ascesa
  4. Sei di Corvi
  5. Il Regno Corrotto
  6. The Language of Thorns (inedito in Italia)
  7. Il Re delle Cicatrici
  8. Le Vite dei Santi
  9. La Legge dei Lupi

Altri (non Grishaverse)




mercoledì 8 novembre 2023

Lavinia

 Ciao, bellezze! Sono felicissima di essere qui oggi a parlarvi di un libro del quale ho aspettato per anni la riedizione. Avevo già letto Lavinia nella sua prima traduzione di Cavallo di Ferro e sono contenta che finalmente Vega riportato nelle librerie dopo essere stato introvabile per decenni. Per questo, non posso che ringraziare la mia compagna di avventure Francesca per aver organizzato l’evento (ed è anche la persona che mi aveva regalato il libro nella vecchia edizione) e l’editore per averci dato la possibilità di leggere il romanzo in anteprima.


  • Titolo: Lavinia
  • Titolo originale: Lavinia
  • Autrice: Ursula K. Le Guin
  • Traduttrice: Chiara Reali
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804762737
  • Casa editrice: Mondadori
Trama


Unica figlia del re latino, la giovane Lavinia è corteggiata da Turno, re dei Rutuli. Il suo destino però è quello di sposare il principe esule venuto dall'Oriente, Enea, e da lui generare una stirpe che governerà il mondo. Un legame da cui nascerà un impero, ma al prezzo di un conflitto sanguinoso. Nonostante sia un personaggio cruciale nell'Eneide, in tutto il poema Lavinia non pronuncia una sola parola. Duemila anni dopo, finalmente Ursula Le Guin restituisce la voce alla principessa italica. Prendendo in mano la propria sorte, la giovane svela ciò che Virgilio ha taciuto: la storia della sua vita, l'amore della sua vita. Lavinia è una rilettura attuale ed emozionante degli ultimi sei libri dell'Eneide: un romanzo di austera bellezza che, come la migliore epica classica, parla di guerra e di passioni, intessendo un racconto ricco di dettagli e immaginazione, premiato con il Locus nel 2009.


Recensione e commento


Non so veramente cosa dire. Lavinia è uno di quei (pochi) libri che sono riuscita a leggere senza pensare a nulla se non alla storia che contengono. I libri che mi hanno fatto quest’effetto si possono contare sulle dita di una mano e sono quelli in cui il lato tecnico è talmente elevato e padroneggiato senza sforzi o pavoneggiamenti da mettersi completamente al servizio del messaggio di fondo: tecnica e contenuto non solo vanno di pari passo, ma si amalgamano.

Ursula del mio cuor

Inoltre, Lavinia è il primo retelling mitologico in grado di soddisfarmi. In quelli scritti in questi ultimi anni, la figura mitologica di riferimento è trattata spesso e volentieri come vittima delle circostanze, banderuola nelle mani del destino di cui le persone brutte, sporche e cattive si approfittano. Ecco, Lavinia no. Lavinia agisce all’interno di un ruolo socialmente rigido, è vero, ma all’interno di quel ruolo è pienamente padrona di sé stessa ed è una protagonista attiva che ha ben chiaro il concetto di pietas e mai accetta di venir meno al suo dovere neanche davanti alle prepotenze di chi sta, in linea teorica, più in alto di lei. Non è, insomma, il solito retelling mitologico che, nella speranza di far emergere la figura femminile, la circonda di figure maschili che non si subiscono. Lavinia non ha bisogno di questo per emergere, perché non è mai vittima. Le sue fasi della vita, da bambina a fanciulla, da fanciulla a moglie, da moglie a madre e da madre a vedova sono tutte pienamente vissute fino in fondo, da parte sua non ci sono piagnistei nemmeno nei momenti di profondissimo dolore, la sua sofferenza è sempre vissuta al massimo esattamente come la gioia, in modo lucido, con una saggezza, una maturità emotiva e tridimensionale che a molte protagoniste oggi manca. Inoltre, l’autrice non usa la scusa della riscrittura del mito per proiettare sulla protagonista idee troppo moderne rispetto al periodo storico dell’ambientazione, anzi, il suo essere immersa nell’antichità come donna del suo tempo e ciò che permette a Lavinia di essere universale e immortale.

Lo stesso Enea non è il solito marito possessivo privo di empatia e tronfio nel proprio ruolo, quanto un uomo ritratto nella sua mitezza quotidiana, quando non è mostrato nella furia per la quale era famoso in battaglia. Un eroe noto per la sua incrollabile pietas e un degno compagno per una donna sensibile come Lavinia. Non è, insomma, il classico uomo che non deve chiedere mai impegnato a spadroneggiare su tutto quello che ritiene suo, ma piuttosto un essere umano pieno di dubbi, riflessivo e saggio che ha a tratti bisogno di essere sostenuto da Lavinia, la quale non è una donzella indifesa né un trofeo: è una donna spiritualmente centrata alla quale rivolgersi nei momenti di crisi. 

