mercoledì 2 settembre 2026

Gwen e Art NON stanno assieme

  • Titolo: Gwen e Art NON stanno assieme
  • Titolo originale: Gwen and Art are NOT in love
  • Autorǝ: Lex Croucher
  • Traduttrice: Marti Del Romano
  • Lingua originale: inglese
  • Casa editrice: ne/on
  • Codice ISBN: 9791282205023
Trama

Gwen e Art stanno per sposarsi... peccato che si detestino cordialmente. Gwen, principessa d’Inghilterra, e Art, erede della tenuta di Maidvale, sono promessi sposi fin dall'infanzia. Li aspetta il matrimonio del secolo, ma non potrebbero essere più diversi: lei è fredda e testarda, lui un sagace rubacuori. Ma quando le loro reali, anticonformiste inclinazioni vengono a galla, l’odio reciproco si trasforma in una tregua inaspettata. Per sopravvivere alle rigide aspettative della corte e proteggere i propri segreti, i due decidono di stringere un patto: fingere di essere follemente innamorati e perseguire nel frattempo i rispettivi progetti d'amore. Dovranno agire furtivamente tra balli di corte e tornei medievali, se vogliono conquistare la persona dei propri sogni. L'amore è un vero campo di battaglia… ma avere un alleato fa tutta la differenza.


Recensione e commento

A volte capita di imbattersi in un libro che sfugge completamente ai canoni di un qualsiasi genere e anche alle nostre aspettative. Per me è stato così per Gwen e Art NON stanno assieme, che non è un fantasy perché non c’è magia in senso stretto, non è un retelling, perché i personaggi non sono Ginevra e Artù, ma degli ipotetici discendenti generazioni dopo, non è un romance, perché le storie d’amore non sono il fine ultimo della trama e restano relativamente marginali. Forse potrebbe essere incasellato nell’ucronia, in un medioevo che si prende delle licenze ma che crea delle situazioni coerenti con la storia che ci viene raccontata.

Potreste pensare che questo romanzo sia un po’ come Balto, che sa solo quello che non è, ma non è così, anzi, è un libro dall’identità forte che non si piega alle esigenze di mercato, non snocciola trope popolari e non sfocia mai nel fanservice. Ed è per questo che mi è piaciuto tantissimo, proprio perché una storia lineare e apparentemente semplice non si perde mai nel cliché e soprattutto, non diventa mai problematico (ormai the bar is on the floor).

I protagonisti sono quelli citati nel titolo, ovvero Gwen e Art, promessi sposi sin da piccoli che si detestano cordialmente e che nascondono un piccolo segreto: la loro omosessualità. Dapprincipio entrambi cercano di fare in modo di rompere il fidanzamento, ma quando scoprono l’uno dell’altra si aiutano a vicenda. Quello che in un altro romanzo sarebbe stato venduto come fake dating che arriva a dating vero, qui si avvicina di più al lavender marriage, ovvero quel tipo di matrimonio contratto, soprattutto in passato, per andare in contro alle esigenze sociali ma che non veniva consumato proprio per via dell’omosessualità di almeno uno dei due membri. Nessuno dei personaggi in scena è stereotipato, o se lo è avrà un arco di trasformazione che arriverà al suo apice proprio con i superamento dello stereotipo. Personalmente, uno dei miei preferiti è proprio Art, apparentemente un mascalzone senza scrupoli che non si fa problemi a ricattare Gwen, all’inizio, ma che pur avendo in pugno sia lei che il fratello Gabriel, anche lui omosessuale, non fa mai outing a nessuno dei due, preferendo chiuderli a chiave in una stanza per constringerli a comunicare. Art è in apparenza superficiale e per nulla incline a prendere le cose sul serio, ma in realtà il suo umorismo maschera spesso la difficoltà nel cercare di vivere la sua vita libero dallo sguardo altrui, libero dai condizionamenti che il suo ruolo di spicco nella società medievale gli imporrebbe. Art pensa genuinamente che vivere secondo i propri desideri possa aiutare anche altre persone, magari meno privilegiate, a fare la stessa cosa.

Gwen, al contrario, parte da un punto in cui si sente tranquilla nella sua quotidianità, non cerca di uscire dal suo guscio, anzi, fa di tutto per tenerselo e fare in modo di accondiscendere il più possibile a quello che la società vuole da lei. Cerca di fare felice suo padre, il re, che è fondamentalmente un brav’uomo ma pur sempre figlio del suo tempo e che per via del suo ruolo di capo di Stato deve spesso mettere i doveri davanti alla famiglia. A causa dei dogmi sociali, suo padre non vede quanto lei sia abile in politica, il che porta due conseguenze, la prima è che le sue idee per essere prese sul serio devono essere riferite dal fratello Gabriel, la seconda è che Gwen perde fiducia nelle sue capacità di comando, che ci sono ma il fatto di non averle mai esercitate la porta spesso a pensare che sarà sempre qualcun altro a intervenire anche quando il qualcun altro dovrebbe essere proprio lei. Oltre a questo, Gwen parte anche da una situazione in cui pensa spesso di non essere come le altre ragazze, parte dal presupposto di non potersi confidare con Agnes, la sua ancella, a cui attribuisce dei difetti che non ha realmente. La parte della crescita di Gwen che ho preferito è stata proprio quella relativa al fare un passo indietro e rendersi conto che Agnes è stata un’amica fedele che non ha mai meritato il suo astio. 

Gabriel e Bridget sono i secondari e love interest di Art e Gwen e non sono meno degli di importanza delle voci protagoniste. Gabriel, come erede al trono, sente ancora di più le stesse pressioni sociali della sorella, pensa di dover essere un sovrano perfetto, senza riuscire davvero ad abbracciare l’idea che la perfezione non sia di questo mondo. Passa le sue notti a studiare i testi relativi al leggendario re Artù nella speranza di poter essere come lui dimenticandosi che anche i miti e le leggende erano persone, che anche loro avevano dubbi ed erano fragili. Gabriel cerca di modellare sé stesso su degli esseri che sono stati mitizzati, a cui la Storia ha cancellato difetti e tratti caratteriali che non erano compatibili con ciò che era utile al momento e che non sono mai davvero esistiti per come li pensa lui. Quella con l’Artù della sua immaginazione è una gara che non può vincere, se poi una gara esiste, anche perché le esigenze del popolo ai tempi di Artù non sono certo le stesse che deve affrontare lui. Quello di Gabriel è il conflitto interiore di chi è in un modo e pensa che per il bene comune sarebbe meglio se fosse diverso, è il conflitto di chi si trova nel pieno di una lotta religiosa e rischia di perdere il potere, il titolo, la vita, ma ha comunque la consapevolezza che fare coming out sarebbe un bene per fare sentire al sicuro anche altre persone, quelle che non si sentono accettate. Gabriel giudica al di fuori di sé le stesse cose che giudica dentro di sé, è infastidito da ciò che di sé lo disgusta e che Art riesce a vivere con naturalezza. Il suo percorso serve proprio ad affrontare sé stesso e tirare giù dal piedistallo un’idea fine a sé stessa.

