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mercoledì 14 gennaio 2026

Il Lupo e il Tagliaboschi

  • Titolo: Il Lupo e il Tagliaboschi
  • Titolo originale: The Wolf and the Woodsman
  • Autrice: Ava Reid
  • Traduttrice: Giorgia Demuro
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9791281777927
  • Casa editrice: Ne/on
Trama


Nel suo villaggio pagano nascosto nella foresta, Évike è l’unica donna senza poteri. Emarginata e abbandonata dagli dèi, i suoi compaesani non esitano a consegnarla ai membri del Sacro Ordine dei Tagliaboschi, venuti per reclamare una ragazza da offrire al re. Ma il viaggio verso la capitale sfocia in un bagno di sangue: mostri feroci massacrano il gruppo risparmiando solo Évike e il misterioso Tagliaboschi Gáspár, custode di un segreto sconvolgente. Costretti a fidarsi l’uno dell’altra, i due intraprendono un cammino che li porterà dalla tundra gelata fino alla capitale soffocata dall’oscurità. Ma la fiducia è un’arma a doppio taglio, e quando Évike scopre dentro di sé una magia che non credeva di avere, entrambi saranno chiamati a scegliere da che parte stare.

Recensione e commento



Qualche premessa prima di procedere a recensire Il Lupo e il Tagliaboschi è doverosa. Tanto per cominciare va detto che si tratta del romanzo d’esordio di Ava Reid ed è ambientato nello stesso universo letterario di Juniper and Thorn. A mio avviso, è importante che i due libri vengano letti nel giusto ordine (prima Il Lupo e il Tagliaboschi e poi Juniper and Thorn) perché alcuni punti fondamentali del worldbuilding vengono chiariti qui senza essere ripresi in Juniper and Thorn, che letto da solo, per quanto dotato di trama autoconclusiva, potrebbe sembrare ritrarre un’ambientazione meno approfondita. In secondo luogo, mi sento di specificare i TW, che sono meno rispetto al solito ma possono comunque essere difficili da digerire: in questo romanzo troverete autolesionismo, uccisione di animali, violenza grafica, persecuzioni religiose.

Esaurite le premesse, passiamo a parlare del romanzo in sé. Ava Reid mette moltissimi dei suoi studi in scienze politiche in Il Lupo e il Tagliaboschi perché al centro della narrazione c’è la trattazione in chiave fantasy dei vari modi in cui le minoranze venivano trattate negli imperi multinazionali dell’Europa dell’Est. Ci troviamo in un mondo che prende ispirazione da vari periodi e che quindi non ha la pretesa di essere un romanzo storico in senso stretto, ma diversi eventi raccontati sono realmente accaduti. In questo universo pagani, ebrei e cristiani (con nomi inventati per aderire a un universo immaginario) coesistono anche se a fatica e non pacificamente. Il governo centrale sta cercando di imporre la religione dell’unico dio ai villaggi pagani sperduti nelle foreste mentre questi cercano strenuamente di resistere. Anche in questo senso, Reid ha fatto i compiti, probabilmente non metaforicamente, perché mostra il doloroso passaggio dal matriarcato (non perfetto e decisamente poco idealizzato) del paganesimo al patriarcato di stampo romano della nuova religione. In questo già complicato contesto culturale esiste anche il popolo ebraico, ghettizzato nella grande città e che riserva anche qualche chicca storicamente accurata (tra l’altro, da ebrea filopalestinese incallita e apertamente schierata qual è, Reid fa anche in modo di creare un popolo che non ricerca una terra promessa in cui stabilirsi lontano dagli occhi del mondo e che anzi chiede di poter vivere pacificamente e senza persecuzioni dov’è nato e cresciuto per generazioni).

Apparentemente, queste tre fazioni sono destinate a scontrarsi per sempre, frammentandosi ulteriormente in guerre intestine, quando il solo e vero nemico è chiunque le stia mettendo le une contro le altre: la miopia data dalla scalata al potere porta chi si trova al vertice a cercare capri espiatori e puntare il dito contro il diverso, quando moltissimi problemi di natura politica potrebbero risolversi non ostracizzando, ma aprendo le porte e abbracciando l’altr*. A sottolineare questo concetto, aiuta molto l’analisi del sistema magico, che è basato appunto sulle varie religioni esistenti e che segue le stesse regole generali ma con sottigliezze diverse a seconda del proprio credo. È questo il punto: pur con sfumature diverse, ciascuna delle tre porta con sé la magia (con i suoi pro e contro), per cui tutte e tre le religioni sono per forza vere e nessuna dovrebbe prevalere sull’altra. Anche se, va detto, tutte e tre portano con se una traccia di crudeltà (spesso relativa alla mortificazione del corpo) perché il potere deriva sempre da una qualche forma di sacrificio e quindi, per quanto siano contemporaneamente vere, non ne esiste una “migliore” dell’altra.

La riconciliazione tra i tre gruppi e tra gli individui appartenenti alla stessa cultura è proprio la chiave di lettura per godersi pienamente Il Lupo e il Tagliaboschi, che racconta il progresso come processo inesorabile, positivo sul lungo termine ma doloroso per chi vive il cambiamento sul momento (la famosa fiumana di Verga, insomma) e insegna che anche le storie possono servire in tal senso, perché se è vero che la nuova religione ha preso tantissimo dalle mitologie precedenti, piegandole e adattandole alle sue esigenze, lo è altrettanto che la bellezza delle storie consiste proprio nel loro mutare al mutare del mondo stesso e questo dà loro la possibilità di sopravvivere nei secoli.

Qualche nota dolente c’è, perché trattandosi di un romanzo d’esordio incontra di tanto in tanto qualche ingenuità, qualche piccolo errore di editing (un oggetto che viene spostato da A a B e che poi magicamente si trova di nuovo in A), qualche scena che avrebbe potuto essere più corta e qualche altra che invece avrebbe dovuto essere più lunga e drammatica, ma in generale si tratta di piccoli nei che sono perdonabili per un’autrice alla sua prima esperienza, soprattutto perché il mercato editoriale contemporaneo sforna cosa peggiori scritte da penne ben più consumate della sua. Inoltre, la prosa è densa, matura e costellata da metafore e similitudini estremamente vivide. La struttura è quella di un romance soltanto in apparenza perché si concentra nella relazione tra Évike e Gáspár soltanto per la prima parte del romanzo, quella funzionale a farli conoscere, perché di base entrambi vivono le stesse esperienze e il lupo e il boscaiolo, che nelle fiabe mai e poi mai potrebbero andare d’accordo, qui impareranno che hanno qualcosa in comune. Fino a metà, il libro sembra andare in una direzione collaudata, ma poi sterza e la loro storia resta sullo sfondo per concentrarsi sullo sviluppo di Évike, che, alla ricerca delle sue origini e di uno scopo nella vita, compie un doloroso cammino verso la comprensione che la multiculturalità significa avere tante origini, non non averne nessuna. Infatti, tutte le tappe che sarebbero centrali in un romance, qui vengono raccontate en passant, mentre sulla scena avvengono cose molto più importanti e in effetti il finale del libro non sarà un punto fermo, quanto un punto di partenza sia in senso generale che personale.

