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venerdì 20 marzo 2026

Il Canto dell’Alba

  • Titolo: Il Canto dell’Alba
  • Titolo originale: The Song Rising
  • Autrice: Samantha Shannon
  • Traduttrice: Egle Costantino
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804791929
  • Casa editrice: Mondadori
Trama 


Dopo una feroce battaglia per la Corona della Rosa, Paige Mahoney ha raggiunto la pericolosa posizione di Lady Generale, e ora governa il sindacato dei chiaroveggenti di Londra. Ma i suoi nemici sono ancora a piede libero, in cerca di vendetta. Mentre raduna il suo esercito di criminali, Paige continua a incontrare in segreto il suo ex nemico, Arcturus Mesarthim. Se venissero scoperti, la fragile alleanza con i Ranthen fallirebbe. Quando però Scion introduce le sensobarriere, una tecnologia mortale che segna la fine dei chiaroveggenti, Paige deve correre contro il tempo per impedire che il suo regno finisca nel sangue. Il terzo volume della fortunatissima saga d'esordio di Samantha Shannon, ispirata ai miti greci di Pandora e Prometeo, che fonde distopia ed epic fantasy, in una nuova edizione completamente rivista dall'autrice.

Recensione e commento

DISCLAIMER: CONTIENE SPOILER DEI LIBRI PRECEDENTI

Stavo aspettando Il Canto dell’Alba come il Natale. Dopo il promettente inizio di La stagione delle Ossa, il seguito di L’ordine dei Mimi avevo grandi aspettative per il terzo libro della serie e devo dire che per quanto la trama sia meno blindata del libro precedente, che è al momento il mio preferito, la qualità si conferma comunque eccellente. 

Narrativamente parlando, la vicenda riprende breve tempo dopo gli eventi del libro precedente e comincia immediatamente a mostrate tutte le difficoltà della posizione in cui Paige si trova: stare al comando è difficilissimo perché dopo aver vinto il titolo di Lady Generale adesso deve fare in modo di tenere in piedi un’associazione di criminali, mossi ciascuno dai propri interessi personali, un po’ di sputo e qualche Avemaria. L’intento di trasformare il Sindacato in ciò che doveva essere in origine, ovvero un rifugio per i veggenti, si rivela immediatamente più arduo del necessario, sia perché appunto i criminali non sono famosi per risolvere i conflitti con le buone maniere, ma anche perché mettere d’accordo tutte quelle teste è pressoché impossibile, specialmente quando fazioni rivali, che a volte si sono odiate per secoli, che devono coesistere. Destreggiarsi tra serpi in seno, carismatici nemici giurati e alleanze inaspettate non sarà semplice e la gestione di tutto ciò ci mostra una protagonista con un mosaico di conflitti interiori credibile e condivisibile. La critica all’imperialismo inglese è chiara: l’ordine costituito, che vuole sopravvivere a tutti i costi, ha utilizzato così bene il principio del divide ed impera che le categorie oppresse sono più occupate a guardarsi a vicenda con sospetto che prendersela con chi sta sopra di loro, mentre il potere centrale è molto coeso al suo interno ed è proprio per questo che sembra un titano impossibile da sconfiggere. Shannon ci fa sentire quanto Paige sia sopraffatta dallo stare al comando, non solo per la responsabilità logorante, ma soprattutto per la fatica di tenere tutto insieme e per l’impossibilità di prendere delle decisioni che siano giuste al cento percento.

Il conflitto, quindi, si estende e dalla Oxford del primo libro si passa alla Londra del secondo per poi raccontare qui anche di Edimburgo e Manchester (e lo sguardo si amplierà ulteriormente nel quarto libro), allargando così lo sguardo sulla presa ferrea e tentacolare di un regime totalitario che non sembra essere mai sazio. In queste situazioni Shannon ci mostra come le stesse problematiche siano affrontate in modi diversi in diversi contesti culturali e di come la resistenza trovi sempre una strada, proprio perché le persone non possono sopportare passivamente oltre un certo punto. Persino chi se la passa meglio si dovrà rendere conto che prima o poi arriverà anche il suo turno di trovarsi dalla parte sbagliata di un manganello, dato che rispetto all’altrǝ, l’altrǝ siamo proprio noi.

A livello di scrittura, come dicevo all’inizio, c’è qualche buchino di trama in più rispetto a L’Ordine dei Mimi, che invece ho letto senza mai un sobbalzo o una messa in discussione, ma stiamo parlando di elementi marginali che hanno più a che fare con piccole smagliature all’interno di specifiche scene che di macroproblemi ripercuotibili sull’intero intreccio, in cui esiste una generale coerenza interna molto forte, il che è forse dovuto anche al fatto che questo è uno dei volumi che Shannon ha rimaneggiato a dieci anni di distanza, aggiustando ciò che non andava e riscrivendo le parti meno credibili. Volendo mantenere gli stessi eventi era possibile che qualcosina non funzionasse. Inoltre, l’autrice è brava fare in modo che siano proprio lɜ personaggɜ a porre le domande riguardo a questioni su cui ci interroghiamo proprio noi che leggiamo e riesce sempre a rispondere in modo credibile sul perché una determinata vicenda vada risolta in un modo preciso invece che in dieci altri possibili. In Il Canto dell’Alba è la componente tecnofantasy a farla da padrona, venendo approfondita e ulteriormente particolareggiata nel corso di questo volume e contribuendo a tratteggiare un worldbuilding fuso indissolubilmente con un sistema magico complesso e diverso da qualsiasi altro.

