- Titolo: A Torch against the Night - Una Fiamma nella Notte
- Titolo originale: A Torch against the Night
- Autrice: Sabaa Tahir
- Traduttrice: Francesca Sassi
- Lingua originale: inglese
- Codice ISBN: 9788834744598
- Casa editrice: Fanucci
Il mondo non è sicuro per il Cavaliere dei Draghi Murtagh e il suo drago Castigo. Un re crudele è stato sconfitto e i due devono affrontare le conseguenze del ruolo che, a malincuore, hanno ricoperto nel suo regno del terrore. Adesso sono odiati, soli, esiliati ai margini della società. In tutto il Paese, si sussurra di spaccature nel terreno e di un vago odore di zolfo nell’aria. Murtagh intuisce che qualcosa di malvagio si annida tra le ombre di Alagaësia. Ha così inizio un epico viaggio attraverso terre conosciute o ancora inesplorate, durante il quale Murtagh e Castigo dovranno usare ogni arma a disposizione, dall'astuzia ai muscoli, per trovare e distruggere una strega misteriosa.
In questo avvincente romanzo che vede come protagonista uno dei personaggi popolari del Ciclo dell’Eredità creato da Christopher Paolini, un Cavaliere dei Draghi deve scoprire per cosa valga la pena combattere in un mondo che l’ha abbandonato. Murtagh è il libro ottimo per entrare nel mondo di Eragon per la prima volta… o per farvi un felice ritorno.
Ne è passata di acqua sotto i ponti, tra la pubblicazione di Eragon e quella di Murtagh! La serie dell’enfant prodige Chrostopher Paolini è stata forse la più caratterizzante della mia esistenza, ne serbo dei ricordi talmente belli da essere intrinsecamente legati ad alcune delle persone a cui tengo di più in vita mia.
In sostanza, sono contenta di essere tornata in un mondo in cui sono stata tanto felice, che mi ha fatta emozionare e piangere per la prima volta in un libro. Murtagh non sarà un libro necessario, ma sicuramente è una coccola per noi che volevamo tornare ad Alagaësia. Non ha una trama tirata per i capelli ed è come se l’autore stesso sentisse il bisogno di dare vita a questa storia. Se come me avete amato Eragon da adolescenti, non potete perdervelo.
Dopo A COLPI DI CANNONAU e UN BAGNO DI SANGRIA, la Rivincita salpa per il suo ultimo viaggio!Oceano Atlantico, 1632. Dopo i fatti di Napoli, la ciurma è ormai separata. Da una parte, Fiammetta è prigioniera degli spagnoli, che veleggiano verso il Nuovo Mondo alla ricerca dell’oro maledetto di Guatavita, ritornato alla sua fonte di origine. Dall’altra, Ambrosio deve fare i conti con tutto quello che ha perso, ma è determinato a onorare il giuramento di liberare ogni Zipa vivente. Gli scarabocchi lasciati da Diamante sul diario di Gonzalo De Quesada gli vengono in aiuto, tracciando una rotta ben precisa verso l’origine delle creature magiche.Il tempo è poco, la posta in gioco la più alta di tutte. La Rivincita veleggia verso il Sud America, ma il vantaggio dell’Infame Carlos e dei suoi uomini sembra impossibile da colmare.Tra epiche battaglie navali, rituali magici centenari e nuovi imprevedibili poteri alcolici, si conclude la saga delle Piratesse del Mediterraneo di Fiammetta. Riusciranno lei e Ambrosio a spezzare la maledizione della dea serpente? Gli spagnoli non resteranno di certo a guardare, ma la ciurma li affronterà con un unico grido di battaglia: O Mirto o Morte!