Proprio a proposito di Évike, appare chiaro che Reid abbia cercato di scrivere una protagonista un po’ diversa dal solito rispetto alle eroine contemporanee, sia diversa da quelle della sua produzione successiva, dato che si tratta di una ragazza dalla lingua tagliente, che risponde a tono e cerca di essere attiva. Potrebbe ricalcare l’archetipo della donna artemidea, ma solo superficialmente, perché se da un lato è in grado di imbracciare le armi, non viene descritta né come bella né come particolarmente giovane (ha 25 anni in un contesto culturale in cui dovrebbe già avere figli). Inoltre, per quanto sia vero che è effettivamente in grado di imbracciare le armi, questo avviene soprattutto per ragioni di sopravvivenza spesso legate alla caccia, mentre il suo arco di formazione va in un crescendo che culmina con la ricerca dell’accordo, non sempre per una ritrovata bontà d’animo ma anche perché a volte le circostanze politiche (e qui Reid è molto brava a mostrare le complessità del mondo reale) verrebbero esacerbate dall’uso della violenza, che tutto farebbe anziché risolvere il problema. 

In questa ricerca della complessità viene in contro anche l’ambientazione, che ricalca la varietà di paesaggi dell’Est Europa e che mostra una netta divisione tra villaggi, foreste e città densamente popolati. La foresta racchiude mostri in senso fisico, ma non morale, perché tutte le creature agghiaccianti e orribili che l’autrice riesce a immaginare commettono azioni terribili perché è nella loro natura, seguono istinti dovuti alle loro radici magiche. Sono le persone, specie nella grande città, i veri mostri, quelli in forma umana, spesso anche fisicamente attraenti, che commettono il male perché scelgono di farlo, per ambizione e ricerca del potere, senza avere mai davvero la giustificazione dell’istinto.

Mi rendo conto che Il Lupo e il Tagliaboschi sia un romanzo divisivo, dato che dal 2021 a oggi ho sentito tante cose su di lui. Personalmente, è un libro che ho apprezzato particolarmente e che dietro cela tanto studio e tanto cuore. Già da qui si vede la voglia di Ava Reid di tentare di raccontare tematiche importanti con originalità e tocco personale. Se questa lettura, con i suoi pregi e difetti, possa fare al caso vostro potete deciderlo solo voi. Io non mi sono affatto pentita di averle dato una possibilità.

mercoledì 19 novembre 2025

La Dieta termodinamica

  • Titolo: La Dieta termodinamica
  • Autore: Dario Bressanini
  • Lingua originale: italiano
  • Codice ISBN: 9788804806431
  • Casa editrice: Mondadori
Quarta di copertina


Perché ingrassiamo? Facile: perché mangiamo più di quanto consumiamo. Ma la vera domanda è: serve un libro per dimostrare questa semplice verità, sancita dalle leggi della fisica? Evidentemente sì. Dario Bressanini lo ha scoperto quando, quasi per scherzo, ha scritto sui social di essere dimagrito seguendo una «dieta termodinamica» e si è ritrovato sommerso da domande e molta incredulità. Incredulità che, invece, non viene riservata a chi propone formule prodigiose - poco scientifiche e per nulla efficaci - per perdere peso. Da lì ha capito che era ora di rimettersi a scrivere. In questo saggio, perciò, prende in esame le diete del momento, dal digiuno intermittente alla chetogenica, mettendone in luce gli apparenti pregi e i reali difetti. Lo fa dopo averle provate personalmente tutte, con fatti e cifre alla mano, ma anche con argomenti basati sulla logica anziché sulle mode e l'emotività. Il racconto parte da lontano, dai clamorosi fallimenti delle pillole dimagranti del passato, per arrivare fino al cuore del dibattito moderno sulla demonizzazione dei carboidrati, il ruolo controverso dell'insulina, l'oscuro mondo delle anfetamine e le nuove speranze per il trattamento dell'obesità. Un viaggio che ci porta a esplorare perché alcune diete funzionano (almeno all'inizio) e altre sono destinate a fallire, e perché quasi sempre si finisce per riprendere il peso perso. Con la sua verve ironica unita al rigore scientifico, Bressanini smaschera le teorie senza fondamento e riconosce gli approcci che, invece, hanno una solida base scientifica e possono funzionare, aiutandoci a capire come dobbiamo cambiare il modo di alimentarci dopo che siamo dimagriti, come dovremmo mangiare per vivere più a lungo e in salute e perché, quando si parla di peso e dimagrimento, non esistono formule - né pillole - magiche. Non uno dei tanti manuali che promettono miracoli, quindi, ma una bussola indispensabile per navigare il mondo delle diete con più consapevolezza e meno sensi di colpa.

Recensione e commento

TRIGGER WARNING: La Dieta Termodinamica è un saggio divulgativo sulla perdita di peso. Per quanto gli argomenti siano trattati con competenza, delicatezza e serenità, un pubblico sensibile potrebbe non trovarlo una lettura adatta a sé.

La Dieta termodinamica è l’ultima fatica del chimico fisico e divulgatore scientifico Dario Bressanini, non fatevi ingannare dal titolo (poi ci arriviamo), perché La Dieta termodinamica è un saggio che parla di tutte le diete, del loro funzionamento, partendo dalle basi fisiche e biologiche, per poi spiegare come mai alcune funzionino meglio di altre.

Per chi segue Bressanini sui social e su YouTube molti concetti non saranno nuovi, infatti sono numerose le tematiche già trattate sui suoi canali che qui amplia e spiega con dovizia di particolari, al punto che mi è sembrato di aver visto germinare questo libro sin dal primo momento, quando anni fa l’autore dichiarò di essersi messo a dieta per perdere qualche chiletto accumulato negli anni. Questo saggio racconta il suo viaggio sia dal punto di vista personale che scientifico, perché è cominciato mettendo in discussione tutto quello che pensava di sapere. “È solo termodinamica” aveva detto all’inizio convinto che creare un deficit calorico fosse tutto quello che era necessario fare per tornare in forma. “È termodinamica, ma non è  ‘solo’ termodinamica” è quello che dice alla fine, quando, dopo aver ripreso tutto il peso che aveva perso inizialmente, si rende conto che non aveva tenuto in considerazione tutti i meccanismi biologici, neurobiologici e psicologici che entrano in gioco quando si decide, per mille motivi, di voler perdere peso. Aveva, insomma “sferificato una mucca”, come si fa in fisica quando si crea un modello. Il rischio, però, è che con la “sferificazione delle mucche” si perdano molte variabili che cambiano la pendenza dell’ago della bilancia (pun intended). Da qui deriva il titolo provocatorio “Dieta ternidinamica”, perché in realtà tutte le diete che funzionano devono essere per forza termodinamiche, dato che intervengono sull’apporto energetico. 

Eppure, quello che è semplice sulla carta non lo è nella pratica: i chili perduti a volte ritornano con gli interessi e il nostro cervello ci manda segnali di fame a tutte le ore perché va in allarme carestia. In questo saggio, che spiega i concetti in modo fruibile e pop, con tanto i struttura da manuale scolastico con specchietti a margine e riassunti a fine capitolo, lo scienziato parte dalle origini, spiega innanzitutto come funzionano i principi della termodinamica, poi parla di alcune dinamiche che entrano in gioco nel nostro corpo quando diminuiamo le dosi di cibo, in seguito ci parla, dati alla mano, delle diete più popolari nella Storia, di come sia andata a finire (a volte molto male, perché non sempre le pillole dimagranti sono innocue) e testa su sé stesso (tenendo ben fermo il che un singolo caso non fa statistica) alcune delle diete più popolari del momento, raccontando le sue sensazioni sia fisiche che psicologiche e del perché alcune possono funzionare soltanto sul breve termine, mentre altre, quelle che non tengono conto soltanto delle calorie, ma anche dell’apporto di fibre, vitamine e lavorano sul senso di sazietà, sono più sostenibili.