E a proposito di coerenza interna, anche la relazione tra Paige e Arcturus mantiene lo standard, perché ritrae due persone adulte che provano dei sentimenti l’una per l’altra, ma che hanno ben altro a cui pensare, come la sopravvivenza dei loro e di altri gruppi di appartenenza, per cui agiscono sulla base di ciò che è ragionevole e giusto, piuttosto che in balia dei propri ormoni. Inoltre, ho trovato molto apprezzabile la caratterizzazione di Arcturus Mesarthim che è un essere millenario credibile, non un ragazzetto medio da young adult che per caso ha anche cinquecento anni: il Rettore è saggio, riflessivo, ha sulle spalle esperienze che lo aiutano a prendere decisioni ponderate e mi è piaciuto molto conoscere anche qualcosa del suo passato, perché la sua vita non è retoricamente iniziata quando ha conosciuto Paige, c’è molto altro prima di quel momento. La loro è una delle poche coppie letterarie per cui faccio autenticamente il tifo e alla quale auguro presto circostanze meno avverse, anche se in questo volume avrebbero potuto comunicare un pochino meglio.

La serie de La Stagione delle Ossa si sta rivelando una delle più soddisfacenti che abbia mai letto in vita mia, non solo perché le tematiche trattate mi stanno a cuore e possono aiutarci a trovare una chiave di lettura anche per il difficile momento storico che stiamo vivendo, ma soprattutto perché si sta rivelando una storia avvincente, diversa da qualsiasi altra per ambientazione e sistema magico, e che sta venendo gestita con estrema intelligenza. Se fosse già stato pubblicato il quarto volume, lo avrei già cominciato.

domenica 21 aprile 2024

Zoo City

  • Titolo: Zoo City
  • Titolo originale: Zoo City
  • Autrice: Lauren Beukes
  • Traduttrice: Giorgia De Santis
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788834744713
  • Casa editrice: Fanucci
Trama


Con un bradipo sulle spalle e un grande talento nel recuperare oggetti smarriti, Zinzi è costretta ad accettare un lavoro che odia: cercare le persone scomparse. Ritrovare una pop star per conto del produttore musicale Odi Huron dovrebbe garantirle la possibilità di lasciare per sempre Zoo City, un reticolo di bassifondi infestati dai criminali della peggior specie e dai loro fedeli animali. Ma, al contrario, questo incarico la getta direttamente tra le fauci di una città deturpata dalla criminalità organizzata e dalla magia. Per sopravvivere, Zinzi dovrà affrontare i segreti più oscuri che si celano nel passato altrui, così come nel proprio.


Recensione e commento

Uno dei miei buoni propositi riguardanti i libri per il 2024 è quello di spaziare con le letture e approcciarmi ad aree del mondo che generalmente non prendo in considerazione. Viste queste premesse, non potevo farmi sfuggire l’occasione di leggere un romanzo scritto da un’autrice sudafricana.

Zoo City è stato il mio primo approccio con la prolifica penna di Lauren Beukes e ho tantissime cose da dire in merito a questo romanzo vincitore dell’Arthur C. Clarke award. 

Iniziando dall’ambientazione, ho apprezzato tantissimo che l’intera vicenda prenda piede proprio in Sudafrica con tutto ciò che questa implicazione si porta dietro: il contesto multietnico, la cultura che ha subito influenze sia dall’Europa che dall’Africa crea un ambiente stimolante ma sfortunatamente non privo di ombre, perché la trama si sviluppa in un contesto di criminalità dovuta alle disparità mai risolte dopo l’apartheid. L’altissimo tasso di delinquenza, le droghe, i vari traffici illeciti proliferano in una società che ha degli evidenti problemi strutturali che peggiorano soprattutto quando si cerca di arginarli, come ad esempio quando i quartieri malfamati, nel tentativo di vivere una riqualificazione, subiscono invece la gentrificazione. Tutto questo, nel libro, si traduce anche nella ghettizzazione delle persone cosiddette bestianimante, ovvero quelle che, a seguito di un’azione abbietta, sono destinate ad avere sempre con sé un animale dal quale non possono separarsi e che ricorda loro per sempre il crimine che hanno commesso, ma che in cambio sviluppano poteri peculiari.

Il fenomeno dei bestianimati comincia con un virus che fa la sua comparsa a partire dagli anni Ottanta e, poiché colpisce più che altro criminali e persone che hanno una dipendenza, a me personalmente è sembrato un rimando all’AIDS e a tutta la retorica di cui era circondata quando ha fatto la sua comparsa. Metto mille mani avanti su questo punto, perché specifico che questo è quello che ci ho visto io, non ho trovato dichiarazioni dell’autrice che confermassero o smentissero questa ipotesi, l’unico articolo in cui mi sono imbattuta è quello di una blogger statunitense che ha notato la stessa concomitanza temporale che ho notato io. Ciò detto, i bestianimanti sono circondati dallo stesso stigma sociale che circondava le persone affette da AIDS: si pensava che fosse semplicemente il risultato di uno stile di vita dissoluto e peccaminoso e che, sostanzialmente, chi ne fosse affetto semplicemente se lo meritava. Si pensava, e nel libro si pensa ancora, che fosse qualcosa che non avesse nulla a che fare con “le brave persone”, che riguardasse sempre e solo “gli altri”, ma la società, la storia e la vita in generale non sono mai così semplici e dicotomiche, le sfumature sono infinite, inoltre certe diseguaglianze hanno origine nella struttura sociale.

Se devo dire la verità, nonostante le ottime idee e la critica sociale più che legittima, mi è mancato un po’ di coinvolgimento in questa lettura, che sembrava non voler ingranare mai e che, per quanto sia stata breve dato l’esiguità numero di pagine, mi è sembrata più lunga di quanto effettivamente sia stata. Tuttavia, non so se questo sia dovuto alla penna dell’autrice o alla traduzione, perché ci sono stati dei momenti in cui ho fatto effettivamente fatica a capire alcuni passaggi (anche se a onor del vero non ho mai avuto problemi con le traduzioni di De Santis, che ha reso in italiano anche il mio amato La Casa di Sale e Lacrime)

Sono stata contenta di aver allargato le mie vedute come lettrice ed essermi approcciata a un’ambientazione diversa, una volta tanto. Per quanto questo libro nello specifico non mi abbia particolarmente coinvolta da un punto di vista emotivo, darò sicuramente un’altra opportunità a Lauren Beukes.



lunedì 20 novembre 2023

La Lingua delle Spine

Ciao, bellezze, sono felicissima di ritrovarvi oggi sul blog per questa uscita attesissima. Per questo evento ringrazio la mia amica Franci e l’editore per averci dato la possibilità di leggere il libro in anteprima.