Nel mio cuore, Bridget si contenta il gradino più alto del podio con Art. Bridget è una cavaliera che cerca di vivere in tutto e per tutto secondo le regole dell’onore e della cavalleria, anche quando gli altri barano e anche quando tutto sembra remarle contro. Non è una guerriera overpowered che sbaraglia tutti senza sforzo, nel corso del libro perde spesso durante le gare, ma non è questo il punto: Bridget sa che vincere e perdere sono entrambi parte del gioco e anche quando gli altri vincono imbrogliando, invece di perdere la calma e fare la vittima, Bridget fa spallucce continua per la sua strada, perché vincere non è importante se non avviene alle sue condizioni e secondo il suo codice morale. Non accetta vittorie mutilate né scende mai allo stesso livello di chi per batterla rinuncia a una vittoria onorevole. Lei, ancora più di Art, riesce a vivere la sua omosessualità con naturalezza e non accetta compromessi. Il tipo di relazione che intende instaurare con la persona che avrà al suo fianco dovrà essere frutto di compromessi ma non di rinunce: Bridget non intende indossare una gonna e fingere di essere la domestica della donna che ama mentre questa sposa un uomo per copertura. In amore, come nell’arena, Bridget non fa prigionieri e non è disposta a mettere da parte le sue ambizioni in cambio di una vita passata a nascondersi.

Verso la parte finale c’è un cambio di tono e la storia, che apparentemente correva su un binario rassicurante, prende una piega molto più oscura. Tuttavia, nonostante le scene cruente, personalmente ho trovato perfetto il finale, verosimile nel suo sapore dolceamaro, che mostra la violenza come rifugio degli stolti, che non risolve mai nulla, ma lascia solo feriti e macerie da spazzare via per poter ricostruire.

Da Gwen e Art NON stanno assieme mi aspettavo leggerezza, forse addirittura frivolezza, invece mi sono trovata davanti una storia che parla dell’importanza del coming out in un contesto apparentemente ostile e senza possibili alleati, in cui la queerness è trattata con competenza, senza mai venire feticizzata, con personaggi in cui è facile rispecchiarsi e che hanno un percorso di crescita autentico senza che si snaturino. In questo libro vengono toccati con mano gli effetti del revisionismo storico e di come il raccontare le coppie omosessuali del passato come semplicemente legate da un’amicizia di lunga data e duratura possa creare dei problemi alle generazioni future, che non trovando traccia di sé stesse finiranno col sentirsi inadeguate e non rappresentate.

mercoledì 29 luglio 2026

Noi

  • Titolo: Noi
  • Titolo originale: Nous
  • Autrice: Christelle Dabos
  • Traduttore: Alberto Bracci Testasecca
  • Lingua originale: francese
  • Codice ISBN:
  • Casa editrice: edizioni e/o
Trama


Il mondo è dominato dal Noi, entità immateriale che governa tramite gli Altissimi, secondo i principi della Burocrazia Istintiva. Gli uomini sono suddivisi in base al loro Istinto, pura espressione del Noi che determina la loro vita e guida le loro azioni. Nell'abbraccio del Noi, tutto è perfetto e l'individualismo è un crimine. Eppure in quell'incrollabile armonia Claire, da poco diciottenne, sa di essere fuori posto. Lo sa e non può dirlo, perché sarebbe un comportamento contrario al Noi. Un comportamento che la Burocrazia Istintiva reprimerebbe senza pietà. Allora vive fingendo, adeguandosi all'andamento generale, ma dentro di sé vuole capire se in quel mondo perfetto è l'unica diversa o ce ne sono altri come lei. La prima avvisaglia che qualcosa non va per il verso giusto ce l'ha quando una sua compagna di collegio sparisce da un giorno all'altro misteriosamente. Da li in poi è tutto un susseguirsi di eventi in cui Claire scopre l'esistenza di una setta segreta che conosce ogni risposta. Ma farsi delle domande è proibito.


Recensione e commento

Il grande ritorno di Christelle Dabos è segnato da Noi, un libro che non solo dimostra un miglioramento verticale rispetto alla sua serie di maggior successo L’attraversaspecchi, ma che è anche tutto ciò che dovrebbe essere un fantasy: qualcosa di così fuori dall’ordinario da non essere in alcun modo incasellabile. 

In questo romanzo worldbuilding e sistema magico sono così intrinsecamente legati da non essere distinguibili, l’intera società è basata su un numero di comandamenti “laici” che governano l’intera società. Essi hanno al loro centro due principi: il primo è che non esistano istinti minori (ci arriviamo fra un attimo) e l’altro è la piramide sociale (sotto forma di grattacielo di vetro) venga scalata in base a quante vite una persona riesca a salvare. 

L’Istinto è un dono con cui ciascuna persona nasce e che è un potere irresistibile. È diverso da persona a persona, anche se è in genere gli Istinti sono raccoglibili in categorie: alcuni istinti costringono le persone ad aggiustare tutto ciò che è rotto, altri fanno sentire un irrefrenabile voglia di proteggere, altri ancora portano a inventare cose sempre nuove. Gli istinti sono irrefrenabili al punto che una volta che si manifestano le persone sono portate a lasciare ciò che stanno facendo pur di assecondarli, si svegliano se stanno dormendo, smettono di mangiare se stanno cenando pur di correre dietro a ciò che il loro istinti, il potere sovraordinato che lega ogni membro della società come una divinità, il che le porta a identificarsi completamente con il loro dono, che diventa la loro professione, e a non poter mai davvero staccare. Non si può timbrare il cartellino dal proprio istinto: se nasco per girare bulloni, dovrò girare bulloni anche se mi viene voglia di farlo fuori dall’orario di lavoro per non incorrere in una crisi di astinenza da istinto. 