Con pochissime parole e con una poetica chiarezza di pensiero Ursula K. Le Guin è riuscita a ritrarre in modo vivido e realistico una figura mitologica della quale non ci è pervenuto tantissimo, poiché appare nell’Eneide solo marginalmente e quasi tutto quello che sappiamo di lei è stato scritto da Tito Livio, per cui l’autrice ha potuto inventare la sua voce quasi da zero, pur non ricorrendo mai a lunghe spiegazioni. Le Guin ha voluto dare voce a una donna che fino a questo punto è stata una comparsa, offrire una scelta a colei che è stata ritratta come causa involontaria, ma mai la narratrice si fa carico del compito di educare chi legge. Lavina non è un libro didattico e non ci saranno gli spiegoni lunghi e prolissi che tanto mi danno fastidio quando le autrici americane cercano di insegnarmi qualcosa che ho abbondantemente studiato a scuola. Sono molte le scene di vita quotidiana in cui vengono raccontate le attività femminili; la guerra, infatti, è qualcosa che Lavinia conosce marginalmente, per sentito dire o perché vede le cose dall’alto, poiché non può viverle in prima persona.

La maestria di Le Guin si spinge al punto da riuscire a integrare anche Virgilio, figura che le consente di citare marginalmente anche Dante. Lavinia, nella finzione letteraria, è consapevole di essere una figura a cui è stata data vita solo tramite le parole del poeta, che, quasi per ironia della sorte, subisce la pena del contrappasso dantesco e non viene mai nominato, come le anime del limbo a cui lui stesso appartiene. Il suo nome viene detto esplicitamente una sola volta in posizione di sostantivo inteso come sinonimo di “guida” e personalmente ho trovato geniale l’intera gestione della figura del poeta, del dialogo con la protagonista, di come lei stessa fosse consapevole di essere una figura letteraria e di come Virgilio sarebbe stato guida di qualcun altro dopo di lei. È attraverso tutte queste piccole sottigliezze che l’autrice riesce a dimostrare la sua eleganza letteraria: è evidente che dietro quest’opera, come ogni altra uscita dalla sua penna, ci sia uno studio matto e disperatissimo, ma lei non ha alcun bisogno di farne sfoggio perché riesce a metterlo al servizio della storia che sta narrando senza alcun bisogno di ostentazioni.

Lavinia è un titolo che avrei sottolineato dalla prima all’ultima riga, ho consumato un intero blocco di segnapagina per evidenziare i miei passaggi preferiti: quelli in cui ho ritrovato la me stessa di oggi o quella che sono stata o che sarò domani. Le parole di Le Guin hanno una potenza emotiva che riesce sempre a scuotermi e ad aprire una breccia nella mia anima, come se sapesse sempre quale tasto toccare, con delicatezza e fermezza. È un romanzo che è al tempo stesso scivolato via velocissimo e mi è rimasto dentro in modo permanente ed è il motivo per cui ho voluto parlarne, dato che non mi sento degna di recensire Le Guin. Non ho mai letto un retelling mitologico che anche soltanto vi si avvicinasse per qualità. Ve lo consiglio specialmente se avete già delle nozioni di epica, perché non è sicuramente un libro didascalico, ma sono sicura che potrete trovare in questo testo qualcosa che vi rappresenti anche qualora non abbiate mai approfondito il tema. 


lunedì 30 ottobre 2023

Wolfsong

  • Titolo: Wolfsong
  • Titolo originale: Wolfsong
  • Autore: T J Klune
  • Traduttrice: Alice Arcoleo
  • Codice ISBN: 9788804778066
  • Casa editrice: Mondadori

Trama

Ox aveva 16 anni quando ha incontrato un ragazzo sulla strada verso casa. Il ragazzo che parlava, parlava e parlava. Soltanto in seguito scoprì che il ragazzo non aveva aperto bocca per quasi due anni prima di quel giorno. Ox aveva 23 anni il giorno in cui la morte arrivò in città, scavandogli un vuoto nella testa e nel cuore. Il ragazzo rincorse il mostro con lo sguardo assetato di vendetta, lasciando Ox a raccogliere i cocci. Sono trascorsi tre anni da quel fatidico giorno… e il ragazzo è tornato. Ma ora quel ragazzo è un uomo e Ox non può più ignorare il canto che ulula tra di loro.


Recensione e commento

In genere concedo sempre una seconda opportunità a una penna che non mi è piaciuta la prima volta, per cui dopo il nulla cosmico emotivo suscitatomi da La Casa sul Mare celeste, ho voluto dare il beneficio del dubbio a T J Klune con questa lettura a tema licantropi. E temo di dover ormai constatare che questo autore non faccia per me e mi devo rassegnare.

Ma andiamo con ordine. Tanto per cominciare, ci tengo a precisare che questa nuova edizione targata Oscar Vault contiene la stessa traduzione che era stata già pubblicata nel 2020 da Triskell, per cui se possedete già quella sappiate che cambia solo la copertina e un capito bonus che comunque non cambia il senso generale di quello che contiene il corpo della storia. 