  • Titolo: La Lingua delle Spine
  • Titolo originale: The Language of Thornes
  • Autrice: Leigh Bardugo
  • Illustratrice: Sara Kipin
  • Traduttrice: Roberta Verde
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804
  • Casa editrice: Mondadori
Trama


Un mondo di oscuri affari stipulati al chiaro di luna, città infestate da spiriti, foreste inquietanti e bestie parlanti. Qui la voce di una giovane sirena può evocare tempeste mortali e un fiume può eseguire gli ordini di un ragazzo innamorato, ma solo a un prezzo indicibile. Ispirandosi a miti, folklore e fiabe, Bardugo ha scritto una raccolta di racconti straordinariamente ricchi di atmosfera, pieni di tradimenti, vendette, sacrifici e amore. Perfetti sia che siate suoi nuovi lettori sia che siate fan accaniti, questi racconti vi trasporteranno in terre familiari e misteriose, in una realtà pericolosamente intessuta di magia che milioni di persone hanno conosciuto e amato attraverso i romanzi del GrishaVerse.

Recensione e commento


Per me Bardugo è per me croce e delizia, per lei ho scritto le recensioni più entusiastiche e quelle più cattive, quindi per me è sempre un piacere tornare nel Grishaverse, per quanto in punta di piedi e talvolta con timore. 

Mentre leggevo La Lingua delle Spine mi ritrovavo a pensare che questo fosse il modo giusto di tenere vivo il mondo secondario tanto amato una volta che le trame sono esaurite, prima ancora di vedere che Bardugo stessa, nella nota finale dice qualcosa del genere. Infatti, La Lingua delle Spine nasce prima di Le Vite dei Santi, ma si muove sullo stesso principio. Se Le Vite dei Santi è un’agiografia e quindi una racconta religiosa, La Lingua delle Spine è invece una raccolta di racconti popolari di tutti gli angoli del mondo creato dall’autrice. Gli stili dei racconti sono i più disparati e vanno dalla favola con animali parlanti, alla fiaba con popolane che cercano l’avventura, al retelling, al romanzo ottocentesco. Nonostante il ricalcare queste forme classiche, i racconti sono molto moderni nei contenuti, mi ha colpita molto specialmente l’indagine del femminile, sempre variegato, a volte vittima e a volte carnefice, ma mai banale o già visto. Molto forte è la componente della sorellanza, che spesso manca nella fiaba classica, dove la strega va annientata e la matrigna uccisa. Ciascun racconto racchiude un colpo di scena e un finale dolceamaro, inaspettato.

Le illustrazioni di Sara Kipin, poi, sono qualcosa di spettacolare, perché fungono letteralmente da cornice al testo, ma con esso progrediscono, perché iniziano in modo minimale per poi aggiungere via via dettagli man mano che la storia va avanti per sfociare in un bellissimo disegno su due pagine che mostra una scena saliente della storia appena letta.

La Lingua delle Spine è un libro perfetto per essere letto in questa stagione, a metà tra la spooky season e il periodo natalizio, perché le ambientazioni sono spesso invernali (c’è persino un racconto che ricalca la storia dello Schiaccianoci di Dumas), ma spesso con una componente disturbante o macabra.

Se volete tornare nel Grishaverse ma non volete buttarvi su libri dalla trama annacquata, La Lingua delle Spine è il libro che fa per voi.

Come leggere i libri di Leigh Bardugo per non avere spoiler:

  1. Tenebre e Ossa
  2. Assedio e Tempesta
  3. Rovina e Ascesa
  4. Sei di Corvi
  5. Il Regno Corrotto
  6. The Language of Thorns (inedito in Italia)
  7. Il Re delle Cicatrici
  8. Le Vite dei Santi
  9. La Legge dei Lupi

Altri (non Grishaverse)




mercoledì 5 luglio 2023

Intervista a Sara Loffredi, autrice di Sete

 Buongiorno, bellezze! Oggi nessuna recensione, ma torno sul blog con un’intervista a una gentilissima autrice di un nuovo libro edito per Rizzoli, che ringrazio per la copia omaggio. Lei è Sara Loffredi, l’autrice della distopia tutta italiana intitolata Sete. Bando alle ciance, andiamo a leggere di cosa abbiamo parlato Sara e io!

  • Titolo: Sete
  • Autrice: Sara Loffredi
  • Codice ISBN: 9788817174275
  • Casa editrice: Rizzoli

Buongiorno, Sara, ti va di presentarti e parlarci un po' di te come persona e autrice?

Ciao, io mi chiamo Sara Loffredi, sono un’autrice e una formatrice. La mia principale occupazione è il progetto Sana e robusta costituzione, in cui rientrano i libri che ho pubblicato per Rizzoli e per il Battello a vapore rivolti alla scuola primaria e secondaria di primo grado. Sono libri come La Costituzione degli animali e Le elezioni degli animali,che raccontano com’è nata la nostra Costituzione e la spiegazione del sistema democratico ai bambini della primaria, e la Casa di Paolo, che invece è un libro per ragazzi su Paolo Borsellino che racconta di un centro per ragazzi creato dal del fratello nella loro casa d’infanzia per salvare i ragazzini dalla strada. Mi occupo dei progetti di Sana e robusta costituzione dal 2019. Prima di quell’anno lavoravo in una casa editrice giuridica, la Giuffré, nella quale ero responsabile di area e in cui mi occupavo delle parole del diritto per i professionisti. Contemporaneamente avevo già pubblicato, avendo esordito nel 2014 con La felicità sta in un altro posto edito Rizzoli, poi nel 2017 Non sarà sempre così di Piemme e nel 2020 Fronte di scavo con Einaudi, che sono invece romanzi per adulti. Nel 2019 ero a cavallo tra queste due vite, perché continuavo a lavorare in una casa editrice giuridica e contemporaneamente avevo già pubblicato. Due vite che cominciavano a essere un pochino in conflitto, non c’era più energia per entrambe, allora nel 2019 ho fatto la scelta di dimettermi e cercare di spiegare le parole dei diritto ai bambini e ai ragazzi, questo per me era centrale, è una delle cose che mi piace di più fare. 

