venerdì 26 giugno 2026

Volo di Drago

  • Titolo: volo di Drago
  • Titolo originale: Dragonflight
  • Autrice: Anne McCaffrey
  • Traduttrice: Roberta Rambelli
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788834747599
  • Casa editrice: Fanucci
Trama


Sul pianeta Pern, la minaccia pende dal cielo: i “Fili”, spore micidiali provenienti dalla Stella Rossa, divorano ogni forma di vita organica. Per secoli, i dragonieri e i loro maestosi compagni alati, legati telepaticamente ai loro cavalieri, hanno protetto il mondo distruggendo i Fili in volo. Ma ora sono passate generazioni dall’ultima Caduta e la memoria si è fatta leggenda. Mentre i signori delle Fortezze smettono di inviare tributi e i draghi si estinguono, solo il Weyr di Benden resiste. Lessa, un’umile serva i cui genitori sono stati assassinati e a cui è stato sottratto il diritto di nascita, e F’lar, cavaliere del drago bronzeo Mnementh, dovranno riscoprire gli antichi poteri del tempo e dello spazio per salvare Pern dall’annientamento imminente.


Recensione e commento

Il grande ritorno in Italia di uno dei libri che hanno segnato il genere avviene tramite una nuova edizione di Fanucci editore. Volo di Drago non è importantissimo solo dal punto di vista narrativo, ma anche tematico, perché viene scritto e parla di un periodo storico molto particolare.

Infatti, il suo anno di pubblicazione originale è il 1968 e ciò che avviene nella trama è indistricabile dalla rivoluzione culturale avvenuta in quell’anno. A sei anni dalla dirompente pubblicazione di La Mistica della Femminilità, di Betty Friedan, che raccoglieva le testimonianze delle donne cresciute negli anni Cinquanta, le quali venivano mandate all’università dalle famiglie con il fine di trovare un buon partito, si ritrovavano poi a fare le casalinghe come le loro madri. Dal saggio di Friedan si evinceva una frustrazione generalizzata tra le donne che avevano faticato per avere un’istruzione per poi ritrovarsi a non poterla usare e in Volo di Drago, a dimostrazione di quanto il fervore culturale di quel periodo avesse portato a digerire certe tematiche, racconta anche di questo: una ragazza che dovrebbe essere l’erede della sua casata e ritrovatasi a fare la sguattera per una serie di vicissitudini politiche, viene a contatto con un cavaliere di draghi che vede qualcosa in lei e le promette che diventerà Dama del Weyr, nonché la compagna del drago regina che sta per nascere. Molto presto, però, si rende conto che ciò che le è stato promesso è un onore solo formale, perché anche nel suo nuovo ruolo prestigioso, si ritrova semplicemente a pulire cose più belle di quelle di prima, ma di base viene comunque relegata al ruolo domestico. 
Lei sa di volere di più, di meritare di più e di essere in grado di ottenerlo, ma durante i suoi studi le viene costantemente ribadito che la tradizione impone che non lo faccia, al punto che la consuetudine viene tramutata in obbligo biologico: il fatto che il drago della Dama precedente non volasse viene preso come fatto acclarato che i le femmine di drago non siano in grado di volare (ovviamente, Lessa disobbedirà alla norma e dimostrerà che ciò che è possibile non può mai essere innaturale). Ciò fa sì che lei come protagonista pecchi un po’ del caro vecchio “io non sono come le altre”, ma era appena la terza ondata di femminismo e i tempi non erano ancora maturi per la quarta, per cui, nell’ottica storica, è qualcosa di perdonabile se non addirittura comprensibile. Questo e anche il fatto che ci sia una forte competizione tra donne per accaparrarsi un uomo (sul serio, ragazze, sul serio?) in un prodotto odierno sarebbe fortemente criticabile, tuttavia questa dinamica spiega anche il rapporto predatorio che esisteva in queso periodo (facciamo finta che sia qualcosa da relegare al passato) tra uomo e donna, specialmente in materia di corteggiamento e matrimonio. La critica di McCaffrey in questo caso è piuttosto chiara, poiché inserisce nel flusso di coscienza del protagonista F’lar la consapevolezza di usare violenza nei confronti di Lessa, ma l’uomo la trova tutto sommato giustificabile, senza metterla in dubbio, perché per lui è così che vanno le cose.