Per quanto riguarda il romanzo in sé, ho parecchie cose da dire. Tanto per cominciare che la scrittura di Klune non mi attraversa emotivamente né nel bene né nel male, per me leggere questo libro è stato molto simile a leggere un manuale, nel senso che è stato come e le emozioni non dovessero essere coinvolte. L’unica sensazione che sono riuscita a provare durante la lettura è stato l’occasionale disgusto quando i liquidi corporei altrui venivano descritti con dovizia di particolari, tutti gli altri pregi e difetti che ho trovato sono stati frutto di un’analisi a posteriori molto distaccata.

La primissima cosa che mi preme dire per quanto riguarda ciò che non va in questa lettura è che il protagonista Ox (sì. Ox. Klune ha chiamato il suo protagonista “Bue”), sedicenne all’inizio della storia, incontra Joe, il suo ”compagno” quando aveva ben dieci anni. Ora. Per quanto non succeda nulla di sessuale fino al raggiungimento della maggiore età di Joe, non capisco, umanamente parlando, come il fatto che uno sia quasi adulto e l’altro sia in età prepuberale possa non mettere a disagio. Trovo assurdo trovarmi qui a tentare di spiegare perché questa cosa sia tanto sbagliata, eppure su piattaforme come GoodReads ho trovato diversi commenti che davano delle puritane a persone che avevano un’opinione simile alla mia, per cui immagino che le parole che ritenevo superfluo spendere su questo tema, alla fine non lo siano, quindi eccoci qui. Tanto per cominciare, il concetto di mates ha un po’ stancato, perché priva l’individuo della libertà di scelta: sebbene all’interno della trama venga detto più volte che questa libertà di scelta esiste, la verità è che sapevamo benissimo fin dall’inizio come sarebbe andata a finire. Raga, seriamente, trovo assurdo trovarmi qui a dire che una dinamica del genere che coinvolge un bambino di dieci anni è inquietante e sbagliata e trovo altrettanto assurdo che una persona che esprime un legittimo disagio si senta dare della bacchettona. In secondo luogo, Joe si dimostra in numerose occasioni un ragazzino possessivo, geloso e manipolatore anche prima di poter avanzare delle pretese sul rapporto con Ox. La loro relazione, infatti, non ha niente di diverso da tutte le altre ritratte in romanzi dello stesso genere: sono una coppia composta da due individui che avrebbero tanto bisogno di psicoterapia per risolversi i traumi, che sono gelosi, possessivi, territoriali, insicuri e non si fanno problemi a minacciare violenza nei confronti dei rivali e come al solito tutto questo viene romanticizzato e trattato come fosse qualcosa di desiderabile.

Ricollegandomi a questo, la sensazione generale che ho avuto durante la totalità della lettura è stata di trovarmi davanti a un sottoprodotto di Twilight, sia per tutta la dinamica della relazione, sia per l’ambientazione in sé. In determinate scene ho proprio avuto dei dejà vu, sembrava quasi di vedere un remake, ma la sostanza era la stessa. Stessa ambientazione umida, alberata e cupa, stesso gruppo di persone unite tra di loro e molto chiuse rispetto agli agenti esterni, con meccaniche territoriali, possessive, con tanto di “mio” riferito alle persone. E quando il branco non riesce (o non può) risolvere le cose ricorrendo alla violenza, lo fa facendo girare un po’ di soldi (o minacciando di smettere di farlo). Inoltre, faccio fatica a capire come mai questo autore sia circondato da tanto clamore: ho trovato la sua prosa scadente e gretta. Non scarna, essenziale e provocatoria. Proprio scadente e gretta.


Invece, qualche elemento salvabile o neutro ci sarebbe. Una cosa che all’inizio mi stava convincendo è stata la scelta di Klune di ritrarre un protagonista neurodivergente, non mi lancio in diagnosi perché non è il mio mestiere, ma è lui stesso, nel suo flusso di coscienza e nei suoi dialoghi a dire di essere mentalmente lento. Eppure, per quanto all’inizio la cosa funzionasse bene, poiché Ox manca di malizia, di capacità di elaborare bugie convincenti un po’ come i bambini, da circa il 15% del libro in avanti il suo personaggi cambia radicalmente e questa sua caratteristica viene totalmente meno e sembra che la sua intera persona sia stata totalmente sostituita con un qualsiasi altro protagonista medio da quel punto del libro in avanti. Insomma, per quanto è riguardato Ox, è mancata un po’ di coerenza, anche per quanto riguarda la rappresentazione della sua bisessualità. C’è un momento del libro in cui Ox fa coming out come bisessuale e fin qui tutto benissimo, ma le ragazze dalle quali il protagonista è attratto o con le quali avrà una relazione sono macchiettistiche e restano sempre sullo sfondo, non hanno uno spessore e sono pretestuosamente messe nella storia solo per mostrare quando Joe, nel frattempo ancora imberbe, sia geloso e si strugga per amore. Inoltre, nella prima parte del libro il buon Ox intrattiene relazioni con uomini e con donne, con le quali, ci tiene a farcelo sapere, non ha mai avuto rapporti completi, ma ci viene fatto capire, in maniera neanche troppo velata, che comunque sono successe delle cose. Le stesse cose che succedono con le controparti maschili, alle quali però vengono dedicate righe su righe di particolari anatomici e liquami vari. In sé e per sé questo non è un problema: Klune, in quanto uomo gay, non ha corso il rischio di parlare di qualcosa che non conosceva e che non gli sarebbe riuscita bene, in più sicuramente conosce molto bene il suo pubblico e sa benissimo che è composto da persone non interessate a leggere scene etero. Fino a qui non sarebbe stato un problema, se non fosse che la questione è sfociata in una rappresentazione della bisessualità che non sta in piedi: non funziona perché a priori noi sappiamo già che non funzionerà e la prosa che esplicitamente ci dice che a Ox piacciono entrambe le portate del pranzo non serve a farci credere a quello che dice perché il tentativo è fiacco e le controparti femminili sono abbozzate ed esistono solo per entrare in scena in funzione di Ox e uscirne una volta che Joe si ingelosisce. Fine. Questa non è una rappresentazione adeguata, come invece penso fosse negli intenti dell’autore, e visto che narrativamente non è particolarmente rilevante non capisco perché inserirla, dato che non ha una funzione strutturale e non è nemmeno verosimile come vezzo narrativo. Non basta che respiri, lo standard di una buona rappresentazione deve essere migliore di così.

