mercoledì 21 ottobre 2026

Storia naturale dei Draghi

  • Titolo: Storia naturale dei Draghi
  • Titolo originale: A Natural History of Dragons
  • Autrice: Marie Brennan
  • Traduttrice: Annarita Guarnieri
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788834436790
  • Casa editrice: Armenia
Trama


"Storia naturale dei draghi" è il primo episodio di una saga che ha per protagonista un’eroina anticonformista, capace di rischiare la reputazione e la vita per soddisfare la sua curiosità scientifica: è la storia di una donna che cerca (e trova) il vero amore e il racconto di come il suo cuore l’abbia sempre portata verso ciò che desiderava: la scienza, i draghi e la libertà. In un’età vittoriana al culmine del suo splendore, tra luci e ombre, Lady Isabella Trent, è la più eminente naturalista di draghi vivente. Ma prima della studiosa c'era solo una ragazza appassionata, capace di sfidare le convenzioni dell'epoca per inseguire i suoi sogni. Questi sono i diari delle sue avventure.

Recensione e commento

Uno die pochi libri che sono riuscita a potare a termine nella calura insopportabile di agosto è stato Storia naturale dei Draghi, che forse non è i libro della vita ma sicuramente mantiene le promesse.

Volendo dare un po’ di contesto, questo romanzo è scritto sotto forma di memoir, per cui la protagonista è anche la voce narrante che, ormai diventata anziana, ha la possibilità di guardare le sue azioni con distacco e benevolenza e può correggere errori del passato, esprimersi su questioni aperte, smentire posizioni tenute in precedenza. È chiaramente una narratrice onnisciente che ha l’opportunità di raccontarsi giudicando le sue azioni a posteriori e spiegandoci gli stati d’animo in cui versava nei momenti in cui non aveva la lucidità per osservare le proprie emozioni dal vivo. 

L’ambientazione è formata da luoghi e nomi inventati, ma prende chiara ispirazione dall’Inghilterra vittoriana, con i suoi usi e costumi, la monarchia e soprattutto il colonialismo. Uno dei punti sui quali si concentra l’arco di trasformazione della protagonista è proprio lo sguardo con cui guarda il mondo “non britannico” che lei percepisce, con i suoi occhi giovanili, come meno civilizzato del suo, fatto da persone che, avendo costumi diversi dai suoi, ritiene più rozze e arretrate di lei. Il suo sguardo piano piano si sposta e cambia verso la comprensione, anche se ancora poco e gradualmente (anche perché immagino che la cosa si svilupperà ulteriormente nei prossimi libri).  Ci sono, quindi, delle rigidità sociali che lei vede e verso le quali lotta perché per lei sono le più urgenti, come la questione femminile, in una società che le imporrebbe un buon matrimonio e poco altro, mentre la sua ambizione è quella di sapere tutto sui draghi, mentre su altri temi deve affinare man mano la sua sensibilità, anche grazie ai suoi viaggi.

Ed è proprio la questione femminile che per me ha avuto maggiore impatto emotivo, non per pura retorica, ma perché la storia di Isabella mi ha ricordato alcune delle intellettuali che preferisco. Ho sentito gli echi della Storia nel suo racconto, ho rivisto un po’ della vita di Grazia Deledda, assecondata dal marito e che prima ancora aveva trovato l’acquiescenza del padre per i suoi studi, o di Marie Curie, cresciuta in un ambiente familiare progressista e altamente colto sotto il dominio della Russia in Polonia. La questione femminile è centrale in questo periodo storico ed è trattata alla luce della sua condizione di nobil donna, quindi agiata economicamente, ma forse ancora più soggetta alle strette maglie della società del tempo. Anche il suo rapporto con il padre e con il marito è da incasellare in un’età vittoriana fantasy e sono quindi relazioni fatte di delicatezza, tenere di una tenerezza che non è bruciante o sfacciata come quella contemporanea e che davvero sembra uscita da un romanzo d’altri tempi, per quanto, in effetti, alla fine della fiera Isabella sia ammantata di plot armour.

Di pari passo al colonialismo inglese va il tema della natura che non è l’ambiente in cui anche gli esseri umani sono immersi, ma un’entità da sottomettere, un essere al nostro servizio e che esiste in nostra funzione. Ed è qui che può arrivare un trigger warning per chi ha una certa sensibilità verso gli animali. I draghi in Storia naturale dei draghi non sono gli esseri mitologici del fantasy classico o le maestose creature da cavalcare in battaglie campali epiche, ma animali veri e propri, selvatici evoluti in vari habitat e con vari etogrammi a seconda della specie. Nell’ottica del colonizzatore assistiamo a quello che i coloni hanno fatto in America con lo sterminio dei bisonti o nell’età Vittoriana propriamente detta con la caccia alle balene: si uccide un animale selvatico che pensa solo ai fatti suoi in nome del profitto, anche a costo di rischiarne l’estinzione, o anche per studi scientifici. Siamo ben lontani dallo studio in ambiente naturale in cui gli animali vengono osservati nelle loro interazioni più pure da una distanza di sicurezza, anzi, l’umanità interviene e mina gli equilibri. Questa considerazione non è un giudizio negativo sul libro da parte mia, anche perché è sicuramente un effetto voluto dall’autrice e inoltre è uno dei temi centrali su cui la trama si concentra nel suo arco. È nella consapevolezza che la scienza debba sapere dove fermarsi, che non può essere sempre tutto sacrificato in nome della ricchezza, che risiede il senso finale del libro.

Storia Naturale dei Draghi mi ha aiutata a uscire dal blocco del lettore che mi ha tenuta in ostaggio in quest’estate rovente, ma al tempo stesso non penso che sia una lettura per tutti i palati. La trama non ha un filone unico, racconta alcune tappe della vita di Isabella e l’inizio della sua carriera, spiega come alcune vicende personali si siano intersecate con gli studi accademici. Non c’è un vero e proprio conflitto e quando c’è non riguarda lei in prima persona, se non quando viene tirata in mezzo a vicende politiche più grandi di lei (stiamo parlando della versione fantasy di due grandi imperi come quello britannico e russo nell’Ottocento). Specifico questo non perché sia un difetto oggettivo del libro, quanto perché conosco molte persone che non apprezzano i libri in cui non ci sia un conflitto che sia il cuore del romanzo.