Tuttavia, il ruolo della tradizione non è solo quello di bersaglio di critica da parte dell’autrice, quanto motivo di utilizzo del proprio discernimento, perché se da una parte abbiamo un gruppo di persone che seguono ciecamente le vecchie strutture e si rifugiano nella sicurezza data dal fare le cose nel modo in cui sono sempre state fatte (o almeno, nel modo in cui sono sempre state fatte nella loro vita, dato che la singola esperienza umana è molto breve in confronto alla Storia), dall’altro, soprattutto chi detiene il potere accentrato, non dà mai retta ai sapienti, a chi di mestiere preserva e amplia la conoscenza. Gli esseri umani perdono molto in fretta la lungimiranza e abbassano la guardia quando non hanno una minaccia sotto gli occhi, arrivando a pensare che ciò che non vedono (o che non è successo a loro personalmente) non esista né possa esistere. Salvo poi pretendere che, quando finalmente le paura sublimate si palesano nella realtà, le persone di cultura tirino fuori dal cilindro una soluzione che non hanno potuto cercare per tempo a causa di mancanza di fondi o perché gli avvertimenti che lanciavano non accarezzavano l’ego dei regnanti. 

Questa parte specifica della narrazione è quella che ho sentito più vicina a me e ha richiamato nella mia memoria tutte le notizie di bambini morti perché i genitori, ignari delle implicazioni di malattie terribili e dolorose, non hanno vaccinato i figli o in generale di come non ci si fidi della scienza fino a quando i buoi (o il Coronavirus) non scappano dal recinto. Dopo decenni di tagli alla ricerca scientifica, di demonizzazione della medicina occidentale e di mancanza di fiducia verso i tutoli di studio, abbiamo chiesto che la soluzione a una pandemia venisse trovata sventolando una bacchetta magica alla velocità della luce, tra turni massacranti e stipendi insufficienti. E nonostante questo, c’è chi ancora non si fida di chi ci ha portato fuori da baratro. Momento polemica riflessiva finita, torniamo al libro.

Apparentemente, Volo di Drago è un fantasy, ma in realtà questo aspetto riguarda più l’estetica dell’ambientazione, che ricorda il Medioevo. Le premesse narrative sono totalmente fantascientifiche: la minaccia contro cui l’umanità, complessivamente, deve combattere arriva dallo spazio e si tratta di un fenomeno naturale dovuto alla particolare rotazione del pianeta attorno a una stella. Allo stesso modo, la presenza dei draghi non è semplicemente giustificata dalla magia, ma frutto dell’evoluzione della specie che è stata necessaria per trovare un equilibrio con l’ecosistema, il tutto condito da viaggi spazio-temporali e nomi di composti chimici. 

Volo di Drago è un libro che in trecento pagine riesce a cristallizzare un’epoca e a cambiare tutte quelle successive. Il concetto di drago non più come creatura mistica, ma come animale senziente da cavalcare in battaglia nasce qui, con tutto ciò che ne è derivato dopo. Mi sbilancio come raramente mi capita di fare: assolutamente imprescindibile. 


mercoledì 17 giugno 2026

La Prescelta del Corvo

  • Titolo: La Prescelta del Corvo
  • Titolo originale: The Raven Scholar
  • Autrice: Antonia Hodgson
  • Traduttore: Stefano Giorgianni
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804792819
  • Casa editrice: Mondadori
Trama


Dopo ventiquattro anni di pace, per l’imperatore Bersun il Brusco è giunto il momento di lasciare il trono di Orrun. In una torrida estate, sette contendenti lottano per prenderne il posto. Ciascuno di loro, addestrato in un diverso monastero, combatte sotto l’egida di un animale sacro: Volpe, Corvo, Tigre, Bue, Orso, Scimmia e Segugio. L’ottavo, il campione del Drago, verrà rivelato solo all’inizio delle Prove. Sono guerrieri di rara abilità, ma anche fini strateghi e menti acutissime: il meglio del meglio. Alla vigilia della prima Prova, però, una di loro viene uccisa. Il compito di trovare l’assassino viene affidato a Neema Kraa, brillante ed eccentrica Grande Erudita, nonché prediletta dell’imperatore Bersun. Per farlo, Neema dovrà districare una rete di segreti antichissimi, oltre che sopravvivere agli attacchi di guerrieri pronti a tutto per nascondere il loro oscuro passato e per proteggere le loro feroci ambizioni. Neema pensa di essere sola. Ma ci siamo noi ad aiutarla. Deve solo lasciarci entrare. Se riuscirà nell’impresa, conquisterà il trono, che lo voglia o no. Se perderà, l’aspetta la morte. Ma noi non lasceremo che accada. Perché noi siamo il Corvo, e siamo magnifici.


