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mercoledì 11 dicembre 2024

Il Mondo della Foresta

  • Titolo: Il Mondo della Foresta
  • Titolo originale: The Word for the World is Forest
  • Autrice: Ursula K. Le Guin
  • Traduttore: Riccardo Valla
  • Codice ISBN: 9788804757467
  • Casa editrice: Mondadori 

Trama

Il "mondo della foresta" è il pianeta Athshe, abitato da una specie umanoide di "piccoli ometti verdi" che ha dato origine a una civiltà pacifica, basata sulla conoscenza di sé e sull'armonia dello spirito. I coloni venuti da Terra lo chiamano New Tahiti, ne sfruttano la popolazione, che considerano inferiore, e ne predano le risorse abbattendo indiscriminatamente gli alberi per inviare il prezioso legname sul loro lontanissimo mondo, dal quale la vegetazione è scomparsa. I miti nativi di Athshe si scontreranno loro malgrado con il modo di vivere rapace dei terrestri, imparando cosa siano l'avidità, la violenza, la vendetta. Sesto libro del "ciclo dell'Ecumene", "Il mondo della foresta" (Premio Hugo nel 1973 per il miglior romanzo breve) parla di sopraffazione e resistenza, della perdita dell'innocenza e del potere del sogno. In una trama fantascientifica che riecheggia gli eventi del Vietnam, racchiude, con toni talora crudi, talora fiabeschi, i temi cari a Le Guin: l'eterna dialettica tra bene e male, l'incontro di culture, l'armonia con la natura, la pace.


Recensione e commento

Come ormai saprete, per me è sempre difficile scrivere una recensione su un romanzo di Ursula Le Guin perché qualsiasi cosa io possa dire appare superflua rispetto a tutto quello che ha detto lei da sé. Questo testo non fa eccezione, si esplica perfettamente da solo, ma come sempre cercherò di fare del mio meglio. 

I temi di ambientalismo e diversità sono quanto mai presenti in Il Mondo della Foresta, al punto che sono arrivata a capire che non era lei avanti sui tempi, ma noi estremamente in ritardo. Infatti, in questo romanzo, lei stessa ammette di non aver resistito alla tentazione del pulpito e di farci la morale, per una volta, e, senza mai sfociare nella banalità, ci racconta di un mondo in cui non puoi mangiare i tuoi soldi, una volta che hai bruciato tutti gli alberi e inquinato tutte le acque. Questo romanzo scritto e pubblicato in piena guerra del Vietnam ha sicuramente delle similitudini con la realtà, primo fra tutti l’uso del napalm, la forte presenza della foresta sia come tratto culturale che come elemento strategico in guerra, e di un popolo che in essa riesce a nascondersi al punto da considerarla il mondo intero.

Ci viene mostrato come gli umani si concentrino sempre e solo sulle differenze e mai sulle cose in comune, infatti, come spesso accade nella fantascienza di Le Guin, abbiamo esseri umani che sono stati impiantati sui vari pianeti e lì hanno seguito percorsi evolutivi diversi, ma sono sempre la stessa cosa, anche se adattata a una natura diversa. In questo contesto, l’autrice ci mostra le sfaccettature del razzismo, le sue ipocrisie e i suoi bias, perché i nativi vengono considerati umani o non umani a seconda di ciò che fa comodo all’oppressore: quando si tratta di farli lavorare come asini da soma allora sono facilmente identificabili come animali, ma quando c’è da violentare le donne allora sono abbastanza umane da andare bene. Allo stesso tempo, mentre tutto ciò che viene commesso in prima persona viene considerato legittimo, sacrosanto o quantomeno giustificabile, il pensiero che possa accedere qualcosa di simile a parti inverse diventa insopportabile e disgustoso. Al rapporto tra le due fazioni presenti nel romanzo viene attribuita moltissima della retorica ancora oggi presente nella dialettica razzista, soprattutto per quanto riguarda la cultura e le differenze fisionomiche che nulla hanno a che fare con il pensiero o le capacità.

Lo stesso tipo di traslazione viene fatta anche in ambito ambientalista. Nella prefazione Le Guin ci racconta che in quel periodo era comune per lei unirsi a manifestazioni pacifiche di protesta contro la guerra e contro lo sfruttamento dell’ambiente e che trovasse molto strano che tutto ciò venisse considerato bizzarro. Nel romanzo vediamo che l’utilitarismo verso la terra si giustifica con una indiscriminata deforestazione sul pianeta colonizzato, come se la mancanza di legno sulla Terra, causata proprio dallo stesso identico tipo di sfruttamento, giustificasse tutto. Ci viene mostrata un’umanità che non solo non ha imparato nulla, ma che continua a basare il suo modello economico sulla prepotenza e la prevaricazione, senza mai comprendere che non siamo noi contro la natura, ma noi e la natura assieme.

Sono 160 pagine davvero pregne e personalmente la cosa che amo di più di Le Guin è che non si perda in chiacchiere, perché riesce sempre a delineare anche in un solo paio di battute di un discorso diretto tutto quello che ci serve estrapolare per farci un pensiero nostro. Ed è infatti in questo modo che ci viene raccontato dell’inadeguatezza della politica, perché i politici dei vari enti internazionali e interplanetari sono lì a parlarsi tra di loro, a chiedere tregue, a dire che devono parlare prima con i loro superiori, ma nessuno si prende la briga di trattare con la popolazione locale o di fare a lei delle promesse.

Anche i personaggi sono altrettanto complessi per quanto delineati in pochissimo spazio, solo uno di loro è completamente malvagio, mentre gli altri sono umani e quindi un mix di bontà e cattiveria. Persino il personaggio più positivo è inconsapevolmente sessista, non perché intenda esserlo, quanto perché è nato e cresciuto immerso in quel tipo di società e questo è chiaro dalle cose che dice in merito al suo rapporto con le donne.

Non sono sicura di essere stata sufficientemente convincente, ma non credo che Le Guin abbia bisogno di troppe presentazioni. Non ho mai letto un suo libro pensando “Questo lo ha scritto perché aveva la rata del mutuo”, anzi, ogni sua parola, ogni sua frase è sempre necessaria e la vivo come un arricchimento. Il Mondo della Foresta non fa eccezione, è un libro efficace e all’avanguardia che dovremmo recuperare tuttɜ per sapere quanto tempo abbiamo avuto per cambiare le cose e invece non lo abbiamo fatto.

In 160 pagine è riuscita a criticare l’invasione del Vietnam, la scarsa attenzione verso l’ambiente sia dell’opinione pubblica, sia della politica, che resta indifferente anche davanti ai genocidi. Se dopo cinquant’anni dalla prima pubblicazione non è cambiato nulla allora temo che non fosse lei a essere troppo avanti ma noi troppo indietro.

venerdì 29 novembre 2024

La seconda Lingua madre

  • Titolo: La Seconda Lingua Madre
  • Titolo originale: La segunda lengua materna
  • Autrice: Flor Canosa
  • Traduttrice: Rosa Ricciardi
  • Lingua originale: spagnolo
  • Codice ISBN: 9791281937024
  • Casa editrice: Future Fiction
Trama


Argentina, futuro prossimo: gli impianti neurali fanno parte della quotidianità e la memoria è diventata inutile, sostituita dall’abilità di saper cercare il dato giusto. Tra i creatori degli impianti spicca la figura di Hana Schmidt, impegnata nello sviluppo di un chip – destinato a essere rivoluzionario – presso l’Istituto Nazionale di Tecnologia Implantologica. Hana divide il suo tempo libero tra due amanti: Lars Kunkel, un indolente collega di lavoro, e Johan Müller, un compositore introverso. I tre finiranno per creare un triangolo amoroso, mutevole e irreversibile, una struttura complessa dalla quale sarà impossibile uscire indenni. In questo scenario avverrà l’impossibile: Hana concepirà un figlio da due padri e da quel momento in poi, nulla sarà più come prima, non solo per lei, ma per tutta l’umanità.
Difficile da classificare, impossibile da abbandonare, La seconda lingua madre si muove tra fantascienza, cyberpunk, new weird e melodramma familiare. Intessuta da un labirintico sistema di note a piè di pagina che s’infiltra in maniera spiazzante nella narrazione di Hana, questa è una storia di legami: erotici, sentimentali e linguistici, tutti influenzati e plasmati dalla tecnologia.
Preparatevi a un’esperienza di lettura che vi farà mettere in discussione la realtà stessa e che vi lascerà con una domanda inquietante: siamo pronti all’avvento della “seconda lingua madre” che sta per hackerarci tutti?
Flor Canosa (Buenos Aires, 1978) è sceneggiatrice, montatrice cinematografica e docente all'Università di Buenos Aires. Ha pubblicato sei romanzi. Nel 2015 ha vinto il Premio X per il romanzo contemporaneo della casa editrice El Cuervo con Lolas. Pulpa (2019) è stato pubblicato in Argentina, Spagna e Cile e Los accidentes geográficos (2021) in Argentina e Brasile. È sceneggiatrice per diverse case di produzione e co-editrice della Colección Arqueologías del Futuro (nuova narrativa weird) per la casa editrice Indómita Luz. Nel 2023 ha pubblicato in Argentina e Spagna La segunda lengua materna, (pubblicato in italiano da Future Fiction con il titolo La seconda lingua madre) candidato al Premio Celsius della Semana Negra di Gijón e al Premio Medifé Filba tra i dieci migliori romanzi dell'anno.

