venerdì 13 febbraio 2026

A Reaper at the Gates - Un Assassino alle Porte

  • Titolo: A Reaper at the Gates - Un Assassino alle Porte
  • Titolo originale: Reaper at the Gates
  • Autrice: Saba Tahir
  • Traduttrice: Francesca Sassi
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788834747049
  • Casa editrice: Fanucci
Trama


Dentro e oltre i confini dell’Impero, l’ombra della guerra incombe sempre più minacciosa.
Helene, l’Averla sanguinaria, cerca disperatamente di proteggere la vita di sua sorella e di tutti gli abitanti dell’Impero. Ma è consapevole dei pericoli che la circondano: l’imperatore Marcus, perseguitato dal suo passato, diventa sempre più instabile e violento, mentre Keris Veturia, la spietata comandante, sfrutta la volubilità dell’imperatore per accrescere il proprio potere, senza curarsi della carneficina che lascia dietro di sé.
Laia, dal canto suo, sa bene che il destino del mondo non dipende solo dalle macchinazioni politiche della corte dell’Impero marziale, bensì dal fermare una volta per tutte il Signore della notte. Si dirige quindi a Marinn per radunare un’armata che combatta al fianco della resistenza, ma lungo la strada deve affrontare minacce inaspettate da parte di coloro che credeva l’avrebbero aiutata.
Elias, invece, è intrappolato nella terra tra i vivi e i morti, dove ha rinunciato alla sua libertà per aiutare la Traghettatrice di anime. Ma accettare questo destino per il bene dell’umanità significa arrendersi a un antico potere che esige la sua completa devozione: abbandonerà quindi Laia, la donna che ama, oppure seguirà il suo cuore lasciando che il resto del mondo ne paghi le conseguenze?

Recensione e commento

Tra miliardari pedofili cannibali e genocidi sparsi in varie parti del mondo, il periodo storico che stiamo vivendo lascia pochi spiragli di speranza e supera persino l’immaginazione sfrenata di un’autrice fantasy come Sabaa Tahir.

In questo terzo e penultimo libro della serie assistiamo a eventi che sono quanto di più diametralmente opposto esista in merito all’escapismo, perché le frasi che risuonano con il contesto attuale, i paragrafi che sembrano usciti dalle cronache dei giornali pubblicati dieci anni dopo la prima tiratura del romanzo non si contano e addirittura la violenza di una guerra inventa è più sopportabile di un qualsiasi telegiornale di questi giorni.

Cosa fare quando il male sembra invincible, sempre dieci passi avanti a chi cerca di fermarlo, come provare ad arrestare un fiume con le proprie mani? L’autrice prova a darci la sua visione, intessendo una trama ricchissima di eventi, in cui ogni volta che sembra arrivare a scioglimento, riserva un antagonista che aveva già previsto le azioni che sarebbero state poste in atto per bloccarlo e che colpisce con il pugno di ferro, schiacciando completamente la speranza e frantumando l’idea di controllo dei protagonisti.

Per quanto riguarda loro, ciascuno ha a questo punto sviluppato dei poteri peculiari che sono alcuni di quelli di cui abbiamo bisogno anche noi nel mondo primario, come quello di Hel, l’averla sanguinaria, braccio destro di un impero fortemente militarizzato e che come stratega e soldata dovrebbe avere un occhio spietato e utilitarista, ma finisce con l’acquisire un potere di guarigione che la lega indissolubilmente con le persone che soffrono. L’empatia è qualcosa che lei pensa di non potersi permettere, ma noi sappiamo benissimo che è la sola arma che abbiamo in questi tempi oscuri, che ci serve proprio per non voltarci dall’altra parte, nell’indifferenza. Al contrario, Elias, che svolge invece un ruolo al servizio dell’umanità, ne esce anestetizzato, perché la somma della sofferenza di ogni individuo è obiettivamente schiacciante. Laia, invece, è colei che appartiene alla minoranza presa di mira, sterminata per vendetta, schiavizzata, umiliata e che non ha un altro posto dove andare, sviluppa il solo potere che può aiutarla a sopravvivere e che al tempo stesso simboleggia anche la condizione in cui verte la sua gente: quello dell’invisibilià.

Infatti, tra interessi personali, ricerca del potere e autoconservazione, i potenti stanno solo pensando a spartirsi la torta, invece di intervenire efficacemente quantomeno facendo fronte comune davanti a una minaccia collettiva. Anzi, in guerra i guadagni personali diventano ancora più ingenti (se vi suona familiare, immagino che non sia un caso) e chi sta in cima alla piramide fa così paura che persino i Paesi vicini hanno paura a dare asilo ai profughi (di nuovo: se vi suona familiare, immagino che non sia casuale).

A livello di trama, gli eventi sono la continuazione naturale dei due romanzi precedenti e obiettivamente, non è un libro perfetto, se devo mettermi a fare le pulci va detto che a livello narrativo probabilmente è un po’ ridondante, alcune cose sono lievemente tirate per i capelli, oltre al fatto che le voci protagoniste sono molto uniformi, al punto che quando sono assieme sulla scena nello stesso capitolo si fatica a tenere a mente chi stia parlando, ma in fondo stiamo parlando di difetti minori. Non è per questo che A Reaper at the Gates - Un Assassino alle Porte è difficile da leggere. È difficile perché racconta di un mondo troppo simile al nostro, ma che trova comunque un mondo per tenere acceso il lumicino della speranza, qualcosa che nella realtà non riusciamo più a fare: stiamo per arrenderci se non lo abbiamo già fatto, invece di perseverare nella nostra indignazione.