Ciò che mi ha colpito di Sete è stato lo stile ricercatissimo, prima ancora della trama e delle tematiche trattate. Quanto tempo dedichi alla cura della prosa? Hai un processo di scrittura istintivo o più studiato?

Il mio modo di scrivere in altri progetti come La Casa di Paolo è rivolto a ragazzi delle medie e usa un linguaggio diverso, più semplificato e meno ricercato. Qui mi è venuto istintivo alzare un pochino il registro e spero che non sia d’intralcio alla storia, per quanto sia innegabile che lo stile e la storia vadano di pari passo, sono due parti di un solo ingranaggio che per funzionare ha bisogno di entrambi. Spero di aver fatto una scommessa in qualche modo io possa vincere. Sicuramente non è esattamente un libro basico perché ci sono vari livelli di lettura e molti simboli, c’è tutto un mondo che io chiamo Oltre nel libro che ha una parte quasi esoterica e quindi più complessa. Io però mi fido dei lettori, mi fido dei ragazzi, mi fido anche di com’è venuto fuori Sete, le cose vengono fuori con la loro anima e Sete è venuto fuori con la propria. Quindi spero che lo stile non sia un punto debole, ma un punto forte.

Una foto di Sara Loffredi

 Oggi più che mai è importante educare le nuove generazioni all'ecologia e la letteratura è un mezzo potentissimo per riuscirci. Hai scritto Sete con il preciso intento di mandare questo messaggio o quello è venuto da sé mentre la creavi? Insomma, è nato prima l'uovo o la gallina?

Sete è un progetto diverso, nel senso che è un romanzo ambientato nel 2055, in un futuro distopico dove l’acqua è finita e le residue sorgenti sono sotto controllo militare e la poca piovana è raccoglibile ma non scambiabile, per cui fiorisce il mercato nero. In questa distopia ci sono tre ragazzi che provano a trovare una soluzione per salvare la terra e io infatti li chiamo “arcadiani”, proprio perché l’arca ha salvato dal diluvio come loro hanno il compito di salvare la terra dal diluvio asciutto. Sete non rientra in senso stretto nel progetto sulla legalità spiegata ai ragazzi, noi siamo moltitudini, quindi abbiamo tante cose da dire, anche i romanzi per adulti di cui ti parlavo prima hanno tematiche diverse, però Sete in qualche modo ha una radice comune perché il tema della condivisione delle risorse, soprattutto quelle che si faranno scarse come l’acqua, è un tema di educazioni civica e di convivenza civile.  Era fondamentale per me parlare di questa tematica perché gli esseri umani davanti a un bene scarso hanno l’istino di appropriarsene per la salvaguardia della propria vita. Ovviamente siamo una collettività e quindi tutto va visto in quest’ottica, tutti i temi che da sempre agitano la politica sono temi di collettività e secondo me era importante metterlo in mezzo vestendolo con un racconto avventuroso, che facesse di questa tematica qualcosa di puramente narrativo, quindi in questo senso è nato prima l’uovo, anche se le nuove generazioni sono molto più sensibili all’ecologia: mio figlio di dieci anni è molto più sensibile al tema di quanto lo fossi io alla sua età. In questo la scuola e la famiglia hanno un ruolo fondamentale, ma è la società che si sta muovendo perché anche i movimenti ecologisti sono fatti dai giovani, perché il mondo è loro e lo sarà sempre di più, per cui è a loro che io volevo parlare.

Alcune letture trascendono l'età e stupiscono per la loro trasversalità: in quale target vedi meglio Sete, fra i libri per ragazzi o gli ya?

Sete è idealmente rivolto ai ragazzi dai 15-20 anni, ma non andrei molto più in basso. Mi sono chiesta se non avessi fatto un errore a tenere lo stile un pochino alto. Lo vedrei bene in quella fascia di età, soprattutto per via dello stile.

La varietà di personaggi in questa distopia è molto ricca, abbiamo anche un afrodiscendente. La narrazione è fuori dalla spazio e dal tempo o esiste qualche luogo che possiamo riconoscere? 

Non ho avuto il pensiero meditato razionalmente di inserire un personaggio afrodiscendente, però è venuto fuori che c’erano tante diversità tra questi personaggi e che  ognuno di loro aveva una storia e una vita completamente diversa. Ho avuto una sorellina in affido originaria della Costa d’Avorio, per cui mi è venuto spontaneo fare un omaggio a quest’esperienza della mia vita e a lei. Il tempo è molto chiaro, siamo nel 2055, lo spazio è ipoteticamente un mondo senza confini di Stato, nel senso che avendo questa crisi idrica spinta al punto da avere un apparato militare sovranazionale a gestire tutte le residue fonti d’acqua ho immaginato che sia un nord Italia o un sud Europa, ma con delle città che si fondono l’una nell’altra, megalopoli senza soluzione di continuità, territori assolutamente urbanizzati senza avere la campagna in mezzo a dare spazio. 

Esistono altre opere che ti hanno invogliata a trovare la tua voce in questo genere letterario? Hai qualche consiglio di lettura da darci?

Sono tante quelle che mi hanno aiutato a trovare la mia voce. Uno è il mio libro feticcio, Le città invisibili di Italo Calvino che è stracitato all’interno di Sete in tanti punti. È un libro per me fondamentale, ne possiedo una delle prime edizioni, la cui copertina è stata riportata all’interno della trama come citazione. Altro libro fondamentale è La Strada di McCarthy che è il libro nel quale la catastrofe si fa sfondo ma modo di far raccontare una storia che faccia emergere la parte umana nonostante tutto. In La Strada ci sono un padre e un figlio, non sappiamo cosa sia successo perché vivono in un mondo in cui c’è stato un evento catastrofico ignoto che però ha distrutto la civiltà, ma loro cercano di rimanere umani. È un libro sul rimanere comunque umani. Un altro libro che consiglio sempre è Cecità di Saramago, autore che amo molto. Poi, un’altra trilogia che amo è quella di Kent Haruf, ho amato molto il suo stile asciutto a cui cerco sempre di ispirarmi per avere frasi che vadano dritte al punto, in cui ci sia tutto il necessario, ma niente di più, come quando arrivi a scarnificare qualcosa e resta solo il principio fondante.