Recensione e commento

Devo fare due mea culpa in apertura di questa recensione, perché il libro di cui vi parlo oggi è stato pubblicato da una delle mie case editrici preferite e nonostante ciò non vi ho mai parlato di nessuno dei loro titoli. Le Onde, di quel biscottino di Ken Liu, è stato scalzato per un posto dai libri migliori del 2023 e i miei auricolari mi hanno fatto ascoltare moltissima della produzione Future Fiction presente su Audible. Con questa recensione, che esiste anche grazie al fatto che mi sia stato fatto omaggio del libro, spero di cominciare a rimediare in tal senso. 

Il secondo mea culpa, invece, è più un disclaimer, perché ho dovuto fare decantare questa lettura per qualche giorno prima di riuscire a mettere qualcosa nero su bianco anche perché ho dovuto studiare un po’ prima.

La seconda Lingua Madre non è un romanzo semplice, dal momento che si tratta di una commistione tra fantascienza e weird, e allo stesso tempo presenta delle caratteristiche tipiche della letteratura sudamericana che segue degli schemi diversi rispetto a quelli della letteratura nostrana o che ci viene portata in traduzione dai Paesi anglofoni. Il primo elemento che mi viene in mente è il rapporto con il corpo, in ogni sua forma: l’esperienza del corpo femminile, che viene messa al centro nella produzione del realismo magico sudamericano, si ritrova anche qui, con una protagonista che vive la sua sessualità in maniera molto libera. La commistione tra fantascienza e weird porta spesso a delle scene esplicite abbastanza disturbanti, volutamente poco piacevoli e altrettanto eccessive e discutibili. La sua esperienza è fuori da ogni canone sociale, perché non è poliamorosa, quello che mette in atto, per sua stessa ammissione è un tradimento bello e buono perché sta contemporaneamente con due uomini uno all’insaputa dell’altro, con ciascuno dei quali ha un rapporto disfunzionale e superficiale, sempre in modo variegato, dato che essendo persone tanto diverse, sono altrettanto diverse le ragioni della loro disfunzionalità.

Ho già citato il realismo magico perché studiando quella parte della letteratura, La seconda Lingua Madre mi è apparso subito più chiaro: in questo volume la tecnologia ha lo stesso ruolo che altrove viene ricoperto dalla magia perché fornisce alla protagonista gli strumenti per svincolarsi dalla sua posizione trascendendo il proprio corpo, così come fornisce all’autrice degli espedienti per fare in modo che alcuni episodi tipici della letteratura fantastica diventino possibilità narrative e non cliché.

Per quanto riguarda il worldbuilding, invece, partiamo col dire che ci troviamo davanti a un’utopia che è solo apparente, proprio perché è difficilissimo scrivere un’ambientazione in cui non esiste conflitto dal momento che inevitabilmente questo dovrà rientrare dalla finestra. E in effetti era proprio nelle intenzioni dell’autrice raccontarci un mondo perfetto solo in superficie, con un livello di tecnologia avanzatissimo e un benessere economico generale. Eppure, andando avanti con la storia vediamo che i ruoli di genere sono ribaditi e ancora ben saldi, i diritti civili sono ancora solo formali, perché la nascita di un figlio con una disabilità cognitiva è ancora un problema da correggere perché è un problema avere un figlio “idiota” e “cretino” a cui non poter lasciare la propria eredità intellettuale. Le persone continuano a essere infelici e alla spasmodica ricerca di qualcosa, anche se pensano di avere tutto. Non è mai così, perché quello che manca davvero è uno scopo, e anche quando se ne ha uno, esso è talmente spostato sopra il piano della realtà da essere irrealizzabile.

Infine, anche la forma è coerente con il contenuto strano dell’intero libro, perché le note a piè di pagina ci spiegano esattamente tutte le parole e i concetti che avemmo cercato su Wikipedia mettendo momentaneamente da parte la lettura e in questo senso è geniale, perché consente, se state leggendo il libro cartaceo, di non mettere mai da parte l’analogico per il digitale. Insomma, il libro basta a sé stesso anche in questo caso.

In conclusione, oggettivamente parlando, La seconda Lingua Madre non è minimamente un libro che punta ad abbracciare una larga fetta di pubblico, è sicuramente una lettura per cui non ci si può preparare. La cosa che ho preferito, anche quando non concordavo con le scelte compiute da una protagonista che diventa via via meno empatizzabile, è stata la necessità di porsi domande durante la lettura e di fornire risposte che possono solo essere personali e non univoche.

mercoledì 16 ottobre 2024

I cento Amori di Giulietta

  • Titolo: I Cento Amori di Giulietta
  • Titolo originale: The Hundred Loves of Juliet
  • Autrice: Evelyn Skye
  • Traduzione di: Martina Calvaresi & Dafne Calgaro 
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804773269
  • Casa editrice: Mondadori
Trama 


È una gelida, incantevole serata invernale in una piccola città dell'Alaska quando Helene e Sebastien si incontrano per la prima volta. Peccato che non sia veramente la prima volta. La loro storia la conoscono tutti, ma non è andata proprio come l'ha raccontata Shakespeare.

Recensione e commento

I cento Amori di Giulietta è un libro imperfetto. E l’ho amato tantissimo. Dall’inizio alla fine ho avuto gli occhi bagnati per la commozione.

Ma andiamo con ordine e, come sempre, partiamo dalle cose negative, dulcis in fundo.

Prima di tutto, analizzando il romanzo da un punto di vista tecnico e oggettivo, mi tocca ammettere che in alcune parti si sente un po’ l’ingenuità dell’autrice. Ho conosciuto Evelyn Skye con Damsel, che si basava sulla sceneggiatura del film omonimo ma che lo stacca nettamente per qualità prendendosi alcune licenze verticalmente migliorative rispetto alla pellicola. In quel contesto ho davvero sentito che l’autrice avesse la situazione perfettamente in mano, che avesse tutto sotto controllo, dalla prosa alle dinamiche da sviluppare e trovo che non abbia sbagliato un colpo. In I cento Amori di Giulietta, invece, l’ho sentita (giustamente) più inesperta, seppure con un grande potenziale. Ci sono alcune scene in pieno stile rom-com che sono un po’ buttate via nella cifra totale della trama che non avranno il risvolto che realisticamente avrebbero dovuto avere, ad esempio quando Helena dovrebbe occuparsi della libreria del paese ma si assenta per tre giorni come se nulla fosse e nessuno batte ciglio. Allo stesso modo, ci sono scene alla Misson Impossible, e 007 muto.

A parte questo, invece, ci sono state molte situazioni che mi sembravano inverosimili in un primo momento, ma che mi sono parse più credibili andando avanti: l’incipit del romanzo consiste nel primo incontro tra i due protagonisti con una Helena che riconosce l’amico immaginario che le ha tenuto compagnia nei suoi momenti bui, lui, d’altro canto, la allontana immediatamente in modo brusco. Mi sembrava la solita solfa dell’amore a prima vista, ma il sistema magico ha giustificato questa scelta, poiché Romeo non può morire ed è destinato ad amare e perdere Giulietta che si reincarna a ogni generazione in una donna diversa.