Questo non è un fantasy escapista, ma forse abbiamo bisogno di prendere spunto da opere come questa per trovare la magia che ci possa aiutare a correggere le storture del nostro mondo e continuare a lottare per il bene, anche quando il male sembra insormontabile e invincibile.

mercoledì 4 febbraio 2026

Snowglobe

  • Titolo: Snowglobe
  • Titolo originale: 스노볼
  • Autrice: Soyoung Park
  • Traduttrice: Lea Giulia Elia
  • Lingua originale: coreano
  • Codice ISBN: 9788804784706
  • Casa editrice: Mondadori
Trama

Dopo la catastrofe climatica che ha fatto sprofondare la Terra in un inverno perenne, solo chi si trova sotto la cupola di Snowglobe vive al caldo e nella prosperità. Gli altri si raccolgono nei villaggi esterni e, in condizioni disumane, lavorano nelle centrali elettriche che producono l'energia necessaria a garantire ai pochi privilegiati di vivere circondati da lusso e calore. In cambio, gli esclusi possono guardare giorno e notte i programmi trasmessi da Snowglobe: reality show che documentano in tempo reale la vita di chi vi abita. Chi è fuori guarda, sogna. E obbedisce. Jeon Chobam ha sedici anni e vive con la madre, il fratello gemello e la nonna malata. Trascorre le sue giornate tra turni massacranti al lavoro e visioni compulsive del suo programma preferito, che ha per protagonista Ko Haeri, sua coetanea e stella nascente di Snowglobe, alla quale assomiglia incredibilmente. Quando Haeri muore all'improvviso, Chobam viene segretamente convocata a Snowglobe per prenderne il posto, per diventare lei affinché possa "continuare a vivere". Il mondo non può sapere la verità. All'inizio sembra un sogno che si avvera. Ma Chobam scopre presto che la città non è il paradiso che pensava: è un ingranaggio spietato in cui niente è reale, e nessuno è libero. Sotto la superficie levigata del sistema si agitano complotti, manipolazioni e una violenza sottile ma costante. E un mistero intorno alla morte di Haeri che nessuno sembra voler spiegare.

Recensione e commento

Uno dei libri passati maggiormente in sordina nel 2025 è sicuramente Snowglobe, una distopia meno terrificante del solito, ma tra le migliori nel fare da specchio alla nostra società.

A essere centrali sono le dinamiche del capitalismo e dei social network che prendono vita: in un mondo alla temperatura costante di quaranta gradi centigradi sotto zero, c’è una sola città a temperatura controllata in cui le persone possono vivere vite agiate, ovvero Snowglobe. Fuori dalla cupola, i centri abitati sono popolati da persone che devono letteralmente correre sulla ruota di un criceto per produrre corrente elettrica, che serve loro per scaldarsi, guadagnare lo stretto necessario per sopravvivere e soprattutto avere accesso ai drama, ovvero spettacoli quotidiani simili a serie tv o soap opera che ritraggono le persone che vivono nella capitale. Non esiste alcuna legge che vieti alle persone comuni di vivere a Snowglobe, certo, ci sono delle selezioni strettissime per accedere alle università e ai lavori lì, ma il problema non è la proibizione, quanto la mobilità sociale praticamente ferma. C’è una sola grande clausola: chi ci vive rinuncia alla sua privacy, va in onda praticamente ventiquattro ore al giorno e non può mai permettersi di mostrare la sua vera personalità. Per esempio, gli studenti che vengono ammessi alla facoltà di medicina sono anche necessariamente attori di medical drama e non ci sono mai momenti passati senza telecamere puntate addosso finché non si esce da Snowglobe. 

Chi vive nei centri abitati al di fuori fa i conti con la natura inclemente del clima e vive da uno stipendio all’altro, con problemi reali e concreti, eppure, nonostante questo riesce a gioire per l’anello di diamanti fuori dalla portata della gente comune ricevuto da una sconosciuta vista sullo schermo di un dispositivo elettronico. Si viene a creare, in sostanza, il legame parasociale che noi utenti comuni creiamo con gli influencer sui social: gioiamo per vite che non possiamo permetterci mentre abbiamo problemi a sbancare il lunario e addirittura invidiamo i loro lavori inutili, perché mentre le persone comuni si spaccano la schiena nelle centrali elettriche, a Snowglobe i lavori più prestigiosi sono quelli che non hanno nessuna reale utilità. La protagonista, infatti, ottiene l’ambitissimo ruolo di punta come meteorologa, un lavoro che non ha nessun senso perché chi vive fuori dalla cupola non conosce altra condizione atmosferica diversa dai quaranta sotto zero, mentre chi vive dentro sa che il clima è artificiale e per questo il meteo non fa previsioni autentiche, ma vere e proprie estrazioni a sorte come con i numeri della lotteria. Chi è costantemente sotto i riflettori non può mai mostrare la sua personalità autentica al 100%, non ha la libertà di decidere delle proprie azioni senza i condizionamenti esterni delle aspettative del pubblico e senza la paura di perdere il privilegio di vivere a un clima gradevole (perché finito il proprio lavoro, bisogna sempre lasciare la città), per cui si viene a creare un paradosso: dalla nostra parte dello schermo pensiamo di conoscere perfettamente persone che non sanno nemmeno che esistiamo, mentre dall’altra parte le persone hanno vite forzate dalla paura di perdere ciò che hanno. 

Per una volta assistiamo a un distopico che non è un romance enemies to lovers travestito da altro: non ci sarà nessuna storia d’amore tormentata, soltanto la protagonista che, dopo aver vissuto fino ai sedici anni in un piccolo centro urbano, viene invitata a vivere a Snowglobe e lì scoprirà tutto il marcio, tutti gli interessi personali ed economici che si nascondono sotto quelle vite scintillanti. Imparerà anche a sue spese che cosa significhi essere una persona crea a tavolino per essere messa davanti a una telecamera ( ne sanno qualcosa tutti i bambini che una volta diventa adulti hanno fatto causa ai genitori influencer che li hanno esposti al pubblico per monetizzare su di loro, invece di proteggerli) e si renderà conto che persino chi vive dentro la città è una marionetta al servizio di chi ha potere, potere vero, non solo economico, perché chi si trova al vertice della piramide ha sia il benessere che la privacy, cose inconciliabili per chiunque altro, che invece si trova davanti al bivio se vivere una via vera ma misera o una agiata che è solo uno spettacolo.