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| illustrazione di @passioneretorica |
Andando con ordine, mi commuove anche solo vedere dove l’equipaggio della Soddisfazione sia arrivato, specialmente tenendo conto da dov’è partito. Quello delle protagoniste e dei protagonisti di questa storia è un viaggio verso la libertà, verso l’autodeterminazione, ma sempre con dei principi ben saldi per quanto caro possa essere il prezzo da pagare. Mi ha emozionata tantissimo vedere come finalmente Fiammetta e Ambrosio siano arrivati a un punto di equilibrio, un incontro a metà strada, come lei abbia imparato da lui a essere più riflessiva e meno sulla difensiva e come lui, al contrario, abbia imparato la spontaneità. L’arco di formazione di Fiammetta, pardon, CAPITANA Fiammetta, mi ha convinta ed è stato emotivamente sconvolgente, consentendole di superare Ambrosio nella mia classifica personale. In più di un’occasione ho dovuto accantonare la lettura per riprenderla dopo essermi calmata, perché questa donna affronta le pene dell’inferno, in questo libro, e ho sentito la sua sofferenza come la mia. Ho anche pensato che Titania stesse giocando a fare la sadica. Eppure il dolore della protagonista non serviva solo per buttarla sul drammatico: serviva a Fiammetta stessa, perché arrivi al punto di rottura, infatti soltanto dopo tanto dolore si rende conto di non meritarlo, di avere diritto anche lei alla felicità, che ha sempre sacrificato alla libertà. Fiammetta non si è mai fatta legare da nessuno, ha sempre incassato i colpi finché non è stata in grado di restituirli, ma non è mai stata davvero felice e questo momento di dolore immenso, di dolore insopportabile è esattamente ciò che le serve per capire che basta così, che a un certo punto deve cominciare a pensare per sé e che può smettere di credere a tutti gli insulti che, in fondo in fondo, ha sempre preso per veri, per quanto lo negasse. Non necessariamente ho concordato con ogni scelta narrativa che è stata compiuta dall’autrice, tuttavia le ho comprese tutte, ho compreso perfettamente, forse per bias di proiezione, perché Titania Blesh abbia imboccato certe strade a scapito di altre, anche quando io avrei fatto esattamente l’opposto (del resto è il suo libro, non il mio).
In conclusione, avrete capito che non sono né posso essere oggettiva su una serie che mi ha dato così tanto. Un intersec fantasy ambientato nella mia terra, con caratteristiche diversissime da tutto ciò che si trova sul mercato. È un’opera che non potete farvi sfuggire.
Ringrazio tantissimo l’autrice per avermi dato la possibilità di leggere questo romanzo in anteprima e vi invito a dare un’occhiata alle recensioni sugli altri blog! A medas annos!
Ciao, bellezze, bentornate sul blog! Oggi sono qui con la recensione di un libro che attendevo da tanto. Per questo evento ringrazio tantissimo la mia amica Franci e l’editore per averci dato la possibilità di leggere il romanzo in anteprima.
Recensione e commento
Su questo titolo ho dei sentimenti ambivalenti, perché da un lato ne ho davvero apprezzato i contenuti, il messaggio e la scorrevolezza della prosa, dall’altro non mi sono affezionata ai personaggi come avrei sperato. Andando con ordine, posso dire che troviamo alcuni dei poteri classici dei supereroi, come il controllo degli elementi, l’invisibilità, l’invulnerabilità ai proiettili, mentre altri sono veramente originali, come disegni in grado di prendere vita o il sangue usato per creare delle armi.
Ho apprezzato tantissimo le tematiche, che ruotano attorno a Renegades, soprattutto quella che riguarda il mettere dei limiti a chi non ha limiti. In un mondo governato dai supereroi che sono legislatori, governatori e giudici, chi decide dove finisce il loro potere, dal momento che sono onnipotenti? Renegades parla di questo e di come bene e male si sfumino non tanto nel senso che in noi sono sempre presenti entrambi, ma che spesso questi sono più una questione di prospettiva sugli eventi e sul mondo.
In generale è una lettura che ho apprezzato e non presenta particolari criticità, anche se è mancata un po’ di rotazione per essere un libro che potesse rientrare tra i miei preferiti. Effettivamente ottimo per i periodi di stress, io l’ho letto in un periodo di sovraccarico mentale e mi è servito a staccare un po’.
Per me Bardugo è per me croce e delizia, per lei ho scritto le recensioni più entusiastiche e quelle più cattive, quindi per me è sempre un piacere tornare nel Grishaverse, per quanto in punta di piedi e talvolta con timore.