Storia Naturale dei Draghi è un libro scritto bene dal punto di vista tecnico, la forma di memoir è credibile e studiata nei minimi dettagli, al punto da essere inframmezzata da illustrazioni che aiutino a contestualizzare ancora di più la narrazione, inoltre è evidentissimo lo studio dell’epoca, dei costumi e della rappresentazione dei luoghi che l’autrice aveva in mente, che ha attinto a piene mani dalla realtà, ma ha anche creato qualcosa che cammina con le sue gambe anche se ci risulta familiare.

Dopo questo muro di testo, spero di avervi fornito qualche dettaglio per capire se questa serie possa fare al caso vostro. Per me è stata una lettura che ha funzionato bene perché è riuscita a farmi staccare la spina senza però risultare mai stupida. È il tipo di lettura leggera di cui il mondo ha bisogno. 

mercoledì 7 ottobre 2026

Sono contenta che mia mamma è morta

  • Titolo: Sono contenta che mia mamma è morta
  • Titolo originale: I’m glad my mom died
  • Autrice: Jeannette McCurdy
  • Traduzione di: Matteo Curtoni & Maura Parolini
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804797845
  • Casa editrice: Mondadori
Quarta di copertina


La battaglia di un’ex attrice bambina per riprendere il controllo della propria vita, tra disturbi alimentari e dipendenze, in balia di una madre davvero troppo ingombrante. Un memoir struggente ed esilarante, un clamoroso caso editoriale.


Commento

Sono contenta che mia mamma è morta è un libro che non sono riuscita a mettere giù fino a quando non l’ho finito. Non si tratta di un romanzo, ma di un memoir: l’autrice racconta non solo la sua vita come baby star, con tutto ciò che ha comportato essere una bambina sotto i riflettori, ma soprattutto il suo rapporto con una madre disfunzionale e come questo abbia condizionato la sua esistenza.

Jennette con il 
suo nuovo libro
La narrazione di Jeannette McCurdy non è didascalica, non ci imbocca nulla né si perde il flussi di coscienza, è un tipo di racconto che si srotola per episodi, ci vengono raccontati momenti specifici della sua vita in cui si condensano dei concetti che non è necessario spiegare con la teoria. Assistiamo a un’infanzia fatta di povertà e un tipo di miseria che non ha niente a che fare con il reddito e tutto a che fare con la mancanza di affetto e coesione familiare, con dei parenti che sono più dei coinquilini con cui trovare soluzioni per sbancare il lunario che dei veri e propri affetti. In questa vita fatta di privazioni, la madre di Jennette vede nella figlia tante cose: una possibilità di riscattarsi economicamente, un modo per avere attraverso di lei il successo che non ha mai avuto, qualcuno che non la lasci mai, che la tratti come una divinità, come il centro del mondo. La madre è un genitore estremamente manipolatorio, abusa della figlia sia emotivamente che fisicamente (anche se la piccola non ha gli strumenti per potersene rendere conto, se non ad anni di distanza pagando tanti soldi in analisi), al punto da imporle un regime alimentare finalizzato a indurle l’anoressia per cercare di farla rimanere bambina più a lungo. Tutto il controllo sul corpo della bambina è qualcosa di dolorosissimo a cui assistere, perché noi che leggiamo capiamo chiaramente che si tratta di un abuso, di qualcosa che nessun adulto dovrebbe mai imporre a un bambino, ma che in quel momento Jennette percepisce addirittura come auspicabile proprio perché sa che sua madre la preferisce così, piccola, bambina e ancora dipendente da lei. È doloroso vedere i momenti in cui, ancora prepubere, sia Jennette a regolare le emozioni degli adulti intorno a lei, di come impari a pesare ogni singola parola per evitare che esplodano, per calmarli o renderli orgogliosi. Una scena in particolare mi ha colpita, quella in cui si trova in un ristorante assieme a sua madre e al Creatore (Dan Schneider, in seguito accusato di molestie e abusi da diversi attori e attrici ancora minorenni all’epoca dei fatti). Entrambi sono narcisisti e manipolatori nei suoi confronti, sono in grado di farla sentire la persona più speciale nella stanza oppure di buttarla giù colpendola con una sola parola nel punto giusto. Jennette muore dalla voglia di accontentare entrambi nello stesso momento anche se ciascuno vuole qualcosa di opposto da lei: la madre pretende che lei non mangi per mantenere il deficit calorico, il Creatore, invece, pretende che si ingozzi e non si comporti da ingrata. Questa singola scena per me è stata una delle più strazianti perché è servita proprio a farmi capire che persino una scelta istintiva e fisiologica come quella di mangiare fosse un gioco di equilibri e potere in cui lei stessa e il suo benessere non sono mai stati al centro e di come ascoltarsi diventasse secondario rispetto ai desideri del mondo esterno. Mentre tutti gli altri adolescenti esploravano la propria identità lei manteneva la sua intera famiglia fingendo di essere qualcun altro, dando retta ai condizionamenti esterni e mai alla sua interiorità

Jennette adolescente con sua madre
Per quanto la madre fosse un’adulta totalmente disfunzionale, non mi sento nemmeno di dare a lei tutta la colpa. Non intendo giustificarla in alcun modo, ma andando avanti nel libro si capisce chiaramente che quello in cui Jennette è invischiata è un ciclo familiare che va avanti da chissà quante generazioni. Nessun adulto intorno a lei è in grado di prendere decisioni mature per lei. Persino le scene di tenerezza tra lei e suo padre o suo nonno mi hanno fatta infuriare, perché un singolo atto di dolcezza nei suoi confronti non è servito certo a salvarla: nessuno si è mai davvero battuto per lei, nessuno ha portato la madre in tribunale per gli abusi sui suoi figli o dal terapeuta per curare le stesse ferite che ha causato a sua figlia, tutti hanno lasciato che le cose accadessero. Jennette è circondata di persone, ma è sola per la maggior parte della vita e anche quando riesce ad avere delle relazioni funzionali, dopo taaaaanto tempo e diversi tentativi fallimentari, non è detto che le cose vadano a buon fine proprio perché i traumi che le sono stati causati possono essere così insormontabili da condizionare la sua intera esistenza. 