Domanda un po' scomoda: hai già una tempistica per l'uscita del prossimo titolo? Puoi svelarci qualche dettaglio?

Il primo Sete non finisce davvero perché è stato creato un mondo, sono stati creati dei personaggi, quindi sarebbe molto bello continuare a farli vivere. Vedremo. Non ho la sicurezza di scriverlo, anche perché bisogna vedere che fortuna avrà Sete.

Ci sono altri temi che ti stanno a cuore di cui hai intenzione di scrivere in futuro? 

Sto scrivendo un nuovo libro rivolto a un target adulto a cui mi dedicherò quest’estate; un libro sul corpo, tema che ultimamente mi sta veramente a cuore, del quale vorrei trovare una lettura che ne metta insieme altre, un po’ come i puntini che si uniscono, sia emotiva, sia fisica, sia mentale e che restituisca al corpo il senso che tante volte io ho perso nella mia vita. Secondo me, il corpo è un oggetto scomodo: la nostra mente, la nostra anima è molto più ampia, la corporeità in qualche modo ci limita. Però ovviamente siamo qui fisicamente e il corpo è mezzo e strumento per vivere la vita, le emozioni, le sensazioni, le esperienze. È interessante vedere quanto sia limite e quanto sia possibilità.

Grazie mille di aver accettato di sottoporti a questa piccola intervista, sei stata gentilissima. C'è qualcosa che vorresti aggiungere che magari ho dimenticato di chiederti? 

Figurati, tu sei stata molto gentile. Voglio aggiungere che la scrittura è qualcosa che mi appartiene da sempre e nella quale credo. A volte, come tutte le cose vorrei che le cose fossero più semplici, quando mi confronto con il mondo editoriale. Mi sembra un buon momento per dire che quello che ami profondamente fare ha valore in ogni caso: io scrivo ovviamente per farmi leggere, altrimenti lo farei per me stessa e sarebbe un esercizio legato all’ego e basta. Invece preferisco vivere la scrittura come un dialogo che voglio continuare a sostenere. Vorrei che arrivasse a più persone possibile e secondo me Sete ha questa possibilità, glielo auguro, è una storia che ho amato tanto e che mi ha dato tanto, per la quale ho fatto un passo fuori dalla mia confort zone. Spero di aver vinto la scommessa e anche in caso contrario, io continuerò a scrivere.

venerdì 10 febbraio 2023

Intervista a Giulia Reverberi, autrice di Zombie Friendly

 Pensavate che con Zombie Friendly avessimo finito? Invece no, perché l’autrice Giulia Reverberi, in arte @giuliabifrost, è stata così gentile da accettare di rilasciarci una piccola intervista. Godetevi questa chiacchierata.


Buongiorno, Giulia! Ti va di presentarti e di parlarci un po' di te come persona e come content creator? 


Buonsalve! Questo è quel momento in cui non sai mai cosa dire, non importa quanto interessante sia la tua vita. In breve sono una persona che ama le storie, fin da bambina ho studiato scrittura, prima sotto la guida dei miei genitori e poi ho proseguito da sola con manuali di narratologia e corsi. Mi sono appassionata anche al cinema e alle serie tv e ho condiviso il mio percorso su youtube. Da lì mi si è aperto un mondo, ho iniziato a parlare di libri su instagram, di scrittura su tiktok e le live su Twitch mi hanno permesso di condividere il mio percorso nella creazione e produzione di Zombie Friendly. E alla fine eccomi qui. Attualmente lavoro sia come content creator che come scrittrice (per ora solo self, si spera in futuro di diventare ibrida) e editor. Non vedo l'ora di aiutare qualcuno con i suoi personaggi!


 Non esiste tantissima letteratura italiana dedicata agli zombie, come mai hai deciso di esordire con un libro proprio su di loro? 


Gli zombie sono un argomento molto difficile. Mi sono sempre piaciuti in letteratura, sul grande schermo e nei videogiochi ma non avrei mai pensato di utilizzarli per qualcosa di mio. Sembra un clichè ma è stata la storia a venire da me mentre lavoravo in un'azienda di videogiochi. Doveva essere un'avventura giocabile ma alla fine il progetto non mi ha convinta e me ne sono andata con un protagonista ansioso in un'apocalisse zombie e ben poche idee sul suo futuro. Ho deciso di crederci e di autoprodurmi, conscia che gli zombie abbiano un mercato limitato e volendo sfruttare questa occasione per rendermi editorialmente indipendente e consapevole di come funziona il 'produrre un libro'. Sono gli zombie ad aver scelto me, in sostanza.


 Esiste una ragione per la quale hai optato per l'autopubblicazione? Hai fatto tutto da sola, inclusi i curatissimi inserti, deve essere stato faticoso! 


Sì assolutamente, ho recentemente scritto un articolo sul mio blog per spiegare quanto questo processo di produzione sia stato voluto ma anche difficile. Ho pensato che sarebbe stato interessante mettermi alla prova in tutte le fasi di produzione, un'esperienza che mi avrebbe resa più consapevole di come funziona il mercato editoriale e di come nasce un libro, dalla storia all'oggetto fisico. Non sono contraria alla pubblicazione tradizionale, anzi, spero in futuro di poter continuare entrambe le vie ma trovo che spesso, quando si parte, le condizioni che molte case editrici offrano siano svantaggiose. Partire è un problema, ti accontenti spesso di quello che ti viene concesso pur di farlo e a me questa cosa mi ha sempre messa a disagio, mi sembrava di non avere scelta. Ora con il percorso in self so come funziona il mercato e, qualora mandassi un manoscritto ad una casa editrice, so che posso rifiutare una situazione che non mi sembra adatta perchè ho sempre un'altra strada a disposizione. 