Come leggere i libri di Leigh Bardugo per non avere spoiler:
Altri (non Grishaverse)
Unica figlia del re latino, la giovane Lavinia è corteggiata da Turno, re dei Rutuli. Il suo destino però è quello di sposare il principe esule venuto dall'Oriente, Enea, e da lui generare una stirpe che governerà il mondo. Un legame da cui nascerà un impero, ma al prezzo di un conflitto sanguinoso. Nonostante sia un personaggio cruciale nell'Eneide, in tutto il poema Lavinia non pronuncia una sola parola. Duemila anni dopo, finalmente Ursula Le Guin restituisce la voce alla principessa italica. Prendendo in mano la propria sorte, la giovane svela ciò che Virgilio ha taciuto: la storia della sua vita, l'amore della sua vita. Lavinia è una rilettura attuale ed emozionante degli ultimi sei libri dell'Eneide: un romanzo di austera bellezza che, come la migliore epica classica, parla di guerra e di passioni, intessendo un racconto ricco di dettagli e immaginazione, premiato con il Locus nel 2009.
Recensione e commento
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| Ursula del mio cuor |
Lo stesso Enea non è il solito marito possessivo privo di empatia e tronfio nel proprio ruolo, quanto un uomo ritratto nella sua mitezza quotidiana, quando non è mostrato nella furia per la quale era famoso in battaglia. Un eroe noto per la sua incrollabile pietas e un degno compagno per una donna sensibile come Lavinia. Non è, insomma, il classico uomo che non deve chiedere mai impegnato a spadroneggiare su tutto quello che ritiene suo, ma piuttosto un essere umano pieno di dubbi, riflessivo e saggio che ha a tratti bisogno di essere sostenuto da Lavinia, la quale non è una donzella indifesa né un trofeo: è una donna spiritualmente centrata alla quale rivolgersi nei momenti di crisi.
Con pochissime parole e con una poetica chiarezza di pensiero Ursula K. Le Guin è riuscita a ritrarre in modo vivido e realistico una figura mitologica della quale non ci è pervenuto tantissimo, poiché appare nell’Eneide solo marginalmente e quasi tutto quello che sappiamo di lei è stato scritto da Tito Livio, per cui l’autrice ha potuto inventare la sua voce quasi da zero, pur non ricorrendo mai a lunghe spiegazioni. Le Guin ha voluto dare voce a una donna che fino a questo punto è stata una comparsa, offrire una scelta a colei che è stata ritratta come causa involontaria, ma mai la narratrice si fa carico del compito di educare chi legge. Lavina non è un libro didattico e non ci saranno gli spiegoni lunghi e prolissi che tanto mi danno fastidio quando le autrici americane cercano di insegnarmi qualcosa che ho abbondantemente studiato a scuola. Sono molte le scene di vita quotidiana in cui vengono raccontate le attività femminili; la guerra, infatti, è qualcosa che Lavinia conosce marginalmente, per sentito dire o perché vede le cose dall’alto, poiché non può viverle in prima persona.
Lavinia è un titolo che avrei sottolineato dalla prima all’ultima riga, ho consumato un intero blocco di segnapagina per evidenziare i miei passaggi preferiti: quelli in cui ho ritrovato la me stessa di oggi o quella che sono stata o che sarò domani. Le parole di Le Guin hanno una potenza emotiva che riesce sempre a scuotermi e ad aprire una breccia nella mia anima, come se sapesse sempre quale tasto toccare, con delicatezza e fermezza. È un romanzo che è al tempo stesso scivolato via velocissimo e mi è rimasto dentro in modo permanente ed è il motivo per cui ho voluto parlarne, dato che non mi sento degna di recensire Le Guin. Non ho mai letto un retelling mitologico che anche soltanto vi si avvicinasse per qualità. Ve lo consiglio specialmente se avete già delle nozioni di epica, perché non è sicuramente un libro didascalico, ma sono sicura che potrete trovare in questo testo qualcosa che vi rappresenti anche qualora non abbiate mai approfondito il tema.
Ox aveva 16 anni quando ha incontrato un ragazzo sulla strada verso casa. Il ragazzo che parlava, parlava e parlava. Soltanto in seguito scoprì che il ragazzo non aveva aperto bocca per quasi due anni prima di quel giorno. Ox aveva 23 anni il giorno in cui la morte arrivò in città, scavandogli un vuoto nella testa e nel cuore. Il ragazzo rincorse il mostro con lo sguardo assetato di vendetta, lasciando Ox a raccogliere i cocci. Sono trascorsi tre anni da quel fatidico giorno… e il ragazzo è tornato. Ma ora quel ragazzo è un uomo e Ox non può più ignorare il canto che ulula tra di loro.