Nessun altro libro mi ha mai fatto comprendere la natura volubile dei disturbi alimentari quanto questo, di come l’anoressia della protagonista sia frutto di uno stringente controllo esterno che si trasforma in bulimia, profondamente legata alla vergogna e al senso di vuoto, appena questo controllo esterno viene a mancare con la morte della madre. La guarigione è un processo lungo e molto doloroso, fatto di alti e bassi, di tentativi che vanno di pari passo con la scoperta del sé. Chi è Jennette senza sua madre? Chi è quando nessuno guarda e cosa vuole davvero nella sua vita? I momenti più liberatori e trasformativi sono quelli in cui scopre, con sollievo, di poter dire no e che se gli altri ci restano male, questo è esclusivamente un problema loro. 

L’autrice festeggia il
quarto compleanno del libro
Fare pace con il fatto che sua madre non fosse perfetta, non fosse una divinità da adorare e che la sua morte sia stata addirittura una liberazione non è un processo semplice. Soltanto con l’accettazione del fatto che sua madre abbia commesso degli abusi atroci su di lei, che l’abbbia privata dell’infanzia e che invece di proteggerla l’abbia solo caricata di responsabilità sproporzionate per la sua età, oltre che averla messa attivamente in pericolo (vedi sopra, accuse di abusi da parte di Schneider) Jennette può iniziare a guarire.

Non sono sicura di aver reso l’idea di quanto Sono contenta che mia mamma è morta sia stato un libro carico di emotività per me. I problemi che la fama in giovane età che si sono intrecciati agli abusi in famiglia e all’infanzia rubata non hanno fatto altro che farmi venire voglia di abbracciare e difendere da tutte le persone che l’hanno delusa  questa ragazza che meritava decisamente di meglio.

mercoledì 30 settembre 2026

Tagliatele la Testa

  • Titolo: Tagliatele la Testa
  • Titolo originale: Off with their Heads
  • Autrice: Zoe Hana Mikuta
  • Traduttrice: Manuela Piemonte
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804785002
  • Casa editrice: Mondadori
Trama


Il Paese delle Meraviglie raccontato in queste pagine è tutto tranne che un sogno. Piuttosto, è un’oscura foresta, un incubo fatto di radici, nebbia e sangue, infestato dai Santi, antichi guaritori ridotti a mostri grotteschi, affamati di lutto e dolore. Ed è proprio qui che le giovani streghe e amanti Carousel Coniglio e Iccadora Alice Falce sono state esiliate per un crimine che non hanno commesso. Ma la foresta consuma ogni cosa e, per salvarsi, Carousel ha compiuto la scelta più spietata: fuggire, lasciando indietro Icca. Cinque anni dopo, le loro vite sono frammenti di uno specchio infranto. Carousel è una cacciatrice di Santi rinomata, avvolta nel lusso della scintillante capitale, Petra. È diventata la beniamina della spietata Regina Rossa: tra sete dai colori pastello, gioielli e stormi di corvi al suo comando, Caro finge di ignorare i macabri esperimenti che la sua sovrana conduce nelle viscere del palazzo. Iccadora, invece, ha lasciato che l’Oscurità le infettasse le vene. Il tradimento ha scorticato via la ragazza timida di un tempo, trasformandola in una predatrice letale, con un unico scopo: la vendetta. Vuole distruggere il trono. Vuole distruggere la Regina. E, soprattutto, vuole Carousel. Quando il destino (che in questo caso somiglia molto a un’ossessione) le fa incontrare di nuovo, l’odio e l’amore che provano l’una per l’altra si fondono in una danza inebriante. E letale. In un mondo in cui la magia corrode e le bestie hanno fattezze quasi umane, la minaccia più devastante non si nasconde tra gli alberi, ma in due cuori oscuri, disperatamente incapaci di lasciare e lasciarsi andare. Un retelling feroce e perturbante di Alice nel Paese delle Meraviglie, ispirato al folklore coreano, che vi trascinerà giù nella tana del Bianconiglio, in un mondo intriso di sangue e tradimento.


Recensione e commento

È con l’entrata in una selva oscura che Dante inizia il suo viaggio nel punto più basso della sua esistenza (perdonatemi la semplificazione indecente). Tagliatele la testa usa la foresta come luogo dell’inconscio, come sonno della ragione che genera mostri, e crea qualcosa di talmente pazzo che è impossibile parlarne degnamente.

Cercando di dare un contesto più ampio, questo libro psichedelico può essere paragonato a un Attack on Titan coreano ambientato nel mondo di Alice nel Paese delle Meraviglie, il tutto sotto LSD con quaranta di febbre. Sarebbe improprio dire che Tagliatele la Testa sia un retelling, perché dal capolavoro di Lewis Carroll prende solo alcuni tormentoni, alcune frasi e circostanze entrate nell’immaginario comune, ma vive totalmente di vita propria e genera un prodotto del tutto nuovo. Non è semplicemente una storia pazza nel senso più carino del termine, quello che denota quel tipo di follia che semplicemente spinge le persone fuori dai confini dei canoni del socialmente accettato, quanto il tipo di squilibrio mentale portato dal troppo dolore, dal lutto che spinge la mente di una persona giù da un dirupo da cui non si può risalire. 

L’ambientazione è un’estrinsecazione di questo concetto: il Paese delle Meraviglie è un luogo infestato da mostri che vengono attirati dalla puzza di morte delle persone che vi vengono confinate per punizione. È un viaggio di sola andata perché anche uscirne vive significa lasciare lì la propria sanità mentale, significa diventare completamente diverse, dopo aver ucciso molte bestie per la propria salvezza. Caro e Icca vengono condannate al Paese delle Meraviglie non perché abbiano commesso un omicidio, ma perché Tecca, la loro fidanzata, è morta tra le loro braccia e di questo lutto portano l’odore che attirerebbe i mostri. Con la morte di Tecca crolla l’equilibrio, le due ragazze non riescono a essere una coppia che prima era stata un trio, manca una gamba dello sgabello e affilano la loro sofferenza l’una verso l’altra, incolpandosi a vicenda oppure fingendo che la loro ragazza non sia mai esistita. Caro e Icca entrano nel loro dolore, nella loro selva oscura, e ne escono peggiori, ossessionate morbosamente l’una dall’altra dove prima c’era stato amore, creano uno strappo nel punto in cui erano cucite assieme e avevano preso l’una la forma dell’altra.