Recensione e commento

Quante cose da dire, su questo libro! La Prescelta del Corvo non è il romanzo d’esordio di Antonia Hodgson, ma è il suo primo fantasy dopo diversi gialli e ciò sarebbe stato chiaro comunque per la natura stessa del libro.

Infatti, per quanto contenga delle buone idee, si vede che la struttura è talvolta inesperta: il libro è ambizioso ma qualche volta abbozzato nella sua ambizione. Per esempio, la maggior parte dei capitoli sembra essere scritta tramite la focalizzazione della protagonista, Neema, salvo poi, per esempio in un capitolo da quindici pagine, inserire due righe dal punto di vista di un altro personaggio. La focalizzazione mobile di per sé non è un problema, anzi, io la preferisco rispetto a quella fissa perché mostra una maggiore padronanza della storia e bisogna avere tutto sotto controllo per poterla utilizzare, ma qui appare spesso disorientante perché non è bilanciata, viene usata solo quando l’autrice si rende conto di non poterne fare a meno e pertanto inserisce occasionali intrusioni da un altro punto di vista, un po’ come se si trattasse di una prima stesura invece di quella definitiva. Allo stesso modo, quando le serve un narratore onnisciente, inserisce degli intermezzi scritti in corsivo che sarebbero il punto di vista di un ulteriore personaggio introdotto avanti nella trama, che vede le cose dall’altro e ci fa il punto della situazione, ma anche qui, per me eccessivamente sbilanciato e poco organico.

Tuttavia, se la forma ha dei problemi, sul contenuto sono più clemente, poiché dalla trama si capisce benissimo che Hodgson scriveva gialli perché è chiaro che sa benissimo come si fa. Sa quando costruire la tensione e quando mollarla, quando spargere indizi che non si dimentica mai di aver sparso, quando e come costruire intrighi, dove piazzare non detti e seminare scenate. Da questo punto di vista, niente da dire, ci sono pochissimi problemi e abbastanza minori e trascurabili. In effetti è proprio il nucleo fondante della storia che spinge ad andare avanti nella lettura, anche quando ci sono i sopraccitati problemi strutturali.

Per quanto riguarda la polemica scaturita dalla copertina dell’editore italiano, mi sento di spendere due parole: sotto al post si sprecavano i commenti che asserivano che fosse fuorviante e sembrasse troppo young adult per il taglio del libro. Dopo averlo letto, io credo invece che sia stata una scelta vincente e sia molto più vicina al target reale del libro rispetto a quella generica e abbastanza dimenticabile dell’originale. Perché se da un lato è vero che a popolare questa storia sono tutte persone sopra i trenta, dall’altro lato non si comportano mai in modo coerente con la loro età: si sprecano i drammi adolescenziali, le scenate, le tempeste ormonali e le risposte fuori luogo. Secondo me questo non è di per sé un male, ma è giusto approcciarsi a La Prescelta del Corvo con consapevolezza, per evitare brutte sorprese. In merito alla caratterizzazione, invece, Neema è chiaramente un’antieroina, una donna che ha dedicato la sia vita alla carriera senza mai cercare problemi o avventure, ma quando questi vanno a cercare lei, Neema non è né pronta né circondata da alleati pronti a dare la vita per lei, anzi, si trova sempre in minoranza con il mondo contro. Non è sempre una protagonista per cui fare il tifo e potrebbe essere indigesta nel suo cercare di non prendere parte, nel suo essere ignava, specialmente all’inizio del romanzo, ma questo punto di partenza bassissimo è l’ideale per poter risalire.