In Zofri si denota una certa quantità di ricerca, quanto hai dovuto studiare per scriverlo? 


Molto. Solo per la storia ho dovuto fare un mese di ricerche, alcune serie come quelle scientifiche sulle epidemie e sull'ansia patologica o quelle di antropologia che hanno mi permesso di comprendere i meccanismi sociali delle piccole comunità, fino a quelle più strampalate come 'I cervi sentono gli ultrasuoni?'. Però gli studi più grandi sono stati quelli per la produzione di Zofri, dal marketing all'impaginazione o quelli per creare lo stile del protagonista, piuttosto diverso da quello che ho sempre adottato nei miei romanzi fantasy. Però sono molto contenta di averlo fatto, è stato faticoso ma mi ha aiutata molto a migliorare. 


Ci parli un po' del tuo processo di scrittura? Hai una routine quotidiana o hai un approccio istintivo? 


Il mio processo di scrittura si è consolidato con Zofri, prima era molto più caotico: dedico un primo mese alle ricerche fondamentali, uno a creare una scaletta di tutti gli eventi chiave, con le loro connessioni, e poi svolgo la storia per i tre mesi successivi. Dedico un mese alla sola riscrittura e uno all'editing. Scrivo ogni giorno ma non è un pensiero fisso, se salto qualche settimana per impegni o mancanza di voglia non è un dramma; ho la fortuna di produrre almeno una decina di pagine A4 ogni volta che ho un pomeriggio (o notte) da dedicargli e non soffro del blocco dello scrittore quindi cerco di non forzarmi. Mi piace godermi il processo. 


Sei un'autrice italiana, eppure Zofri è ambientato negli Stati Uniti, è una scelta precisa o è un caso? 


Sì, è stato un omaggio alle storie di zombie, in maggioranza ambientate negli Usa con centri commerciali e armi da fuoco. Volevo prendere l'immaginario tradizionale e cambiare le carte in tavola, per farlo dovevo mantenerne intatti alcuni riferimenti tra cui, appunto, la geografia. Ho preferito inserire una discendenza italo americana nel protagonista, per presentare la componente italiana. Questo mi permetteva anche di mostrare quanto multiculturale può essere anche il posto più sperduto, con immigrati di generazioni diverse. Mi piace pensare che Zofri sia una vicenda che, con piccoli cambiamenti, possa essere trapiantata in molti luoghi diversi. 


Hai intenzione di comunicare un messaggio di fondo o preferisci che ti legge prenda dal testo ciò che vuole? 


Ci sono molti messaggi o spunti di riflessioni, di livelli diversi e argomenti diversi, lascio che i lettori scelgano quali cogliere e fare propri. La storia di Andy è quella di un ragazzo che vive, solo, in un mondo ostile che non riconosce più, pieno di pericoli e di situazioni traumatiche, faticando a gestire il rapporto con gli altri; è una situazione che molti di noi si trovano ad affrontare. Molti lettori mi hanno detto che si riconoscevano nei suoi limiti e nelle sue debolezze, lo hanno supportato tifando per lui e lo hanno scusato anche quando (secondo me) era in torto. Mi piacerebbe che rivolgessero questo spirito anche verso sè stessi, dandosi tregua e credendo maggiormente in sè stessi. Siamo tutti un pò come Andy, chi più chi meno, mi piace l'empatia e la positività che gli hanno rivolto, è questo che vorrei per ogni persona che soffre di problemi di salute mentale, comprensione e affetto. 


La tua dedica è per i cani e uno dei personaggi è proprio un bassotto. Alcune persone sono indecise se leggere il tuo romanzo per paura che gli accada qualcosa di male. Vuoi esprimerti a riguardo? 


Posso capire la perplessità ma è difficile per me rispondere a questa domanda: è un'apocalisse, tutto può succedere, se dicessi che Woody starà bene qualsiasi cosa avvenga purtroppo minerei il realismo del mio testo (anche perchè non avendo scritto i seguiti dovrei rispondere comunque in modo molto limitato). Non posso promettere che al cane non succederà niente, in questo testo o nei prossimi due, o che sopravviverà, posso promettervi però che sarà amato fino alla fine dei suoi giorni, che sia nel libro o fuori, e che, qualora gli succedesse qualcosa, non indugerò in dettagli di violenza esplicita e il tono della scena sarà triste, non macabro. Woody ha un suo arco di personaggio e un suo carattere, dipende tutto da lui, come per chiunque altro, diversamente perderebbe la sua tridimensionalità. Non concedo mai plot armor nei miei testi, nemmeno ai protagonisti. Quindi dipende molto da cosa preoccupa: la sofferenza di doverlo (eventualmente) salutare o la paura di rimanere traumatizzati da una scena orrida e forte. Molti lettori mi hanno detto che la mia scrittura, indipendentemente dalla siatuazione, è molto 'delciata e sensibile' quindi la seconda opzione non è proprio possibile. Sulla prima, invece, chi vivrà vedrà (scusate, battuta brutta).  


Grazie mille per averci coinvolte in questo viaggio nell'Apocalisse, attendiamo il sequel! 


Grazie a voi, davvero, non ho parole per ringraziarvi! Il prossimo testo della saga di Zofri uscirà a novembre, ma non sarà il secondo che è previsto invece per il 2024, prometto però che, quando lo vedrete, scuoterete la testa sorridendo e pensando 'Giulia è pazza, voglio leggerlo'.

martedì 24 gennaio 2023

Intervista a Leonarda Grazioso, traduttrice di Victories Greater than Death

 Ciao, bellissima gente, oggi siamo qui con una rubrica diversa dal solito, perché io e la mia amica del cuore Rossella abbiamo deciso di portarvi non una recensione, ma un’intervista alla traduttrice Leonarda Grazioso, che si è occupata della resa in italiano di Victories Greater than Death, un libro che abbiamo tanto amato e che tocca tantissimi temi diversi (tirando acqua al mio mulino, vi consiglio di recuperare questa recensione). Quindi, bando alle ciance e andiamo a leggere cosa ha da raccontarci Leonarda! Salite a bordo



Ciao, Leonarda! Ti va di parlarci un po' di te? Quando hai deciso di diventare una traduttrice? Quali lingue conosci? 