Non a caso, la fede nuziale delle tre ragazze non è un anello fatto d’oro, è una cicatrice attorno all’anulare, un dolore indelebile che non potrà mai essere cancellato. In questo senso, nessuno vuole mai entrare nel Paese delle Meraviglie o nel Labirinto della Regina Rossa (fidatevi, questo libro è assurdo e non è possibile riassumerlo) di propria volontà, anche perché la società chiude lì dentro tutto ciò che non vuole vedere, in un unico posto, dove la sofferenza non può fare danni e può essere dimenticata da chi non l’ha provata. Ma ci sono dolori che non possono essere confinati per sempre, a volte si ha solo voglia di fare sentire le altre persone come hanno fatto sentire noi.

Il sistema magico è fuori di testa come le sue protagoniste, possiamo scordarci la roba noiosa come la magia elementale o l’invisibilià. Qui la magia è una forza malvagia che lentamente avvelena il corpo, che si manifesta con poteri specifici per ogni strega, ma che sgorga sotto forma di liquidi corporei: la magia può essere lacrima, può trasudare, uscire dalle gengive facendo cadere i denti o fluire dal naso come muco. Usarla lascia il corpo spossato, quando se ne abusa si avvicina alla morte. 

Ma lasciatemi parlare della cosa che ho preferito di Tagliatele la Testa: lo stile di scrittura. In un mondo editoriale invaso da libri scritti con pov alternati per capitolo, qui abbiamo un narratore onnisciente extradiegetico che non solo rompe la quarta parete, parlando in modo diretto a chi legge, ma addirittura 
 Da Attack on Titan
giudica ciò che succede, chiede clemenza per le protagoniste, indirizza l’opinione che dobbiamo farci di loro. È anche grazie allo stile di scrittura che questa storia riesce, perché aggiunge tantissima potenza. Sarebbe stato molto sbilanciato, infatti, se così, di punto in bianco, da metà libro in poi fossero spuntati fuori altri punti di vista (se mi leggete da un po’, sapete quanto la cosa mi faccia imbestialire). Occhio sopratutto a leggerlo con le aspettative giuste: non ci saranno coccolosi conigli bianchi, perché le azioni sfociano sempre nel weird o addirittura nel body horror, inoltre, è volutamente complesso da leggere perché è difficile seguire il flusso di coscienza di persone che hanno perso il senno.

Se proprio devo spaccare il capello, mi viene da dire solo che alcune scene diventano ripetitive e poteva essere leggermente meno verboso, ma qui sto mettendo veramente i puntini sulle I.

Tagliatele la Testa non è certo una lettura che vi consiglio di fare prima di andare a dormire quando vi sta calando la palpebra: è un romanzo che richiede concentrazione e che di sicuro non lascia indifferenti. È un libro che ha saputo catturarmi nel suo essere volutamente strano, nel rifiutare i canoni di scrittura di questo periodo e che ha il grande preciso di non essere un fast-book. Se cercate qualcosa del genere, io non me lo farei scappare.

mercoledì 23 settembre 2026

Terra are - La saga completa

Titolo: Terramare (Un Mago di Terramare - Le Tombe di Athuan - Il Signore dei Draghi - L’Isola del Drago - I Venti di Terramare - Le Leggende di Terramare)
Titolo originale: Earthsea (A Wizard of Earthsea - The Tombs of Athuan - The Farthest Shore - Tehanu - Tales from Earthsea - The Other Wind)
Autrice: Ursula K. Le Guin
Traduzione di: Ilva Tron, Maria Bastanzetti Riccardo Valla, Pietro Anselmi, Teresa Albanese
Casa editrice: Mondadori
Codice ISBN: 9788804817130

Trama

Nel mondo di Terramare - arcipelaghi e acque sconfinate - il giovane Ged, figlio del fabbro, possiede il dono di piegare la natura alla sua volontà. La vicenda, iniziata con l'apprendistato presso un mago potente, si trasforma ben presto in un Bildungsroman ricco di avventura, poesia e saggezza. Nei romanzi e nei racconti di cui è composta la saga, la narrazione segue Ged ben oltre la giovinezza, mentre la sua esistenza si intreccia con quella di Tenar, la sacerdotessa che sceglie di abbandonare il dogma per la libertà, e di Therru, una bambina segnata dal dolore e dall'emarginazione che incarna un destino antico. Il viaggio di Ged diventa così un cammino corale capace di indagare la natura della responsabilità, il valore della parola e la fatica dell'accettazione. Rielaborando in maniera originalissima gli stilemi del genere fantastico - «l'idea che il fantasy sia solo per gli immaturi nasce da un ostinato fraintendimento sia della maturità sia dell'immaginazione» sosteneva l'autrice - la saga di Terramare è un importante tassello nella riflessione di Le Guin sulla convivenza tra diversi, sul rispetto dell'ambiente, sul conflitto tra luce e buio: un'opera che Margaret Atwood ha definito «una memorabile esplorazione del rapporto tra vita e morte».


Recensione e commento

Disclaimer: il corretto ordine di lettura è quello in cui vengono venduti i libri singoli della serie, bisogna leggere prima Le Leggende di Terramare e poi i Venti di Terramare, altrimenti si rischia di non capire gli eventi che succedono. L’ordine di questi due libri è invertito nel tomo.

Ma io che capacità dovrei avere per riuscire a recensire uno dei capisaldi del fantasy, assieme a Tolkien e Lewis? Non lo so, ma eccomi qui che per l’ennesima volta provo a misurarmi con la penna di Le Guin.

Il primo libro, uscito nel 1968 e intitolato Un Mago di Terramare fece scalpore all’epoca per la presenza di un protagonista non bianco, probabilmente simile a un nativo americano. Da allora è passata parecchia acqua sotto i ponti, eppure l’intera saga è ancora avanti anni luce per temi e dinamiche. Non ci saranno battaglie campali o eroi alle prese con problemi più grandi di loro: Terramare è una saga che si muove nell’arco di decenni (a volte di secoli) e che racconta storie personali che diventano universali nel fluire delle cose. Storie apparentemente piccole che in realtà raccontano l’esperienza umana. L’ambientazione è di chiara ispirazione per tante saghe che sono arrivate dopo e si compone di isole accomunate dalla stessa cultura (quella della magia), ma dal governo indipendente, un po’ come le città-stato dell’antica Grecia, il che dà all’autrice un enorme spazio di manovra per raccontare.