Recensione e commento
Ma andiamo con ordine. Tanto per cominciare, ci tengo a precisare che questa nuova edizione targata Oscar Vault contiene la stessa traduzione che era stata già pubblicata nel 2020 da Triskell, per cui se possedete già quella sappiate che cambia solo la copertina e un capito bonus che comunque non cambia il senso generale di quello che contiene il corpo della storia.
Per quanto riguarda il romanzo in sé, ho parecchie cose da dire. Tanto per cominciare che la scrittura di Klune non mi attraversa emotivamente né nel bene né nel male, per me leggere questo libro è stato molto simile a leggere un manuale, nel senso che è stato come e le emozioni non dovessero essere coinvolte. L’unica sensazione che sono riuscita a provare durante la lettura è stato l’occasionale disgusto quando i liquidi corporei altrui venivano descritti con dovizia di particolari, tutti gli altri pregi e difetti che ho trovato sono stati frutto di un’analisi a posteriori molto distaccata.
La primissima cosa che mi preme dire per quanto riguarda ciò che non va in questa lettura è che il protagonista Ox (sì. Ox. Klune ha chiamato il suo protagonista “Bue”), sedicenne all’inizio della storia, incontra Joe, il suo ”compagno” quando aveva ben dieci anni. Ora. Per quanto non succeda nulla di sessuale fino al raggiungimento della maggiore età di Joe, non capisco, umanamente parlando, come il fatto che uno sia quasi adulto e l’altro sia in età prepuberale possa non mettere a disagio. Trovo assurdo trovarmi qui a tentare di spiegare perché questa cosa sia tanto sbagliata, eppure su piattaforme come GoodReads ho trovato diversi commenti che davano delle puritane a persone che avevano un’opinione simile alla mia, per cui immagino che le parole che ritenevo superfluo spendere su questo tema, alla fine non lo siano, quindi eccoci qui. Tanto per cominciare, il concetto di mates ha un po’ stancato, perché priva l’individuo della libertà di scelta: sebbene all’interno della trama venga detto più volte che questa libertà di scelta esiste, la verità è che sapevamo benissimo fin dall’inizio come sarebbe andata a finire. Raga, seriamente, trovo assurdo trovarmi qui a dire che una dinamica del genere che coinvolge un bambino di dieci anni è inquietante e sbagliata e trovo altrettanto assurdo che una persona che esprime un legittimo disagio si senta dare della bacchettona. In secondo luogo, Joe si dimostra in numerose occasioni un ragazzino possessivo, geloso e manipolatore anche prima di poter avanzare delle pretese sul rapporto con Ox. La loro relazione, infatti, non ha niente di diverso da tutte le altre ritratte in romanzi dello stesso genere: sono una coppia composta da due individui che avrebbero tanto bisogno di psicoterapia per risolversi i traumi, che sono gelosi, possessivi, territoriali, insicuri e non si fanno problemi a minacciare violenza nei confronti dei rivali e come al solito tutto questo viene romanticizzato e trattato come fosse qualcosa di desiderabile.
Ricollegandomi a questo, la sensazione generale che ho avuto durante la totalità della lettura è stata di trovarmi davanti a un sottoprodotto di Twilight, sia per tutta la dinamica della relazione, sia per l’ambientazione in sé. In determinate scene ho proprio avuto dei dejà vu, sembrava quasi di vedere un remake, ma la sostanza era la stessa. Stessa ambientazione umida, alberata e cupa, stesso gruppo di persone unite tra di loro e molto chiuse rispetto agli agenti esterni, con meccaniche territoriali, possessive, con tanto di “mio” riferito alle persone. E quando il branco non riesce (o non può) risolvere le cose ricorrendo alla violenza, lo fa facendo girare un po’ di soldi (o minacciando di smettere di farlo). Inoltre, faccio fatica a capire come mai questo autore sia circondato da tanto clamore: ho trovato la sua prosa scadente e gretta. Non scarna, essenziale e provocatoria. Proprio scadente e gretta.
In sostanza, Wolfsong è un libro che non mi ha lasciato molto emotivamente, troppe cose non sono state di mio gradimento e immagino che questo sia il mio ultimo tentativo con questo autore, con cui ho poca affinità. Consiglio questo libro esclusivamente se avete un tipo di sensibilità diametralmente opposta rispetto alla mia.