In sostanza, Wolfsong è un libro che non mi ha lasciato molto emotivamente, troppe cose non sono state di mio gradimento e immagino che questo sia il mio ultimo tentativo con questo autore, con cui ho poca affinità. Consiglio questo libro esclusivamente se avete un tipo di sensibilità diametralmente opposta rispetto alla mia.

lunedì 9 ottobre 2023

in memoriam

Ciao, bellezze! Per questa prima collaborazione con Garzanti, che ringrazio per la copia omaggio, non voglio indugiare nemmeno un secondo, per curi ringrazio Valeria per aver organizzato l’evento e cominciamo!


  • Titolo: In memoriam
  • Titolo originale: In memoriam
  • Autrice: Alice Winn
  • Traduzione di: Federica Merati & Roberta Scarabelli
  • Codice ISBN: 9788811008477
  • Casa editrice: Garzanti
Trama

Alla fine di tutto, per tutti, l'inverno diventa primavera. Quando ha ascoltato per la prima volta i versi di "In Memoriam" di Tennyson, Gaunt era all'ultimo anno di scuola. Ricorda perfettamente la voce baritonale del suo migliore amico Sidney mentre li recitava nel cortile del collegio, in un pomeriggio plumbeo. È stata una bella giornata, quella, pensa, sdraiato su una brandina cigolante, con la testa bendata e la mascella rigida. Rigida come la bocca spalancata del soldato che ha calpestato fuggendo per trovare riparo in trincea. Non riesce a toglierselo dalla testa e le uniche cose che lo tengono ancorato alla realtà sono Tennyson e le lettere che Sidney gli ha inviato dall'Inghilterra, dandogli notizie sui compagni, sulle lezioni, sugli studi. Gaunt darebbe l'anima per tornare a quei giorni, a discutere di metrica e poesia greca, invece di indossare la divisa. In collegio l'eco delle bombe e dei proiettili era pioggia, qui è tuono insondabile. Eppure ci sono quei versi. Eppure ci sono due braccia che lo stringono forte e un corpo caldo con cui condividere il misero spazio della brandina. Il respiro di Sidney, accanto a Gaunt, lo rassicura e, lentamente, lo rende consapevole del cuore che batte. D'altronde, la letteratura lo insegna: la tragedia della guerra non può annientare l'amore. Una storia che racconta ombre e luci dell'inizio del Novecento, attraverso gli occhi di due giovani uomini che trovano l'uno nell'altro la forza di superare l'insensatezza del conflitto e consolazione nell'immortale lezione dei classici, appresa tra i banchi di scuola.


Recensione e commento 

Il romanzo storico è uno dei miei generi preferiti, anche se non lo leggo spesso quanto mi piacerebbe, per cui non mi sono fatta sfuggire l’occasione di leggere In memoriam appena è stato pubblicato in italiano, dopo che la mia amica Valeria me ne aveva parlato così bene in privato.

Ho diverse cose da dire su questo titolo, alcune molto positive, altre meno, e a volte le une sfumano nelle altre. Ad esempio, ho apprezzato moltissimo la parte relativa alla ricostruzione storica della Pima guerra mondiale, ma molto meno quella relativa alla trattazione dell’omosessualità in quegli anni. 