Ed è proprio alla Grecia che mi ha fatto pensare il primo libro, Ged, un’incarnazione del “conosci te stesso” dell’oracolo di Delphi, in cui il protagonista non ha a che fare con nemici da combattere a colpi di spada, ma con avversari ancora più vicini a lui. Il secondo libro, Le Tombe di Athuan, ha una protagonista femminile e si concentra sul tema di quanto sia giusto o meno mantenere intatte delle tradizioni che non rappresentano più il mondo in cui si vive ma che sono anche l’unica cosa che si conosce. Nel terzo libro, che concludeva la prima trilogia originaria, assistiamo al viaggio di Cob, una sorta di alter ego di Ged che compie un’impresa complementare a quella dello stregone e che completa il suo ciclo. Tenanr, pubblicato a quasi  vent’anni di distanza, apre la seconda trilogia, che sembra guardarsi indietro e correggere “gli errori” di quella precedente, la amplia e la decostruisce, riempie buchi e crea collegamenti. In questo quarto libro, ritroviamo Tenar, ormai di mezza età che ha vissuto una vita intera. Conosciamo l’ambiente domestico di una donna di Terramare, si concentra sulla magia femminile che in questo universo è considerata “weak and wicked”. Le leggende di Terramare raccontano storie avvenute nell’arco di secoli e forniscono un quadro completo delle varie culture e di alcuni snodi storici del mondo in cui ci muoviamo. Il libro finale, I Venti di Terramare, chiude la serie e completa il ciclo. 

In Terramare non ci sono flussi di coscienza che rendano espliciti tutti i pensieri delle persone in scena, anzi, noi che leggiamo impariamo a conoscerle attraverso le loro azioni e reazioni e il modo in cui si relazionano tra di loro. 

Terramare non è una serie che parla di nemici da combattere, guerre o intrighi poltici, ma affronta il fluire delle cose come nella filosofia taoista, racconta di come ciò che è giusto in un determinato spazio e tempo non lo è necessariamente in un altro e lo fa raccontando storie apparentemente semplici, che sembrano non volere andare da nessuna parte prima che colpiscano forte con il loro messaggio che diventa forte e chiaro.

mercoledì 16 settembre 2026

Il Mondo sospeso

  • Titolo: Il Mondo sospeso
  • Titolo originale: The Floating World
  • Autrice: Axie Oh
  • Traduttrice: Paola Molica
  • Lingua originale: inglese:
  • Casa editrice: Mondadori
  • Codice ISBN: 9788804800590
Trama


Sunho vive nel Mondo di Sotto, una terra condannata alla perenne oscurità. Ex soldato, non ha nessun ricordo della sua vita passata. Sa solo che, un giorno di due anni prima, si è svegliato senza nient'altro che il suo nome e la sua spada e da allora sopravvive con lavoretti saltuari. Ora però gli si presenta la grande occasione: otterrà uno scrigno pieno di monete se riuscirà a catturare la ragazza che brandisce la luce argentea. Ren è un'acrobata che percorre il paese con la famiglia di saltimbanchi che l'ha adottata. Ma tutto cambia quando un demone attacca il villaggio in cui si sta esibendo: in un momento di rabbia e terrore, la ragazza scatena un'esplosione di luce - un potere che ha tenuto nascosto fin dall'infanzia - e uccide il mostro. Tuttavia non riesce a evitare che l'amato Zio muoia e che lo Zietto rimanga ferito gravemente, il suo sangue infettato dalla creatura. Per salvarlo dal veleno, Ren parte per le montagne da cui è disceso il demone e da cui lei stessa è fuggita dieci anni prima. Il suo cammino incrocerà quello di Sunho, e lo spadaccino e la giovane girovaga scopriranno che i loro passati - e i loro destini - sono molto più intrecciati di quanto avrebbero potuto immaginare...


Recensione e commento

Dopo la lettura di La Ragazza che cadde in fondo al mare, libro di cui ho parlato su instagram ma che non ho recensito esaustivamente perché ha toccato per me delle corde troppo emotive, non potevo esimermi dall’affrontare l’ultima fatica di Axie Oh, Il Mondo sospeso, che rispecchia alcune delle caratteristiche dell’autrice che già conoscevo e ne aggiunge di nuove.

Partiamo da quelli che per me sono difetti e teniamoci il dessert per la fine, come sempre. Per quanto l’idea di partenza sia ottima (ne parliamo fra un attimo), a mio avviso sul lungo termine pesa la confusione nel worldbuilding: se in La Ragazza che cadde in fondo al Mare l’autrice riusciva a ritrarre in modo vividissimo immagini impossibili e oniriche, in Il Mondo sospeso si fa fatica a crearsi un’idea dei luoghi e delle cose, ci sono più che altro problemi di immersione nella storia, il che è un difetto proprio in virtù del fatto che il romanzo punta moltissimo sullo stile evocativo alla Miyazaki. Ciò non riguarda solo le descrizioni, ma anche le azioni, che tendono a essere un po’ ingarbugliate e poco continue, portando chi legge, di tanto in tanto, a tornare indietro di qualche pagina pensando di aver dimenticato un pezzo di frase anche quando non è così.

Invece, la cosa che mi è piaciuta senza riserve è l’enorme metafora dell’adolescenza incarnata dai due protagonisti: Ren è una ragazza che racchiude dentro di sé il potere della luce, ma ha paura di farla splendere. Il filtro che mette tra sé stessa e il mondo è rappresentato benissimo dalla maschera di scena che indossa per la maggior parte del tempo. Allo stesso modo, Sunho racchiude un demone dentro di sé, una forza che non libera mai e che cerca di tenere sempre sotto stretto controllo. Hanno modi diversi di rapportarsi con ciò che hanno dentro, ma entrambi rappresentano i conflitti interiori di chi sta cercando la propria identità e tenta di districare ciò che vorrebbe essere da ciò che pensa di voler essere. Ren in particolare ha avuto il percorso che ho apprezzato di più, nonostante forse sia quello più canonico. In particolare mi è piaciuto il suo punto di partenza, quello di una bambina che viene adottata da delle brave persone che diventano a tutti gli effetti una famiglia funzionale e in cui sentirsi al sicuro. Con loro, Ren non solo non ha bisogno di maschere, anzi, sono proprio coloro che le forniscono gli strumenti (metafore che diventano letterali) per difendersi dal mondo.