Ciao, bellezze! Per questa prima collaborazione con Garzanti, che ringrazio per la copia omaggio, non voglio indugiare nemmeno un secondo, per curi ringrazio Valeria per aver organizzato l’evento e cominciamo!
Alla fine di tutto, per tutti, l'inverno diventa primavera. Quando ha ascoltato per la prima volta i versi di "In Memoriam" di Tennyson, Gaunt era all'ultimo anno di scuola. Ricorda perfettamente la voce baritonale del suo migliore amico Sidney mentre li recitava nel cortile del collegio, in un pomeriggio plumbeo. È stata una bella giornata, quella, pensa, sdraiato su una brandina cigolante, con la testa bendata e la mascella rigida. Rigida come la bocca spalancata del soldato che ha calpestato fuggendo per trovare riparo in trincea. Non riesce a toglierselo dalla testa e le uniche cose che lo tengono ancorato alla realtà sono Tennyson e le lettere che Sidney gli ha inviato dall'Inghilterra, dandogli notizie sui compagni, sulle lezioni, sugli studi. Gaunt darebbe l'anima per tornare a quei giorni, a discutere di metrica e poesia greca, invece di indossare la divisa. In collegio l'eco delle bombe e dei proiettili era pioggia, qui è tuono insondabile. Eppure ci sono quei versi. Eppure ci sono due braccia che lo stringono forte e un corpo caldo con cui condividere il misero spazio della brandina. Il respiro di Sidney, accanto a Gaunt, lo rassicura e, lentamente, lo rende consapevole del cuore che batte. D'altronde, la letteratura lo insegna: la tragedia della guerra non può annientare l'amore. Una storia che racconta ombre e luci dell'inizio del Novecento, attraverso gli occhi di due giovani uomini che trovano l'uno nell'altro la forza di superare l'insensatezza del conflitto e consolazione nell'immortale lezione dei classici, appresa tra i banchi di scuola.
Recensione e commento
Ho diverse cose da dire su questo titolo, alcune molto positive, altre meno, e a volte le une sfumano nelle altre. Ad esempio, ho apprezzato moltissimo la parte relativa alla ricostruzione storica della Pima guerra mondiale, ma molto meno quella relativa alla trattazione dell’omosessualità in quegli anni.
Volendo sviscerare questo secondo aspetto, che è quello che troviamo proprio in apertura del libro, sono rimasta perplessa da come sia stato affrontato all’interno del contesto del collegio maschile degli anni Dieci. Se da un lato è vero, storicamente e sociologicamente attendibile che nei luoghi abitati da persone di un solo genere ci sia un alto tasso di rapporti omosessuali, come appunto i collegi o le carceri, è anche vero che spesso si tratta di rapporti puramente punitivi e soverchianti finalizzati alla dominazione, e nel contesto del romanzo nello specifico mi ha un po’ spiazzata vedere che all’interno della scuola ci fosse questo nonnismo che sfociava nella violenza sessuale (ripeto, anche in modo storicamente accurato), ma che ciò venisse riconosciuto come tale dalla voce narrante solo a posteriori, mentre sul momento diversi di questi rapporti venissero romanticizzati e mostrati sotto un occhio un po’ feticizzante, più che critico o quantomeno distaccato.
Sempre relativamente a questo tema, ci sono state altre due occasioni che mi hanno fatto storcere il naso e sono strettamente legate alla guerra e alle sue dinamiche. Tanto per cominciare, per essere gli anni Dieci del Novecento, c’è stata un po’ troppa apertura mentale, nel senso che quando l’omosessualità dei due protagonisti saltava fuori, per un motivo o per l’altro, la reazione generale in soldoni era “ma sì, alla fine ciascuno è fatto a proprio modo”. In questo libro c’è un solo omofobo (passatemi il termine filologicamente poco accurato per un periodo in cui era la norma e non un fenomeno da combattere) e addirittura cerca di fare ammenda, mentre tutte le altre persone, soprattutto i soldati, hanno una reazione assolutamente moderna e invidiabile per quello che ai tempi era un crimine da corte marziale e pena capitale. Da qui il secondo elemento: sarebbe stato interessante, nel contesto tragico, assurdo, paradossale e logorante della guerra di trincea, vedere come un omosessuale avesse anche la preoccupazione di non farsi scoprire dai suoi stessi compagni, oltre che di non farsi uccidere dai nemici, mentre qui la preoccupazione, per quanto legittima, è quella di raggiungere l’altro e assicurarsi che stia bene.