Per cui, per quanto il romanzo abbia sì delle ingenuità e alcune parti in cui la sospensione dell’incredulità viene meno, sono stranamente riuscita a passarci sopra perché il libro ha un messaggio di fondo e, cosa non meno importante, i personaggi sono ben caratterizzati. Romeo e Giulietta (o Sebastien ed Helena che li si voglia chiamare) sono due persone adulte, non due giovani con la corteccia prefrontale ancora da svilupparsi, e questo cambia molte cose. Sebastien-Romeo è un uomo equilibrato e ponderato, per quanto molto ferito e disilluso, mentre Helene-Giulietta è una donna ormai divorziata che sta cercando di affrontare la vita con ottimismo e tenti di cogliere la felicità appena le si presenta. È qui che si scontreranno le due personalità agli antipodi: lui non ne può più di soffrire e perdere la persona che ama, lei vuole bere ogni goccia di gioia perché la vita non si misura in anni ma in momenti. Lei stessa ha sofferto, nella vita, ma sempre con la consapevolezza che sia parte del gioco, che così è la vita. Sono state le parte dei reciproci flussi di coscienza a commuovermi, perché capivo perfettamente le ragioni di entrambi e credo che sia la paura di perdere chi amiamo, sia la voglia di vivere appieno siano sentimenti fortemente empatizzaibili anche per chi, come me, legge poco romance. I Cento Amori di Giulietta non è esclusivamente una storia d’amore, quella è sicuramente centrale, ma racconta anche di un’umanità che è sempre uguale a sé stessa, secolo dopo secolo, e non solo nelle cose negative, perché le emozioni umane sono le stesse in ogni epoca e in ogni punto della terra.

Il finale è leggermente frettoloso, ma mi ha dato quello che volevo, anche se avrei preferito avere qualche spiegazione in più sulla risoluzione del conflitto narrativo. 

I Cento Amori di Giulietta è molto fuori dalla mia comfort zone, eppure è una lettura che ho saputo apprezzare nonostante i piccoli problemi tecnici. È un libro agrodolce, con una struggente tenerezza di sottofondo che racconta di una storia d’amore che procede nonostante gli alti e i bassi della vita, non necessariamente tragici, e usa una storia particolare per raccontare sentimenti universali. Non è necessariamente verosimile, ma se cercate una storia che vi faccia bagnare gli occhietti da leggere in un paio di sere sotto le coperte penso che potrebbe essere il libro giusto.

mercoledì 2 ottobre 2024

La lunga Notte senza Luna

  • Titolo: La lunga Notte senza Luna
  • Titolo originale: The spear Cuts through Water
  • Autore: Simon Jimenez
  • Traduttrice: Marinella Magrì
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804781455
  • Casa editrice: Mondadori
Trama


Anticamente, Luna e Acqua si amavano. In cerca di un modo per stare insieme, crearono il Teatro Riflesso, un luogo sospeso tra i mondi e nel tempo, a cui anche ai mortali è consentito l’accesso attraverso il sogno. Quando arrivi, sai già dove andare: ottava fila, posto centrale. Attratto da una forza sconosciuta, ti siedi e assisti al racconto di questa storia: un tempo, uno dei Primi Uomini scucì Luna dal cielo con la punta della sua lancia. Lei gli concesse quindi un desiderio: una discendenza investita di doni sovrannaturali che da allora ha regnato sull’Antica Patria, soffocandola, tuttavia, con la propria sete di potere e gettandola in un’oscurità sempre più profonda. Gli imperatori hanno tratto per secoli la loro forza da Luna, imprigionata nelle segrete del palazzo reale, ma una divinità non può essere rinchiusa per sempre... Mentre l’Ottavo Imperatore si prepara a un pellegrinaggio in cerca del segreto della vita eterna, e i suoi eredi, i Tre Terrori, tramano per prendere il suo posto, Luna convince Jun, figlio prediletto del Primo Terrore, ad aiutarla a scappare per rimediare al suo passato da feroce assassino. Durante la fuga, i due incontrano Keema, un giovane guerriero con un solo braccio e dalle misteriose origini, che si unisce a loro in questo pericoloso viaggio verso i confini più estremi del regno, alla ricerca di un modo per riportare la libertà e la luce nell’Antica Patria. Grazie a una capacità narrativa estremamente originale e stratificata, Simon Jimenez dà vita a un incredibile romanzo corale, che è allo stesso tempo un’avventura epica e una storia d’amore, un’esplorazione profonda dell’identità e del senso di appartenenza, e un tributo all’immenso potere delle storie e del racconto.

Recensione e commento

Ho lasciato sedimentare questa lettura per diversi giorni dopo averla conclusa, nella speranza che mi venissero le parole giuste parlarvene. Non sono sicura che questo sia successo, ma cercherò comunque di fare del mio meglio.

Penso sinceramente che La lunga Notte senza Luna sia uno di quei libri dei quali non si possa dire se siano belli o brutti, perché è così fuori dal comune e così particolare che solo voi, provando a leggerlo, potete decidere se vi piaccia o no. A me è sinceramente piaciuto, l’ho percepito un po’ come se N.K. Jamisin avesse scritto Il Mare senza Stelle, immaginatevi che trip.

Già solo la struttura è originalissima, la narrazione si sviluppa “a matrioska”, c’è una storia, dentro una storia dentro una storia, con un tono e uno stile che cambiano a seconda del lettore implicito. Lo so, è complicatissimo, ma è così: la narrazione si apre usando una seconda persona singolare, con un narratore onnisciente che si sta rivolgendo sia a noi, sia a un ascoltatore che sarà solo occasionalmente un personaggio attivo e mai protagonista. A noi e a lui viene raccontata la storia del Teatro Riflesso, in cui si può andare solo una volta nella vita, nei propri sogni. Ed è proprio qui che l’ascoltatore, che poi siamo noi, diventa personaggio e la maggior parte della sua attività consiste nell’assistere alla storia che viene messa in scena. La sua vita personale, quella del mondo da sveglio, si intrufola solo saltuariamente e la conosciamo a grandi linee (la guerra, i fratelli, il padre severo), la narrazione a cui viene riservato il novanta percento dello spazio è appunto quella che viene messa in scena nel teatro: è quella di cui sappiamo tutto, ambientazione, vita morte e miracoli dei personaggi, sistema politico etc. È il vero centro del romanzo e la chiave per interpretare tutto il resto perché è un po’ come se ci venisse fornito un racconto universale sulle nostre origini come individui e come popolo che è sepolto dentro di noi. Non sappiamo in modo consapevole che è lì, ma in qualche modo ci forma e ci definisce.

Riguardo alla storia che si svolge nel Teatro Riflesso, non so cosa mi aspettassi, ma non mi aspettavo quello che ho letto. E mi è piaciuto. È stata una storia epica spalmata su un periodo di cinque giorni in cui viene data la spinta finale a un impero che sta crollando e fin qui niente di strano, ma tutto questo avviene all’interno di un universo immaginifico incredibile, ci sono delle scene di una bellezza e di una fantasia che non saprei descrivere e che non mi verrebbero mai in mente. Non ve le racconto perché molte di loro sono spoiler, ma sono spesso delle situazioni così impensabili che la loro risoluzione e di per sé un colpo di scena. E contengono tutto, dalla brutalità della guerra alla bellezza poetica del mito che si perde nel tempo.