Volendo sviscerare questo secondo aspetto, che è quello che troviamo proprio in apertura del libro, sono rimasta perplessa da come sia stato affrontato all’interno del contesto del collegio maschile degli anni Dieci. Se da un lato è vero, storicamente e sociologicamente attendibile che nei luoghi abitati da persone di un solo genere ci sia un alto tasso di rapporti omosessuali, come appunto i collegi o le carceri, è anche vero che spesso si tratta di rapporti puramente punitivi e soverchianti finalizzati alla dominazione, e nel contesto del romanzo nello specifico mi ha un po’ spiazzata vedere che all’interno della scuola ci fosse questo nonnismo che sfociava nella violenza sessuale (ripeto, anche in modo storicamente accurato), ma che ciò venisse riconosciuto come tale dalla voce narrante solo a posteriori, mentre sul momento diversi di questi rapporti venissero romanticizzati e mostrati sotto un occhio un po’ feticizzante, più che critico o quantomeno distaccato. 

Sempre relativamente a questo tema, ci sono state altre due occasioni che mi hanno fatto storcere il naso e sono strettamente legate alla guerra e alle sue dinamiche. Tanto per cominciare, per essere gli anni Dieci del Novecento, c’è stata un po’ troppa apertura mentale, nel senso che quando l’omosessualità dei due protagonisti saltava fuori, per un motivo o per l’altro, la reazione generale in soldoni era “ma sì, alla fine ciascuno è fatto a proprio modo”. In questo libro c’è un solo omofobo (passatemi il termine filologicamente poco accurato per un periodo in cui era la norma e non un fenomeno da combattere) e addirittura cerca di fare ammenda, mentre tutte le altre persone, soprattutto i soldati, hanno una reazione assolutamente moderna e invidiabile per quello che ai tempi era un crimine da corte marziale e pena capitale. Da qui il secondo elemento: sarebbe stato interessante, nel contesto tragico, assurdo, paradossale e logorante della guerra di trincea, vedere come un omosessuale avesse anche la preoccupazione di non farsi scoprire dai suoi stessi compagni, oltre che di non farsi uccidere dai nemici, mentre qui la preoccupazione, per quanto legittima, è quella di raggiungere l’altro e assicurarsi che stia bene.

Ma non mi fraintendete, ho speso fiumi di parole per dire quello che non ho apprezzato, ma il libro, nel suo complesso, mi è piaciuto e mi ha fatto molto riflettere. La parte relativa alla guerra, infatti, è costruita molto bene, è convincente ed è impossibile che lasci emotivamente indifferenti. Una pagina dopo l’altra viviamo sulla nostra pelle il massacro di un ragazzino dopo l’altro. Ragazzini, spesso minorenni, cresciuti con i classici Greci e Latini che dichiarano il falso pur di arruolarsi, che hanno gli occhi che brillano al pensiero delle gesta eroiche che compiranno in battaglia. Ragazzini che volevano essere Leonida e alla fine sono meno che carne da macello. Non mi viene in mente nemmeno un paragone, perché la carne da macello almeno serve a qualcosa, un animale, con tutte gli scrupoli etici che si può avere, muore per essere mangiato, mentre il muro di ragazzini, sporchi, denutriti, infreddoliti, scalzi, mandati a prendere proiettili in battaglia sono serviti solo a riempire le fosse di una guerra pretestuosa, stupida, che non è servita a niente e a nessuno se non a sventrare un impero troppo scomodo a spese di milioni di innocenti. Alice Winn è stata bravissima a far trasudare le pagine di rabbia e di senso di ingiustizia ed è riuscita a dipingere in modo impeccabile quanto tutta la società fosse impregnata da questo bellicismo interiorizzato: l’estetizzazione della guerra non riguardava solo i ragazzi che volevano andare in guerra per dimostrarsi uomini, ma anche le madri che domandavano loro di arruolarsi per trarne dei vantaggi sociali e le complete estranee che per strada davano dei codardi ai ragazzi intorno ai diciotto anni perché il culto della guerra, una guerra che è stata presa sotto gamba, che doveva essere veloce e indolore e portare gloria all’impero inglese, in qualche modo riguardava anche loro, come se spingere i ragazzi in guerra fosse parte del loro compito sociale. Ci sono scene che indignano al punto da voler quasi strappare il libro, come quando un superiore rimprovera ai soldati semplici di non aver lucidato i bottoni anche se sono appena usciti, traumatizzati e a mala pena in piedi, da una missione suicida. Sono le scene che ho trovato più significative, perché nella loro emotività fanno anche comprendere la grande insensatezza della guerra e la mancanza di scrupoli di chi sta in alto.

Ho molto apprezzato la scelta dell’autrice di non mostrare i tedeschi come dei mostri: anche loro sono profondamente umani, anche loro sono dei ragazzini, esattamente come gli inglesi, e anche loro sono in trincea a sprecare le loro giovani vite per una guerra inutile, pretestuosa e che non hanno chiesto. I soldati tedeschi saranno capaci di gesti di grande umanità, non in modo apologetico, non per mostrarli come pecorelle smarrite e incomprese, ma solo per mostrare quanto fossero persone capacissime dell’umanità normale, basica, che in questo inferno brilla come straordinaria. 