Ho molto apprezzato la scelta dell’autrice di non mostrare i tedeschi come dei mostri: anche loro sono profondamente umani, anche loro sono dei ragazzini, esattamente come gli inglesi, e anche loro sono in trincea a sprecare le loro giovani vite per una guerra inutile, pretestuosa e che non hanno chiesto. I soldati tedeschi saranno capaci di gesti di grande umanità, non in modo apologetico, non per mostrarli come pecorelle smarrite e incomprese, ma solo per mostrare quanto fossero persone capacissime dell’umanità normale, basica, che in questo inferno brilla come straordinaria.
Tirando le somme, In Memoriam è un bellissimo libro sulla Prima guerra mondiale, dal quale scaturiscono numerose riflessioni, mentre la parte relativa all’omosessualità è più che altro una love story in condizioni tragiche senza troppe implicazioni sociali. È una lettura che, nel bene o nel male, non può lasciare indifferenti.
Buongiorno, bellezze! Per l’evento di oggi devo ringraziare Graziella, che ha organizzato, e l’editore che ci ha fornito la copia in anteprima. Senza ulteriori indugi, cominciamo!
La Milano del 2045 è una metropoli ipertecnologica, in cui le realtà virtuali e aumentate operano una costante distorsione del mondo e dell'identità delle persone. Stefano Valeri è un brillante neuroscienziato e ricercatore per Engram, azienda all'avanguardia nel campo delle interfacce neurali. La moglie Arianna Molinari, stimata neuropsicologa, lavora a stretto contatto con il suo dipartimento. Fino al giorno dell'attentato. Da quando, quattro anni prima, Arianna è rimasta vittima di un attacco terroristico nel corso di un importante convegno scientifico, l'uomo vive infatti come un relitto umano, rintanato nella sua solitudine. Ma quando scopre che il suo ricordo del momento in cui la moglie ha perso la vita è inattendibile, Stefano non ha alternativa: deve uscire allo scoperto e rimettere insieme i pezzi di un passato carico di enigmi e traumi irrisolti. Come sono andate davvero le cose? Su quale genere di anomalie della memoria stava indagando Arianna e chi poteva avere interesse a fermarla? Soprattutto, cosa sta per succedere nel mondo, se nessuno può più fidarsi dei propri ricordi?
Recensione e commento
Tutta questa lunghissima premessa solo per dire che non posso essere oggettiva su Leonardo Patrignani: è sempre entrato nella mia vita con delle coincidenze inquietanti, ogni singola volta. E questa non è da meno, perché in La Cattedrale di Sabbia, fra le altre cose, affronta dei temi che ho cercato di sviscerare con la mia psicologa appena il giorno prima di cominciare la lettura in vista di questo evento.
Ecco, allora partiamo da qui, dalla psicologia. I personaggi sono psicologicamente ineccepibili non solo nella loro caratterizzazione statica individuale, anche nel percorso che intraprendono hanno degli archi di formazione credibili e verosimili, oltre che nelle relazioni interpersonali fatte di sfumature e scale di grigi. In più, è proprio la psicologia, assieme alle neuroscienze, il tema chiave di questo romanzo. A Patrignani non si può rimproverare di non aver fatto i compiti a casa, perché si vede che ha studiato tantissima letteratura scientifica per essere in grado di mettere insieme una trama accattivante e che non presentasse inesattezze tecniche tali da spezzare la sospensione dell’incredulità. Oltre a questo, si vede benissimo che di certe cose l’autore ha un’esperienza diretta, come il lutto, argomento che resta aleggia sempre onnipresente sulla trama, quando non è trattato in maniera esplicita. C’è il vuoto della mancanza, il senso di colpa del sopravvissuto, il non detto, il tentativo di elaborare la morte e trovare la soluzione tecnologica per ricongiungersi con un essere umano unico e irripetibile che non esisterà più. Emotivamente, questo è l’elemento che mi arriva sempre più forte nelle sue storie e mi dispiace tanto per lui.