Generalmente amo sviscerare i significati nascosti, le metafore e quello che l’autore voleva veramente dire senza dirlo in modo esplicito, ma qui mi trovo completamente spiazzata, perché credo che sia un po’ una di quelle storie universali che potrebbero essere analizzate per secoli. È un romanzo che va avanti per archetipi che sono universali e non sono riconducibili a una sola mitologia, ma a tutte, poiché è collocata fuori dallo spazio e dal tempo. Anche in questo risiede l’originalità del libro, perché non sembra la rielaborazione di qualcos’altro e penso che sia uno dei rari casi in cui l’aggettivo “inimitabile” sia veramente calzante. Va da sé, non penso che l’originalità sia una valore assoluto, a volte basta solo narrare bene un bel racconto, ma in questo caso è un pregio proprio per il fatto che non è solo simulata, ma portata al suo apice, limata e cesellata. È indubbiamente anche un esercizio di maniera, ma mi ha anche lasciato qualcosa a livello emotivo, per quanto io non sappia ricondurre questa sensazione a un singolo elemento preciso, perché le tematiche contenute sono tantissime e non veicolano messaggi semplificati. Si parla di redenzione, di potenti che pensano a fare festini mentre arriva la fine del mondo (se vi ricorda qualcosa immagino che non sia casuale), di leggende che prendono vita, di ciò che ereditiamo dalla nostra famiglia, di poteri magici tramandati, di rinascita, di perdono e divinità che possono morire, il tutto mentre gli ingranaggi della trama si incastrano uno alla volta e il meccanismo continua a girare con un’armonia che vedo sempre più di rado. Infatti, a questo proposito, per quanto La lunga Notte senza Luna si apra con un incipit che sembra quasi un’allucinazione, quando si arriva alla fine lo si fa con la consapevolezza che nulla è stato lasciato al caso e ogni pezzo è andato al suo posto.

In questo viaggio attraverso l’acqua di Keema e Jun, potrete dare il significato che vorrete, poiché il significato è qualcosa che si dà, non qualcosa che si trova, esattamente come accade con le storie antiche del mito e delle fiabe. Siamo ancora qui a parlarne e a scrivere saggi su saggi a secoli di distanza per via degli echi che hanno lasciato. Per me La lunga Notte senza Luna ha esattamente la stessa potenza. Non so dire se sarà qualcosa che verrà studiato a scuola in futuro, ma sicuramente è il tipo di racconto che ha l’ambizione far rispecchiare in sé chi legge, più che di metterci davanti a una lavagna e spiegarci qualcosa in modo didascalico. Anche la storia d’amore, che in genere è il mio tallone d’Achille, per me è stata convincente proprio perché cresce poco alla volta e non appare forzata o infilata a forza nella trama perché deve esserci per forza. Ho sinceramente fatto il tifo per la ship e ho sperato fino all’ultimo che l’epilogo non fosse tragico.

Fra, abbiamo capito che ti è piaciuto, ma quindi è perfetto?, mi chiederete. No, qualche piccolo difetto c’è, anche se è trascurabile nella cifra totale del romanzo. Innanzi tutto, il primo errorino che mi viene in mente è che i nomi di due personaggi sono troppo simili perché iniziano con la stessa lettera, hanno la stessa lunghezza e hanno circa le stesse vocali all’interno della parola; questo mi ha portata in un paio di occasioni a confonderli e dover tornare indietro di un paio di paragrafi per capire chi avesse fatto cosa. Inoltre, ho trovato un problemino nella rappresentazione di Keema, un guerriero a cui è stato amputato un braccio. Sebbene sia auspicabile la rappresentazione di corpi sempre diversi e mi abbia fatto piacere vedere per una volta un corpo con una disabilità dall’inizio alla fine, senza che per magia ricresca il braccio alla chiusura del libro, allo stesso tempo non ha nessuna delle difficoltà che realisticamente dovrebbe avere: si arrampica con un braccio solo senza mai un’esitazione, combatte senza che questo sia mai uno svantaggio e non ci viene mai spiegato come venga compensata la sua mancanza nello svolgimento delle azioni più complesse. Insomma, ci viene detto esplicitamente della sua disabilità, ma manca l’esperienza immersiva nella sua vita, anche perché non ha aiuti di altro tipo. E non penso che in questo caso l’autore volesse renderlo un super umano, credo, più che altro, che non ci abbia pensato e non si sia immedesimato a sufficienza nel suo protagonista da capirne la quotidianità al cento percento. In qualche modo, questo rovina un po’ la rappresentazione, proprio perché sotto questo aspetto è un lavoro fatto a metà. Ma questo è davvero tutto quello che ho da dire sui difetti.

La lunga Notte senza Luna è un romanzo che non è propriamente incasellabile. Non saprei a quale pubblico consigliarlo, perché è qualcosa di così originale e fuori dal comune che bisogna davvero provare e decidere in base al proprio gusto personale. Probabilmente, potrete apprezzarlo se avete amato libri come Vita Nostra o Il Mare senza Stelle. Io comunque credo che meriti un’opportunità anche solo per lo stile e la struttura inusuale.

mercoledì 13 dicembre 2023

La Senzanima

  • Titolo: La Senzanima
  • Titolo originale: The Girl with no Soul
  • Autrice: Morgan Owen
  • Traduttrice: Adria Tissoni
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788811007227
  • Casa editrice: Garzanti
Trama


Il destino degli abitanti di Providence è legato al loro spirito, che decide il futuro di ciascuno. Ma c'è un'eccezione, una Senzanima. Ha lunghi capelli rossi, un mare di lentiggini e si chiama Iris: queste sono le sue uniche certezze. Non sa chi fosse prima di un anno fa e, per questo, è perfetta per rubare le memorie legate agli oggetti che tocca. Perché conoscere i segreti degli altri, a Providence, vuol dire avere potere. E Iris, che è una ladra di ricordi, non si fa scrupoli a venderli per sopravvivere. Fino al giorno in cui tocca un anello di rubini e, all'improvviso, sente il calore di un tizzone nel petto e vede davanti agli occhi un'immagine frammentata, come uno specchio, ma che, ne è sicura, è un ricordo. Un suo ricordo. Uno scorcio del passato di cui non ha memoria. Non solo, un frammento del suo spirito è tornato al suo posto: lo avverte perché, per la prima volta, è impaurita. Ma questo vuol dire che non è nata Senzanima e che è stata derubata. Ora, Iris ha tante domande, ma finalmente si sente viva ed è decisa a recuperare tutti i frammenti della propria anima per ricostruire la sua storia. Perché il nostro passato è ciò che ci definisce. E lei, dopo aver vissuto quello degli altri, vuole ritrovare il proprio, a costo di combattere contro tutti. Morgan Owen, con grande abilità, è riuscita a creare una dimensione immaginaria in cui il lettore si immerge a capofitto e una protagonista tenace e indimenticabile. Preparatevi a entrare nella città di Providence, dove i ricordi sono la moneta dei ricchi e l'anima l'unica bussola per orientarsi in un mondo senza scrupoli.

Recensione e commento

La Senzanima è il romanzo d’esordio di Morgan Owen, ex libraia che ora si dedica alla scrittura. Ho molto da dire su questo titolo, perché la mia opinione è complessa e si muove su diversi ambiti, quindi cominciamo subito.

Innanzitutto, l’idea di base del libro è davvero interessante e originale: immaginate il mondo dell’Attraversaspecchi, in cui però esiste uno stato di polizia, per cui la popolazione è tenuta costantemente sotto osservazione tramite delle lanterne a forma di occhio che ne sondano le anime per valutarne le proporzioni. Chi non ha un’anima che rientri all’interno dei parametri richiesti dal governo viene estromesso dalla società. Il contesto generale della storia, con queste premesse, si presta a numerose riflessioni e critiche sociali, anche riferite al passato e al presente, e vanno dal classismo sociale, all’eugenetica, al tentativo dei totalitarismi di uniformare il più possibile la popolazione e appiattire le differenze. 

Anche la trama in sé, per quanto non sia nulla di particolarmente innovativo, comunque riserva delle sorprese e risulta imprevedibile in molti punti, specialmente per quello che riguarda la risoluzione del mistero.

Eppure, non è tutto oro quello che luccica, perché queste ottime premesse e solide basi di partenza non sono state supportate da una buona scrittura. Leggendo La Senzanima, infatti, la sensazione generale è stata quella di trovarmi davanti a una bozza, una prima stesura tenuta per anni nell’hard disk del computer, nemmeno quella da mandare all’editore. È il tipo di prosa che mi aspetterei da un’autrice amatoriale su wattpad, con tutto il rispetto, più che da una professionista che ha sottoposto a correzione ed editing il suo testo. È come se mancassero due o tre giri di editing e questo si riflette sulla qualità totale del libro, perché inevitabilmente la scrittura diventa anticlimatica, dato che non riesce a creare suspense, e resta in superficie su tutto il resto: i personaggi restano invariabilmente macchiettistici e così il worldbuilding.