Per quanto il libro sia nel complesso pregevole, alcuni problemi sono derivati dalla traduzione in italiano, che nella prima parte è un po’ carente perché riporta male alcune età anagrafiche, con risultati grotteschi, cambia la punteggiatura dei periodi (e con essa il loro senso), oltre al fatto che alcune espressioni vengono rese in modo anacronistico, con dei termini non ancora esistenti in quel periodo. Tuttavia, a onor del vero, questo problema non si presenta nella seconda parte del libro. Giuro che ho controllato tutto prima di scrivere questo paragrafo, non linciatemi, ma giuro che ci sono stati dei momenti in cui la sospensione dell’incredulità è venuta meno proprio perché alcune cose non tornavano e andando a controllare in originale invece erano corrette.

Tirando le somme, In Memoriam è un bellissimo libro sulla Prima guerra mondiale, dal quale scaturiscono numerose riflessioni, mentre la parte relativa all’omosessualità è più che altro una love story in condizioni tragiche senza troppe implicazioni sociali. È una lettura che, nel bene o nel male, non può lasciare indifferenti.

domenica 1 ottobre 2023

La Cattedrale di Sabbia

Buongiorno, bellezze! Per l’evento di oggi devo ringraziare Graziella, che ha organizzato, e l’editore che ci ha fornito la copia in anteprima. Senza ulteriori indugi, cominciamo!

  • Titolo: La Cattedrale di Sabbia
  • Autore: Leonardo Patrignani
  • Lingua originale: italiano
  • Codice ISBN: 9788804758104
  • Casa editrice: Mondadori
Trama

La Milano del 2045 è una metropoli ipertecnologica, in cui le realtà virtuali e aumentate operano una costante distorsione del mondo e dell'identità delle persone. Stefano Valeri è un brillante neuroscienziato e ricercatore per Engram, azienda all'avanguardia nel campo delle interfacce neurali. La moglie Arianna Molinari, stimata neuropsicologa, lavora a stretto contatto con il suo dipartimento. Fino al giorno dell'attentato. Da quando, quattro anni prima, Arianna è rimasta vittima di un attacco terroristico nel corso di un importante convegno scientifico, l'uomo vive infatti come un relitto umano, rintanato nella sua solitudine. Ma quando scopre che il suo ricordo del momento in cui la moglie ha perso la vita è inattendibile, Stefano non ha alternativa: deve uscire allo scoperto e rimettere insieme i pezzi di un passato carico di enigmi e traumi irrisolti. Come sono andate davvero le cose? Su quale genere di anomalie della memoria stava indagando Arianna e chi poteva avere interesse a fermarla? Soprattutto, cosa sta per succedere nel mondo, se nessuno può più fidarsi dei propri ricordi?


Recensione e commento

In psicologia si chiama “sincronicità” quel fenomeno per cui una coincidenza diventa rilevante nella nostra vita. Due eventi casuali si verificano nello stesso momento ma per quanto non siano direttamente collegati possono avere un valore per noi, per esempio, se devi andare al lavoro e non ti suona la sveglia è una sfortunata coincidenza, ma se il giorno in cui non ti suona la sveglia è l’undici settembre 2001 e tu lavori al World Trade Center, be’, quella si chiama sincronicità.

Tutta questa lunghissima premessa solo per dire che non posso essere oggettiva su Leonardo Patrignani: è sempre entrato nella mia vita con delle coincidenze inquietanti, ogni singola volta. E questa non è da meno, perché in La Cattedrale di Sabbia, fra le altre cose, affronta dei temi che ho cercato di sviscerare con la mia psicologa appena il giorno prima di cominciare la lettura in vista di questo evento.

Ecco, allora partiamo da qui, dalla psicologia. I personaggi sono psicologicamente ineccepibili non solo nella loro caratterizzazione statica individuale, anche nel percorso che intraprendono hanno degli archi di formazione credibili e verosimili, oltre che nelle relazioni interpersonali fatte di sfumature e scale di grigi. In più, è proprio la psicologia, assieme alle neuroscienze, il tema chiave di questo romanzo. A Patrignani non si può rimproverare di non aver fatto i compiti a casa, perché si vede che ha studiato tantissima letteratura scientifica per essere in grado di mettere insieme una trama accattivante e che non presentasse inesattezze tecniche tali da spezzare la sospensione dell’incredulità. Oltre a questo, si vede benissimo che di certe cose l’autore ha un’esperienza diretta, come il lutto, argomento che resta aleggia sempre onnipresente sulla trama, quando non è trattato in maniera esplicita. C’è il vuoto della mancanza, il senso di colpa del sopravvissuto, il non detto, il tentativo di elaborare la morte e trovare la soluzione tecnologica per ricongiungersi con un essere umano unico e irripetibile che non esisterà più. Emotivamente, questo è l’elemento che mi arriva sempre più forte nelle sue storie e mi dispiace tanto per lui. 