Un altro elemento che ho apprezzato particolarmente è l’ambientazione. Basta americanate di sparatorie con i laser, perché La Cattedrale di Sabbia è ambientata a Milano nel 2045 e sono felicissima di constatare che esistono ancora le identità regionali. In un mondo di protagonisti che si chiamano John o Steven, Patrignani crea dei Piercarlo (quanto è milanese come nome? Quanto?), Guido, Martina e così via. Nessun anglicismo ingiustificato, niente “General Hospital”, ma solo Niguarda, e sicuramente mettere in scena questa storia in un posto che conosce come le sue tasche gli dà la possibilità di parlare del divario sociale ed economico che la tecnologia non sarà in grado di colmare, oltre che di rendere credibile un’ambientazione che ama ma della quale vede i difetti.
Ne è passata di acqua sotto i ponti dai tempi di Multiversum e lo stile di Patrignani è innegabilmente migliorato, più elastico e ricco anche nelle metafore, ma se proprio devo sforzarmi di trovare un paio di difetti, mi verrebbe da dire che forse avrebbe potuto essere leggermente più corto e che alcuni dialoghi mi sono risultati un po’ macchinosi, ma complessivamente è una storia che mi è entrata nel cuore.
Nel complesso, sono davvero soddisfatta di La Cattedrale di Sabbia, per la quale, per qualche motivo, avevo aspettative ingiustificatamente basse. Alla fine si è rivelata una lettura catartica e profonda, perfetta per la stagione della vita che sto vivendo. Non è un romanzo perfetto (ma la perfezione non è di questo mondo), ma mi ha fatta sentire meno sola e al tempo stesso mi ha intrattenuta.
Ciao, bellezze! Sono eccitatissima per la recensione di oggi, quindi senza indugi ringrazio la mia amica Franci per aver organizzato questo evento e l’editore per la copia omaggio. Cominciamo.
Trama
Se volete recarvi nelle terre di Raddith, non fatevi cogliere impreparati: portate con voi una zanzariera e una coperta calda. E se da lì vi inoltrerete nelle foreste acquitrinose velate di ragnatele, i Meandri, indossate stivali robusti e munitevi di coraggio e ingegno. Alcuni abitanti di Raddith, quelli posseduti dal seme dell'odio donato loro da piccoli ragni, sono capaci di scagliare maledizioni contro i loro nemici. Perciò cercate di non farvi odiare da nessuno. Le maledizioni sono infatti capaci di rubare l'anima delle persone, di trasformarle in nuvole, api, uccelli. E solo un ragazzino, Kellen, è in grado di scioglierle. L'ha fatto per la sua migliore amica, Nettle, e lo farà per chiunque gli chiederà aiuto. Ma ora anche lui è stato maledetto, e una banda criminale di nome Salvezza sta radunando intorno a sé i maledicenti per usarli a scopo offensivo e stabilire un nuovo ordine. Se Kellen non riuscirà a liberarsi, niente potrà più essere salvato... Età di lettura: da 13 anni.
Recensione e commento
La Maledizione del Ragno è il terzo libro di Frances Hardinge che mi capita di leggere, dopo L’Albero delle Bugie e Una Ragazza senza Ricordi, e nonostante io non possa vantare di aver letto l’intera produzione di questa autrice, posso affermare che questo sia al momento il mio preferito a mani basse.
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Per fortuna, proprio quando ho temuto che questo discorso potenzialmente interessante rischiasse di essere riassumibile in una frasetta motivazionale in stile Tumblr, la trama mi ha stupita prendendo una sterzata improvvisa che va sì verso l’abbracciare la propria natura, includendo sì il proprio lato oscuro, ma senza indulgervi, senza assecondarlo. Ho molto apprezzato come sia stata una storia che elogiasse la gentilezza e che mostrasse quanto questa sia in realtà frutto di un volontario sforzo quotidiano, faticosissimo e delicato.
Per chiudere, come avrete capito, sono rimasta totalmente stregata da La Maledizione del Ragno, una lettura profondissima che mi ha commossa sul finale, una storia che insegna il valore del compromesso senza mentire sulle difficoltà dell’essere persone buone. Vi sconsiglio la lettura esclusivamente nel caso in cui soffriste di aracnofobia o ornitofobia.
Titolo: Storia naturale dei Draghi Titolo originale: A Natural History of Dragons Autrice: Marie Brennan Traduttrice: Annarita Guarnieri Li...