In conclusione, La Prescelta del Corvo è un libro che può riservare delle piacevoli sorprese, ma al quale bisogna approcciarsi con le giuste aspettative, ideale più che altro per chi cerca un thriller immerso in un’ambientazione fantasy


mercoledì 10 giugno 2026

Snowglobe 2

  • Titolo: Snowglobe 2
  • Titolo originale: 스노볼2
  • Autrice: Soyoung Park
  • Traduttrice: Lea Giulia Elia
  • Lingua originale: coreano
  • Codice ISBN: 9788804784717
  • Casa editrice: Mondadori
Trama


La vita di Chobam dentro Snowglobe è molto diversa dal sogno scintillante che aveva immaginato. Le sue fantasie si sono sgretolate nel momento in cui ha scoperto la verità su Haeri, il suo idolo, la ragazza che "spiava" ogni giorno attraverso lo schermo, e sulla sua profondamente imperfetta "famiglia televisiva", venerata da milioni di spettatori. Ma il disfacimento di quell'immagine impeccabile non è che la prima crepa nel mondo da sogno incarnato dalla città sotto la cupola. Una crepa che porta con sé dei pericoli perché la Leebon Media Group - la potente società che controlla il sistema di Snowglobe - continua ad agire nell'ombra, pronta a tutto pur di proteggere il proprio impero di menzogne. Persino accusare Chobam di omicidio. Determinata a dimostrare la propria innocenza, Chobam si ritrova invischiata in una rete di ostilità e segreti più fitta di quanto avesse previsto. A Snowglobe ogni alleanza è fragile e ogni sguardo può nascondere un tradimento. Intanto la tensione sotto la cupola cresce, le rivelazioni si susseguono incalzanti e il tempo per smascherare la verità si assottiglia sempre di più. Un finale esplosivo, dal respiro cinematografico, in cui thriller e distopia si intrecciano in un crescendo serrato, pronto a lasciare senza fiato e a sconvolgere ogni certezza.


Recensione e commento

Dopo la lettura di Snowglobe, temevo che Snowglobe 2 avrebbe potuto essere l’ennesimo sequel per allungare il brodo e continuare a mungere la mucca finché sanguina. Per fortuna mi sbagliavo alla grande. Ma andiamo con ordine.

Dal punto di vista narrativo le vicende continuano sulla stessa linea del libro precedente, rispondendo a quesiti rimasti aperti e ampliando questioni irrisolte, mentre per quanto riguarda le tematiche, queste non sono semplicemente una riproposizione di ciò che è stato ampiamente trattato, quanto discorso ex novo su questioni quantomai attuali.

Per esempio, il rapporto parasociale venutosi a creare tra attori e pubblico a casa qui viene in parte ribaltato, perché se nel primo romanzo assistevamo alla questione dal punto di vista di chi usufruiva dei drama sullo schermo e si ritrovava a gioire per vite finte e irraggiungibili, qui un piccolo ribaltamento è costituito dall’unica possibilità in un intero anno che il pubblico ha di decidere le sorti degli attori che vivono a Snowglobe. Questa singola occasione di creare una catastrofe che ha ripercussioni sull’intera popolazione della città, si trasforma in un momento in cui chi abita fuori da Snowglobe può infliggere tragedie a chi vive nel lusso, ribaltando momentaneamente il rapporto di potere e trasformando il disastro indotto nella città nell’ennesimo espediente narrativo per creare nuovi drama da trasmettere in tv, così che si crei un circolo vizioso in cui gli spettatori possano sentirsi parte attiva e allo stesso tempo consumare un prodotto. La critica alla nostra società è molto chiara: ci illudiamo di avere potere quando votiamo al televoto del Grande Fratello, ma non andiamo alle urne quando potremmo decidere veramente. Anche l’espediente utilizzato dai potenti per mantenere il controllo sulla popolazione è molto chiaro: in questo costante divide et impera, in cui attori e spettatori non corrono mai gli uni in soccorso degli altri, ma competono e basta, chi ne giova sempre è proprio chi sta in cima alla piramide e che tuttavia non contempla che il divide et impera possa anche ritorcerglisi contro.