Il nostro amichevole
chimico di quartiere

Se cercate formule magiche e soluzioni semplici, dovete sapere che questo libro non ne offre: raramente la scienza lo fa. Quello che fa è fornire degli strumenti per difendersi dai guru che, facendo leva sulle nostre debolezze, cerano di vendere prodotti inutili, quando va bene, e pericolosi, quando va male, e per affrontare con consapevolezza un viaggio già difficile sulla carta, ma ancora di più nella realtà. Aiuta a capire meglio il proprio corpo e il perché a volte possa sembrare che ci remi contro, perché certamente “è la termodinamica, bellezza!”, ma sono anche “la biologia, la psicologia, la neurobiologia, bellezza”. 

Bressanini ha l’umiltà di ammettere di essere stato inizialmente spocchioso e superficiale e nel fare un passo indietro scopre che c’era un intero mondo dietro a quel “è solo termodinamica” (ricordo ancora quando lo diceva nelle sue storie su Instagram). La Dieta termodinamica è il frutto della di presa di coscienza individuale che può servire tantissimo anche alla collettività.







mercoledì 12 novembre 2025

Aftertaste - Una Ricetta per l’Aldilà

  • Titolo: Aftertaste - Una Ricetta per l’Aldilà
  • Titolo originale: Aftertaste
  • Autrice: Daria Lavelle
  • Traduttrice: Federica Aceto
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804786061
  • Casa editrice: Mondadori
Trama


Konstantin Duhovny ha perso il padre quando aveva dieci anni e da allora i fantasmi non hanno mai smesso di girargli intorno. Kostya non riesce a vederli, ma può percepire il sapore dei loro piatti preferiti. All’inizio a fargli visita sono i gusti di casa: fegato di pollo, cipolla, limone, gli ingredienti del pechonka, piatto preferito di suo padre. Ma, a poco a poco, sono altri sapori, inattesi, a solleticargli il palato: le pietanze preferite di persone che non sono più in vita. È un segreto che non ha mai rivelato a nessuno finché una notte, provando a ricreare uno di quei piatti, scopre di poter riunire per un’ultima volta chi non c’è più con chi è ancora vivo, almeno per il tempo necessario a consumare il cibo che ha cucinato. Da quel momento, tutto cambia e la sua missione diventa quella di aiutare le persone a incontrare chi hanno amato. Non importa se farlo significa aprire un ristorante clandestino con il suo migliore amico Frankie, chef esuberante e istrionico, e trascorrere il proprio tempo a cercare di riprodurre ricette improbabili e piatti sconosciuti, o mettersi in affari con un imprenditore russo dall’aria misteriosa. Mentre le sue abilità culinarie crescono insieme alla sua ambizione, Kostya è troppo impegnato per accorgersi di quello che sta scatenando nell’Aldilà. E intanto l’unica persona in grado di fermarlo, una bellissima ragazza che legge i tarocchi, si sta innamorando di lui. Ambientato nel rutilante mondo dei ristoranti newyorkesi e pieno di ricette sfiziose, "Aftertaste" è una storia d’amore travolgente, una commedia nera, un ricchissimo menu che divertirà, delizierà e farà riflettere anche il più esigente dei lettori.

Recensione e commento

Per citare uno dei più grandi critici gastronomici del nostro Paese, Valerio Massimo Visintin, “Il loro mestiere (degli chef nda) è dare da mangiare a dei clienti. Guarda caso lo chef non nomina mai i clienti, parla sempre e solo di sé stesso”. È questa la frase che mi è tornata in mente durante la lettura di Aftertaste - Una Ricetta per l’Aldilà, perché la storia che racconta va incredibilmente in controtendenza con tutto quello che in genere si dice dell’alta cucina.

L’idea di base è molto semplice ma efficace: dopo la morte di suo padre, Kostya inizia a sentire dei sapori fantasma e scopre che cucinare le ricette che vanno a trovarlo serve a evocare i morti che gliele hanno mandate, permettendo loro di avere un’ultima conversazione con chi sta piangendo la loro perdita. È un romanzo che mette totalmente al centro l’esperienza del lutto in rapporto con la vita, racconta di come l’assenza rischi di trascinarci a fondo con lei e per farlo usa l’espediente del cibo: qualcosa di così intrinsecamente legato alla vita e paradossalmente anche ponte con la morte perché fonte di ricordi (di qualsiasi tipo) passati con l’altra persona. Il cibo consumato in una determinata circostanza ci resta dentro, nella mente, e lo leghiamo a un evento per sempre, al punto di arrivare a evitare di mangiare alcune pietanze quando ancora non abbiamo elaborato la perdita non solo dell’altra persona, ma anche di chi eravamo noi quando eravamo insieme.

Il cibo è la più naturale delle esperienze, così come il lutto, e insieme vengono trattati in ogni loro forma, perché entrambi sono il riflesso delle relazioni umane. Entrambi possono essere vissuti in modo sano o tossico, specialmente il cibo che può essere tutto o niente, lasciarci con una sensazione di pienezza o di vuoto, può significare il mondo o non significare nulla. Possiamo averne in abbondanza o sopravvivere a stento. Kostya ha sempre avuto un rapporto privilegiato con il cibo grazie a suo padre, un uomo che ha messo da parte le sue aspirazioni culinarie per fare un lavoro che gli consentisse di mantenere la famiglia. Perderlo ha portato Kostya allo sbando, eppure è proprio grazie alla relazione amorevole che avevano che il protagonista riesce a instaurare un forte legame con la cucina trovando non solo la tanto agognata accettazione, ma anche (e soprattutto) uno scopo nella vita, qualcosa che non solo gli riesce bene, ma che dà anche senso alla sua esistenza e fa stare bene gli altri. È proprio quando le cose cominciano a rimettersi in sesto che migliora la qualità del cibo che consuma e che cucina, perché con il cambio di prospettiva sulle sue ambizioni Kostya impara a essere anche più accogliente verso sé stesso e questo lo porta a consumare (e cucinare) cibo di gran lunga migliore rispetto a quello che era costretto a mandare giù quando poteva pensare solo a sopravvivere. Quello che chiunque di noi si mette nel piatto è indistricabilmente legato al tipo di persona che è e al contesto culturale in cui si trova e il protagonista di Aftertaste non fa eccezione: per riconnettersi con sé stesso deve ritornare alle sue origini anche tramite il nutrimento. Con lo scorrere delle pagine assistiamo alla sua crescita come persona, all’evolversi dei suoi rapporti umani, al migliorarsi della sua tecnica come cuoco e non possiamo fare a meno di fare il tifo per lui, anche quando la trama non fa sconti e decide di colpire forte quanto la vita vera.

E qui torniamo alla frase di apertura, quella del critico Visintin, perché se nel mondo reale è assolutamente vera (gli chef parlano sempre della loro idea, di cosa vogliono trasmettere e bla bla bla), qui è per forza di cose il pubblico in sala ad avere l’ultima parola dato che Kostya cucina perché siano le altre persone a poter mettere finalmente un punto e chiudere cerchi ancora aperti, perché spesso i fantasmi peggiori sono quelli che proprio noi rifiutiamo di lasciare andare. 