Non è il solo problema, perché se sulla carta non esistono istinti superiori o inferiori, nella pratica la società è piramidale e alla base, come c’era da aspettarsi, ci sono tutti quegli Istinti che consistono nello svolgere lavori manuali o di fatica, come quelli relativi alla pulizia o ai mestieri ripetitivi in fabbrica, mentre via via che si sale, gli Istinti (e i lavori a essi connessi) diventano via via più d’intelletto e meno socialmente stigmatizzati. La scalata sociale è metaforica e letterale, perché i Santi, ovvero le persone che riescono a salvare un certo numero di vite umane grazie al loro potere, vivono tutte in un altissimo grattacielo di vetro. 

Questa enorme metafora del capitalismo racconta come si ambisca sempre a qualcosa di più di ciò che si ha e di come non cambi nulla, né nella pratica, né nella percezione della felicità, una volta che lo si ottiene. Goliath, uno dei protagonisti, ha sacrificato parti di sé, letteralmente, per riuscire ad arrivare al conto di undici vite prima dello scadere del tempo a sua disposizione per diventare Santo, ma una volta che ci arriva non solo non cambia nulla nella sua vita, ma si chiede addirittura se ne sia valsa la pena. La corsa verso la perfezione gli fa perdere le braccia e la cosa lo porterà a farsi delle domande troppo tardi, quando ormai il danno è fatto e ormai il conto troppo alto è già stato pagato. Anche sotto questo aspetto, l’autrice ha fatto le cose per bene: la sua disabilità è mostrata sempre in azione e in modo credibile, ogni sua difficoltà viene tratteggiata in modo realistico anche nelle più piccole cose, persino allacciarsi le scarpe diventa impossibile dopo che Goliath ha dato troppo senza aver ricevuto nulla in cambio.

All’interno di questa ambientazione distopica, esistono dei gruppi di persone, chiamati Individualisti, che combattono per cercare di affermare l’unicità personale oltre l’Istinto, che è ciò con cui in genere la propria identità si sovrappone in modo perfetto. Per quanto nobile è una lotta che non può essere vinta dalla massa, proprio perché gli Istinti sono comunque parte integrante di ciascuno. In questa società che pensa di essere un’utopia, nessuno (o solo pochi propagandati) ama davvero il proprio Istinto, proprio perché è una costrizione che non lascia scelta. Inoltre, le vite salvate per diventare Santi non sono nient’altro che un numero senza significato: le vite umane non sono inestimabili perché uniche e irripetibili, diventano semplicemente una convenzione svuotata di significato e, ancora una volta, l’individualià si sfoca nella massa.

Il sistema del Noi che connette tutti e che non lascia scampo diventa fallibile quando nasce una persona, Claire, totalmente sprovvista di Istinto. Claire deve vivere nella clandestinità perché la sua mancanza di Istinto è considerata un abominio. Al tempo stesso, però, è l’unica persona sul pianeta veramente libera, la sola che possa prendere decisioni in totale autonomia senza la dittatura dell’Istinto, Claire può scegliere da sola la sua carriera sulla base di ciò che le piace autenticamente, non semplicemente su ciò che le riesce bene per via di un potere sovraordinato che la costringe a determinate azioni. La sua esistenza è stata solo teorizzata dagli individualisti, che la invidiano perché per quanto ci provino loro non sono in grado di resistere all’istinto che domina la loro esistenza. Il cortocircuito che si crea tra l’individuo libero che vorrebbe essere come chiunque altro e tra chi vorrebbe essere libero ma non lo è, è il riassunto perfetto della nostra società tardo capitalista in cui è praticamente impossibile mollare davvero tutto per andare ad abitare in campagna e vivere di baratto senza preoccuparsi dei soldi.

Il livello di scrittura di Dabos è cresciuto esponenzialmente, il suo stile è stato affinato tantissimo, la prosa efficace e poetica  riesce a dire tutto ciò che serve in pochissime parole. L’autrice crea una storia che va ben oltre il punto in cui un’altra penna l’avrebbe fatta concludere, quando lo scioglimento sembra arrivare a circa un terzo della storia, ma questa non è una storia epica tra bene e male, l’unica lotta che esiste è quella per restare a galla e sopravvivere, la vera sfida è vedere l’umanità nel nostro nemico e andare oltre il ruolo che la produttività ci ha appioppato. Dabos ha tutto sotto controllo, ogni elemento che viene introdotto all’inizio avrà un suo senso e un suo ritorno alla fine del romanzo, inoltre tutto vuol dire sempre qualcosa, la gestione dei simboli è magistrale anche questa ha un suo senso portato dall’inizio alla fine.

Dabos ha creato un’altra volta un universo unico e che solo lei avrebbe potuto concepire, solo che questa volta lo fa con molta più consapevolezza e più struttura, portando su carta una storia pensata in anticipo dove i pezzi vanno sempre al loro posto. Noi è un romanzo che ha da dire un messaggio necessario e lo fa in modo originale, efficace e fuori dagli schemi. Per me, il miglior libro della sua produzione fino a questo momento. 


venerdì 10 luglio 2026

American Psycho

  • Titolo: American Psycho
  • Titolo originale: American Psycho
  • Autore: Bret Easton Ellis
  • Traduttore: Giuseppe Culicchia
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788806219253
  • Casa editrice: Einaudi
Trama


Patrick Bateman è giovane, bello, ricco. Vive a Manhattan, lavora a Wall Street, e con i colleghi Timothy Price, David Van Patten e Craig McDermott frequenta i locali piú alla moda, le palestre piú esclusive e le toilette dove gira la miglior cocaina della città, discutendo di nuovi ristoranti, cameriere corpoduro ed eleganza maschile. Secondo Evelyn Richards, la sua giovane, bella e ricca fidanzata, Patrick Bateman è «il ragazzo della porta accanto». Ma la vita del protagonista di American Psycho è scandita da altre ossessioni. Riuscire a prenotare un tavolo al Dorsia, il carissimo ristorante frequentato dal suo idolo Donald Trump, ad esempio. Saperne di piú sul misterioso portafoglio Fisher, gestito da quella volpe di Paul Owen. Restituire le videocassette prese a nolo, tra cui quella di Omicidio a luci rosse, affittata trentasette volte di seguito. E non perdere neppure una puntata del Patty Winters Show. Inoltre, quando le tenebre scendono su New York, Patrick Bateman, il ragazzo della porta accanto, si trasforma in un torturatore omicida, freddo, metodico, spietato. Al punto da incarnare l’orrore. Con American Psycho, romanzo insieme terribile e comico, Bret Easton Ellis ha scritto il libro che meglio di ogni altro racconta gli anni Ottanta. Un decennio che, ora lo sappiamo, non è stato semplicemente una parentesi, ma l’inizio di qualcosa. Cosí, questo viaggio senza ritorno nella follia e nella spersonalizzazione a base di immagini patinate e ultraviolenza non ci parla solo di un «eroe» e del suo tempo, ma finisce per rappresentare noi stessi e i nostri giorni. E anche quelli che verranno.