Un altro tema affrontato, forse uno dei più importanti, è la disparità di classe, per quanto la cosa non sia presentata in questi precisi termini. È il mithril (sì, come quello di Tolkien, simile anche come sostanza) a creare il conflitto: la sua estrazione mette a rischio la vita delle persone e l’esistenza stessa del mondo, mentre se la filiera produttiva viene fermata, le persone ricche rischiano di essere un po’ meno ricche. Indovinate un po’ che cosa sceglie la classe dominante. Esatto, sceglie proprio di sterminare bambine che rappresentano una minaccia (soltanto per lo status quo) e continuare a depredare risorse naturali. La disparità sociale si riflette anche nelle abitazioni. Ancora una volta, la metafora si fa letterale e chi sta alla base della piramide sociale può vedere un raggio di luce solo una volta all’anno per pochissimo tempo, mentre scava nella roccia per estrarre materiale che arricchisce altre persone, e c’è chi vive sospeso al di sopra di tutti gli altri, noncurante dei problemi terreni di chi si fa in quattro per tenere in piedi la struttura senza averne mai pieno riconoscimento.

Rispetto a La Ragazza che cadde in fondo al Mare, Il Mondo sospeso mi è piaciuto un po’ meno per via di qualche difficoltà nell’immersione, ma sono comunque riuscita ad apprezzare tantissimo il messaggio di fondo che incita a cercare la propria identità come individui ma a non mettere mai quest’ultima davanti ai bisogni della collettività.

mercoledì 2 settembre 2026

Gwen e Art NON stanno assieme

  • Titolo: Gwen e Art NON stanno assieme
  • Titolo originale: Gwen and Art are NOT in love
  • Autorǝ: Lex Croucher
  • Traduttrice: Marti Del Romano
  • Lingua originale: inglese
  • Casa editrice: ne/on
  • Codice ISBN: 9791282205023
Trama

Gwen e Art stanno per sposarsi... peccato che si detestino cordialmente. Gwen, principessa d’Inghilterra, e Art, erede della tenuta di Maidvale, sono promessi sposi fin dall'infanzia. Li aspetta il matrimonio del secolo, ma non potrebbero essere più diversi: lei è fredda e testarda, lui un sagace rubacuori. Ma quando le loro reali, anticonformiste inclinazioni vengono a galla, l’odio reciproco si trasforma in una tregua inaspettata. Per sopravvivere alle rigide aspettative della corte e proteggere i propri segreti, i due decidono di stringere un patto: fingere di essere follemente innamorati e perseguire nel frattempo i rispettivi progetti d'amore. Dovranno agire furtivamente tra balli di corte e tornei medievali, se vogliono conquistare la persona dei propri sogni. L'amore è un vero campo di battaglia… ma avere un alleato fa tutta la differenza.


Recensione e commento

A volte capita di imbattersi in un libro che sfugge completamente ai canoni di un qualsiasi genere e anche alle nostre aspettative. Per me è stato così per Gwen e Art NON stanno assieme, che non è un fantasy perché non c’è magia in senso stretto, non è un retelling, perché i personaggi non sono Ginevra e Artù, ma degli ipotetici discendenti generazioni dopo, non è un romance, perché le storie d’amore non sono il fine ultimo della trama e restano relativamente marginali. Forse potrebbe essere incasellato nell’ucronia, in un medioevo che si prende delle licenze ma che crea delle situazioni coerenti con la storia che ci viene raccontata.

Potreste pensare che questo romanzo sia un po’ come Balto, che sa solo quello che non è, ma non è così, anzi, è un libro dall’identità forte che non si piega alle esigenze di mercato, non snocciola trope popolari e non sfocia mai nel fanservice. Ed è per questo che mi è piaciuto tantissimo, proprio perché una storia lineare e apparentemente semplice non si perde mai nel cliché e soprattutto, non diventa mai problematico (ormai the bar is on the floor).

I protagonisti sono quelli citati nel titolo, ovvero Gwen e Art, promessi sposi sin da piccoli che si detestano cordialmente e che nascondono un piccolo segreto: la loro omosessualità. Dapprincipio entrambi cercano di fare in modo di rompere il fidanzamento, ma quando scoprono l’uno dell’altra si aiutano a vicenda. Quello che in un altro romanzo sarebbe stato venduto come fake dating che arriva a dating vero, qui si avvicina di più al lavender marriage, ovvero quel tipo di matrimonio contratto, soprattutto in passato, per andare in contro alle esigenze sociali ma che non veniva consumato proprio per via dell’omosessualità di almeno uno dei due membri. Nessuno dei personaggi in scena è stereotipato, o se lo è avrà un arco di trasformazione che arriverà al suo apice proprio con i superamento dello stereotipo. Personalmente, uno dei miei preferiti è proprio Art, apparentemente un mascalzone senza scrupoli che non si fa problemi a ricattare Gwen, all’inizio, ma che pur avendo in pugno sia lei che il fratello Gabriel, anche lui omosessuale, non fa mai outing a nessuno dei due, preferendo chiuderli a chiave in una stanza per constringerli a comunicare. Art è in apparenza superficiale e per nulla incline a prendere le cose sul serio, ma in realtà il suo umorismo maschera spesso la difficoltà nel cercare di vivere la sua vita libero dallo sguardo altrui, libero dai condizionamenti che il suo ruolo di spicco nella società medievale gli imporrebbe. Art pensa genuinamente che vivere secondo i propri desideri possa aiutare anche altre persone, magari meno privilegiate, a fare la stessa cosa.

Gwen, al contrario, parte da un punto in cui si sente tranquilla nella sua quotidianità, non cerca di uscire dal suo guscio, anzi, fa di tutto per tenerselo e fare in modo di accondiscendere il più possibile a quello che la società vuole da lei. Cerca di fare felice suo padre, il re, che è fondamentalmente un brav’uomo ma pur sempre figlio del suo tempo e che per via del suo ruolo di capo di Stato deve spesso mettere i doveri davanti alla famiglia. A causa dei dogmi sociali, suo padre non vede quanto lei sia abile in politica, il che porta due conseguenze, la prima è che le sue idee per essere prese sul serio devono essere riferite dal fratello Gabriel, la seconda è che Gwen perde fiducia nelle sue capacità di comando, che ci sono ma il fatto di non averle mai esercitate la porta spesso a pensare che sarà sempre qualcun altro a intervenire anche quando il qualcun altro dovrebbe essere proprio lei. Oltre a questo, Gwen parte anche da una situazione in cui pensa spesso di non essere come le altre ragazze, parte dal presupposto di non potersi confidare con Agnes, la sua ancella, a cui attribuisce dei difetti che non ha realmente. La parte della crescita di Gwen che ho preferito è stata proprio quella relativa al fare un passo indietro e rendersi conto che Agnes è stata un’amica fedele che non ha mai meritato il suo astio. 