A questo proposito, l’ambientazione ha diversi problemi; come ho già detto, l’estetica è simile a quella dell’Attraversaspecchi, così come lo è il sistema magico, eppure, anche qui è tutto confuso: così come l’editing non ha aggiustato la qualità di scrittura, non ha nemmeno posto le domande giuste alle quali la scrittrice avrebbe dovuto rispondere per rendere credibile il testo e non tradire mai il patto di veridizione. All’inizio abbiamo un’estetica steampunk, quindi molto basata sulla tecnologia vittoriana, poco dopo, quando fa comodo, il mondo di La Senzanima è molto vicino a quello in cui viviamo noi, con tanto di furgoni neri dai vetri oscurati. Questa confusione si propaga anche per quanto riguarda l’idea stessa dell’ambientazione, non solo la sua estetica, perché in un mondo totalmente inventato abbiamo il latino (chiamato proprio “latino”, non "lingua morta antica generica"), il francese, l’est Europa, con tanto di accento e sintassi caratteristici, e persino una città uguale a Mosca, che però non possiamo chiamare Mosca, per cui chiameremo Moscovium. Tutto questo va a spezzare la sospensione dell’incredulità perché non si tratta di elementi di realtà adeguatamente rimaneggiati e inseriti in modo credibile in una storia fantastica, ma piuttosto di pezze che sono peggiori del buco che sono messe a coprire. 

In conclusione, è con rammarico che dico che La Senzanima poteva essere un’ astronave e invece è una carriola. Leggerò sicuramente qualsiasi altra cosa l’autrice pubblicherà in futuro, dato che le idee sono buone e con la pratica si può sempre migliorare.

lunedì 3 luglio 2023

The Daemoniac

  • Titolo: The Daemoniac
  • Titolo originale: The Daemoniac
  • Autrice: Kat Ross
  • Traduttrice: Jessica Dichiara
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9791280523280
  • Casa editrice: Saga

Trama


Sherlock Holmes incontra X-Files in questo mistero paranormale di Gilded Age! È l’agosto del 1888, appena tre settimane prima che Jack lo Squartatore terrorizzi Whitechapel, un altro assassino si aggira per le strade di New York. La sua opera porta i tratti distintivi di una possessione demoniaca, ma la detective dilettante Harrison Fearing Pell è certa che la sua preda sia un uomo in carne e ossa. E spera di farsi una reputazione risolvendo il bizzarro caso prima che l’uomo che la stampa ha soprannominato Mr. Hyde colpisca ancora. Dallo squallore dei Five Points alle bische d’alta classe del Tenderloin e alle scintillanti dimore della Fifth Avenue, Harry segue le tracce di un killer spietato, scoprendo alcuni imbarazzanti segreti delle più ricche famiglie dell’alta società di New York lungo la strada. Gli omicidi sono un caso di magia nera o un semplice ricatto? E il sentiero porterà più vicino a casa di quanto avesse mai immaginato?


Recensione, commento e approfondimento

Uno dei propositi di quest’anno riguardava leggere più libri di editori indipendenti, per cui sono subito saltata sul treno appena la mia amica Francesca mi ha proposto di partecipare a questo evento, per il quale Saga ha fornito il file in anteprima.

L’elemento che ho maggiormente apprezzato di The Daemoniac riguarda proprio il nucleo della storia: sono state la ricerca del serial killer, la raccolta degli indizi, gli inseguimenti a convincermi. I personaggi coinvolti, con un movente, un’occasione o che semplicemente sembrano sospetti, sono numerosi e ciò contribuisce a rendere la narrazione ritmata, soprattutto sul finale, nel momento in cui il cerchio comincia a stringersi per andare a inchiodare l’assassino. Se proprio devo trovare dei difetti a riguardo, mi viene da dire che i protagonisti siano marginali rispetto alla storia, non sempre psicologicamente approfonditi e alle volte cassa di risonanza per Harry, la voce narrante, ma personalmente non ho percepito questo fattore come disturbante proprio perché per me è stato importante che fosse il caso a essere al centro del romanzo, così come mi ha fatto molto piacere che ogni singolo dettaglio apparentemente paranormale, alla fine delle vicende avesse una spiegazione perfettamente razionale. 

La protagonista, Harry, incarna un po’ lo spirito rivoluzionario dell’epoca, cerca di emergere dal ruolo sociale imposto alle donne in un mondo tanto governato dalle convenzioni quanto ipocrita, ma soprattutto cerca, in quanto figlia minore, di uscire dall’ombra che la sua brillante sorella maggiore proietta su di lei. Harry cerca di emergere, di dimostrare di valere e di essere in grado di risolvere il mistero con metodo e razionalità anche senza intromissioni da parte della sua castrante sorella. Lei è sicuramente il personaggio con il quale è più facile entrare in empatia, soprattutto perché è suo il punto di vista, mentre gli altri personaggi sono a lei funzionali e alle volte molto sullo sfondo. A differenza di altre serie sullo stesso filone narrativo pubblicate di recente (e che potrebbero avere una risonanza maggiore a livello mediatico. Maniscalco, sto guardando te!), qui la protagonista è effettivamente la persona che trova gli indizi e li interpreta, con l’aiuto dei suoi amici, naturalmente, ma rispetto alla serie di Kerri Maniscalco, Harry è Sherlock Holmes in questa storia, non Watson.

La cornice storica, poi, è sicuramente approfondita, alle volte anche troppo, quando sfocia in digressioni che spezzano i dialoghi con descrizioni della città o di fatti storici non necessariamente essenziale alla narrazione di quel momento. Tuttavia, grazie all’immersione storica è stato possibile per l’autrice creare una struttura particolare: The Daemoniac diventa quasi un crossover, in cui, per quanto sullo sfondo, alle volte agiscono dei personaggi realmente esistiti, oppure personaggi di altre opere letterarie. Sir Arthur Conan Doyle, ad esempio, è il padrino di Harry e ci sono occasioni in cui funge da guida tramite lettere e consigli, pur non apparendo mai sulla scena di persona. E poi c’è Nellie Bly, chiamata proprio così nel 
Nellie Bly
testo, pur essendo pseudonimo di Elizabeth Jane Cochran, colei che ha inventato il giornalismo investigativo sotto copertura. Conoscevo già la sua figura ed essendomi la sua personalità fortissima già nota, non mi sono stupita di vederla intervenire con forza nell’intreccio. È stata colei che, ispirata dal libro di Verne, ha completato un viaggio intorno al mondo in 72 giorni, ma è stata anche suffragetta e soprattutto reporter, diventata poi notissima al grande pubblico grazie al suo lavoro sotto copertura come finta paziente in un ospedale psichiatrico per denunciarne le condizioni disumane. Lei e in seguito altre voci giornalistiche come la sua, furono soprannominate “muckrakers”, ovvero “rastrellatori di fango”, da Roosevelt in persona, perché, in un periodo storico in cui la divisione tra ricchi e poveri era innegabile e in cui il mondo occidentale cominciava a soffrire di mali quali il sovraffollamento, le condizioni di lavoro disumane, la povertà estrema (che era la discriminante tra subire e commettere un crimine impunemente) si rivelò necessario che qualcuno si occupasse di portare alla luce questi mali sociali, denunciandoli e mettendo le mani nel fango, etichetta che nella mente di Roosevelt era dispregiativa ma che a mio parere rende l’idea e a conti fatti non è riuscita a fermare le penne dei giornalisti di quel periodo, che hanno appunto dato vita al giornalismo d’inchiesta.

Se amate l’età vittoriana e le storie ispirate alle vicende di Jack lo Squartatore, non potete farvi scappare The Daemoniac

Fonti:


martedì 20 giugno 2023

I Viaggiatori del Binario 5

 Ciao, bella gente! Oggi vi parlo di un libro che ho ricevuto in omaggio dalla casa editrice grazie alla mia amica Bea che ha organizzato l’evento, quindi ringrazio immensamente entrambe. 