Recensione e commento 

Patrick Bateman 
interpretato dal magistrale Christian Bale
Che cos’è per voi un classico? Mentre leggevo American Psycho mi è tornata in mente la definizione che, a suo tempo, ne diede la mia professoressa di Lettere, ovvero qualcosa che va bene sempre, che non stona mai e non invecchia.

Questo non è un romanzo semplice, non è un libro che consiglio tout court per via dei livelli di sesso spinto esplicito e di violenza senza alcun freno, ma è un libro che da quando è stato pubblicato non è invecchiato di un giorno. Ambientato nella metà degli anni Ottanta, racconta di Patrick Bateman, un giovane yuppie nonché narratore estremamente inattendibile. Patrick è un uomo ossessionato da sé stesso e dalla sua apparenza a livelli maniacali. Tra un’ora di skincare al giorno, riviste di moda studiate a memoria, palestra per apparire statuario, diete per mantenere sotto controllo i livelli di grasso corporeo, la cura della sua persona si trasforma in culto e rimane solo superficiale, perché l’uso di droghe, la vita irregolare e gli alcolici le sue scelte salutiste si dimostrano solo di facciata.

Non è soltanto l’ossessione per il proprio aspetto, l’unica e sola cosa che per lui conti davvero, ad avermi ricordato perfettamente il periodo storico che stiamo vivendo: Patrick ha l’idea fissa di dimostrare di non essere un perdente, al punto che le sue vittime (se poi esistono, perché una delle interpretazioni del libro, che coincide con la mia, è che tutta la violenza che ci racconta sia nella sua testa) sono tutte da lui considerate come scarti, totalmente inutili, come senzatetto che hanno perso il lavoro, mentre lui si vanta di fare soldi a palate, o donne, che nell’arco del libro valuta soltanto per la grandezza del loro seno o per la sodezza dei loro sederi e che nella sua mentalità esistono solo per compiacerlo. Persino mangiare va ben oltre il nutrirsi e il genuino piacere del cibo, ma diventa un’ulteriore performance, per cui i piatti diventano complesse manifestazioni di prestigio del cui sapore non interessa nulla a nessuno. In questo senso, il Dorsia è un elemento ricorrente, un locale nel quale non riesce mai a prenotare perché non è un uomo d’affari abbastanza in vista e quasi gli esce il fumo dalle orecchie quando suo fratello, che lui considera un fallito perché conduce una vita agli antipodi rispetto alla sua, riesce a farsi riservare un tavolo in brevissimo tempo. 

Patrick e la sua skincare

Dietro a tutto questo, la sua identità scompare, Bateman pensa di essere speciale quando in realtà la sua individualità scompare, perché la sua mania di uniformarsi agli altri lo porta a essere irriconoscibile dalla massa di giovani yuppie che fanno lo stesso lavoro, che hanno lo stesso taglio di capelli, che indossano gli stessi vestiti firmati. Il suo non è autentico interesse per la moda, ma dimostrazione di conoscere i codici della classe sociale dominante. La sua idea di successo non è fatta di obiettivi personali, ma di status symbol: niente è davvero importante, nemmeno le persone, che sono accessori intercambiabili e dall’alto del suo culto della personalità Patrick non si rende conto che anche lui è intercambiabile per gli altri. Infatti, spesso viene scambiato per qualcun altro, così come lui confonde sempre gli altri personaggi, che a loro volta lo considerano uno sfigato, esattamente come lui considera loro dei perdenti. È un mondo fatto di pedine, non di individui.

Profeticamente, Bret Easton Ellis fa in modo che un personaggio totalmente negativo, che si è messo su un piedistallo da solo, prima di svolgere una qualsiasi azione si domanda cosa farebbe Donald Trump, uomo per lui è insuperabile sul piedistallo supremo (anche se nel 2026 potremmo dissentire parecchio e ridere sardonicamente, forse nascondendo delle lacrime agli angoli degli occhi). 

Terrificante Christian Bale

Nell’arco della narrazione, sono numerose le scene in cui Patrick confessa o dice a voce alta le sue fantasie di violenza, ma nessuno lo ascolta mai, il che ha una molteplice chiave di lettura: da un lato, lui è un narratore inattendibile, come già detto, e la violenza delle scene del libro potrebbe essere soltanto frutto della sua fantasia data dalla smania di sentirsi speciale; poi, indica anche quanto le persone attorno a lui non lo prendano sul serio e non lo credano capace di tanta spietatezza. Ultima chiave di lettura, ma non per importanza, secondo me è anche una critica alla società che non riesce a vedere i colletti bianchi come colpevoli di qualcosa: quando pensiamo a un criminale, non lo immaginiamo mai con un abito di sartoria, eppure tutte le persone che hanno rovinato il mondo nei modi peggiori lo hanno fatto indossando giacca e cravatta.

American Psycho è cosparso in modo maniacale di riferimenti alla cultura pop di quel periodo,  con lunghissime digressioni su album musicali, prodotti di bellezza raccontati nei minimi dettagli e descrizioni del vestiario di ciascun personaggio che sembrano letteralmente uscite da un catalogo. Non è una lettura semplice, non è leggera e non scorre via facilmente. È un libro che pesa come un macigno e vuole che sia esattamente così, lasciando un finale ambiguo che bisogna interpretare alla luce di tutti gli indizi cosparsi nel corpo del testo.