A mio avviso, le citazioni alla trilogia di Hunger Games sono palesi e volute, ma non sfociano nel citazionismo. In particolare, l’estetica di Capital City è presente anche s Snowglobe in una forma depotenziata e meno sfacciata, inoltre alcune scene sono riprese per essere totalmente stravolte e ribaltate. Infatti, se Katniss è la scintilla che tutta Panem aspettava per rivoltarsi unita contro il regime, a Snowglobe è difficile agire con unità davanti al nemico proprio perché chi comanda ha convinto il popolo che quello sia il migliore dei mondi possibili, che non ce ne sia un altro immaginabile e pertanto non ci sia nulla contro cui rivoltarsi. Un po’ come nel mito della caverna di Platone, Chobam ha visto la verità, ma quando la racconta sono poche le persone disposte a crederle, a mettere in dubbio il proprio stile di vita, a chiedere di più. Anche qui, l’autrice è chiara: dovremmo decisamente smettere di idolatrare i miliardari e cominciare a fare in modo che la loro ricchezza venga redistribuita, perché è totalmente basata non sull’abilità, ma sull’aver ridotto in schiavitù altre persone. I poveri non sono tali per mancanza di ambizione, perché il sistema è basato per fare in modo che ci siano pochissime persone ad avere più che in abbondanza mentre altre hanno lo stretto necessario per vivere. Il sovvertimento dello status quo di Snowglobe porterebbe non a un mondo totalmente nuovo, ma a uno più giusto in cui tutti riescono a vivere dignitosamente avendo accesso a ciò di cui hanno bisogno senza indebitarsi.

Snowglobe 2 è forse persino migliore del libro precedente. Restano i codici del drama coreano (narrazione veloce con scene spesso poco approfondite ed espedienti un po’ in stile soap opera), ma fare diversamente avrebbe portato a un libro diverso, più oscuro e meno digeribile, mentre qui il focus era raccontare una storia coinvolgente con un messaggio chiaro, senza dilungarsi troppo.

La distopia dedicata a Chobam non è forse la più terrificante che potrete mai leggere, ma è sicuramente una delle più autentiche del nostro tempo, perché non è una semplice scusa per costruire un romance enemies to lovers. È una storia che critica la nostra società, spronandola a cambiare, a vivere una vita che non sia necessario mostrare perché sia degna di essere vissuta e che ci invita a guardare la realtà con consapevolezza, mentre scendiamo dalla ruota del criceto. 

mercoledì 27 maggio 2026

Il Finale si scrive da sé

  • Titolo: Il Finale si scrive da sé
  • Titolo originale: The End writes itself 
  • Autrice: Evelyn Clarke (Victoria Schwab & Cat Clarke)
  • Traduttore: Mirko Zilahy
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804797302
  • Casa editrice: Mondadori 
Trama


Le vite di sei scrittori e scrittrici emergenti stanno per cambiare per sempre: un invito misterioso ed esclusivo li conduce a Skelbrae, l'isola privata al largo della Scozia dove il leggendario Arthur Fletch si è ritirato per lavorare al suo ultimo, attesissimo romanzo. Al loro arrivo, però, scoprono che Fletch è morto e che il libro è rimasto incompiuto. Decisi a pubblicarlo comunque, l'agente e l'editore dello scrittore lanciano agli invitati una sfida impossibile da rifiutare: ciascuno avrà settantadue ore per inventare un finale degno di Fletch, vincendo così una ricompensa milionaria e un contratto da tre libri con la Merriweather Press. Un'occasione che capita una sola volta nella vita. Il riscatto che ciascuno di loro cerca dopo anni di sforzi, delusioni e rifiuti. Isolati dal mondo, armati solo di una macchina da scrivere e di una pila di fogli colorati, i sei si ritrovano intrappolati in un vortice di ambizione, vanità e segreti. Ma i segreti, si sa, non restano mai tali a lungo, e perdere il controllo della propria storia può avere conseguenze molto pericolose. Il finale si scrive da sé è un giallo brillante e pungente, che si diverte a giocare con i cliché dei generi letterari e i retroscena dell'industria editoriale. E, mentre i protagonisti rincorrono la fama tanto agognata, una cosa diventa sempre più chiara: se iniziare un romanzo è difficile, arrivare vivi all'ultima riga, su quest'isola, potrebbe essere la vera sfida.