L’autrice

Volentieri! Innanzitutto vorrei ringraziarvi entrambe per avermi proposto quest’intervista; la mia carriera di traduttrice non è iniziata da molto tempo, ma è la prima volta che mi capita un’opportunità simile e ne sono onorata. Diciamo che la decisione di diventare traduttrice nasce da un’inclinazione che mi sono sentita dentro da sempre, prima ancora di scegliere il liceo – linguistico, ovviamente – e che pian piano ha cominciato a germogliare in maniera più consapevole quando ho deciso di iscrivermi alla facoltà per interpreti e traduttori di Trieste. Dopo la triennale, che ho concluso con una tesi di traduzione letteraria dal francese, mi sono un po’ allontanata dalla traduzione scritta e sono passata all’interpretazione di conferenza. È stato un percorso colmo di sfide ma che mi ha riservato anche tante soddisfazioni, e lo rifarei assolutamente. Però sentivo che non era proprio quello il mio posto felice; sentivo di voler tornare alle mie radici e quindi alla traduzione letteraria. E così, finita la magistrale, approfittando della pandemia, mi sono specializzata in questo settore. Le mie lingue di lavoro principali sono l’inglese e il francese, complici anche le richieste del mercato, ma a volte lavoro anche con il tedesco e lo spagnolo. Se devo scegliere una lingua del cuore, però, è e sarà sempre l’inglese.

Ci parli un po' del processo di traduzione? Io non ne so praticamente nulla? Come avviene? 

 Il processo traduttivo è un po’ come la ricetta della crostata: ne esistono infinite varianti ma ognuno ha la sua, la custodisce gelosamente e la considera la migliore al mondo. Nel mio caso specifico, lascio che sia il testo che ho davanti a dettare l’approccio traduttivo di volta in volta. La teoria di solito vorrebbe che un libro venga letto per intero prima di tradurlo: e sebbene nel caso di Victories Greater than Death sia andata così – per forza di cose, visto il genere – in altri casi mi piace buttare giù una prima bozza “di pancia”, man mano che vado avanti nella lettura, immergendomi nel testo e lasciandomi stupire dagli intrecci della trama come farebbe un lettore qualunque. Ad ogni modo, qualsiasi approccio io scelga, resta sempre fondamentale la fase di revisione: l’ideale, una volta finito di tradurre tutto quanto, è lasciare riposare il testo per qualche tempo e andarlo a ripescare dopo un po’, per lavorarlo al meglio. Proprio come un panetto di pasta frolla.

Leggendo Victories greater than death ho pensato spesso a quanto la traduzione sia stata sfidante. Quali sono stati gli elementi più difficili? 

La traduttrice

Hai proprio ragione, non è stato un libro semplice da tradurre. Tanto per cominciare, Victories Greater than Death presenta tutte le criticità tipiche del genere fantasy e fantascientifico: alla base della storia esistono mondi, realtà, creature, oggetti, dinamiche e luoghi inventati – talvolta resi con nomi interamente di fantasia, senza particolari allusioni (ad esempio i nomi di certi popoli) ma più spesso frutto di giochi di parole ideati dall’autrice sulla base della propria lingua. Per tradurre questi “nomi parlanti”, come vengono definiti in gergo, serve quindi innanzitutto una padronanza completa della lingua da cui si traduce – perché bisogna essere in grado di cogliere ogni sfumatura e ogni gioco di parole; poi serve orecchio per il ritmo della narrazione, cosa che sembra scontata ma non lo è, e per finire direi che ci vuole anche una buona dose di fantasia e di creatività nel maneggiare la propria, di lingua. 

Come ben sappiamo, però, nel caso di Victories Greater than Death le sfide non finivano lì: l’importanza centrale riservata in tutto il libro alle tematiche di genere ha posto una sfida non indifferente in fase di traduzione, visto che in Italia (e in italiano) la questione della scrittura inclusiva è ancora molto dibattuta. Ci sono molte proposte, molte opzioni, molti approcci… però purtroppo ad oggi non esiste un quadro normativo comunemente riconosciuto e accettato, e pertanto è stato necessario affrontare la questione in maniera diversa. Tra l’altro non bisogna sottovalutare il fatto che l’inglese, per sua natura, è molto più avvantaggiato in termini di linguaggio inclusivo rispetto all’italiano: mentre in inglese il problema principale è la scelta dei pronomi corretti – e quindi “basta” fare ricorso a pronomi gender-neutral – in italiano, invece, purtroppo, siamo molto più vincolati (dal punto di vista strettamente linguistico) da tutto ciò che sono articoli, sostantivi, aggettivi e participi passati. Le desinenze che indicano il genere, insomma. Il risultato? Per i personaggi non binari ho scelto di optare per riformulazioni che permettessero di evitare l’uso di articoli, pronomi, sostantivi e aggettivi che ne esplicitassero il genere.

Quanto è durato il processo di traduzione di Victories greater than death?

Non saprei quantificarlo con esattezza; però direi che al netto, fra traduzione e revisione, ci sono voluti circa tre mesetti. Comunque ho continuato ad apportare piccole modifiche fino al giorno stesso in cui ho consegnato.

Hai avuto modo di interfacciarti con l'autrice? Se sì ti piacerebbe parlaci di questa esperienza?In caso negativo cosa ti sarebbe piaciuto chiederle?

Il libro in italiano
Non direttamente. In fase di revisione è emerso un dubbio da parte della CE sulla possibile traduzione di una categoria di creature (accennata in modo generico solo un paio di volte in tutto il libro), e a quel punto abbiamo convenuto che sarebbe stato meglio chiedere chiarimenti direttamente all’autrice, in modo da poter scegliere la soluzione più opportuna. Trattandosi di una serie, per di più fantasy, la prudenza nel tradurre non è mai troppa!