Aftertaste può non essere perfetto a livello di trama, ma sicuramente ha un messaggio interessante da raccontare. Per me è stata una lettura estremamente emotiva, al punto che non sempre sono riuscita a portarla avanti tutta di seguito e devo ammettere che il contenuto è sicuramente personale: per una persona con un vissuto diverso dal mio potrebbe essere un romanzo assolutamente irrilevante, ma vale comunque la pena dargli una possibilità anche solo per l’originalità.

mercoledì 29 ottobre 2025

The Stardust Thief

  • Titolo: The Stardust Thief - Il Ladro di Polvere di Stelle
  • Titolo originale: The stardust Thief
  • Autrice: Chelsea Abdullah
  • Traduttrice: Emanuela Foglia
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788834746592
  • Casa editrice: Fanucci

Trama


Loulie al-Nazari è la Mercantessa di mezzanotte: una contrabbandiera che con l’aiuto della sua guardia del corpo jinn ricerca artefatti magici illegali per rivenderli. Quando utilizza un po’ di quella magia per salvare la vita di un principe codardo, attira l’attenzione del padre di lui, il sultano, che la ricatta affinché recuperi un’antica lampada prodigiosa capace di restituire fertilità alla terra, ma anche di distruggere tutti i jinn. Non avendo altra scelta se non ubbidire, pena la morte, Loulie si mette in viaggio alla ricerca del manufatto accompagnata da uno dei figli del sultano e da una dei suoi Quaranta ladroni, una giovane donna dal carattere indomito che detesta i jinn con ogni fibra del suo essere. Affiancati dalla guardia del corpo jinn, dovranno affrontare attacchi di ghul, una regina jinn assetata di vendetta e un malvagio assassino ricomparso dal passato di Loulie che porta alla luce un pericoloso segreto sulla famiglia reale, presagio di un futuro insanguinato per il sultanato; un destino che solo lei e il principe possono cambiare. Ma in un mondo in cui le storie sono realtà e le illusioni verità, Loulie scoprirà che il fardello che si porta dietro – il suo nemico, la sua magia, persino il suo passato – non è quello che sembra, e dovrà decidere che persona diventare nella nuova vita che il destino le ha riservato.


Recensione e commento

Sicuramente, nell’ondata di libri fatti ormai in catena di montaggio che stiamo vivendo, The Stardust Thief si discosta molto: non è un fantasy romance, non ci sono i soliti cliché, non è un romanzo ricco di violenza esplicita e non ci sono plot armour attorno a inattaccabili protagoniste.

Abbiamo parlato di ciò che non è, ora cominciamo a dire cos’è. Tanto per cominciare, l’autrice è una donna del Kuwait, il che è stato subito interessante per me, perché la sua conoscenza dell’immaginario a cui attinge è quella di una persona che vive immersa in quella cultura e pertanto non può certo fare i mischioni culturali che ha fatto la Disney con Aladdin, inoltre, la sua conoscenza della lingua è pazzesca, con un lessico vastissimo, sempre la parola giusta al posto giusto e una linearità di pensiero chiarissima e coerente.

La sua abilità si riflette sia nell’ambientazione, che si dipana con vividezza, sia nella trama, che non presenta buchi. A questo proposito, già l’idea di partenza è interessante, perché il romanzo consiste in una sorta di sequel di Le Mille e Una notte: per quanto i nomi dei personaggi siano stati cambiati, ci troviamo in un mondo in cui Sherazade è ormai morta e suo figlio Mazen vive con lei e le sue storie nel cuore. Sono proprio i racconti della madre a dargli la chiave per sopravvivere in molte situazioni, dato che tutto il sistema magico è racchiuso in quelle parole, che spiegano luoghi, persone e oggetti incantati, ed è sempre grazie alle fiabe di sua madre che Mazen è diverso da molti altri protagonisti o coprotagonisti maschili. Sua madre gli ha insegnato l’empatia tramite i suoi racconti e ha cresciuto, fino al giorno della sua morte, un ragazzo sensibile e non incline all’odio o alla violenza, al punto da porsi moltissimi problemi di natura morale quando deve esercitarla per sopravvivere, fino a stare fisicamente male. In effetti, sia narrativamente che per quanto riguarda l'interpretazione del significato della storia in sé, è proprio il mettersi nei panni altrui a mandare avanti il libro, infatti, le tre voci protagoniste di Mazen, Loulie e Aisha, ognuna con il proprio pov dedicato, affrontano situazioni in cui si trovano fisicamente a vivere come un’altra persona: che si tratti di indossare un travestimento, munirsi di un oggetto magico che trasforma il proprio aspetto o rivivere l’interiorità altrui tramite una possessione, le loro idee granitiche sono messe a dura prova quando vedono il mondo attraverso occhi diversi.

È l’aspetto che più mi è piaciuto: non ci sono convinzioni scolpite nella pietra, il loro vissuto influenza fortemente il loro sistema di credenze e fa in modo che si orientino talvolta verso l’apertura, talvolta verso il pregiudizio. Il viaggio nel deserto, dopo molte peripezie che sono delle quest talmente ben strutturate e amalgamate nel testo da essere invisibili, è catartico ed è una scoperta di sé che può avvenire soltanto attraverso la scoperta dell’altrə, per quanto sul finale non manchino le promesse di violenza invece che verso la redenzione come fece Sherazade con il sultano. Ogni tappa del viaggio include tuttə e ciascunə di loro fa dei ragionamenti coerenti e sensati: non ci troviamo mai davanti a decisioni che noi nei loro panni non avremmo preso o che considereremmo stupide, anche quando sappiamo che sono sbagliate, per il semplice motivo che agiscono sempre in linea con ciò che hanno vissuto e quando c’è un cambiamento questo e graduale e altrettanto coerente.

Non solo la loro psicologia e approfondita e sempre fedele a sé stessa, ma anche l’intreccio è quasi sempre inattaccabile, i colpi di scena che in altre storie avrebbero dato fastidio perché calati dall’alto con il sacro martello del deus ex machina qui appaiono perfettamente credibili perché costruiti tramite antefatti che li anticipano e li preparano, il che non li rende necessariamente prevedibili, anche perché spesso prendono una direzione diversa da quella che si poteva pensare inizialmente.

The Stardust Thief non sarà il libro del secolo, ma sicuramente spicca nel maremagnum di letture tutte uguali e si distingue per la sua costruzione ferrea sia per quanto riguarda i personaggi che per la trama. L’ambientazione araba non è frutto di appropriazione culturale, ma anche in questo caso è un elemento identitario fortissimo e centrale. So perfettamente a chi regalerò questo romanzo per Natale.





giovedì 2 ottobre 2025

Il Fuso scheggiato & Lo Specchio rammendato




  • Titolo: Il Fuso scheggiato
  • Titolo originale: A Spindle splintered
  • Autrice: Alix E. Harrow
  • Traduttrice: Alice Casarini
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804757979
  • Casa editrice: Mondadori



  • Titolo: Lo Specchio rammendato
  • Titolo originale: A Mirror Mended
  • Autrice: Alix E. Harrow
  • Traduttrice: Barbara Ronca
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804757986



Trama il Fuso scheggiato

Zinnia Gray sta per compiere ventun anni. Un compleanno davvero speciale, anche perché è l'ultimo della sua vita. Rimasta vittima di una contaminazione chimica è affetta dalla nascita da una sindrome rara e misteriosa, la Malattia Generalizzata di Roseville. Se ne sa poco, se non che nessuna delle persone che ne hanno sofferto è arrivata ai ventidue anni. La sua migliore e unica amica, Charm, vuole che l'ultimo compleanno di Zinnia sia indimenticabile e le sta preparando una festa sensazionale, tutta in tema "Bella Addormentata" - la sua passione da sempre -, con tanto di torre e arcolaio. Ma quando Zinnia si punge il dito, succede qualcosa di totalmente inaspettato e la ragazza si trova catapultata in una serie di mondi paralleli, con un'altra bella addormentata desiderosa quanto lei di sfuggire a un destino che sembra già scritto.