E collegato a doppio filo al tema della psicologia, delle neuroscienze, è quello della tecnologia, che all’inizio temevo sarebbe stato sviluppato in modo vecchio e quasi complottista, ma mi sono ricreduta strada facendo. Come ogni nuova tecnologia, da un lato esiste il panico dovuto all’ignoto, ma dall’altro delle legittime paure relative alle ricadute sociali. Nello specifico, in La Cattedrale di Sabbia i ricordi degli individui possono essere modificati e manipolati, così che le persone facciano sempre più fatica a distinguere la realtà dal mondo digitale, se poi una sia ancora sensato domandarsi se tale divisione ancora esista. Sotto questo aspetto, temevo che assieme al tema dello sviluppo tecnologico, anche quello del mistero da risolvere sarebbe stato sottotono e già ampiamente sfruttato, e un’altra volta sono stata felicemente smentita, perché la trama si fa via via più ingarbugliata, con vicoli ciechi e svolte inaspettate, alleati nuovi e insospettabili e colpevoli che poi sono innocenti. Non ho previsto nemmeno una delle cose che sono successe ed è stato questo, principalmente, a tenermi incollata alle pagine fino a fine lettura.

Un altro elemento che ho apprezzato particolarmente è l’ambientazione. Basta americanate di sparatorie con i laser, perché La Cattedrale di Sabbia è ambientata a Milano nel 2045 e sono felicissima di constatare che esistono ancora le identità regionali. In un mondo di protagonisti che si chiamano John o Steven, Patrignani crea dei Piercarlo (quanto è milanese come nome? Quanto?), Guido, Martina e così via. Nessun anglicismo ingiustificato, niente “General Hospital”, ma solo Niguarda, e sicuramente mettere in scena questa storia in un posto che conosce come le sue tasche gli dà la possibilità di parlare del divario sociale ed economico che la tecnologia non sarà in grado di colmare, oltre che di rendere credibile un’ambientazione che ama ma della quale vede i difetti.

Ne è passata di acqua sotto i ponti dai tempi di Multiversum e lo stile di Patrignani è innegabilmente migliorato, più elastico e ricco anche nelle metafore, ma se proprio devo sforzarmi di trovare un paio di difetti, mi verrebbe da dire che forse avrebbe potuto essere leggermente più corto e che alcuni dialoghi mi sono risultati un po’ macchinosi, ma complessivamente è una storia che mi è entrata nel cuore.

Nel complesso, sono davvero soddisfatta di La Cattedrale di Sabbia, per la quale, per qualche motivo, avevo aspettative ingiustificatamente basse. Alla fine si è rivelata una lettura catartica e profonda, perfetta per la stagione della vita che sto vivendo. Non è un romanzo perfetto (ma la perfezione non è di questo mondo), ma mi ha fatta sentire meno sola e al tempo stesso mi ha intrattenuta.

mercoledì 27 settembre 2023

La Maledizione del Ragno

Ciao, bellezze! Sono eccitatissima per la recensione di oggi, quindi senza indugi ringrazio la mia amica Franci per aver organizzato questo evento e l’editore per la copia omaggio. Cominciamo.


  • Titolo: La Maledizione del Ragno
  • Titolo originale: Unraveller 
  • Traduzione di: Giuseppe Iacobacci, Annamaria Biavasco
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804771029
  • Casa editrice: Mondadori

Trama


Se volete recarvi nelle terre di Raddith, non fatevi cogliere impreparati: portate con voi una zanzariera e una coperta calda. E se da lì vi inoltrerete nelle foreste acquitrinose velate di ragnatele, i Meandri, indossate stivali robusti e munitevi di coraggio e ingegno. Alcuni abitanti di Raddith, quelli posseduti dal seme dell'odio donato loro da piccoli ragni, sono capaci di scagliare maledizioni contro i loro nemici. Perciò cercate di non farvi odiare da nessuno. Le maledizioni sono infatti capaci di rubare l'anima delle persone, di trasformarle in nuvole, api, uccelli. E solo un ragazzino, Kellen, è in grado di scioglierle. L'ha fatto per la sua migliore amica, Nettle, e lo farà per chiunque gli chiederà aiuto. Ma ora anche lui è stato maledetto, e una banda criminale di nome Salvezza sta radunando intorno a sé i maledicenti per usarli a scopo offensivo e stabilire un nuovo ordine. Se Kellen non riuscirà a liberarsi, niente potrà più essere salvato... Età di lettura: da 13 anni.


Recensione e commento 

La Maledizione del Ragno è il terzo libro di Frances Hardinge che mi capita di leggere, dopo L’Albero delle Bugie e Una Ragazza senza Ricordi, e nonostante io non possa vantare di aver letto l’intera produzione di questa autrice, posso affermare che questo sia al momento il mio preferito a mani basse. 