Gabriel e Bridget sono i secondari e love interest di Art e Gwen e non sono meno degli di importanza delle voci protagoniste. Gabriel, come erede al trono, sente ancora di più le stesse pressioni sociali della sorella, pensa di dover essere un sovrano perfetto, senza riuscire davvero ad abbracciare l’idea che la perfezione non sia di questo mondo. Passa le sue notti a studiare i testi relativi al leggendario re Artù nella speranza di poter essere come lui dimenticandosi che anche i miti e le leggende erano persone, che anche loro avevano dubbi ed erano fragili. Gabriel cerca di modellare sé stesso su degli esseri che sono stati mitizzati, a cui la Storia ha cancellato difetti e tratti caratteriali che non erano compatibili con ciò che era utile al momento e che non sono mai davvero esistiti per come li pensa lui. Quella con l’Artù della sua immaginazione è una gara che non può vincere, se poi una gara esiste, anche perché le esigenze del popolo ai tempi di Artù non sono certo le stesse che deve affrontare lui. Quello di Gabriel è il conflitto interiore di chi è in un modo e pensa che per il bene comune sarebbe meglio se fosse diverso, è il conflitto di chi si trova nel pieno di una lotta religiosa e rischia di perdere il potere, il titolo, la vita, ma ha comunque la consapevolezza che fare coming out sarebbe un bene per fare sentire al sicuro anche altre persone, quelle che non si sentono accettate. Gabriel giudica al di fuori di sé le stesse cose che giudica dentro di sé, è infastidito da ciò che di sé lo disgusta e che Art riesce a vivere con naturalezza. Il suo percorso serve proprio ad affrontare sé stesso e tirare giù dal piedistallo un’idea fine a sé stessa.

Nel mio cuore, Bridget si contende il gradino più alto del podio con Art. Bridget è una cavaliera che cerca di vivere in tutto e per tutto secondo le regole dell’onore e della cavalleria, anche quando gli altri barano e anche quando tutto sembra remarle contro. Non è una guerriera overpowered che sbaraglia tutti senza sforzo, nel corso del libro perde spesso durante le gare, ma non è questo il punto: Bridget sa che vincere e perdere sono entrambi parte del gioco e anche quando gli altri vincono imbrogliando, invece di perdere la calma e fare la vittima, Bridget fa spallucce continua per la sua strada, perché vincere non è importante se non avviene alle sue condizioni e secondo il suo codice morale. Non accetta vittorie mutilate né scende mai allo stesso livello di chi per batterla rinuncia a una vittoria onorevole. Lei, ancora più di Art, riesce a vivere la sua omosessualità con naturalezza e non accetta compromessi. Il tipo di relazione che intende instaurare con la persona che avrà al suo fianco dovrà essere frutto di compromessi ma non di rinunce: Bridget non intende indossare una gonna e fingere di essere la domestica della donna che ama mentre questa sposa un uomo per copertura. In amore, come nell’arena, Bridget non fa prigionieri e non è disposta a mettere da parte le sue ambizioni in cambio di una vita passata a nascondersi.

Verso la parte finale c’è un cambio di tono e la storia, che apparentemente correva su un binario rassicurante, prende una piega molto più oscura. Tuttavia, nonostante le scene cruente, personalmente ho trovato perfetto il finale, verosimile nel suo sapore dolceamaro, che mostra la violenza come rifugio degli stolti, che non risolve mai nulla, ma lascia solo feriti e macerie da spazzare via per poter ricostruire.

Da Gwen e Art NON stanno assieme mi aspettavo leggerezza, forse addirittura frivolezza, invece mi sono trovata davanti una storia che parla dell’importanza del coming out in un contesto apparentemente ostile e senza possibili alleati, in cui la queerness è trattata con competenza, senza mai venire feticizzata, con personaggi in cui è facile rispecchiarsi e che hanno un percorso di crescita autentico senza che si snaturino. In questo libro vengono toccati con mano gli effetti del revisionismo storico e di come il raccontare le coppie omosessuali del passato come semplicemente legate da un’amicizia di lunga data e duratura possa creare dei problemi alle generazioni future, che non trovando traccia di sé stesse finiranno col sentirsi inadeguate e non rappresentate.

mercoledì 29 luglio 2026

Noi

  • Titolo: Noi
  • Titolo originale: Nous
  • Autrice: Christelle Dabos
  • Traduttore: Alberto Bracci Testasecca
  • Lingua originale: francese
  • Codice ISBN:
  • Casa editrice: edizioni e/o
Trama


Il mondo è dominato dal Noi, entità immateriale che governa tramite gli Altissimi, secondo i principi della Burocrazia Istintiva. Gli uomini sono suddivisi in base al loro Istinto, pura espressione del Noi che determina la loro vita e guida le loro azioni. Nell'abbraccio del Noi, tutto è perfetto e l'individualismo è un crimine. Eppure in quell'incrollabile armonia Claire, da poco diciottenne, sa di essere fuori posto. Lo sa e non può dirlo, perché sarebbe un comportamento contrario al Noi. Un comportamento che la Burocrazia Istintiva reprimerebbe senza pietà. Allora vive fingendo, adeguandosi all'andamento generale, ma dentro di sé vuole capire se in quel mondo perfetto è l'unica diversa o ce ne sono altri come lei. La prima avvisaglia che qualcosa non va per il verso giusto ce l'ha quando una sua compagna di collegio sparisce da un giorno all'altro misteriosamente. Da li in poi è tutto un susseguirsi di eventi in cui Claire scopre l'esistenza di una setta segreta che conosce ogni risposta. Ma farsi delle domande è proibito.


Recensione e commento

Il grande ritorno di Christelle Dabos è segnato da Noi, un libro che non solo dimostra un miglioramento verticale rispetto alla sua serie di maggior successo L’attraversaspecchi, ma che è anche tutto ciò che dovrebbe essere un fantasy: qualcosa di così fuori dall’ordinario da non essere in alcun modo incasellabile. 

In questo romanzo worldbuilding e sistema magico sono così intrinsecamente legati da non essere distinguibili, l’intera società è basata su un numero di comandamenti “laici” che governano l’intera società. Essi hanno al loro centro due principi: il primo è che non esistano istinti minori (ci arriviamo fra un attimo) e l’altro è la piramide sociale (sotto forma di grattacielo di vetro) venga scalata in base a quante vite una persona riesca a salvare. 