Recensione e commento 

Dopo tutto ciò a cui stiamo assistendo nel mondo reale non stupisce per niente che Victoria E. Schwab e Cat Clarke, sotto lo pseudonimo di Evelyn Clarke, abbiano ambientato Il Finale si scrive da sé su un’isola deserta priva di collegamenti con la terraferma e in cui succede di tutto, perché questa tipica ambientazione da thriller è senza dubbio una delle più terrificanti del nostro tempo.

Ma andiamo con ordine. Quello che in apparenza è un thriller normale, che utilizza tutti gli archetipi del genere, piegandoli ma mai infrangendoli, racconta in realtà tutte le storture del mondo editoriale: sei fra autori e autrici vengono ingaggiati dalla più importante agente letteraria del mondo per passare un fine settimana sull’isola privata di Arthur Fletch, il più grande autore di thriller che, morendo prematuramente, ha lasciato incompiuto il manoscritto del libro conclusivo della saga che ha tenuto il mondo con il fiato sospeso. In palio ci sono due milioni, uno per concludere il manoscritto e uno per un contratto editoriale nuovo di zecca. Le penne che si contendono questo ambito premio sono tutte qualitativamente molto abili nel genere letterario di cui scrivono, ma non sono mai riuscite a fondare nel vero senso della parola nel mondo dell’editoria. Alcune ripropongono sempre le stesse formule, quelle classiche e che funzionano, altre preferiscono sperimentare il più possibile trovando soddisfazione nel puro atto di scrivere, ma quel che è certo è che il loro mancato successo davanti al grande pubblico non è dovuto a una carenza di abilità, quanto agli scarsi investimenti degli editori su di loro, a un tempismo sbagliato sul mercato che non è stato clemente o via dicendo.

Attraverso i loro flussi di coscienza, scopriamo tutto sulle voci protagoniste, nessuna delle quali è perfetta, ma che in qualche misura pensa sempre di agire per il meglio, anche quando le proprie azioni risultano odiose viste dall’esterno. Apparentemente, le scrittrici e gli scrittori che popolano questa storia potrebbero sembrare delle macchiette, ma sono in realtà la rappresentazione di intere categorie di lavoratori dell’editoria che mandano avanti la baracca, riuscendo a stare a galla a stento e che nel frattempo si fanno la guerra tra di loro, con tanto di classismo per quanto riguarda i generi di serie A e B. Le loro interazioni ci mostrano un gioco truccato, dove il banco vince sempre, e che nemmeno le storie sono al riparo dalle dinamiche malate del tardo capitalismo. Conosciamo le ambizioni di ciascuno e ciascuno (o quasi) ci fornisce delle motivazioni valide per fare il tifo e sperare che vinca la competizione: chi deve mantenere dei familiari, chi per un senso di rivalsa e indipendenza, chi, semplicemente, perché pensa di meritarlo. Praticamente è Yellowface con gli omicidi, per i quali si arriverà a sospettare di tutti e di nessuno, fino addirittura a ipotizzare una possibile piega paranormale. Il tutto è funzionale a raccontare tutti i cadaveri che l’editoria si lascia dietro nel suo percorso e nel farlo alcuni espedienti letterari si fanno trama, prendono vita, come ɜ già citatɜ protagonistɜ che sono in apparenza macchiette ma che servono a rappresentare intere categorie, così come c’è la spasmodica ricerca del libro che può consacrare alla fama e risolvere tutti i problemi, ricerca che avviene sia metaforicamente, cercando di scrivere un finale degno, che metaforicamente. 

Le due autrici usano questo thriller metaletterario ricco di colpi di scena per raccontare una realtà che è molto più banale, triviale e deludente della finzione, perché il mondo reale non sempre ha struttura e archi di trasformazione chiusi, protagonist* che meritavano di vincere non sempre hanno la meglio e a volte trionfa chi nemmeno lo vuole davvero. I temi approfonditi sono tantissimi e non si parla solo dell’editoria come campo di battaglia, ma anche di innovazioni che potrebbero rendere l’ambiente ancora più complesso, come l’intelligenza artificiale, o ancora della patina di superficialità che esiste persino tra chi di mestiere racconta storie, perché non tuttɜ vogliono essere scrittorɜ, alcune persone vogliono soltanto il prestigio sociale che questo ruolo comporta.