Dopo un inizio un po’ macchinoso fatto per spiegare tante regole di worldbuilding, Snowglobe costruisce con ritmo incalzante una trama che punta il dito contro la società superficiale e anestetizzata che abbiamo costruito. Una distopia non terrificante come altre, ma sicuramente autentica che non si perde nei difetti del fanservice. 

mercoledì 21 gennaio 2026

Elfie

  • Titolo: Elfie
  • Titolo originale: Elfie
  • Autore: Gregory Maguire
  • Traduttrice: Giulia Poerio
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804806837
  • Casa editrice: Mondadori

Trama


Elfaba, la Perfida Strega dell’Ovest, è una donna risoluta e inflessibile. Ma fin da piccola ha dimostrato di essere fuori dagli schemi: questa è la storia di una ragazzina semplicemente eccezionale, per cui è impossibile non provare empatia. Plasmata dai comportamenti di una madre intemperante e distratta, Melena, e di un padre bigotto, Frex, come tutti i bambini la piccola Elfie soffre di gelosia quando nascono la sorella Nessarosa, la santarellina, e il fratello Guscio, delinquente in erba. Tra spiriScimmie e Orsi Nani, scopre le discriminazioni di cui sono vittime gli Animali parlanti di Oz, che non possono avvicinarsi ai territori umani. Si scontra con i primi tentativi di fare amicizia, unica via di fuga possibile dalla difficile vita familiare. Raccoglie i miseri frutti di un’istruzione che, per quanto disordinata, la condurrà fino alle porte della prestigiosissima Università di Shiz. Dove incontrerà la radiosa Galinda. Elfie è destinata a diventare una strega. Ne porta i segni fin dall’infanzia: più evidenti nella sua pelle verde, più oscuri e profondi nelle sue azioni astute e forse amorali, mentre cerca di arrangiarsi, di sfuggire, di sgattaiolare via, di resistere e di nutrire le sue ambizioni.


Recensione e commento

Tutti meritano l’opportunità di volare!
Sono passati trent’anni (quasi trentuno) dalla prima pubblicazione di Wicked - Vita e Opere della perfida Strega dell’Ovest. E sono stati trent’anni pazzeschi: oggi il pubblico è abituato alle storie raccontate dal punto di vista dei villain, ma prima di quel momento non era mai successo, è stato Maguire il primo a calare la dimensione della strega in un contesto politico e culturale ben preciso e dettagliato, diverso dalla monodimensionalità delle fiabe.

Elfie è un ritorno alle origini, sia letterale che metaforico, dato che il libro parla dell’infanzia di Elfaba, la strega che ha combattuto per i diritti degli Animali nel regno di Oz e inoltre questo romanzo è dedicato a Idina Mezel e Cyntia Erivo, la prima e l’ultima Elfaba in ordine cronologico. Elfie approfondisce l’infanzia che ci era già stata brevemente raccontata nel romanzo principale e ci mostra degli episodi specifici nella vita della protagonista che l’hanno formata come individuo. Si tratta di sprazzi, di rari momenti di esercizio di empatia in un contesto familiare arido, privo di affetto e valori profondi, perché Elfaba, figlia di un ministro spirituale, viene trascinata in giro per le paludi assieme alla sua famiglia per seguire la missione evangelizzatrice del padre, che mai come in questo caso, predica bene ma razzola malissimo. Un uomo palesemente in crisi che redarguisce dei genitori che non amano la disabilità di uno dei loro figli perché non riescono a vederlo bello anche in quella condizione, mentre lui non riesce a superare il fatto che la sua primogenita sia verde e la secondogenita priva di braccia. Lo sviluppo psicologico di Elfaba deve avvenire all’ombra della ricerca di redenzione del padre e sotto i suoi dettami religiosi che riuscirà a forzare solo raramente e a fatica. Non si tratta di una protagonista simpatica, Elphaba è sempre autentica e cerca di restare fedele a sé stessa in un mondo che ha fatto dell’ipocrisia e delle apparenze il suo marchio di fabbrica. La buona educazione diventa facciata, mentre a livello sociale sta iniziando la graduale e tragica ostracizzazione degli Animali.

Villemjin Verkaik è la mia Elphaba preferita,
qual è la vostra?

Maguire è un maestro dello show don’t tell, perché nonostante utilizzi un narratore esterno onnisciente, spesso si limita a raccontare i fatti e raramente descrive le emozioni che suscitano, se non con pochissime frasi, quando serve. A questo proposito, mostra come la mancanza di rappresentazione delle minoranze possa essere dannosa sul lungo termine: Elfie non era nemmeno a conoscenza che esistessero gli Animali (ovvero animali senzienti e parlanti), al punto che quando ne incontra uno, pensa di averlo sognato, anche perché le persone attorno a lei non le credono e delegittimano spesso le sue esperienze. È così che arriva a comprendere che la vera libertà consiste nella conoscenza, perché non ci può essere libertà senza istruzione.

Eppure, Elphaba sa bene cosa significhi dover passare la vita a cercare di non dare nell’occhio e sono proprio le esperienze che vive nei suoi anni più formativi a renderla la paladina di qualsiasi persona che nella vita si sia sentita derisa o esclusa, anche perché questo non è solo un libro che indaga il suo sviluppo intellettivo, ma anche emotivo, perché durante la sua infanzia arida di affetto sono poche le occasioni in cui Elphaba si sente degna di amore. Oggi sono tantissime le opere che hanno preso ispirazione da Wicked, come la trilogia di Chris Colfer che ne riprende moltissime tematiche e addirittura alcuni piccoli dettagli della trama, proprio perché la perfida strega dell’Ovest è diventata lo stendardo della diversità ed è per questo che chiunque l’abbia interpretata o la interpreterà a teatro o sul grande schermo abbia inserito o inserirà un tocco del proprio dolore personale. Chiunque di noi può essere come Elfaba e quello che l’autore ci ricorda è che ci troviamo più vicino alla sua posizione che a quella del Mago, nel suo alto castello, a cercare capri espiatori per le proprie mancanze e manodopera gratuita da sfruttare per scopi politici ed economici.

E livello stilistico, il libro è breve, ma la prosa è densa e sfocia spesso in frasi a effetto che riassumono il succo di quanto detto in precedenza. Inoltre, non mancano piccoli Easter egg del musical e foreshadowing del romanzo principale (è meglio se leggete prima quello, o rischiate lo spoiler).