  • Titolo: I Viaggiatori del Binario 5
  • Titolo originale: The People on Platform 5
  • Autrice: Clare Pooley
  • Traduttrice: Stefania Bertola
  • Codice ISBN: 97888804748397
  • Casa editrice: Mondadori 
Trama


Ogni giorno alle 8.05 Iona Iverson prende il treno per andare al lavoro e percorre dieci fermate, da Hampton Court alla stazione di Waterloo, accompagnata dal suo cane, Lulu. Ogni giorno vede le stesse persone, su cui fa ipotesi e che conosce solo per i soprannomi che lei stessa gli ha affibbiato. Naturalmente, non parlano tra loro. Da pendolare esperta, infatti, Iona sa che sul treno ci sono regole precise che tutti dovrebbero seguire: - Avere un lavoro a cui recarsi. - Non consumare cibo caldo. - Essere pronti a ogni evenienza. - Non parlare mai con gli sconosciuti. Ma una mattina uno dei passeggeri, che Iona ha soprannominato "Chic ma Sessista", rischia di strozzarsi con un acino d'uva proprio davanti a lei. Sarebbe morto se non fosse stato per il tempestivo intervento di "Sospettosamente Simpatico", ossia Sanjay, un infermiere che gli pratica la manovra di Heimlich. Questo singolo evento dà il via a una reazione a catena, e un gruppo di persone che non hanno quasi nulla in comune se non i loro spostamenti quotidiani scopre che un incontro casuale può trasformarsi in molto di più e che parlare con gli sconosciuti può insegnarci qualcosa sul mondo che ci circonda e su noi stessi. Ma quando la vita di Iona inizierà a crollare, i suoi nuovi amici saranno presenti nel momento del bisogno?


Recensione e commento 

Avevo proprio bisogno di una lettura come I Viaggiatori del Binario 5, leggera, defaticante e che non sfocia mai nel problematico.

La trama è semplice: Iona vede le stesse persone tutte le mattine sul treno che prede per andare al lavoro, ma la tipica educazione londinese prevede un certo grado di distacco, per cui non interagisce mai con nessuno finché non capita un evento che le unirà inesorabilmente. Da quel momento in avanti si creerà tra loro un’amicizia autentica fondata sull’aiuto reciproco e sulla crescita personale, proprio perché i presupposti di questa relazione si poggiano sul non aspettarsi nulla in cambio per il tempo del viaggio che si condivide prima di separarsi.

L’ambiente del treno è interessante perché è un una certa misura democratico e consente di venire a contatto con persone di età e ceto sociale diverso, per cui gli archi di formazione saranno tutti completi e diversissimi. Uno di quelli che ho maggiormente apprezzato è stato quello di Piers, il classico agente di borsa pieno di sé convinto di dover essere l’uomo che non deve chiedere mai, ma che a un certo punto è costretto a venire a contatto con le proprie fragilità e fronteggiare tutte le bugie di cui si è autoconvinto. Lui è sicuramente il protagonista per cui ho tifato di più, perché ha davvero cercato di diventare una persona migliore, ma sicuramente anche voi troverete qualcuno con cui empatizzare, data la varietà umana presente in I Viaggiatori del Binario 5. L’adolescente Martha alle prese con il bullismo, l’estrosa quasi sessantenne Iona che si cimenta con un mondo che cambia, l’infermiere Sanjay così empatico da non riuscire a distaccarsi dai suoi pazienti o la dolce Emmie che subisce mobbing al lavoro. Insomma, I Viaggiatori del Binario 5 parla di vite diverse che si sfiorano e rischiano di non toccarsi mai, se non fosse per Iona, e mostra come qualsiasi persona sia sempre alle prese con i propri drammi personali, anche se dall'esterno non si vedono. Anzi, sono soprattutto le persone che lo mostrano meno a soffrire.

Eppure, la varietà di temi trattati non appesantisce mai una narrazione dal tono leggero e punteggiato di sarcasmo inglese. Sia chiaro, non è che i temi siano trattati in modo superficiale, solo non vengono mai veramente approfonditi e non perché siano banalizzati, ma perché andare a fondo non è l’intento del libro e anzi, se fosse stato fatto avrebbe costituito un difetto perché avrebbe minato la leggerezza di un libro che è una coccola a lieto fine, un ottimo modo di staccare la spina.

Se siete alla ricerca di un libro che vi tenga compagnia per un paio di giorni in modo piacevole, I Viaggiatori del Binario 5 è sicuramente adatto. Tra l’altro, nel mio caso mi è servito proprio a riempire il tempo durante i ritardi di Trenitalia!

martedì 10 maggio 2022

Queste Gioie Violente

 Salve, gente! Dai, dai, cominciamo subito, senza perderci troppo in chiacchiere. Ringrazio Alessandra per questo magnifico evento e la casa editrice per avermi consentito di leggere il libro in anteprima.


  • Titolo: Queste Gioie Violente
  • Titolo Originale: These Violent Delights 
  • Autrice: Chloe Gong
  • Traduttrice: Laura Miccoli
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804743422
  • Casa editrice: Mondadori
Trama

Corre l'anno 1926 e a Shanghai, scintillante come non mai, si respira un'aria di dissolutezza. Una faida sanguinosa tra due gang nemiche tinge di rosso le strade, lasciando la città inerme nella morsa del caos. Al centro di tutto c'è la diciottenne Juliette Cai che, dopo un passato lontano dagli affari di famiglia, ha deciso ora di prenderne in mano le redini e assumere il ruolo che le spetta di diritto nella Gang Scarlatta, un'organizzazione di criminali completamente al di sopra della legge. Ma non sono gli unici a voler imporre il proprio controllo sulla città. A contendere il loro potere, infatti, ci sono i Fiori Bianchi, nemici da generazioni. E dietro ogni loro mossa, c'è il loro rampollo, Roma Montagov, il primo amore di Juliette... ma anche il primo ad averla tradita. Quando gli affiliati di entrambe le gang iniziano a mostrare segni di instabilità, che culminano in suicidi cruenti, si diffondono strane voci. Si parla di contagio, di follia, di mostri nascosti nell'ombra. A mano a mano che le morti si accumulano, Juliette e Roma sono costretti a mettere da parte le armi – e il rancore che provano l'una per l'altro – e a iniziare a collaborare. Se non riusciranno a fermare il caos che sta sconvolgendo la loro gente e Shanghai, non resterà più nulla su cui esercitare il loro dominio. In questa spettacolare e originalissima rivisitazione del classico di Shakespeare, Chloe Gong conduce i lettori in un viaggio avventuroso e commovente durante il quale violenza e passione si mescolano nei destini dei giovani protagonisti.

Recensione e commento

Che deliziosa, inaspettata, bellissima sorpresa è stata questo libro, cominciato con aspettative un po’ basse per via delle molte delusioni avute leggendo libri dello stesso tipo, invece Queste Gioie Violente si distingue nettamente per la sua qualità.

Gli elementi da prendere in considerazione sono molteplici e sarà difficile parlare di tutto senza diventare prolissa, ma farò del mio meglio. Partendo dal l’ambientazione, si può dire che questa Shanghai vissuta durante la Belle Époque è intrigante, credibile e ha un peso talmente importante all’interno del romanzo che si può quasi arrivare a considerarlo uno urban fantasy, perché è proprio la spartizione del territorio che è il movente narrativo della storia: due famiglie mafiose che lottano per il dominio di Shanghai. E sono proprio queste due fazioni, Fiori Bianchi e Scarlatti, quelle a cui appartengono Roma e Juliette, i protagonisti della storia che ricalcano i personaggi shakespeariani. Roma e Juliette sono entrambe creature a metà tra due mondi, sia per via dell’epoca in cui agiscono, tra due guerre mondiali, sia perché sono costretti a una vita che non hanno scelto, ma che devono seguire sia per dovere dinastico sia per sopravvivenza. Siamo lontani dal sogno americano e dalla sensazione di straniamento tipica degli immigrati che non sanno a quale mondo appartengono, qui Roma e Juliette, nonostante siano un occidentale e un’asiatica, non hanno la sensazione di trovarsi nel posto sbagliato, quanto di trovarsi nella situazione sbagliata. Le loro differenze non consistono nella loro etnia, ma nel semplice essere nati in due fazioni rivali, che si spartiscono le briciole di ricchezza mentre i colonizzatori bianchi fanno il bello e il cattivo tempo con le nuove aziende (in cui spesso i cinesi non sono ammessi). 