Quel che è certo, è che l’autore intendeva criticare il modo in cui quella generazione (e forse anche la nostra, a giudicare dalla quantità di fuffaguru che vendono corsi per diventare leoni della finanza e podcast di uomini che si vantano di essere spietati maschi alfa) sia cresciuta facendo vanto della propria cattiveria e che in quella ha trovato la suaunicità, perché il protagonista si sente speciale nelle sue perversioni, quando avrebbe potuto cercare di essere speciale nella ricerca della bontà.

venerdì 26 giugno 2026

Volo di Drago

  • Titolo: volo di Drago
  • Titolo originale: Dragonflight
  • Autrice: Anne McCaffrey
  • Traduttrice: Roberta Rambelli
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788834747599
  • Casa editrice: Fanucci
Trama


Sul pianeta Pern, la minaccia pende dal cielo: i “Fili”, spore micidiali provenienti dalla Stella Rossa, divorano ogni forma di vita organica. Per secoli, i dragonieri e i loro maestosi compagni alati, legati telepaticamente ai loro cavalieri, hanno protetto il mondo distruggendo i Fili in volo. Ma ora sono passate generazioni dall’ultima Caduta e la memoria si è fatta leggenda. Mentre i signori delle Fortezze smettono di inviare tributi e i draghi si estinguono, solo il Weyr di Benden resiste. Lessa, un’umile serva i cui genitori sono stati assassinati e a cui è stato sottratto il diritto di nascita, e F’lar, cavaliere del drago bronzeo Mnementh, dovranno riscoprire gli antichi poteri del tempo e dello spazio per salvare Pern dall’annientamento imminente.


Recensione e commento

Il grande ritorno in Italia di uno dei libri che hanno segnato il genere avviene tramite una nuova edizione di Fanucci editore. Volo di Drago non è importantissimo solo dal punto di vista narrativo, ma anche tematico, perché viene scritto e parla di un periodo storico molto particolare.

Infatti, il suo anno di pubblicazione originale è il 1968 e ciò che avviene nella trama è indistricabile dalla rivoluzione culturale avvenuta in quell’anno. A sei anni dalla dirompente pubblicazione di La Mistica della Femminilità, di Betty Friedan, che raccoglieva le testimonianze delle donne cresciute negli anni Cinquanta, le quali venivano mandate all’università dalle famiglie con il fine di trovare un buon partito, si ritrovavano poi a fare le casalinghe come le loro madri. Dal saggio di Friedan si evinceva una frustrazione generalizzata tra le donne che avevano faticato per avere un’istruzione per poi ritrovarsi a non poterla usare e in Volo di Drago, a dimostrazione di quanto il fervore culturale di quel periodo avesse portato a digerire certe tematiche, racconta anche di questo: una ragazza che dovrebbe essere l’erede della sua casata e ritrovatasi a fare la sguattera per una serie di vicissitudini politiche, viene a contatto con un cavaliere di draghi che vede qualcosa in lei e le promette che diventerà Dama del Weyr, nonché la compagna del drago regina che sta per nascere. Molto presto, però, si rende conto che ciò che le è stato promesso è un onore solo formale, perché anche nel suo nuovo ruolo prestigioso, si ritrova semplicemente a pulire cose più belle di quelle di prima, ma di base viene comunque relegata al ruolo domestico. 
Lei sa di volere di più, di meritare di più e di essere in grado di ottenerlo, ma durante i suoi studi le viene costantemente ribadito che la tradizione impone che non lo faccia, al punto che la consuetudine viene tramutata in obbligo biologico: il fatto che il drago della Dama precedente non volasse viene preso come fatto acclarato che i le femmine di drago non siano in grado di volare (ovviamente, Lessa disobbedirà alla norma e dimostrerà che ciò che è possibile non può mai essere innaturale). Ciò fa sì che lei come protagonista pecchi un po’ del caro vecchio “io non sono come le altre”, ma era appena la terza ondata di femminismo e i tempi non erano ancora maturi per la quarta, per cui, nell’ottica storica, è qualcosa di perdonabile se non addirittura comprensibile. Questo e anche il fatto che ci sia una forte competizione tra donne per accaparrarsi un uomo (sul serio, ragazze, sul serio?) in un prodotto odierno sarebbe fortemente criticabile, tuttavia questa dinamica spiega anche il rapporto predatorio che esisteva in queso periodo (facciamo finta che sia qualcosa da relegare al passato) tra uomo e donna, specialmente in materia di corteggiamento e matrimonio. La critica di McCaffrey in questo caso è piuttosto chiara, poiché inserisce nel flusso di coscienza del protagonista F’lar la consapevolezza di usare violenza nei confronti di Lessa, ma l’uomo la trova tutto sommato giustificabile, senza metterla in dubbio, perché per lui è così che vanno le cose.

Tuttavia, il ruolo della tradizione non è solo quello di bersaglio di critica da parte dell’autrice, quanto motivo di utilizzo del proprio discernimento, perché se da una parte abbiamo un gruppo di persone che seguono ciecamente le vecchie strutture e si rifugiano nella sicurezza data dal fare le cose nel modo in cui sono sempre state fatte (o almeno, nel modo in cui sono sempre state fatte nella loro vita, dato che la singola esperienza umana è molto breve in confronto alla Storia), dall’altro, soprattutto chi detiene il potere accentrato, non dà mai retta ai sapienti, a chi di mestiere preserva e amplia la conoscenza. Gli esseri umani perdono molto in fretta la lungimiranza e abbassano la guardia quando non hanno una minaccia sotto gli occhi, arrivando a pensare che ciò che non vedono (o che non è successo a loro personalmente) non esista né possa esistere. Salvo poi pretendere che, quando finalmente le paura sublimate si palesano nella realtà, le persone di cultura tirino fuori dal cilindro una soluzione che non hanno potuto cercare per tempo a causa di mancanza di fondi o perché gli avvertimenti che lanciavano non accarezzavano l’ego dei regnanti. 

Questa parte specifica della narrazione è quella che ho sentito più vicina a me e ha richiamato nella mia memoria tutte le notizie di bambini morti perché i genitori, ignari delle implicazioni di malattie terribili e dolorose, non hanno vaccinato i figli o in generale di come non ci si fidi della scienza fino a quando i buoi (o il Coronavirus) non scappano dal recinto. Dopo decenni di tagli alla ricerca scientifica, di demonizzazione della medicina occidentale e di mancanza di fiducia verso i tutoli di studio, abbiamo chiesto che la soluzione a una pandemia venisse trovata sventolando una bacchetta magica alla velocità della luce, tra turni massacranti e stipendi insufficienti. E nonostante questo, c’è chi ancora non si fida di chi ci ha portato fuori da baratro. Momento polemica riflessiva finita, torniamo al libro.

Apparentemente, Volo di Drago è un fantasy, ma in realtà questo aspetto riguarda più l’estetica dell’ambientazione, che ricorda il Medioevo. Le premesse narrative sono totalmente fantascientifiche: la minaccia contro cui l’umanità, complessivamente, deve combattere arriva dallo spazio e si tratta di un fenomeno naturale dovuto alla particolare rotazione del pianeta attorno a una stella. Allo stesso modo, la presenza dei draghi non è semplicemente giustificata dalla magia, ma frutto dell’evoluzione della specie che è stata necessaria per trovare un equilibrio con l’ecosistema, il tutto condito da viaggi spazio-temporali e nomi di composti chimici. 