Andiamo con ordine. Tanto per cominciare, il sistema magico è tra i più originali che io abbia mai visto. Scordatevi poteri noiosi come controllare il fuoco, far volare cose e leggere nel pensiero, perché Kellen può sbrogliare i fili delle maledizioni che vengono scagliate, il che è fantastico, se non si considera che abbia come effetto collaterale la distruzione di qualsiasi cosa sia composta da fili e trame come coperte, vestiti, corde, arazzi. Penso che un potere tanto inaspettato avrebbe potuto essere pensato esclusivamente da Frances Hardinge che qui ha veramente tolto i freni alla fantasia. Se i primi due romanzi di sua produzione erano ambientati in un mondo molto simile a quello primario nell’età vittoriana, qui il worldbuilding è inventato di sana pianta, incluse le creature che lo abitano. Non è un mondo tenero e carino, ci sono creature che si staccano le mani per lasciarle in giro come trappola per catturare degli sventurati, o ancora creature magiche senza volto con le mani a forma di libro davanti alle quali non si può mentire. Frances Hardinge dà vita tutto questo in modo convincente e organico, nonostante la sua inventiva non ci sono mi dettagli inutili o che non torneranno utili nella trama al momento giusto. Inoltre, rispetto agli altri due romanzi, questo mi è sembrato meno “rigido”: sia in L’Albero delle Bugie che il Una Ragazza senza Ricordi Hardinge ha sentito l’esigenza di spiegare il messaggio in modo letterale e didascalico verso la fine di ciascuna storia, si percepiva proprio che non voleva essere fraintesa, per cui ha deciso di imboccare a chi leggeva la spiegazione di ciò che aveva davanti agli occhi. In La Maledizione del Ragno, invece, il messaggio va avanti da sé: è un libro sicuramente pensato, ma più rilassato nella messa in pratica.

E questo messaggio quale sarebbe? In realtà sono molteplici, perché con Hardinge ci sono sempre varie chiavi di lettura. Tanto per cominciare, nel suddetto worldbuilding sia il sistema religioso che quello di governo sono interamente basati sulle leggi di mercato. Il mercato è esso stesso religione e il governo si occupa esclusivamente di mercato, per cui io non potevo che vederci una critica al capitalismo e alla società della performance, anche in virtù del fatto che chiunque non sia utile al processo produttivo viene ostracizzato, incluso il protagonista, che con il suo dono di disfare maledizioni e tessuti non è di sicuro benvenuto in un villaggio di tessitori. Tutta la questione delle maledizioni, poi, è interpretabile in vari modi e le conclusioni a cui si giunge non sono sempre in linea con ciò che penso io come individuo, eppure questo è un punto a favore di questo romanzo, perché è riuscito a farmi vedere altre prospettive senza scadere in retoriche trite e ritrite. Su moltissime cose, invece, concordo: così come si critica la società della performance, viene criticato anche il sistema giudiziario basato sulla punizione non sulla riparazione. I maledicenti, che possono talvolta essere metafora della delinquenza, talvolta della malattia mentale, vengono semplicemente chiusi in un luogo in cui stiano alla larga dalle persone comuni, lontano dagli occhi e lontano dal cuore, ma i problemi non si risolvono così, infatti l’intera storia ruota attorno al riconciliare due fazioni che…hanno entrambe torto. Bisogna ricondurre alla ragione chi pensa che i problemi si risolvano escludendo e chi pensa di farsi accettare ricorrendo alla violenza, perché chiunque di noi, in circostanze diverse, è perfettamente in grado di essere sia vittima, sia carnefice. Hardinge è magistrale nel mostrare sia come le vittime possano non essere sante, sia come i maledicenti possano non essere mostri e come spesso queste due nature si confondano l’una nell’altra.

Per fortuna, proprio quando ho temuto che questo discorso potenzialmente interessante rischiasse di essere riassumibile in una frasetta motivazionale in stile Tumblr, la trama mi ha stupita prendendo una sterzata improvvisa che va sì verso l’abbracciare la propria natura, includendo sì il proprio lato oscuro, ma senza indulgervi, senza assecondarlo. Ho molto apprezzato come sia stata una storia che elogiasse la gentilezza e che mostrasse quanto questa sia in realtà frutto di un volontario sforzo quotidiano, faticosissimo e delicato.

A questo proposito, non so quanto fosse intento dell’autrice, ma in questo libro ho visto anche un discorso antispecista non solo perché ci sono dei personaggi animali, ma soprattutto perché vengono considerati alla stregua di umani, oppure c’è una critica quando non è così. Non voglio analizzare questo punto troppo nel dettaglio perché rischio di inciampare in uno spoiler, ma sappiate che moltissime maledizioni ruotano attorno al vivere esperienze traumatica in forma animale o nel subire le conseguenze di averne ferito uno. Il discorso antispecista non è solo in chiave negativa, c’è anche tantissimo amore nel considerare un gabbiano come proprio fratello o nell’ adorare dei ragni magici che possono fare praticamente qualunque cosa. È la prima volta che mi capita di leggere un libro simile e ne sono rimasta stupita. 

Per chiudere, come avrete capito, sono rimasta totalmente stregata da La Maledizione del Ragno, una lettura profondissima che mi ha commossa sul finale, una storia che insegna il valore del compromesso senza mentire sulle difficoltà dell’essere persone buone. Vi sconsiglio la lettura esclusivamente nel caso in cui soffriste di aracnofobia o ornitofobia.

Storia naturale dei Draghi

Titolo: Storia naturale dei Draghi Titolo originale: A Natural History of Dragons Autrice: Marie Brennan Traduttrice: Annarita Guarnieri Li...