Trama Lo Specchio rammendato


Zinnia Gray, di professione riparatrice di fiabe, ha finito di correre in aiuto di principesse addormentate. Dopo aver salvato decine di donzelle in pericolo, arso una cinquantina di arcolai, e dopo essersi ubriacata con decine di fatine buone e aver limonato con membri di famiglie reali di ogni ordine e grado, comincia a desiderare che tutte quelle fanciulle si diano una mossa e inizino a occuparsi da sole dei loro problemi di trama. Ma proprio quando pensa di non voler soccorrere nessun'altra principessa, si guarda in uno specchio e vede di rimando un volto che la fissa: è il viso del Male che la chiama. Perché ci sono tante persone intrappolate in storie che non hanno scelto: la Regina Cattiva di Biancaneve ha appena scoperto come si conclude la sua favola e ha disperatamente bisogno di un lieto fine. Ha bisogno che Zinnia la aiuti prima che sia troppo tardi per tutti. Ma cosa farà Zinnia? Accetterà la velenosa proposta della regina, risparmiando a entrambe la tortura delle scarpe di ferro arroventate, o tenterà un'altra strada?

Recensione e commento


In queste novelle di Alix Harrow troviamo alcune delle sue caratteristiche più famose e altre sperimentali, più o meno riuscite.

Le due novelle vanno lette in ordine perché sono cronologicamente collegate. Nella prima, Il Fuso scheggiato, la protagonista, Zinnia, convive con una malattia degenerativa incurabile che fa in modo che si immedesimi particolarmente con la protagonista de La Bella Addormentata e, per un caso fortuito, scopre che esistono infinge versioni della fiaba e che lei è una di esse. Aprendo un portale interdimensionale, finisce in un mondo secondario che ricalca l’immaginario disneyano in cui conosce la sua omologa di quell’universo e la aiuta a cambiare il corso degli eventi della sua storia. Nello strampalato viaggio che compiono assieme, le due ragazze imparano a conoscersi e volersi bene e interagiscono anche con la fata cattiva, colei che ha scagliato la maledizione su Primrose e qui appare chiaro che l’autrice aveva l’intento di dare una rivisitazione femminista alla trama: forse non tutte le maledizioni vengono per nuocere, a volte sono scagliate perché sono il male minore.
Nella seconda novella, Lo Specchio rammendato, invece, Zinnia aiuta la matrigna di Biancaneve a compiere un arco di redenzione e le dà la possibilità di tratteggiare sé stessa, scegliersi un nome ed essere altro oltre a “la matrigna-strega cattiva”. In questo secondo capitolo c’è moltissimo più ritmo e qualche inaspettato colpo di scena, perché anche Zinnia compie un arco che la porta a mettere in prospettiva la sua vita. 

Da un punto di vista puramente teorico sono tutte ottime idee e parzialmente sono riuscite: Zinnia è una protagonista scanzonata, ironica e sagace che grazie alla sua laurea in folklore ha gli strumenti per valutare la situazione fantastica che sta vivendo. Si parla di autodeterminazione e di cambio di paradigma nell’interpretazione dei comportamenti delle personagge, eppure, qui arriva anche qualche piccolo difetto, perché se da un lato la forma è stata adattata al contenuto più moderno, usando una prosa estremamente informale e cercando di tratteggiare i personaggi con una caratterizzazione più sfaccettata, dall’altro lato il contenuto straborda un pochino rispetto allo spazio che gli è stato dato. Infatti, le novelle assomigliano per struttura a dei romanzi, ma non c’è un numero adeguato di pagine per far sì che ogni elemento venga sviluppato adeguatamente. È un po’ come se la brevità fosse al tempo stesso un punto di forza e di debolezza perché sicuramente rende la lettura veloce e fruibile, ma anche troppo compressa per essere sempre confortevole.

In conclusione, Il Fuso scheggiato e Lo Specchio rammendato contengono messaggi importanti, qualche scena commovente e una prosa divertente e ironica. Qualche piccolo punto a sfavore c’è ma sono comunque libri disimpegnati da leggere in una piovosa domenica pomeriggio. 

mercoledì 24 settembre 2025

L’Ordine dei Mimi

  • Titolo: L’Ordine dei Mimi
  • Titolo originale: The Mime Order
  • Autrice: Samantha Shannon
  • Traduttrice: Egle Costantino
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804791911
  • Casa editrice: Mondadori
Trama


Oxford appartiene al passato, ma la Repubblica di Scion non è stata sconfitta e continua a darle la caccia con il suo occhio cui nulla sfugge. Per mantenere un appoggio nel mondo della criminalità a Paige non resta che tornare da Jaxon Hall, il suo vecchio datore di lavoro, tanto carismatico quanto feroce. Ma Paige obbedisce soltanto a se stessa adesso e neppure Jaxon potrà farla desistere dal denunciare la corruzione nel sindacato. E mentre lei progetta di impadronirsi della favolosa Corona della Rosa, entrambi i contendenti di un antico conflitto tramano per sfruttare il suo talento a proprio vantaggio. Il secondo volume della fortunatissima saga d'esordio di Samantha Shannon, ispirata ai miti greci di Pandora e Prometeo, che fonde distopia ed epic fantasy, in una nuova edizione completamente rivista dall'autrice.


Recensione e commento

L’Ordine dei Mimi inizia esattamente dove conclude La Stagione delle Ossa e se pensavamo che il peggio fosse passato è evidente che non avevamo ancora visto niente. Cerchiamo di analizzare con calma il secondo libro di questa serie che va in crescendo.

Per Page fuggire dalla prigione di Oxford, dove ha scoperto che il governo di Scion è in realtà una marionetta dei Refaim per combattere gli Elim ha costituito soltanto la punta dell’ iceberg. Qui la sua crescita è davvero esponenziale, le vessazioni che ha subito nel primo romanzo le sono servite per comprendere chi sia il vero nemico e soprattutto, grazie alla distanza che ha messo tra sé e la sua vita a Londra, si rende conto di essere stanca di scendere a compromessi e di non voler più vivere come una criminale.

Infatti è proprio su questo punto che batte tutta la narrazione: il sindacato nacque come associazione clandestina per dare rifugio ai veggenti, dato che Sion ha creato una forma di governo totalitaria che non accetta la magia, e ha concluso per diventare invece una vera e propria associazione mafiosa. Il sindacato ha creato una gerarchia tra i poteri dei veggenti e quindi ne taglia fuori moltissimi dalla piramide sociale, costringendo tantissime persone a vite marginalizzate: nonostante nascesse con l’idea di proteggerle ha finito invece con lo sfruttare la loro disperazione, fomentando una guerra tra poveri, forzando le persone a pagare il pizzo per avere protezione e riducendosi a una vita di criminalità invece che di solidarietà. Page non tollera più questa situazione, ne coglie le contraddizioni e tuttavia non riesce a cambiare vita, quantomeno non subito,  perché non ha alternative. Ha la nausea all’idea di chiedere un’altra volta il pizzo o di buttarsi in una rissa per il controllo sul territorio, ma non può trovarsi un lavoro normale poiché lo Stato persegue le persone dotate di magia e allo stesso tempo perché crede che il sindacato, se agisse con gli intenti per cui è nato, sia la sola arma da poter utilizzare per rovesciare il regime e combattere contro gli alieni.