Volo di Drago è un libro che in trecento pagine riesce a cristallizzare un’epoca e a cambiare tutte quelle successive. Il concetto di drago non più come creatura mistica, ma come animale senziente da cavalcare in battaglia nasce qui, con tutto ciò che ne è derivato dopo. Mi sbilancio come raramente mi capita di fare: assolutamente imprescindibile. 


mercoledì 17 giugno 2026

La Prescelta del Corvo

  • Titolo: La Prescelta del Corvo
  • Titolo originale: The Raven Scholar
  • Autrice: Antonia Hodgson
  • Traduttore: Stefano Giorgianni
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804792819
  • Casa editrice: Mondadori
Trama


Dopo ventiquattro anni di pace, per l’imperatore Bersun il Brusco è giunto il momento di lasciare il trono di Orrun. In una torrida estate, sette contendenti lottano per prenderne il posto. Ciascuno di loro, addestrato in un diverso monastero, combatte sotto l’egida di un animale sacro: Volpe, Corvo, Tigre, Bue, Orso, Scimmia e Segugio. L’ottavo, il campione del Drago, verrà rivelato solo all’inizio delle Prove. Sono guerrieri di rara abilità, ma anche fini strateghi e menti acutissime: il meglio del meglio. Alla vigilia della prima Prova, però, una di loro viene uccisa. Il compito di trovare l’assassino viene affidato a Neema Kraa, brillante ed eccentrica Grande Erudita, nonché prediletta dell’imperatore Bersun. Per farlo, Neema dovrà districare una rete di segreti antichissimi, oltre che sopravvivere agli attacchi di guerrieri pronti a tutto per nascondere il loro oscuro passato e per proteggere le loro feroci ambizioni. Neema pensa di essere sola. Ma ci siamo noi ad aiutarla. Deve solo lasciarci entrare. Se riuscirà nell’impresa, conquisterà il trono, che lo voglia o no. Se perderà, l’aspetta la morte. Ma noi non lasceremo che accada. Perché noi siamo il Corvo, e siamo magnifici.


Recensione e commento

Quante cose da dire, su questo libro! La Prescelta del Corvo non è il romanzo d’esordio di Antonia Hodgson, ma è il suo primo fantasy dopo diversi gialli e ciò sarebbe stato chiaro comunque per la natura stessa del libro.

Infatti, per quanto contenga delle buone idee, si vede che la struttura è talvolta inesperta: il libro è ambizioso ma qualche volta abbozzato nella sua ambizione. Per esempio, la maggior parte dei capitoli sembra essere scritta tramite la focalizzazione della protagonista, Neema, salvo poi, per esempio in un capitolo da quindici pagine, inserire due righe dal punto di vista di un altro personaggio. La focalizzazione mobile di per sé non è un problema, anzi, io la preferisco rispetto a quella fissa perché mostra una maggiore padronanza della storia e bisogna avere tutto sotto controllo per poterla utilizzare, ma qui appare spesso disorientante perché non è bilanciata, viene usata solo quando l’autrice si rende conto di non poterne fare a meno e pertanto inserisce occasionali intrusioni da un altro punto di vista, un po’ come se si trattasse di una prima stesura invece di quella definitiva. Allo stesso modo, quando le serve un narratore onnisciente, inserisce degli intermezzi scritti in corsivo che sarebbero il punto di vista di un ulteriore personaggio introdotto avanti nella trama, che vede le cose dall’altro e ci fa il punto della situazione, ma anche qui, per me eccessivamente sbilanciato e poco organico.

Tuttavia, se la forma ha dei problemi, sul contenuto sono più clemente, poiché dalla trama si capisce benissimo che Hodgson scriveva gialli perché è chiaro che sa benissimo come si fa. Sa quando costruire la tensione e quando mollarla, quando spargere indizi che non si dimentica mai di aver sparso, quando e come costruire intrighi, dove piazzare non detti e seminare scenate. Da questo punto di vista, niente da dire, ci sono pochissimi problemi e abbastanza minori e trascurabili. In effetti è proprio il nucleo fondante della storia che spinge ad andare avanti nella lettura, anche quando ci sono i sopraccitati problemi strutturali.

Per quanto riguarda la polemica scaturita dalla copertina dell’editore italiano, mi sento di spendere due parole: sotto al post si sprecavano i commenti che asserivano che fosse fuorviante e sembrasse troppo young adult per il taglio del libro. Dopo averlo letto, io credo invece che sia stata una scelta vincente e sia molto più vicina al target reale del libro rispetto a quella generica e abbastanza dimenticabile dell’originale. Perché se da un lato è vero che a popolare questa storia sono tutte persone sopra i trenta, dall’altro lato non si comportano mai in modo coerente con la loro età: si sprecano i drammi adolescenziali, le scenate, le tempeste ormonali e le risposte fuori luogo. Secondo me questo non è di per sé un male, ma è giusto approcciarsi a La Prescelta del Corvo con consapevolezza, per evitare brutte sorprese. In merito alla caratterizzazione, invece, Neema è chiaramente un’antieroina, una donna che ha dedicato la sia vita alla carriera senza mai cercare problemi o avventure, ma quando questi vanno a cercare lei, Neema non è né pronta né circondata da alleati pronti a dare la vita per lei, anzi, si trova sempre in minoranza con il mondo contro. Non è sempre una protagonista per cui fare il tifo e potrebbe essere indigesta nel suo cercare di non prendere parte, nel suo essere ignava, specialmente all’inizio del romanzo, ma questo punto di partenza bassissimo è l’ideale per poter risalire.