Elfie è un romanzo che rende omaggio a questi trent’anni, a tutto quello che è cambiato e a ciò che purtroppo ancora non l’ha fatto. È una dedica alle Elphaba di ieri e di domani che hanno cambiato e che cambieranno questo mondo.


mercoledì 14 gennaio 2026

Il Lupo e il Tagliaboschi

  • Titolo: Il Lupo e il Tagliaboschi
  • Titolo originale: The Wolf and the Woodsman
  • Autrice: Ava Reid
  • Traduttrice: Giorgia Demuro
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9791281777927
  • Casa editrice: Ne/on
Trama


Nel suo villaggio pagano nascosto nella foresta, Évike è l’unica donna senza poteri. Emarginata e abbandonata dagli dèi, i suoi compaesani non esitano a consegnarla ai membri del Sacro Ordine dei Tagliaboschi, venuti per reclamare una ragazza da offrire al re. Ma il viaggio verso la capitale sfocia in un bagno di sangue: mostri feroci massacrano il gruppo risparmiando solo Évike e il misterioso Tagliaboschi Gáspár, custode di un segreto sconvolgente. Costretti a fidarsi l’uno dell’altra, i due intraprendono un cammino che li porterà dalla tundra gelata fino alla capitale soffocata dall’oscurità. Ma la fiducia è un’arma a doppio taglio, e quando Évike scopre dentro di sé una magia che non credeva di avere, entrambi saranno chiamati a scegliere da che parte stare.

Recensione e commento



Qualche premessa prima di procedere a recensire Il Lupo e il Tagliaboschi è doverosa. Tanto per cominciare va detto che si tratta del romanzo d’esordio di Ava Reid ed è ambientato nello stesso universo letterario di Juniper and Thorn. A mio avviso, è importante che i due libri vengano letti nel giusto ordine (prima Il Lupo e il Tagliaboschi e poi Juniper and Thorn) perché alcuni punti fondamentali del worldbuilding vengono chiariti qui senza essere ripresi in Juniper and Thorn, che letto da solo, per quanto dotato di trama autoconclusiva, potrebbe sembrare ritrarre un’ambientazione meno approfondita. In secondo luogo, mi sento di specificare i TW, che sono meno rispetto al solito ma possono comunque essere difficili da digerire: in questo romanzo troverete autolesionismo, uccisione di animali, violenza grafica, persecuzioni religiose.

Esaurite le premesse, passiamo a parlare del romanzo in sé. Ava Reid mette moltissimi dei suoi studi in scienze politiche in Il Lupo e il Tagliaboschi perché al centro della narrazione c’è la trattazione in chiave fantasy dei vari modi in cui le minoranze venivano trattate negli imperi multinazionali dell’Europa dell’Est. Ci troviamo in un mondo che prende ispirazione da vari periodi e che quindi non ha la pretesa di essere un romanzo storico in senso stretto, ma diversi eventi raccontati sono realmente accaduti. In questo universo pagani, ebrei e cristiani (con nomi inventati per aderire a un universo immaginario) coesistono anche se a fatica e non pacificamente. Il governo centrale sta cercando di imporre la religione dell’unico dio ai villaggi pagani sperduti nelle foreste mentre questi cercano strenuamente di resistere. Anche in questo senso, Reid ha fatto i compiti, probabilmente non metaforicamente, perché mostra il doloroso passaggio dal matriarcato (non perfetto e decisamente poco idealizzato) del paganesimo al patriarcato di stampo romano della nuova religione. In questo già complicato contesto culturale esiste anche il popolo ebraico, ghettizzato nella grande città e che riserva anche qualche chicca storicamente accurata (tra l’altro, da ebrea filopalestinese incallita e apertamente schierata qual è, Reid fa anche in modo di creare un popolo che non ricerca una terra promessa in cui stabilirsi lontano dagli occhi del mondo e che anzi chiede di poter vivere pacificamente e senza persecuzioni dov’è nato e cresciuto per generazioni).

Apparentemente, queste tre fazioni sono destinate a scontrarsi per sempre, frammentandosi ulteriormente in guerre intestine, quando il solo e vero nemico è chiunque le stia mettendo le une contro le altre: la miopia data dalla scalata al potere porta chi si trova al vertice a cercare capri espiatori e puntare il dito contro il diverso, quando moltissimi problemi di natura politica potrebbero risolversi non ostracizzando, ma aprendo le porte e abbracciando l’altr*. A sottolineare questo concetto, aiuta molto l’analisi del sistema magico, che è basato appunto sulle varie religioni esistenti e che segue le stesse regole generali ma con sottigliezze diverse a seconda del proprio credo. È questo il punto: pur con sfumature diverse, ciascuna delle tre porta con sé la magia (con i suoi pro e contro), per cui tutte e tre le religioni sono per forza vere e nessuna dovrebbe prevalere sull’altra. Anche se, va detto, tutte e tre portano con se una traccia di crudeltà (spesso relativa alla mortificazione del corpo) perché il potere deriva sempre da una qualche forma di sacrificio e quindi, per quanto siano contemporaneamente vere, non ne esiste una “migliore” dell’altra.

La riconciliazione tra i tre gruppi e tra gli individui appartenenti alla stessa cultura è proprio la chiave di lettura per godersi pienamente Il Lupo e il Tagliaboschi, che racconta il progresso come processo inesorabile, positivo sul lungo termine ma doloroso per chi vive il cambiamento sul momento (la famosa fiumana di Verga, insomma) e insegna che anche le storie possono servire in tal senso, perché se è vero che la nuova religione ha preso tantissimo dalle mitologie precedenti, piegandole e adattandole alle sue esigenze, lo è altrettanto che la bellezza delle storie consiste proprio nel loro mutare al mutare del mondo stesso e questo dà loro la possibilità di sopravvivere nei secoli.