Scalare la piramide sociale della criminalità diventa quindi paradossalmente fondamentale per Page, che ne ha bisogno sia per riorganizzarne le fila, sia per avere l’autorità e la credibilità per fare qualcosa di concreto: nessuno le crederebbe se, senza prove, raccontasse di essere stata rapita dagli alieni che sono al comando di un governo fantoccio e costretta a combattere contro degli altri alieni che si nutrono di magia. Mentre tutto ciò avviene, noi assistiamo ai suoi conflitti interiori che sono realistici e credibili, vediamo la sua frustrazione e il senso di impotenza e quello di ingiustizia che occasionalmente la porta ad agire in modo sconsiderato. Anche se a onor del vero Page ragiona cento volte prima di compiere un’azione che può mettere in pericolo la sua vita, quella altrui o la sua missione. Le scene di azione in cui si ricorre alla violenza ci sono e sono numerose, ma rispetto al primo volume sono portate avanti con intenti diversi perché anche in questo caso vediamo quanto Page sia cresciuta rispetto al primo romanzo, quanto il suo modus operandi era molto più orientato verso il mors tua vita mea. Qui la violenza viene utilizzata anche tanto, ma sempre circondata dal senso di colpa di non aver potuto fare diversamente. Un’altra evoluzione nella scrittura di Shannon si dimostra nell’assenza di plot armour attorno alla protagonista, che in La stagione delle Ossa veniva coccolata dall’autrice molto di più, mentre in L’Ordine dei Mimi deve cavarsela da sola senza dei ex machina, le prende da tutte le parti, si frattura, si ferisce, sopravvive con le sue forze, corre dei grossi rischi che le costano cari e, per quanto sia circondata da persone affidabili che le vogliono bene e sono disposte ad aiutarla, non sempre è nelle condizioni giuste per chiedere o ricevere aiuto. Per quanto riguarda le relazioni interpersonali, l’elemento che più ho apprezzato è lo slow burn, uno vero, come si deve, tra lei e il suo interesse amoroso. Nel primo romanzo avevamo visto solo un barlume di storia d’amore verso la fine e anche qui non se ne vede traccia per la maggior parte del libro. Infatti, quando i due parlano finalmente dei loro sentimenti in modo aperto, comunque ciò non diventa mai centrale perché il contesto in cui si muovono è talmente difficile che la lista delle priorità comprende tantissime altre voci che hanno la precedenza sulla loro storia. Se cercate un romance sicuramente questa serie non fa per voi, ma personalmente sto amando la loro relazione perché mi sta facendo languire proprio per l’assenza di fretta, nonostante il bisogno, e la mancanza di occasioni di viverla per i due protagonisti. Tutto questo mi fa tifare per loro molto più di quanto sarebbe successo se tutto fosse stato condensato in poche pagine in modo forzato.

La complessità della trama, che non è riassumibile in pochi punti, dato che gli intrighi e gli eventi sono tantissimi e coinvolgono una moltitudine variegata di personaggi, è specchio di un worldbuilding altrettanto complesso. Ho già nominato il fatto che esistono tre fazioni che al loro interno non sono omogenee: umani con poteri che sono in disaccordo tra di loro, umani senza poteri che sono altrettanto in disaccordo tra di loro, e per gli alieni la questione non migliora, poiché anche lì ci sono ribelli e collaborazionisti. Anche per questo è difficile riuscire a formare un fronte comune, dato che le lotte intestine non consentono di unirsi neanche davanti a un pericolo imminente che viene caparbiamente negato. In questo secondo romanzo della serie la parte fantascientifica è meno presente, mentre quelle fantasy e urban fantasy sono maggiormente trattate, ovviamente inquadrate nel contesto della distopia che Shannon ci sta raccontando. E infatti, questa Londra retrofuturista è quasi un elemento vivo: è la città che consente di tessere una rete grazie alla sua estensione, ma è sempre Londra che confina i veggenti negli unici posti che possono esplorare e li estromette da tutti gli altri. Il racconto che l’autrice fa di questa città le consente di costruire una enorme critica al colonialismo inglese. Infatti, i veggenti non sono i soli a essere stati messi alle periferie del sistema: anche gli immigrati, in particolare gli irlandesi, di cui Page stessa è parte, vengono perseguitati e costretti a soffocare una grossa parte della loro identità. Parlare gaelico è di per sé un atto sovversivo e per anni si è sforzata di non parlare la sua lingua madre. Ma in due occasioni sarà proprio questa parte di sé, quella che persino lei trascura e a cui non pensa mai, a salvarle la pelle. Anche l’esplorazione dei suoi poteri magici è una sonda che scende sempre più in profondità. Nel primo romanzo ci è stato presentato un sistema magico sfaccettato e fuori dal comune per la sua dovizia di particolari. Qui si va ancora più a fondo perché Page allena i suoi poteri come un’atleta olimpica, tanto che arriviamo a conoscere ogni virgola dei suoi doni con un realismo impareggiabile.
 
Se cercate una serie in cui tutto viene gestito sempre con criterio e con una struttura molto fuori dal comune rispetto a quelle contemporanee questa fa decisamente per voi. Il secondo libro non solo è all’altezza del precedente, ma addirittura superiore perché ne lima i difetti. Spero che il terzo libro arrivi presto da noi in Italia.




mercoledì 3 settembre 2025

The Thirteenth Child - La Tredicesima Figlia

  • Titolo: The Thirteenth Child - La Tredicesima Figlia
  • Titolo originale: The Thirteenth Child
  • Autrice: Erin Craig
  • Traduttrice: Sara Brescian
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788834746523
  • Casa editrice: Fanucci
Trama


Hazel Trépas ha sempre saputo di essere diversa dai suoi fratelli. Tredicesima figlia, fin dall’infanzia è stata promessa a uno degli dèi della Martissienes: Merrick, la Temutissima Fine. Quando, dopo anni di silenzio, Merrick finalmente si presenta alla porta della fattoria di famiglia, il destino di Hazel si compie. Il dio le comunica che diventerà una grande guaritrice, dalle abilità straordinarie. Per aiutarla, Merrick le concede in dono la capacità di dedurre all’istante la cura necessaria per ogni malato. Ma c’è un problema. Oltre a un potere fuori dal comune, Hazel riceve anche una condanna: riesce a vedere quando ogni speranza è svanita e la Morte ha reclamato uno dei suoi pazienti. Perseguitata dai fantasmi di chi ha dovuto lasciare andare, Hazel non desidera altro che fuggire dalle sue responsabilità. Ma il destino la conduce alla corte reale di Châtellerault, dove le viene chiesto di curare il re Marnaigne, colpito da una piaga misteriosa. È lì che conosce Leopold, lo sprezzante principe ereditario che nasconde un cuore sorprendentemente gentile. Alla corte, costretta a decidere se salvare o no un sovrano destinato a morire, Hazel affronterà la prova più difficile della sua vita. Cosa succede quando una mortale decide di sfidare la volontà della Morte?

Recensione e commento 

Tra i pregi della scrittura di Erin Craig c’è sicuramente quello di non produrre mai opere autocelebrative fatte in serie: sicuramente, che piaccia o meno, questa autrice non può essere accusata di riproporre sempre la stessa formula, per non sbagliare, ogni sua opera è sempre diversa dalle precedenti e questo finirà inevitabilmente per piacere a una fetta di pubblico e scontentarne un’altra. 

The Thirteenth Child - La Tredicesima Figlia è la quarta opera di Erin Craig, completamente staccata dagli universi di Piccoli Favori o di La Casa di Sale e Lacrime e si basa su una delle fiabe del focolare dei fratelli Grimm, quella di Comare morte, in cui il tredicesimo figlio di un contadino veniva adottato dalla Morte che ne fece un guaritore. Infatti, in questo romanzo cerca di sostenere la parte disturbante facendo leva sul body horror, piuttosto che sulle sensazioni di inquietudine date dall’emotività delle protagoniste, e questo funziona per la fetta di pubblico che prova ribrezzo a sentir parlare di fluidi corporei, pustole e malattie, ma lascia totalmente indifferente chiunque veda il malessere dei pazienti in modo più clinico e neutro che raccapricciante (questo dipende dalla sensibilità personale).