L’Istinto è un dono con cui ciascuna persona nasce e che è un potere irresistibile. È diverso da persona a persona, anche se è in genere gli Istinti sono raccoglibili in categorie: alcuni istinti costringono le persone ad aggiustare tutto ciò che è rotto, altri fanno sentire un irrefrenabile voglia di proteggere, altri ancora portano a inventare cose sempre nuove. Gli istinti sono irrefrenabili al punto che una volta che si manifestano le persone sono portate a lasciare ciò che stanno facendo pur di assecondarli, si svegliano se stanno dormendo, smettono di mangiare se stanno cenando pur di correre dietro a ciò che il loro istinti, il potere sovraordinato che lega ogni membro della società come una divinità, il che le porta a identificarsi completamente con il loro dono, che diventa la loro professione, e a non poter mai davvero staccare. Non si può timbrare il cartellino dal proprio istinto: se nasco per girare bulloni, dovrò girare bulloni anche se mi viene voglia di farlo fuori dall’orario di lavoro per non incorrere in una crisi di astinenza da istinto. 

Non è il solo problema, perché se sulla carta non esistono istinti superiori o inferiori, nella pratica la società è piramidale e alla base, come c’era da aspettarsi, ci sono tutti quegli Istinti che consistono nello svolgere lavori manuali o di fatica, come quelli relativi alla pulizia o ai mestieri ripetitivi in fabbrica, mentre via via che si sale, gli Istinti (e i lavori a essi connessi) diventano via via più d’intelletto e meno socialmente stigmatizzati. La scalata sociale è metaforica e letterale, perché i Santi, ovvero le persone che riescono a salvare un certo numero di vite umane grazie al loro potere, vivono tutte in un altissimo grattacielo di vetro. 

Questa enorme metafora del capitalismo racconta come si ambisca sempre a qualcosa di più di ciò che si ha e di come non cambi nulla, né nella pratica, né nella percezione della felicità, una volta che lo si ottiene. Goliath, uno dei protagonisti, ha sacrificato parti di sé, letteralmente, per riuscire ad arrivare al conto di undici vite prima dello scadere del tempo a sua disposizione per diventare Santo, ma una volta che ci arriva non solo non cambia nulla nella sua vita, ma si chiede addirittura se ne sia valsa la pena. La corsa verso la perfezione gli fa perdere le braccia e la cosa lo porterà a farsi delle domande troppo tardi, quando ormai il danno è fatto e ormai il conto troppo alto è già stato pagato. Anche sotto questo aspetto, l’autrice ha fatto le cose per bene: la sua disabilità è mostrata sempre in azione e in modo credibile, ogni sua difficoltà viene tratteggiata in modo realistico anche nelle più piccole cose, persino allacciarsi le scarpe diventa impossibile dopo che Goliath ha dato troppo senza aver ricevuto nulla in cambio.

All’interno di questa ambientazione distopica, esistono dei gruppi di persone, chiamati Individualisti, che combattono per cercare di affermare l’unicità personale oltre l’Istinto, che è ciò con cui in genere la propria identità si sovrappone in modo perfetto. Per quanto nobile è una lotta che non può essere vinta dalla massa, proprio perché gli Istinti sono comunque parte integrante di ciascuno. In questa società che pensa di essere un’utopia, nessuno (o solo pochi propagandati) ama davvero il proprio Istinto, proprio perché è una costrizione che non lascia scelta. Inoltre, le vite salvate per diventare Santi non sono nient’altro che un numero senza significato: le vite umane non sono inestimabili perché uniche e irripetibili, diventano semplicemente una convenzione svuotata di significato e, ancora una volta, l’individualià si sfoca nella massa.

Il sistema del Noi che connette tutti e che non lascia scampo diventa fallibile quando nasce una persona, Claire, totalmente sprovvista di Istinto. Claire deve vivere nella clandestinità perché la sua mancanza di Istinto è considerata un abominio. Al tempo stesso, però, è l’unica persona sul pianeta veramente libera, la sola che possa prendere decisioni in totale autonomia senza la dittatura dell’Istinto, Claire può scegliere da sola la sua carriera sulla base di ciò che le piace autenticamente, non semplicemente su ciò che le riesce bene per via di un potere sovraordinato che la costringe a determinate azioni. La sua esistenza è stata solo teorizzata dagli individualisti, che la invidiano perché per quanto ci provino loro non sono in grado di resistere all’istinto che domina la loro esistenza. Il cortocircuito che si crea tra l’individuo libero che vorrebbe essere come chiunque altro e tra chi vorrebbe essere libero ma non lo è, è il riassunto perfetto della nostra società tardo capitalista in cui è praticamente impossibile mollare davvero tutto per andare ad abitare in campagna e vivere di baratto senza preoccuparsi dei soldi.

Il livello di scrittura di Dabos è cresciuto esponenzialmente, il suo stile è stato affinato tantissimo, la prosa efficace e poetica  riesce a dire tutto ciò che serve in pochissime parole. L’autrice crea una storia che va ben oltre il punto in cui un’altra penna l’avrebbe fatta concludere, quando lo scioglimento sembra arrivare a circa un terzo della storia, ma questa non è una storia epica tra bene e male, l’unica lotta che esiste è quella per restare a galla e sopravvivere, la vera sfida è vedere l’umanità nel nostro nemico e andare oltre il ruolo che la produttività ci ha appioppato. Dabos ha tutto sotto controllo, ogni elemento che viene introdotto all’inizio avrà un suo senso e un suo ritorno alla fine del romanzo, inoltre tutto vuol dire sempre qualcosa, la gestione dei simboli è magistrale anche questa ha un suo senso portato dall’inizio alla fine.

Dabos ha creato un’altra volta un universo unico e che solo lei avrebbe potuto concepire, solo che questa volta lo fa con molta più consapevolezza e più struttura, portando su carta una storia pensata in anticipo dove i pezzi vanno sempre al loro posto. Noi è un romanzo che ha da dire un messaggio necessario e lo fa in modo originale, efficace e fuori dagli schemi. Per me, il miglior libro della sua produzione fino a questo momento. 


Storia naturale dei Draghi

Titolo: Storia naturale dei Draghi Titolo originale: A Natural History of Dragons Autrice: Marie Brennan Traduttrice: Annarita Guarnieri Li...