Qualche nota dolente c’è, perché trattandosi di un romanzo d’esordio incontra di tanto in tanto qualche ingenuità, qualche piccolo errore di editing (un oggetto che viene spostato da A a B e che poi magicamente si trova di nuovo in A), qualche scena che avrebbe potuto essere più corta e qualche altra che invece avrebbe dovuto essere più lunga e drammatica, ma in generale si tratta di piccoli nei che sono perdonabili per un’autrice alla sua prima esperienza, soprattutto perché il mercato editoriale contemporaneo sforna cosa peggiori scritte da penne ben più consumate della sua. Inoltre, la prosa è densa, matura e costellata da metafore e similitudini estremamente vivide. La struttura è quella di un romance soltanto in apparenza perché si concentra nella relazione tra Évike e Gáspár soltanto per la prima parte del romanzo, quella funzionale a farli conoscere, perché di base entrambi vivono le stesse esperienze e il lupo e il boscaiolo, che nelle fiabe mai e poi mai potrebbero andare d’accordo, qui impareranno che hanno qualcosa in comune. Fino a metà, il libro sembra andare in una direzione collaudata, ma poi sterza e la loro storia resta sullo sfondo per concentrarsi sullo sviluppo di Évike, che, alla ricerca delle sue origini e di uno scopo nella vita, compie un doloroso cammino verso la comprensione che la multiculturalità significa avere tante origini, non non averne nessuna. Infatti, tutte le tappe che sarebbero centrali in un romance, qui vengono raccontate en passant, mentre sulla scena avvengono cose molto più importanti e in effetti il finale del libro non sarà un punto fermo, quanto un punto di partenza sia in senso generale che personale.

Proprio a proposito di Évike, appare chiaro che Reid abbia cercato di scrivere una protagonista un po’ diversa dal solito rispetto alle eroine contemporanee, sia diversa da quelle della sua produzione successiva, dato che si tratta di una ragazza dalla lingua tagliente, che risponde a tono e cerca di essere attiva. Potrebbe ricalcare l’archetipo della donna artemidea, ma solo superficialmente, perché se da un lato è in grado di imbracciare le armi, non viene descritta né come bella né come particolarmente giovane (ha 25 anni in un contesto culturale in cui dovrebbe già avere figli). Inoltre, per quanto sia vero che è effettivamente in grado di imbracciare le armi, questo avviene soprattutto per ragioni di sopravvivenza spesso legate alla caccia, mentre il suo arco di formazione va in un crescendo che culmina con la ricerca dell’accordo, non sempre per una ritrovata bontà d’animo ma anche perché a volte le circostanze politiche (e qui Reid è molto brava a mostrare le complessità del mondo reale) verrebbero esacerbate dall’uso della violenza, che tutto farebbe anziché risolvere il problema. 

In questa ricerca della complessità viene in contro anche l’ambientazione, che ricalca la varietà di paesaggi dell’Est Europa e che mostra una netta divisione tra villaggi, foreste e città densamente popolati. La foresta racchiude mostri in senso fisico, ma non morale, perché tutte le creature agghiaccianti e orribili che l’autrice riesce a immaginare commettono azioni terribili perché è nella loro natura, seguono istinti dovuti alle loro radici magiche. Sono le persone, specie nella grande città, i veri mostri, quelli in forma umana, spesso anche fisicamente attraenti, che commettono il male perché scelgono di farlo, per ambizione e ricerca del potere, senza avere mai davvero la giustificazione dell’istinto.

Mi rendo conto che Il Lupo e il Tagliaboschi sia un romanzo divisivo, dato che dal 2021 a oggi ho sentito tante cose su di lui. Personalmente, è un libro che ho apprezzato particolarmente e che dietro cela tanto studio e tanto cuore. Già da qui si vede la voglia di Ava Reid di tentare di raccontare tematiche importanti con originalità e tocco personale. Se questa lettura, con i suoi pregi e difetti, possa fare al caso vostro potete deciderlo solo voi. Io non mi sono affatto pentita di averle dato una possibilità.

mercoledì 3 dicembre 2025

Katabasis

  • Titolo: Katabasis
  • Titolo originale: Katabasis
  • Autrice: R.F. Kuang
  • Traduttrice: Giovanna Scocchera
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804800101
  • Casa editrice: Mondadori
Trama

Alice Law ha sempre avuto un solo obiettivo: diventare una delle menti più brillanti nel campo della magia. Per realizzarlo ha sacrificato molto: l'orgoglio, la salute, l'amore e, soprattutto, la sua salute mentale. Tutto per lavorare a Cambridge con il professor Jacob Grimes, il più grande mago del mondo. Ma poi il professore muore in un incidente magico di cui lei è forse l'unica responsabile. Ora Grimes è all'Inferno e Alice si mette sulle sue tracce: una lettera di referenze di Grimes, infatti, è decisiva per il suo futuro accademico, e neanche la morte potrà costringerla a rinunciare ai propri sogni. Peccato che anche il suo rivale negli studi, Peter Murdoch, abbia avuto la stessa idea. Con i racconti di Orfeo e Dante a far loro da guida, una scorta di gessetti con cui tracciare i pentacoli degli incantesimi, e desiderosi di dare un senso al loro traumatico percorso accademico, Alice e Peter partono alla volta degli Inferi con un'unica missione: salvare un uomo che nemmeno amano. Ma l'Inferno non è come quello raccontato nei libri, la magia non è sempre la risposta a tutti i problemi, e c'è qualcosa nel passato di Alice e Peter che potrebbe trasformarli in alleati perfetti... oppure portarli alla rovina.

Recensione e commento


Che la si ami o la si odi, Rebecca Kuang si è sempre distinta nel mercato editoriale per essere un’autrice che mai è scesa a compromessi per coccolare il suo lettorato: andando completamente in controtendenza in un mondo governato dal fanservice, lei ha sempre cercato di scrivere i libri che voleva, più che quelli che pensava le venissero richiesti.

Katabasis si discosta parecchio rispetto a quanto detto qua sopra, perché per quanto non sia un romanzo intrinsecamente brutto, è anche vero che manca della stessa sfacciataggine e della stessa rabbia bruciante di Yellowface o della trilogia della Guerra dei Papaveri, dando vita a un risultato abbastanza nella media, per quanto oggettivamente non al di sotto di essa. La critica al mondo accademico è legittima e ben fatta, ci sono fatti agghiaccianti calati nella vita della protagonista che conosciamo attraverso i suoi lunghi flussi di coscienza, scopriamo lentamente quanto la sua mente sia stata plagiata da un professore narcisista che per saziare la sua sete di potere spostava gradualmente l’asticella della sopportazione di lei sempre più in là. Eppure, è tutto estremamente didascalico, non viene lasciato posto per l’interpretazione personale dei fatti, il messaggio a cui dobbiamo arrivare ci viene imboccato in modo fin troppo insistente, anche dove non c’è bisogno.