Il tema centrale, poi, è il rapporto con la famiglia: la famiglia d’origine della protagonista, disfunzionale e anaffettiva, che la fa crescere facendola sentire un fardello, contrapposta a Merrik, un dio della morte volubile, ma sinceramente affezionato alla protagonista Hazel, con la quale costruisce un rapporto padre-figlia non sempre idilliaco ma sicuramente autentico. Per quanto magica, l’intento di Craig è sicuramente quello di mostrarci una vita normale, con i suoi alti e bassi, le sue fasi e i suoi stalli, fatta di piccole gioie e a volte grandi dolori, ma per quanto io in genere apprezzi questo tipo di storie (mi viene in mente, per esempio, il titolo Ortica), qui forse si è tirato un po’ per le lunghe, sfoltire un po’ di pagine avrebbe aiutato con l’immersione emotiva, che a tratti era intensa, mentre altre volte mancava, soprattutto nella prima parte, concentrata moltissimo sulla descrizione di ambientazione e paesaggi. Sicuramente, l’intento dell’autrice era di mantenere la storia indeterminata e sospesa nel tempo, proprio come nelle fiabe, ma proprio per questo forse avrebbe dovuto prendersi meno spazio e venire al dunque prima, anche se ciò le ha dato l’occasione di creare, come sempre, un’ambientazione delineata con vividezza. Il tono cambia dopo la metà del romanzo e assistiamo alla crescita di Hazel anche grazie alle crisi e alle emergenze che deve affrontare, effettuando il passaggio di crescita da ragazza a donna. 

Se l’idea di base per il libro era buona, purtroppo per me la più grande nota di demerito va alla traduzione, è stato uno strazio leggere tutta la prosa al passato prossimo invece di un più classico passato remoto. Questo escamotage non ha fatto altro che allungare ulteriormente il numero di parole, rendendo il testo verboso e difficile da digerire anche per una contorta e disagevole consecutio temporum. Personalmente, ho concluso la lettura ricorrendo al testo in originale, perché la resa in italiano mi stava creando troppi problemi di concentrazione, dato che mi veniva da correggere ogni frase mentre la leggevo.

The Thirteenth Child - La Tredicesima Figlia è un romanzo peculiare come tutti gli altri usciti dalla penna di Erin Craig. Il suo sforzo nel non ripetersi mai è ammirevole e questo sarà per alcune un pregio e per altre un difetto. Non posso che consigliare di provare per farsi la propria idea.


mercoledì 9 luglio 2025

Il Viaggio dei Dannati

  • Titolo: Il Viaggio dei Dannati
  • Titolo originale: Voyage of the Damned
  • Autrice: Frances White
  • Traduttrice: Claudia Milani
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804791645
  • Casa editrice: Mondadori
Trama


Da mille anni il regno di Concordia ha mantenuto la pace tra le sue province. Per celebrare la ricorrenza, l'imperatore organizza un viaggio di dodici giorni con la sua nave fino alla sacra montagna della Dea. A bordo ci sono gli eredi delle dodici province, ognuno dotato di uno speciale e segreto dono magico chiamato Benedizione. Tutti, tranne Ganymedes Piscero, un buffoncello senza arte né parte, un totale fallimento. Quando una dei dodici, la più amata, viene uccisa, gli altri sono tutti sospettati. Bloccato in mezzo al mare, circondato da persone potenti e senza nessuna Benedizione che lo protegga, Ganymedes ha ben poche possibilità di sopravvivere. Ma mentre i cadaveri si accumulano, proprio lui si trova a dover diventare l'eroe che non è nato per essere. Riuscirà a smascherare l'assassino, prima che la nave tocchi le sponde di Concordia? O l'impero come l'ha sempre conosciuto è destinato a crollare?


Recensione e commento

Il Viaggio dei dannati si pone come un romanzo perfetto per essere letto in questo momento di afosa calura estiva perché promette brezza marina e omicidi da risolvere sotto l’ombrellone. Le aspettative sono state in parte rispettate

Le premesse della storia erano ottime, sulla carta si prospettava una trama costellata di personaggi ricchi di diversità, ma a conti fatti ha peccato di tokenismo: ogni persona presente è un manifesto di qualcosa. Abbiamo il protagonista che è un bisessuale sovrappeso, lǝ rappresentate della provincia del Ragno che è agender e asessuale, poi ci sono province guidate da persone con disabilità o malattie croniche. Tutte queste caratteristiche non servono a tratteggiare personaggi definiti, quanto delle macchiette che rischiano di sfociare nello stereotipo. Ganymedes stesso viene ritratto come il bisessuale che si farebbe pure i muri, persino quando la situazione diventa drammatica e e ha da poco subito un lutto gravissimo. Lǝ rappresentante della provincia del Ragno, a cui non è assegnato un genere, invece ha anche la caratteristica dell’ambiguità e dell’inaffidablità. Chiariamoci, non è che le persone agender siano degli angioletti scesi dal paradiso, ma è almeno il terzo libro che leggo in cui il personaggio agender viene associato a caratteristiche di ambiguità morale, un po’ come se una persona non incasellabile socialmente avesse anche dei valori eticamente discutibili. Anche l’infanzia sortisce un po’ lo stesso effetto di appiattimento, perché per quanto Cavalletta sia adorabile e uno dei personaggi che tiene in piedi il libro, i suoi dichiarati sei anni sono più simili ai tre anni delle bambine vere.

L’ambientazione ha qualche difetto, tanto per cominciare non si sente per nulla l’atmosfera marinaresca, tutto il viaggio si svolge su una nave incantata che deve arrivare a una montagna sacra dopo dodici giorni, eppure la storia potrebbe svilupparsi in qualsiasi altro luogo, perché non c’è mai un rollio, né un’ oscillazione della nave o una virata. Questo toglie tantissimo all’esperienza e, unita al fatto che ci sono troppe intrusioni del mondo primario, nominando oggetti moderni come i bar, gli hot dog e il sushi, spesso la sospensione dell’incredulità viene meno. A contribuire a questa sensazione è anche la macchinosità dei dialoghi, che sono spesso utilizzati per dare delle informazioni a noi che leggiamo, ma che in realtà mettono i personaggi nella posizione di parlare di cose che tecnicamente dovrebbero già conoscere. L’impero di Concordia (un po’ è grottesco che un libro ambientato su una nave tiri in ballo il nome “Concordia”) è molto simile a quello di altri libri, tanto che leggendo i primi capitolo, in cui venivano gettate le basi dell’ambientazione, risuonava moltissimo nella mia testa l’ambientazione di Hunger games, con i suoi dodici distretti (Province, nel caso del libro in questione), con un tredicesimo emarginato perché si è ribellato e ciascuno di essi che deve rifornire l’impero centrale di una risorsa ben precisa è molto simile a L’Impero dei Dannati, in cui l’identità di ciascuna provincia viene soffocata fino a reprimere persino le lingue locali e viene applicato il principio del divide ed impera.

Eppure, non è tutto da buttare via, perché nonostante gli intenti seri di rappresentazione, Il Viaggio dei Dannati è un libro scanzonato che riesce a ridere di sé stesso. Nonostante il tema degli omicidi (che per la cronaca fanno immediatamente comprendere chi ne sia artefice), la prosa è ricca di battute e scene divertenti che sfociano nel cringe ed è tutto così esagerato che kitch che fa tutto il giro e diventa gradevole. È quel tipo di lettura trash che non diventa disturbante e durante la lettura si riesce a riderne in misura di gran lunga maggiore rispetto al fastidio proprio perché è tutto esagerato. Anzi, forse è un romanzo che funziona proprio in virtù delle sue imperfezioni e che forse non sarebbe stato efficace nell’ intrattenere se fosse stato perfetto.