In conclusione, La Prescelta del Corvo è un libro che può riservare delle piacevoli sorprese, ma al quale bisogna approcciarsi con le giuste aspettative, ideale più che altro per chi cerca un thriller immerso in un’ambientazione fantasy


mercoledì 10 giugno 2026

Snowglobe 2

  • Titolo: Snowglobe 2
  • Titolo originale: 스노볼2
  • Autrice: Soyoung Park
  • Traduttrice: Lea Giulia Elia
  • Lingua originale: coreano
  • Codice ISBN: 9788804784717
  • Casa editrice: Mondadori
Trama


La vita di Chobam dentro Snowglobe è molto diversa dal sogno scintillante che aveva immaginato. Le sue fantasie si sono sgretolate nel momento in cui ha scoperto la verità su Haeri, il suo idolo, la ragazza che "spiava" ogni giorno attraverso lo schermo, e sulla sua profondamente imperfetta "famiglia televisiva", venerata da milioni di spettatori. Ma il disfacimento di quell'immagine impeccabile non è che la prima crepa nel mondo da sogno incarnato dalla città sotto la cupola. Una crepa che porta con sé dei pericoli perché la Leebon Media Group - la potente società che controlla il sistema di Snowglobe - continua ad agire nell'ombra, pronta a tutto pur di proteggere il proprio impero di menzogne. Persino accusare Chobam di omicidio. Determinata a dimostrare la propria innocenza, Chobam si ritrova invischiata in una rete di ostilità e segreti più fitta di quanto avesse previsto. A Snowglobe ogni alleanza è fragile e ogni sguardo può nascondere un tradimento. Intanto la tensione sotto la cupola cresce, le rivelazioni si susseguono incalzanti e il tempo per smascherare la verità si assottiglia sempre di più. Un finale esplosivo, dal respiro cinematografico, in cui thriller e distopia si intrecciano in un crescendo serrato, pronto a lasciare senza fiato e a sconvolgere ogni certezza.


Recensione e commento

Dopo la lettura di Snowglobe, temevo che Snowglobe 2 avrebbe potuto essere l’ennesimo sequel per allungare il brodo e continuare a mungere la mucca finché sanguina. Per fortuna mi sbagliavo alla grande. Ma andiamo con ordine.

Dal punto di vista narrativo le vicende continuano sulla stessa linea del libro precedente, rispondendo a quesiti rimasti aperti e ampliando questioni irrisolte, mentre per quanto riguarda le tematiche, queste non sono semplicemente una riproposizione di ciò che è stato ampiamente trattato, quanto discorso ex novo su questioni quantomai attuali.

Per esempio, il rapporto parasociale venutosi a creare tra attori e pubblico a casa qui viene in parte ribaltato, perché se nel primo romanzo assistevamo alla questione dal punto di vista di chi usufruiva dei drama sullo schermo e si ritrovava a gioire per vite finte e irraggiungibili, qui un piccolo ribaltamento è costituito dall’unica possibilità in un intero anno che il pubblico ha di decidere le sorti degli attori che vivono a Snowglobe. Questa singola occasione di creare una catastrofe che ha ripercussioni sull’intera popolazione della città, si trasforma in un momento in cui chi abita fuori da Snowglobe può infliggere tragedie a chi vive nel lusso, ribaltando momentaneamente il rapporto di potere e trasformando il disastro indotto nella città nell’ennesimo espediente narrativo per creare nuovi drama da trasmettere in tv, così che si crei un circolo vizioso in cui gli spettatori possano sentirsi parte attiva e allo stesso tempo consumare un prodotto. La critica alla nostra società è molto chiara: ci illudiamo di avere potere quando votiamo al televoto del Grande Fratello, ma non andiamo alle urne quando potremmo decidere veramente. Anche l’espediente utilizzato dai potenti per mantenere il controllo sulla popolazione è molto chiaro: in questo costante divide et impera, in cui attori e spettatori non corrono mai gli uni in soccorso degli altri, ma competono e basta, chi ne giova sempre è proprio chi sta in cima alla piramide e che tuttavia non contempla che il divide et impera possa anche ritorcerglisi contro.

A mio avviso, le citazioni alla trilogia di Hunger Games sono palesi e volute, ma non sfociano nel citazionismo. In particolare, l’estetica di Capital City è presente anche s Snowglobe in una forma depotenziata e meno sfacciata, inoltre alcune scene sono riprese per essere totalmente stravolte e ribaltate. Infatti, se Katniss è la scintilla che tutta Panem aspettava per rivoltarsi unita contro il regime, a Snowglobe è difficile agire con unità davanti al nemico proprio perché chi comanda ha convinto il popolo che quello sia il migliore dei mondi possibili, che non ce ne sia un altro immaginabile e pertanto non ci sia nulla contro cui rivoltarsi. Un po’ come nel mito della caverna di Platone, Chobam ha visto la verità, ma quando la racconta sono poche le persone disposte a crederle, a mettere in dubbio il proprio stile di vita, a chiedere di più. Anche qui, l’autrice è chiara: dovremmo decisamente smettere di idolatrare i miliardari e cominciare a fare in modo che la loro ricchezza venga redistribuita, perché è totalmente basata non sull’abilità, ma sull’aver ridotto in schiavitù altre persone. I poveri non sono tali per mancanza di ambizione, perché il sistema è basato per fare in modo che ci siano pochissime persone ad avere più che in abbondanza mentre altre hanno lo stretto necessario per vivere. Il sovvertimento dello status quo di Snowglobe porterebbe non a un mondo totalmente nuovo, ma a uno più giusto in cui tutti riescono a vivere dignitosamente avendo accesso a ciò di cui hanno bisogno senza indebitarsi.

Snowglobe 2 è forse persino migliore del libro precedente. Restano i codici del drama coreano (narrazione veloce con scene spesso poco approfondite ed espedienti un po’ in stile soap opera), ma fare diversamente avrebbe portato a un libro diverso, più oscuro e meno digeribile, mentre qui il focus era raccontare una storia coinvolgente con un messaggio chiaro, senza dilungarsi troppo.

La distopia dedicata a Chobam non è forse la più terrificante che potrete mai leggere, ma è sicuramente una delle più autentiche del nostro tempo, perché non è una semplice scusa per costruire un romance enemies to lovers. È una storia che critica la nostra società, spronandola a cambiare, a vivere una vita che non sia necessario mostrare perché sia degna di essere vissuta e che ci invita a guardare la realtà con consapevolezza, mentre scendiamo dalla ruota del criceto. 

mercoledì 27 maggio 2026

Il Finale si scrive da sé

  • Titolo: Il Finale si scrive da sé
  • Titolo originale: The End writes itself 
  • Autrice: Evelyn Clarke (Victoria Schwab & Cat Clarke)
  • Traduttore: Mirko Zilahy
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804797302
  • Casa editrice: Mondadori 
Trama