La catabasi della protagonista è anche una catarsi perché il suo viaggio negli inferi è funzionale anche alla sua crescita personale, con cui arriva a comprendere di non essere sempre e soltanto artefice del suo destino, ma anche, occasionalmente, vittima e carnefice. L’ambientazione che l’autrice sceglie di mettere in scena per questo viaggio ultraterreno è interessante ma si perde numerose buone occasioni: dovrebbe trattarsi di una sorta di deserto ibridato con i luoghi dell’università di Cambridge, ma l’ambientazione perde completamente d’importanza in certi punti del romanzo, così come il sistema magico, interessantissimo perché basato sulla matematica dei paradossi e sulla sua geometria, viene totalmente meno in molte parti, rendendo in troppe situazioni l’inferno un luogo noioso, più che terrificante. Inoltre, dichiaratamente, l’inferno (che poi non è un inferno, ma un oltretomba perché è un luogo di passaggio ed espiazione, non di dannazione eterna) dovrebbe rifarsi alla tradizione cristiana soltanto in parte, perché vorrebbe richiamare anche le leggende asiatiche, quelle greche e nordafricane dell’età del ferro e così via, solo che questo miscuglio culturale a cui si ambiva non si vede mai e troppo spesso sfocia in una forzata citazione del sommo poeta che nel nostro Paese abbiamo in mente così chiara che il paragone non può che farla uscire perdente, anche soltanto prendendo in considerazione le immagini terrificanti create da Dante paragonate al ritmo altalenante messo in scena da Kuang.

Tuttavia, il messaggio di fondo che il romanzo vuole lasciare è molto bello: vivi, perché sei ancora su questa terra e non conta solo la tua mente. Ti preoccuperai di essere solo anima quando sarai solo anima, ma finché hai un corpo ha importanza anche quello e non devi maltrattarlo dimenticando di mangiare o smettendo di prendertene cura, perché le esperienze sensoriali hanno importanza quanto quelle mentali. Inoltre, il prezzo da pagare per compiere un viaggio all’inferno prima del momento della propria morte è quello di rinunciare a metà del tempo che rimane della propria vita, ma mentre leggiamo ci rendiamo conto che la protagonista, Alice, come la bambina a cui Lewis Carroll fa compiere un viaggio dentro la tana di un coniglio, e Peter, come il ragazzino che non voleva crescere e viveva in un luogo che non esiste, hanno già rinunciato a metà delle loro vite, non uscendo mai dai loro laboratori, non facendo niente per arricchire le proprie esistenze in altro modo se non studiando fino allo sfinimento perché considerano che la loro vita inizi e finisca con il mondo accademico. Loro hanno già vissuto in vita quello che dovrebbero sperimentare all’inferno e ciò agisce da monito più di tutto il resto (questo messaggio è veicolato piuttosto efficacemente dal libro Vita Nostra, altrettanto feroce nei confronti dei percorsi forzati della scuola e della mancanza di cura della persona nella sua interezza a cui ci si costringe per ottenere dei risultati accademici).

Al di là di questo, non sono stata una grande fan del loro rapporto. Sia chiaro, non sempre (anzi, quasi mai) Kuang scrive protagoniste simpatiche, il più dee volte sono volutamente delle persone opinabili che giustificano l’ingiustificabile, ma in questo caso si è trattato più che altro di una relazione non ben chiusa. I due sono rivali accademici, o almeno così hanno pensato a causa dell’ambiente competitivo che porta tutto all’estremo in cui erano immersi, ma non c’è mai un momento in cui si chiariscono e si chiedono scusa per ciò che si sono fatti a vicenda, nonostante le occasioni non siano mancate. Io personalmente stavo aspettando un momento di confronto, che però non arriva mai, su una cosa specifica successa nel passato, nonostante la tensione narrativa ci faccia pensare che si giungerà a un punto in cui Alice e Peter dovranno parlarne, se vogliono risolvere la cosa. Anche il finale, per quanto sia narrativamente abbastanza sensato, non si caratterizza di quel coraggio tipico della scrittura di Rebecca Kuang, che ha sempre mantenuto ferree le regole del worldbuilding anche per la protagonista, che mai e poi mai è stata, fino a questo momento, provvista di plot armour. Un’altra precisazione, ma questa non è colpa di Kuang, è la gestione scorretta della consecutio temporum, in cui i congiuntivi latitano il 95% delle volte, quando al loro posto viene usato l’indicativo, elemento che purtroppo spezza la concentrazione spesso durante flussi di coscienza importanti. 

In conclusione, l’ultima fatica di Kuang non è un libro brutto, ma sicuramente manca dello sperimemtalismo a cui ha abituato il suo pubblico. Il messaggio di fondo viene un po’ smorzato dalla fiacchezza dell’ambientazione e delle dinamiche interpersonali, risultando quindi interessante ma con qualche occasione mancata.

mercoledì 19 novembre 2025

La Dieta termodinamica

  • Titolo: La Dieta termodinamica
  • Autore: Dario Bressanini
  • Lingua originale: italiano
  • Codice ISBN: 9788804806431
  • Casa editrice: Mondadori
Quarta di copertina