Il Viaggio dei Dannati è un libro che parte da ottime premesse ma ha un po’ di problemi di esecuzione dovuti all’inesperienza dell’autrice. Nonostante questo riesce a essere divertente e fare divertire forse proprio perché non si prende mai troppo sul serio. Un libro da ombrellone degno di questo nome.


mercoledì 25 giugno 2025

The Spell Shop

  • Titolo: The Spell Shop
  • Titolo originale: The Spell Shop
  • Autrice: Sarah Beth Durst
  • Traduttrice: Bendetta Gallo
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN:
  • Casa editrice: Rizzoli
Trama


Kiela ha trascorso anni a lavorare in solitudine nella Grande Biblioteca imperiale di Alyssium, in compagnia solo di Caz, un'arguta e apprensiva pianta parlante. A Kiela va bene così, da sempre preferisce i libri alle persone. Ma quando nella capitale scoppia una violenta rivoluzione, è costretta a fuggire con il suo unico tesoro: manuali di antichi incantesimi, custoditi contro ogni legge. Arrivata sulla remota isola di Caltrey, Kiela scopre che il luogo della sua infanzia non è più lo stesso: la magia che un tempo lo nutriva è svanita, lasciando unicorni, gatti alati, spiriti della foresta e le altre creature magiche sempre più deboli. Kiela vuole aiutare, e preparare rimedi magici con un negozio di marmellate come copertura è la soluzione perfetta per guadagnarsi da vivere e salvare l'isola. Tutto sembra andare per il verso giusto, se non fosse per le intrusioni del vicino di casa, Larran, un affascinante allevatore di cavalli mer, deciso a farle abbattere ogni barriera. Kiela è combattuta tra il desiderio di fidarsi e la paura che aprirsi agli altri possa distruggere tutto ciò che ha costruito. Una storia magica e dolcissima per chi crede che il vero incantesimo sia essere pronti a lasciarsi amare.

Recensione e commento

Ma quanto è carina la copertina ceca?
Dopo vari tentativi sono arrivata alla conclusione che il cozy fantasy, e il cozy anche non di genere, è estremamente personale e bisogna rivedersi in qualcosa perché piaccia.

Questo per dire che comprendo ogni singolo motivo per cui diverse persone che conosco affermano che si aspettavano di più da questa lettura o ne sono un po’ deluse, ma io personalmente l’ho amato, perché mi sono rivista in tantissime cose, anche dal punto di vista delle tematiche trattate ce ne sono alcune tra le più care al mio cuore.

Tanto per cominciare, la popolazione non si divide in gruppi: non ci sono maggioranze o minoranze, ma solo individui unici. La protagonista stessa ha la carnagione azzurra e i capelli blu e tra centaure, o creature con corna altissime, oppure ali gigantesche, o ancora pelle coriacea o di colori particolari, non esiste uno standard fisico e non ci sono corpi conformi o non conformi. Tuttavia questo pone il facilmente risolvibile problema, dato che la soluzione di basa sull’ascolto dell’altrǝ, di rendere accessibile per tuttɜ i luoghi pubblici, poiché una porta potrebbe essere troppo stretta o troppo bassa per l’unǝ o l’altrǝ. In questo senso, spazi come il panificio o il negozio di marmellate sono importantissimi a livello comunitario e spesso la narrazione si concentra proprio qui, dove le persone vanno sia a nutrirsi di cibo delizioso, sia a confrontarsi, parlare di come affrontare le difficoltà che la loro cittadina sta affrontando. Il senso di coralità è palpabile sin dall’inizio quando gli scambi di leccornie, che sono piccoli lussi in un territorio sull’orlo della carestia, e piccole commissioni raccontano di una comunità pronta a proteggersi a vicenda proprio perché consapevole di doversi unire per sopravvivere. L’empatia e la gentilezza sono considerate forza, non debolezze.

Si parla di liberalizzazione della conoscenza in un momento storico complesso, perché un vecchio regime, basato sulla nobiltà che mantiene il suo privilegio anche tenendo per sé la magia, e uno nuovo sta sorgendo. The Spell Shop si apre con una rivoluzione e Kiela che fugge da una città in fiamme per andarsi a rifugiare sull’isoletta in cui è nata. Qui si rende conto di molte cose, tanto per cominciare mette in discussione la sua intera vita: c’è una discrepanza tra ciò che ha pensato di volere per tutta la vita e ciò che vuole davvero. Si rende conto che la vita a Caltrey non è una vita da cui scappare e forse il paesello delle sue origini è proprio il luogo in cui può realizzare i suoi sogni. Tendenzialmente rifuggo i libri che parlano di libri, troppo spesso c’è un mal riposto senso di superiorità che occhieggia troppo al pubblico in modo facilone, ma qui per fortuna il romanzo prende una sterzata diametralmente opposta: Kiela si rende conto che la vita fuori dalla biblioteca ha un valore, che i libri sono importanti quando la conoscenza è condivisa e che una vita di solitudine non è così auspicabile soprattutto dopo essersi auto convinta che fosse ciò che voleva. Nella grande città Kiela si era convinta che la routine fosse giusta, che andare a scuola e poi trovare un lavoro fosse giusto solo perché è così che si fa e questo non significa che le siano state imposte delle scelte, solo che spesso le nostre vite frenetiche ci inghiottono prima che ce ne rendiamo conto e spesso ne vediamo le idiosincrasie solo dopo che il ciclo si è rotto forzatamente. In determinati casi, The Spell Shop esce un pochino dai canoni del cozy perché il trauma esiste, è presente ma in un certo senso solo perché è nella natura delle cose: l’isola non è un posto dove i traumi vengono affrontati ed elaborati, ma il luogo dove ci si rifugia da essi. A ogni abitante è capitato qualcosa di brutto, ma lì ha trovato la sua serenità e grazie all’aiuto della protagonista, che, portando con sé la magia, riesce a far rifiorire l’intero borgo. Uscire dalla crisi economica e climatica è possibile grazie a uno sforzo collettivo che mette al centro la cura degli spazi collettivi e individuali come forma della cura dell’altrǝ. 

L’assenza di violenza si porta fino alla fine, quando qualsiasi tipo di conflitto viene risolto senza mai prendere nemmeno in considerazione l’annientamento altrui, anche se personalmente ho avuto la sensazione che il finale sia stato un po’ tirato per le lunghe (per non parlare del fatto che il capitolo extra è completamente inutile a livello narrativo ed è anche inverosimile a livello immersivo). Non è un romanzo basto tanto sulla caratterizzazione dei personaggi, che sono a metà tra l’essere macchiette e tuttotondo, è l’interazione tra di loro, ma soprattutto l’ambientazione con tutto il contesto culturale che reggono il libro e lo rendono una coccola. 

The Spell Shop non è il libro della vita, questo è sicuro, ma non pretende di esserlo, vuole essere per noi un rifugio, una piccola isola felice in cui non esistono problemi insormontabili, c’è spazio per tuttɜ e le case profumano di marmellata e cannella. È stata per me una lettura sorprendente perché, nonostante tutto, si è rivelata più politica di quanto avrei immaginato prima di iniziarla.

Storia naturale dei Draghi

Titolo: Storia naturale dei Draghi Titolo originale: A Natural History of Dragons Autrice: Marie Brennan Traduttrice: Annarita Guarnieri Li...