C'è un personaggio di VGTD a cui ti sei affezionata?

Yatto, a mani basse. La sua perenne gentilezza, sensibilità, intelligenza e nobiltà d’animo sono impareggiabili! 

C'è chi dice che tradurre sia anche un atto di tradimento: quanto di te metti nelle tue traduzioni? Ti capita di interferire col testo o cerchi, come tradurre, di "essere invisibile"?

Eh già, il proverbiale “traduttore traditore”… è un detto famoso che, come tanti altri, inevitabilmente attinge a un fondo di verità. Quando si traduce è impossibile lasciare del tutto fuori chi siamo, da dove veniamo, quali esperienze ci hanno formati. E questo non può che trasparire, almeno in minima parte, nel linguaggio che adoperiamo e dunque anche nel nostro modo di tradurre. Possiamo cercare di essere quanto più “imparziali” possibile, ma non lo saremo mai del tutto. E già che siamo approdate su questo punto, ci tengo molto a dire una cosa: nell’immaginario collettivo, il bravo traduttore è… quello invisibile. Però, se volessimo esprimere questo concetto in termini più corretti, dovremmo dire “quello il cui intervento non si fa notare”. Questo perché la questione dell’invisibilità è innegabilmente croce e delizia di ogni traduttore e traduttrice: se da una parte è una bella metafora, visto che rimanda alla naturalezza e scorrevolezza della traduzione intesa come prodotto finito, in contrapposizione alla “calcolatezza” – passatemi il termine – che caratterizza la traduzione intesa come processo; dall’altra, ahimè, questa storia dell'invisibilità finisce troppo spesso per rendere davvero “invisibili” – e dunque sminuire – i professionisti e l’intera professione. Ed è un vero peccato, se ci pensiamo, perché la traduzione in effetti è, proprio come afferma Susan Sontag, il sistema circolatorio delle letterature (e non solo, aggiungerei io) del mondo. Chiusa questa piccola parentesi, cerco di rispondere brevemente alla domanda iniziale: mentre a volte si riesce a essere più o meno invisibili, altre volte diventa necessario intervenire – o interferire, che dir si voglia – per risolvere ad esempio vincoli linguistici e/o problematiche culturali. Ma c’è una consapevolezza che guida tutti i bravi traduttori: e cioè che, a differenza di quanto accade con gli autori, sono loro a dover essere al servizio del testo (e quindi dei lettori) e non viceversa. Ed è questo approccio a guidare le loro scelte. 

Quali sono secondo te gli errori più gravi che si possano riscontrare in una traduzione?

È difficilissimo parlare di “errori” in una traduzione. Quello che io tradurrei in un modo, altri cento traduttori probabilmente lo tradurrebbero in cento modi diversi. Al di là di ciò che poi ricade nella sfera delle preferenze e/o idiosincrasie linguistiche personali, certo, può capitare di imbattersi in errori più o meno gravi. Tra i peggiori ci sono sicuramente quelli di senso, siano essi dovuti a una lettura superficiale o a una conoscenza non perfetta della lingua da cui si traduce. Ma vuol dire che esistono errori meno gravi? Vuol dire che se altero completamente il registro o altre peculiarità espressive di un personaggio – perché non le colgo o perché non le so rendere, se costruisco frasi macchinose perché non riesco a emanciparmi dai vincoli e dagli schemi (anche culturali) della lingua di partenza, se non mi rendo conto di aver utilizzato un calco, se non mi accorgo di aver confuso il nome di un personaggio, se mi sfugge qualche refuso… sono forse errori meno gravi? Forse sì, forse no. Sono sicura che molti miei colleghi non condivideranno la mia stessa opinione. D’altronde, errare è umano e qualche svista può capitare a chiunque. Ma per me – e ci tengo a sottolineare per me, visto che sono consapevole di essere una gran pigno… ahem, perfezionista – è da considerarsi grave qualsiasi errore di cui un lettore/una lettrice si accorgerebbe e che gli/le farebbe storcere il naso. Leggere è una magia e qualsiasi cosa spezzi l’incantesimo, secondo me, rappresenta inevitabilmente un problema.

Altra domanda: ci piacerebbe sapere se oltre che una traduttrice sei anche lettrice. Quali generi ti piacciono di più?

Il fatto di leggere molto “per lavoro” purtroppo mi lascia meno tempo a disposizione per dedicarmi ai miei generi d’elezione. Sono una grande amante dei classici, ma a parte Jane Austen, Oscar Wilde e Emily Brontë parteggio più per i grandi scrittori americani del Novecento. L’età dell’innocenza di Edith Wharton ha un posto speciale nel mio cuore, proprio accanto a Orgoglio e Pregiudizio. Tra i francesi, almeno per quanto riguarda la narrativa, amo Flaubert. Mi piacciono moltissimo i romanzi storici, ma direi che i libri in cui mi rifugio più spesso sono quelli di poesie. 

Puoi svelarci qualche titolo di prossima pubblicazione he stai traducendo?

Domanda difficile per un semplice motivo: ovvero, che la scelta del titolo non è quasi mai appannaggio del traduttore. Se ne occupa di più la redazione, magari di concerto con il reparto marketing. Al traduttore tutt’al più viene richiesto un input, un suggerimento. Però posso dirvi che al momento sto lavorando alla traduzione di un altro young adult – sempre per Fanucci, stavolta di genere crime – e che giusto qualche giorno fa è uscito per Newton Compton Editori “Il cottage degli amori segreti”, un romance natalizio pronto a scaldarvi il cuore in attesa delle feste!

Grazie mille per essere stata con noi! 

Grazie a voi, mi avete fatta sentire una star! ✨🥰





Noi

Titolo: Noi Titolo originale: Nous Autrice: Christelle Dabos Traduttore: Alberto Bracci Testasecca Lingua originale: francese Codice ISBN: C...