Perché ingrassiamo? Facile: perché mangiamo più di quanto consumiamo. Ma la vera domanda è: serve un libro per dimostrare questa semplice verità, sancita dalle leggi della fisica? Evidentemente sì. Dario Bressanini lo ha scoperto quando, quasi per scherzo, ha scritto sui social di essere dimagrito seguendo una «dieta termodinamica» e si è ritrovato sommerso da domande e molta incredulità. Incredulità che, invece, non viene riservata a chi propone formule prodigiose - poco scientifiche e per nulla efficaci - per perdere peso. Da lì ha capito che era ora di rimettersi a scrivere. In questo saggio, perciò, prende in esame le diete del momento, dal digiuno intermittente alla chetogenica, mettendone in luce gli apparenti pregi e i reali difetti. Lo fa dopo averle provate personalmente tutte, con fatti e cifre alla mano, ma anche con argomenti basati sulla logica anziché sulle mode e l'emotività. Il racconto parte da lontano, dai clamorosi fallimenti delle pillole dimagranti del passato, per arrivare fino al cuore del dibattito moderno sulla demonizzazione dei carboidrati, il ruolo controverso dell'insulina, l'oscuro mondo delle anfetamine e le nuove speranze per il trattamento dell'obesità. Un viaggio che ci porta a esplorare perché alcune diete funzionano (almeno all'inizio) e altre sono destinate a fallire, e perché quasi sempre si finisce per riprendere il peso perso. Con la sua verve ironica unita al rigore scientifico, Bressanini smaschera le teorie senza fondamento e riconosce gli approcci che, invece, hanno una solida base scientifica e possono funzionare, aiutandoci a capire come dobbiamo cambiare il modo di alimentarci dopo che siamo dimagriti, come dovremmo mangiare per vivere più a lungo e in salute e perché, quando si parla di peso e dimagrimento, non esistono formule - né pillole - magiche. Non uno dei tanti manuali che promettono miracoli, quindi, ma una bussola indispensabile per navigare il mondo delle diete con più consapevolezza e meno sensi di colpa.

Recensione e commento

TRIGGER WARNING: La Dieta Termodinamica è un saggio divulgativo sulla perdita di peso. Per quanto gli argomenti siano trattati con competenza, delicatezza e serenità, un pubblico sensibile potrebbe non trovarlo una lettura adatta a sé.

La Dieta termodinamica è l’ultima fatica del chimico fisico e divulgatore scientifico Dario Bressanini, non fatevi ingannare dal titolo (poi ci arriviamo), perché La Dieta termodinamica è un saggio che parla di tutte le diete, del loro funzionamento, partendo dalle basi fisiche e biologiche, per poi spiegare come mai alcune funzionino meglio di altre.

Per chi segue Bressanini sui social e su YouTube molti concetti non saranno nuovi, infatti sono numerose le tematiche già trattate sui suoi canali che qui amplia e spiega con dovizia di particolari, al punto che mi è sembrato di aver visto germinare questo libro sin dal primo momento, quando anni fa l’autore dichiarò di essersi messo a dieta per perdere qualche chiletto accumulato negli anni. Questo saggio racconta il suo viaggio sia dal punto di vista personale che scientifico, perché è cominciato mettendo in discussione tutto quello che pensava di sapere. “È solo termodinamica” aveva detto all’inizio convinto che creare un deficit calorico fosse tutto quello che era necessario fare per tornare in forma. “È termodinamica, ma non è  ‘solo’ termodinamica” è quello che dice alla fine, quando, dopo aver ripreso tutto il peso che aveva perso inizialmente, si rende conto che non aveva tenuto in considerazione tutti i meccanismi biologici, neurobiologici e psicologici che entrano in gioco quando si decide, per mille motivi, di voler perdere peso. Aveva, insomma “sferificato una mucca”, come si fa in fisica quando si crea un modello. Il rischio, però, è che con la “sferificazione delle mucche” si perdano molte variabili che cambiano la pendenza dell’ago della bilancia (pun intended). Da qui deriva il titolo provocatorio “Dieta ternidinamica”, perché in realtà tutte le diete che funzionano devono essere per forza termodinamiche, dato che intervengono sull’apporto energetico. 

Eppure, quello che è semplice sulla carta non lo è nella pratica: i chili perduti a volte ritornano con gli interessi e il nostro cervello ci manda segnali di fame a tutte le ore perché va in allarme carestia. In questo saggio, che spiega i concetti in modo fruibile e pop, con tanto i struttura da manuale scolastico con specchietti a margine e riassunti a fine capitolo, lo scienziato parte dalle origini, spiega innanzitutto come funzionano i principi della termodinamica, poi parla di alcune dinamiche che entrano in gioco nel nostro corpo quando diminuiamo le dosi di cibo, in seguito ci parla, dati alla mano, delle diete più popolari nella Storia, di come sia andata a finire (a volte molto male, perché non sempre le pillole dimagranti sono innocue) e testa su sé stesso (tenendo ben fermo il che un singolo caso non fa statistica) alcune delle diete più popolari del momento, raccontando le sue sensazioni sia fisiche che psicologiche e del perché alcune possono funzionare soltanto sul breve termine, mentre altre, quelle che non tengono conto soltanto delle calorie, ma anche dell’apporto di fibre, vitamine e lavorano sul senso di sazietà, sono più sostenibili.

Il nostro amichevole
chimico di quartiere

Se cercate formule magiche e soluzioni semplici, dovete sapere che questo libro non ne offre: raramente la scienza lo fa. Quello che fa è fornire degli strumenti per difendersi dai guru che, facendo leva sulle nostre debolezze, cerano di vendere prodotti inutili, quando va bene, e pericolosi, quando va male, e per affrontare con consapevolezza un viaggio già difficile sulla carta, ma ancora di più nella realtà. Aiuta a capire meglio il proprio corpo e il perché a volte possa sembrare che ci remi contro, perché certamente “è la termodinamica, bellezza!”, ma sono anche “la biologia, la psicologia, la neurobiologia, bellezza”. 

Bressanini ha l’umiltà di ammettere di essere stato inizialmente spocchioso e superficiale e nel fare un passo indietro scopre che c’era un intero mondo dietro a quel “è solo termodinamica” (ricordo ancora quando lo diceva nelle sue storie su Instagram). La Dieta termodinamica è il frutto della di presa di coscienza individuale che può servire tantissimo anche alla collettività.







mercoledì 12 novembre 2025

Aftertaste - Una Ricetta per l’Aldilà

  • Titolo: Aftertaste - Una Ricetta per l’Aldilà
  • Titolo originale: Aftertaste
  • Autrice: Daria Lavelle
  • Traduttrice: Federica Aceto
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804786061
  • Casa editrice: Mondadori
Trama