Le vite di sei scrittori e scrittrici emergenti stanno per cambiare per sempre: un invito misterioso ed esclusivo li conduce a Skelbrae, l'isola privata al largo della Scozia dove il leggendario Arthur Fletch si è ritirato per lavorare al suo ultimo, attesissimo romanzo. Al loro arrivo, però, scoprono che Fletch è morto e che il libro è rimasto incompiuto. Decisi a pubblicarlo comunque, l'agente e l'editore dello scrittore lanciano agli invitati una sfida impossibile da rifiutare: ciascuno avrà settantadue ore per inventare un finale degno di Fletch, vincendo così una ricompensa milionaria e un contratto da tre libri con la Merriweather Press. Un'occasione che capita una sola volta nella vita. Il riscatto che ciascuno di loro cerca dopo anni di sforzi, delusioni e rifiuti. Isolati dal mondo, armati solo di una macchina da scrivere e di una pila di fogli colorati, i sei si ritrovano intrappolati in un vortice di ambizione, vanità e segreti. Ma i segreti, si sa, non restano mai tali a lungo, e perdere il controllo della propria storia può avere conseguenze molto pericolose. Il finale si scrive da sé è un giallo brillante e pungente, che si diverte a giocare con i cliché dei generi letterari e i retroscena dell'industria editoriale. E, mentre i protagonisti rincorrono la fama tanto agognata, una cosa diventa sempre più chiara: se iniziare un romanzo è difficile, arrivare vivi all'ultima riga, su quest'isola, potrebbe essere la vera sfida.


Recensione e commento 

Dopo tutto ciò a cui stiamo assistendo nel mondo reale non stupisce per niente che Victoria E. Schwab e Cat Clarke, sotto lo pseudonimo di Evelyn Clarke, abbiano ambientato Il Finale si scrive da sé su un’isola deserta priva di collegamenti con la terraferma e in cui succede di tutto, perché questa tipica ambientazione da thriller è senza dubbio una delle più terrificanti del nostro tempo.

Ma andiamo con ordine. Quello che in apparenza è un thriller normale, che utilizza tutti gli archetipi del genere, piegandoli ma mai infrangendoli, racconta in realtà tutte le storture del mondo editoriale: sei fra autori e autrici vengono ingaggiati dalla più importante agente letteraria del mondo per passare un fine settimana sull’isola privata di Arthur Fletch, il più grande autore di thriller che, morendo prematuramente, ha lasciato incompiuto il manoscritto del libro conclusivo della saga che ha tenuto il mondo con il fiato sospeso. In palio ci sono due milioni, uno per concludere il manoscritto e uno per un contratto editoriale nuovo di zecca. Le penne che si contendono questo ambito premio sono tutte qualitativamente molto abili nel genere letterario di cui scrivono, ma non sono mai riuscite a fondare nel vero senso della parola nel mondo dell’editoria. Alcune ripropongono sempre le stesse formule, quelle classiche e che funzionano, altre preferiscono sperimentare il più possibile trovando soddisfazione nel puro atto di scrivere, ma quel che è certo è che il loro mancato successo davanti al grande pubblico non è dovuto a una carenza di abilità, quanto agli scarsi investimenti degli editori su di loro, a un tempismo sbagliato sul mercato che non è stato clemente o via dicendo.

Attraverso i loro flussi di coscienza, scopriamo tutto sulle voci protagoniste, nessuna delle quali è perfetta, ma che in qualche misura pensa sempre di agire per il meglio, anche quando le proprie azioni risultano odiose viste dall’esterno. Apparentemente, le scrittrici e gli scrittori che popolano questa storia potrebbero sembrare delle macchiette, ma sono in realtà la rappresentazione di intere categorie di lavoratori dell’editoria che mandano avanti la baracca, riuscendo a stare a galla a stento e che nel frattempo si fanno la guerra tra di loro, con tanto di classismo per quanto riguarda i generi di serie A e B. Le loro interazioni ci mostrano un gioco truccato, dove il banco vince sempre, e che nemmeno le storie sono al riparo dalle dinamiche malate del tardo capitalismo. Conosciamo le ambizioni di ciascuno e ciascuno (o quasi) ci fornisce delle motivazioni valide per fare il tifo e sperare che vinca la competizione: chi deve mantenere dei familiari, chi per un senso di rivalsa e indipendenza, chi, semplicemente, perché pensa di meritarlo. Praticamente è Yellowface con gli omicidi, per i quali si arriverà a sospettare di tutti e di nessuno, fino addirittura a ipotizzare una possibile piega paranormale. Il tutto è funzionale a raccontare tutti i cadaveri che l’editoria si lascia dietro nel suo percorso e nel farlo alcuni espedienti letterari si fanno trama, prendono vita, come ɜ già citatɜ protagonistɜ che sono in apparenza macchiette ma che servono a rappresentare intere categorie, così come c’è la spasmodica ricerca del libro che può consacrare alla fama e risolvere tutti i problemi, ricerca che avviene sia metaforicamente, cercando di scrivere un finale degno, che metaforicamente. 

Le due autrici usano questo thriller metaletterario ricco di colpi di scena per raccontare una realtà che è molto più banale, triviale e deludente della finzione, perché il mondo reale non sempre ha struttura e archi di trasformazione chiusi, protagonist* che meritavano di vincere non sempre hanno la meglio e a volte trionfa chi nemmeno lo vuole davvero. I temi approfonditi sono tantissimi e non si parla solo dell’editoria come campo di battaglia, ma anche di innovazioni che potrebbero rendere l’ambiente ancora più complesso, come l’intelligenza artificiale, o ancora della patina di superficialità che esiste persino tra chi di mestiere racconta storie, perché non tuttɜ vogliono essere scrittorɜ, alcune persone vogliono soltanto il prestigio sociale che questo ruolo comporta.

Unico difetto, per me è che dopo lo scioglimento c’è ancora troppo brodo e troppe pagine quando la storia è a rigor di logica già conclusa, ma è qualcosa che sta accadendo spesso nei libri contemporanei e che possiamo scusare nell’ottica che ha questo libro, ovvero quella di andare oltre il letterale.

Un thriller che è molto più di quello che sembra, in cui le due autrici hanno intessuto temi di vario tipi, critiche sociali a non finire e persino commistioni di generi diversi. Non un libro usa e getta, ma uno con vari livelli di interpretazione e che nonostante questo tiene con il fiato sospeso fino alla fine.

Gwen e Art NON stanno assieme

Titolo: Gwen e Art NON stanno assieme Titolo originale: Gwen and Art are NOT in love Autorǝ: Lex Croucher Traduttrice: Marti Del Romano Ling...