Se da questo libro vi aspettate tanto romance, purtroppo non è quello che troverete; va bene, invece, se quello che cercate è una lettura ritmata e ricca di azione, in cui succede sempre qualcosa, non solo avvenimenti funzionali a far interagire i due protagonisti. I loro incontri sono in qualche modo sempre giustificati e verosimili ed è proprio la verosimiglianza ciò che più ho apprezzato durante la lettura, perché non ci sono né episodi cheap, né momenti smielati che sarebbero risultati totalmente fuori contesto per due personalità criminali come loro. È molto raro per me apprezzare tanto i protagonisti dei libri come ho fatto in questo caso, perché per una volta Juliette non è la classica eroina degli young adult, di cui viene detto che è bella, sveglia e onnipotente: Juliette è davvero quello che dice e che ci viene detto. E se da un lato lei è come la Giulietta di Shakespeare, realista e pragmatica, Roma non è lo scimmione geloso e senza cervello che si fa ammaliare da lei, è un ragazzo con dubbi, incertezze e di cui si percepisce tutta la stanchezza per una vita passata a guardarsi le spalle, ma anche lui è simile al Romeo che conosciamo, idealista e romantico. È soprattutto lui il primo a perdonare e a mostrare i suoi sentimenti, non solamente in materia amorosa. I riferimenti all’opera originale sono numerosi, ma non sono mai letterali, non sono semplici trasposizione in prosa in chiave moderna, ma vengono sempre riadattati, al punto che ci si dimentica di star leggendo un retelling (e questa è una cosa molto positiva).

Vi sono anche altre caratteristiche comuni a Romeo e Giulietta, sempre rivisitate e rese aderenti al contesto, come il linguaggio, che è sempre importante, ma sotto aspetti diversi, per esempio, dal momento che le vicende si sviluppano in Cina, in un contesto multiculturale, i vari dialetti cinesi e le lingue più parlate dagli stranieri sono fondamentali per consentire ai personaggi di seguire delle piste e poter agire. I personaggi sono sempre attivi e non aspettano il corso degli eventi, anche quelli secondari, che non sono semplici casse di risonanza per la psicologia dei protagonisti; anche loro sono apprezzabili e molto importanti nell’intreccio, persino nel finale, e questa è probabilmente una delle ragioni per le quali succede sempre qualcosa e c’è sempre qualcosa da scoprire. In questo senso, magistrale è la prosa di Chloe Gong, che scrive in terza persona singolare e utilizza la focalizzazione interna mobile, passando senza soluzione di continuità dal punto di vista da questo a quel personaggio, consentendo a chi leggere di avere contemporaneamente delle informazioni necessarie allo sbrogliamento delle vicende, sia di comprendere qualcosa sulla psicologia dei protagonisti, senza che le loro emozioni debbano essere spiegate in modo letterale: ci basta sapere come filtrano ed elaborano il mondo attorno a loro per sapere chi sono. 

Ma visto che si dice che nessuno è perfetto, ci tocca trovare dei difetti anche a questo libro, anche se sto veramente facendo la puntigliosa. Per dovere di cronaca bisogna dire che il finale si sfilaccia leggermente, a causa delle traballanti motivazioni dell’antagonista, che si lancia anche in uno spiegone. Peccato, dato che l’autrice era riuscita a non farne mai, di spiegoni, e aveva avuto successo nell’impresa di far sapere le informazioni a chi legge sempre in modo credibile attraverso un ben scritto e sviluppato flusso di coscienza dei personaggi.

Nel complesso, Queste Gioie Violente è un libro davvero valido per qualità della prosa e della trama. Consigliato soprattutto a chi cerca una lettura avvincente e veloce, senza molto romanticismo e in cui nulla viene lasciato al caso. Non resta che sperare che il secondo libro, di cui troverete qui la recensione tra una settimana esatta, sia altrettanto valido.

martedì 26 aprile 2022

La Legge dei Lupi

 Ciao, bella gente! Oggi parliamo di La Legge dei Lupi. Bando alle ciance: ringrazio la mia amica Bea per aver organizzato questo evento e per i confronti durante la lettura, ma soprattutto la ce per avermi dato la possibilità di leggere il libro in anteprima.



  • Titolo: La Legge dei Lupi
  • Titolo originale: The Rule of Wolves
  • Autrice: Leigh Bardugo
  • Traduttrice: Roberta Verde
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 978-8804738916
  • Casa editrice: Mondadori 

Trama

Il secondo volume della serie Grishaverse "Il re delle cicatrici". Anche in questo secondo e ultimo volume della dilogia ritroviamo tre dei personaggi più amati del GrishaVerse: Nikolai Lantsov, Zoya Nazyalensky e Nina Zenik. I tre, re, generale e spia di Ravka, dovranno continuare insieme la loro lotta per strappare all'oscurità il futuro del loro paese. Altrimenti non potranno che assistere al suo disfacimento definitivo.

Recensione e commento

La Legge dei Lupi, ormai lo saprete, rappresenta il libro conclusivo della serie dedicata all’universo Grisha e sfortunatamente non è esattamente una degna conclusione. 

Zoya che vince pure MasterChef
La narrazione comincia in modo molto più rapido rispetto al primo romanzo (qui la recensione), che invece impiega almeno metà libro a prendere piede, ma la vera macchia, secondo me è Zoya. Zoya è uno dei primi personaggi che incontriamo in Tenebre e Ossa, in cui si pone subito in antagonismo con la protagonista Alina e da quel momento rimane un personaggio macchiettistico, messo lì esclusivamente per creare conflitto e dare un po’ di pepe alla permanenza dell’Evocaluce nel palazzo dei Grisha. Alla luce di ciò, lo sviluppo di Zoya in questa dilogia appare veramente forzato, troppo rapido e, diciamolo, lei è decisamente overpower. Zoya può tutto, molte delle leggi Grisha che avevamo date per assodate nelle serie precedenti vengono stravolte e contraddette, perché lei è altissima, purissima, levissima, lei piega tutte le leggi della fisica con la sola forza di volontà, non esiste l’impossibile se il suo cuore lo desidera e bla bla bla. Queste dinamiche si pongono in netto contrasto con i protagonisti della trilogia e della dilogia dei corvi: la specialità di Alina consisteva paradossalmente nell’essere normale, nella sua umanità, quella dei corvi, invece, stava tutta nelle loro abilità personali usate per il superamento dei propri traumi. Zoya, fondamentalmente, nonostante tutta la crescita (poco credibile) che ha avuto, è una bulla che ottiene tutto e che mai viene rimproverata o punita per essere stata bulla. Manca solo che le facciano vincere MasterChef e facciamo tombola. Non lo so, davvero io non provo nessuna empatia per lei, non riesco a definirla in nessun altro modo che non sia “bulla” e “prepotente”. Allora la gentilezza conquistata con tanta fatica negli altri libri qui risulta vana? Zoya per me è un grande, grande NO. Bardugo ha dimostrato di poter fare di molto meglio di una protagonista che non fa altro che dire “so figa, so bella, so fotomodella” e che non trovi mai qualcuno che la faccia scendere dal piedistallo. Questa ragazzetta insopportabile (scusate, mi sto inalberando, ma davvero, non la sopporto e non capisco come possa essere un personaggio tanto amato) in questo secondo libro prende completamente il sopravvento su Nikolai, qui un po’ rinsavito e tornato un minimo agli antichi splendori, ma che resta decisamente sullo sfondo. Il re di Ravka si meritava decisamente di meglio e anche la loro storia d’amore (o ma dai, non è uno spoiler! Se non lo sapevate allora lo speravate) viene costruita dal nulla, senza che in Il Re delle Cicatrici  ci sia mai alcun indizio, in La Legge dei Lupi non fanno altro che struggersi e farsi gli occhi dolci, solo per non tirarla troppo per le lunghe e arrivare al sodo.