Konstantin Duhovny ha perso il padre quando aveva dieci anni e da allora i fantasmi non hanno mai smesso di girargli intorno. Kostya non riesce a vederli, ma può percepire il sapore dei loro piatti preferiti. All’inizio a fargli visita sono i gusti di casa: fegato di pollo, cipolla, limone, gli ingredienti del pechonka, piatto preferito di suo padre. Ma, a poco a poco, sono altri sapori, inattesi, a solleticargli il palato: le pietanze preferite di persone che non sono più in vita. È un segreto che non ha mai rivelato a nessuno finché una notte, provando a ricreare uno di quei piatti, scopre di poter riunire per un’ultima volta chi non c’è più con chi è ancora vivo, almeno per il tempo necessario a consumare il cibo che ha cucinato. Da quel momento, tutto cambia e la sua missione diventa quella di aiutare le persone a incontrare chi hanno amato. Non importa se farlo significa aprire un ristorante clandestino con il suo migliore amico Frankie, chef esuberante e istrionico, e trascorrere il proprio tempo a cercare di riprodurre ricette improbabili e piatti sconosciuti, o mettersi in affari con un imprenditore russo dall’aria misteriosa. Mentre le sue abilità culinarie crescono insieme alla sua ambizione, Kostya è troppo impegnato per accorgersi di quello che sta scatenando nell’Aldilà. E intanto l’unica persona in grado di fermarlo, una bellissima ragazza che legge i tarocchi, si sta innamorando di lui. Ambientato nel rutilante mondo dei ristoranti newyorkesi e pieno di ricette sfiziose, "Aftertaste" è una storia d’amore travolgente, una commedia nera, un ricchissimo menu che divertirà, delizierà e farà riflettere anche il più esigente dei lettori.

Recensione e commento

Per citare uno dei più grandi critici gastronomici del nostro Paese, Valerio Massimo Visintin, “Il loro mestiere (degli chef nda) è dare da mangiare a dei clienti. Guarda caso lo chef non nomina mai i clienti, parla sempre e solo di sé stesso”. È questa la frase che mi è tornata in mente durante la lettura di Aftertaste - Una Ricetta per l’Aldilà, perché la storia che racconta va incredibilmente in controtendenza con tutto quello che in genere si dice dell’alta cucina.

L’idea di base è molto semplice ma efficace: dopo la morte di suo padre, Kostya inizia a sentire dei sapori fantasma e scopre che cucinare le ricette che vanno a trovarlo serve a evocare i morti che gliele hanno mandate, permettendo loro di avere un’ultima conversazione con chi sta piangendo la loro perdita. È un romanzo che mette totalmente al centro l’esperienza del lutto in rapporto con la vita, racconta di come l’assenza rischi di trascinarci a fondo con lei e per farlo usa l’espediente del cibo: qualcosa di così intrinsecamente legato alla vita e paradossalmente anche ponte con la morte perché fonte di ricordi (di qualsiasi tipo) passati con l’altra persona. Il cibo consumato in una determinata circostanza ci resta dentro, nella mente, e lo leghiamo a un evento per sempre, al punto di arrivare a evitare di mangiare alcune pietanze quando ancora non abbiamo elaborato la perdita non solo dell’altra persona, ma anche di chi eravamo noi quando eravamo insieme.

Il cibo è la più naturale delle esperienze, così come il lutto, e insieme vengono trattati in ogni loro forma, perché entrambi sono il riflesso delle relazioni umane. Entrambi possono essere vissuti in modo sano o tossico, specialmente il cibo che può essere tutto o niente, lasciarci con una sensazione di pienezza o di vuoto, può significare il mondo o non significare nulla. Possiamo averne in abbondanza o sopravvivere a stento. Kostya ha sempre avuto un rapporto privilegiato con il cibo grazie a suo padre, un uomo che ha messo da parte le sue aspirazioni culinarie per fare un lavoro che gli consentisse di mantenere la famiglia. Perderlo ha portato Kostya allo sbando, eppure è proprio grazie alla relazione amorevole che avevano che il protagonista riesce a instaurare un forte legame con la cucina trovando non solo la tanto agognata accettazione, ma anche (e soprattutto) uno scopo nella vita, qualcosa che non solo gli riesce bene, ma che dà anche senso alla sua esistenza e fa stare bene gli altri. È proprio quando le cose cominciano a rimettersi in sesto che migliora la qualità del cibo che consuma e che cucina, perché con il cambio di prospettiva sulle sue ambizioni Kostya impara a essere anche più accogliente verso sé stesso e questo lo porta a consumare (e cucinare) cibo di gran lunga migliore rispetto a quello che era costretto a mandare giù quando poteva pensare solo a sopravvivere. Quello che chiunque di noi si mette nel piatto è indistricabilmente legato al tipo di persona che è e al contesto culturale in cui si trova e il protagonista di Aftertaste non fa eccezione: per riconnettersi con sé stesso deve ritornare alle sue origini anche tramite il nutrimento. Con lo scorrere delle pagine assistiamo alla sua crescita come persona, all’evolversi dei suoi rapporti umani, al migliorarsi della sua tecnica come cuoco e non possiamo fare a meno di fare il tifo per lui, anche quando la trama non fa sconti e decide di colpire forte quanto la vita vera.

E qui torniamo alla frase di apertura, quella del critico Visintin, perché se nel mondo reale è assolutamente vera (gli chef parlano sempre della loro idea, di cosa vogliono trasmettere e bla bla bla), qui è per forza di cose il pubblico in sala ad avere l’ultima parola dato che Kostya cucina perché siano le altre persone a poter mettere finalmente un punto e chiudere cerchi ancora aperti, perché spesso i fantasmi peggiori sono quelli che proprio noi rifiutiamo di lasciare andare

Aftertaste può non essere perfetto a livello di trama, ma sicuramente ha un messaggio interessante da raccontare. Per me è stata una lettura estremamente emotiva, al punto che non sempre sono riuscita a portarla avanti tutta di seguito e devo ammettere che il contenuto è sicuramente personale: per una persona con un vissuto diverso dal mio potrebbe essere un romanzo assolutamente irrilevante, ma vale comunque la pena dargli una possibilità anche solo per l’originalità.

A Reaper at the Gates - Un Assassino alle Porte

Titolo: A Reaper at the Gates - Un Assassino alle Porte Titolo originale: Reaper at the Gates Autrice: Saba Tahir Traduttrice: Francesca Sa...