Un sodo, che purtroppo non vale granché la pena di attendere, perché Bardugo commette molti errori tecnici narrativi, quasi da autrice alle prime armi: si dimentica che non si dovrebbe mai riaprire le trame già chiuse, specie se chiuse in modo convincente. Invece qui non sa dove andare a parare e lo dimostra sia con la costruzione della storia, che non va da nessuna parte sensata, ma lo fa anche attraverso i troppi punti di vista presenti nel libro. Ogni volta che Bardugo non sa come mostrare un evento che ai lettori serve sapere allora inserisce un nuovo punto di vista. È questa è una cosa che fanno gli autori che non sanno scrivere, è un espediente scadente per veicolare le informazioni. Sappiamo che esiste la gestione dei punti di vista multipli già in Sei di Corvi, ma lì non solo le voci dei personaggi erano inequivocabili e uniche, ma erano sempre le stesse dall’inizio alla fine del libro, senza saltare dai protagonisti ai personaggi secondari solo da un certo punto del libro in poi, senza un movente narrativo convincente. La Legge dei Lupi sembra una fanfiction e pure di quelle brutte, non tanto per la prosa, che è meravigliosa e migliorata in modo abissale rispetto al primo libro del Grishaverse, ma per la struttura, perché sembra davvero una storia che non sa dove deve andare e scritta da un’autrice che non ha mai scritto altro e che riunisce in un mapazzone tutti i personaggi che piacciono al pubblico. Tenere in vita i personaggi in questo modo è compito delle fanfiction, non delle autrici. Chi narra qualcosa serve la storia che scrive, non dovrebbe preoccuparsi di far contento il pubblico tenendo in vita personaggi morti e sepolti in libri precedenti solo perché amati molto da* fan della saga. Potenzialmente, la dilogia-che-doveva-essere-su-Nikolai-e-invece-è-su-Zoya aveva tantissime svolte narrative interessanti possibili, ma Bardugo ha scelto la strada del fanservice e, fallendo, preferisce rimuginare sul latte versato, invece di inventarsi un nuovo cattivo o risolvere i conflitti che già esistono nell’intreccio. E nonostante ciò, riesce comunque a scrivere un finale aperto che vanifica tutta la trilogia su Alina e il libro viene chiuso con la sensazione di aver perso tempo. Come se non bastasse, se da un lato abbiamo Zoya che tutto può, tipo i PowerRangers, dall’altro Bardugo si accanisce ingiustamente verso personaggi che almeno una gioia nella loro esistenza se la meritavano. Invece manco quella, abbiamo capito che Zoya è la sua preferita, gli altri possono morire malissimo senza una ragione (e se avete letto altre recensioni, come quella di Echi in Tempesta sapete che io non mi scaglio contro le morti dei personaggi principali se hanno un motivo).

Unico faro in questa notte buia e senza stelle, in cui piove a dirotto, non c’è nemmeno un muretto a secco dove potersi riparare e per di più domani devi andare al lavoro è Nina. Nina è l’unica in questa dilogia che abbia uno sviluppo sensato: ha una missione da compiere e la sua storyline è il proseguimento del suo percorso personale. È una rinascita che non ha bisogno di disfare ciò che è stato fatto nei libri precedenti per dare a questa donna straordinaria uno sviluppo interessante ed emotivamente toccante. Davvero, grazie, Nina, per aver reso questo i libro sopportabile, anche se a mala pena. 

In conclusione, La Legge dei Lupi è un libro brutto che chiude un mondo meraviglioso e lo termina, sfortunatamente, in modo indegno, distorcendo e disfaldo tutte le certezze che i lettori avevano dalle prime due serie, un po’ come se fossimo tornati alla trilogia ma sotto acidi. L’unico motivo per leggere la dilogia, che doveva essere su Nikolai, ma che invece è su Zoya, è per completezza, per non lasciare la serie del Grishaverse incompiuta.

Bardugo, ti prego, stai ferma e non scrivere altro su questo mondo e lascialo morire con dignità. A un certo punto bisogna dire addio, specie quando le idee (buone) sono finite.

mercoledì 13 aprile 2022

La banda degli Dei

  • Titolo: La Banda degli Dei
  • Autrice: Barbara Fiorio
  • Lingua: italiano
  • Codice ISBN: 9788817158053
  • Casa editrice: Rizzoli

  • Trama

    Sofia va in seconda media, ha una casa troppo grande e paura del buio. Giacomo mette pace tra tutti e ha un papà che gli scrive due volte all’anno. Bartolomeo vive con i nonni ed è già tutto ormoni, caramelle e rock’n’roll. Delia si arrampica ovunque, al contrario di suo fratello Leonardo, a cui piace starsene tranquillo a suonare la chitarra. Isabella odia essere a dieta, da grande sogna di fare la veterinaria e porta sempre con sé la sorellina Carlotta, velocissima di gambe e di testa. Sono sette, sono amici. E ogni venerdì, quando si ritrovano nel loro Olimpo, diventano la banda degli Dei: Atena, Marte, Dioniso, Artemide, Apollo, Venere e Mercurio. Tra miti raccontati come solo a dodici anni si può fare e misteriosi furti che sconvolgono le abitudini del loro piccolo paese, queste incredibili divinità un po’ onnipotenti e molto adolescenti si troveranno ad affrontare (e risolvere!) problemi più grandi di loro. Grandi come i genitori, che non ci sono mai o ci sono troppo. Come l’intolleranza e i pregiudizi. Come un libro da pubblicare con le loro sole forze. Perché non si è mai troppo piccoli per essere grandi.

    Recensione e commento

    Quando andavo alle scuole medie, il preside era una persona molto sgradevole, che non ci prendeva mai sul serio e sminuiva di continuo noi alunni. Pensava, insomma, che non avessimo nessun tipo di problema per via della nostra giovane età, o che i nostri problemi fossero sempre e comunque futili. Forse era una di quelle persone che hanno avuto un’adolescenza facile o una di quelle che ha dimenticato i tempi difficili.
    La Banda degli Dei parla di questo: dei problemi che i ragazzi sono costretti ad affrontare, spesso per colpa degli adulti. Le situazioni che i tre protagonisti devono affrontare sono difficili e dolorose a tutte le età e spaziano dallo smembramento di una famiglia, a genitori controllanti e castranti che cercano di vivere attraverso i propri figli, a grossi problemi economici. Su di loro ricadono problemi creati da altri, come ad esempio il pregiudizio verso il diverso, l’odio che si crea verso qualcuno non appena si presenta l’occasione di cercare un capro espiatorio. I bambini, di per sé, non vedono grosse differenze tra di loro, ma ripetono quello che sentono a casa e arrivano a discriminare la categoria stigmatizzata di turno. 

    L’autrice
    La cosa interessante de La Banda degli Dei è che i personaggi sono verosimili: non vengono infatilizzati eccessivamente rispetto alla loro età (e dicono anche qualche parolaccia, di tanto in tanto, ma tranquilli, genitori, niente che i vostri figli non abbiano già sentito), ma nemmeno ricadono nel tropo del bimbo saggio, ovvero non hanno dei pensieri da adulti mascherati da saggia innocenza. La prosa è meravigliosa, snella, sofisticata ed evocativa al tempo stesso, non si perde in chiacchiere, eppure con qualche aggettivo e avverbio al posto giusto dice tutto quello che serve sapere. 

    Naturalmente, la mitologia e l’epica hanno un ruolo di rilievo all’interno del romanzo, ma non c’è mai infodumping, né l’intento è quello di fare didattica. I nostri protagonisti utilizzano le vicende degli dei dell’Olimpo per capire come sbrogliare alcune delle proprie vicende personali, oppure le ascoltano solo per puro intrattenimento, commentandole assieme e scambiandosi opinioni con termini informali. Sono dei ragazzini appassionati di mitologia in modo genuino e commovente che si riuniscono per il solo piacere di farlo e per farsi compagnia, e che pure si rendono conto di come i Greci avessero già raccontato tutto quello che c’era da raccontare, come se tutta la narrativa successiva, dai Grimm ai giorni nostri, fosse una sorta di rivisitazione dei vecchi miti. In qualche modo, i Greci avevano già la soluzione ai problemi individuali dei nostri ragazzi vissuti millenni dopo e offrivano loro un rifugio sicuro.

    La Banda degli Dei è un libro per ragazzi imperdibile, delicato, infallibile, che riesce a far empatizzare con i personaggi, divertendo e intrattenendo. Ogni pezzo si incastra al posto giusto al momento giusto, mantenendo il giusto equilibro tra significato e intrattenimento. Un romanzo scritto da e per chi ama la mitologia.

    Noi

    Titolo: Noi Titolo originale: Nous Autrice: Christelle Dabos Traduttore: Alberto Bracci Testasecca Lingua originale: francese Codice ISBN: C...