Unico difetto, per me è che dopo lo scioglimento c’è ancora troppo brodo e troppe pagine quando la storia è a rigor di logica già conclusa, ma è qualcosa che sta accadendo spesso nei libri contemporanei e che possiamo scusare nell’ottica che ha questo libro, ovvero quella di andare oltre il letterale.

Un thriller che è molto più di quello che sembra, in cui le due autrici hanno intessuto temi di vario tipi, critiche sociali a non finire e persino commistioni di generi diversi. Non un libro usa e getta, ma uno con vari livelli di interpretazione e che nonostante questo tiene con il fiato sospeso fino alla fine.

mercoledì 6 maggio 2026

Heartless

  • Titolo: Heartless
  • Titolo originale: Heartless
  • Autrice: Marissa Meyer
  • Traduttrice: Maria Carla Dallavalle
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804791027
  • Casa editrice: Mondadori
Trama 


Heartless racconta il Regno di Cuori molto prima che vi giungesse Alice, tra Cappellai, gatti invisibili, Bianconigli, e mostra come una fanciulla che sognava l'amore si possa trasformare in una tirannica sovrana ossessionata dalle rose rosse e dalle teste mozzate.
Catherine è una delle ragazze più desiderate del Paese delle Meraviglie e addirittura la preferita del Re di Cuori, in cerca di una moglie. Ma i suoi interessi sono ben lontani dal matrimonio: pasticciera di talento, l'unica cosa che desidera è aprire un negozio con la sua migliore amica. Secondo sua madre, un obiettivo insensato per quella che potrebbe diventare la prossima regina. Poi Cath incontra Jest, l'affascinante e misterioso giullare di corte. E per la prima volta, si scopre innamorata. Nonostante il pericolo di offendere il re e di far infuriare i suoi genitori, lei e Jest iniziano a frequentarsi in segreto. Cath è determinata a dare forma al proprio destino e a innamorarsi alle sue condizioni. Ma in una terra piena di magia, follia e mostri, il destino ha altri piani.

Recensione e commento

Marissa Meyer è un’autrice che mi ha riservato gioie e dolori nel corso della sua produzione: se Le Cronache Lunari è stata una serie fresca e giovane con tanti temi e da cui è stato impossibile staccarsi, lo stesso non si può dire di altri libri usciti dalla sua penna. Renegades è stato una mezza delusione, mentre Gilded era partito benino per poi sfasciare tutto nel secondo libro.

Questa lunga premessa per dire che se non fosse stato per le parole entusiastiche di @lovereading_more avrei saltato questa lettura a piè pari. E mi sarei persa il libro migliore dell’autrice.

Heartless è un libro che risale al 2016, un periodo in cui la produzione young adult non era basata sulla spasmodica ricerca dei trope. In questo retelling dedicato alla regina di cuori di Alice nel Paese delle Meraviglie ritroviamo la Marissa Meyer che si trova a suo agio con il retelling e che riesce a dipingere con delicatezza tantissimi temi senza doverli imboccare in modo sfacciato e senza mai scendere nel banale.

Probabilmente per l’autrice partire da un immaginario già ben definito come quello di Alice è un grosso vantaggio, perché riesce a dare il meglio di sé attingendo a prodotti che già esistono nella mente di chi legge e potendo rimescolare le carte per poter dare delle storie di background a diversi personaggi e personagge. Non è solo la regina di cuori, Cath, che impariamo a conoscere, ma anche tutto il corollario che esisteva da prima che Alice cadesse attraverso la tana del Bianconiglio.

La regina di cuori, infatti, non è sempre stata la perfida tagliagole che si vede nel romanzo di Lewis e anche qui Meyer non attinge al cliché trito del “è cattiva perché ha sofferto”, anzi, ci mostra una ragazza estremamente dolce e semplice, ma che vive in un contesto sociale talmente stringente e dalle norme sociali così pervasive che è costantemente immersa nelle regole della nobiltà vittoriana da non essere in grado di metterle in discussione fino a quando non è troppo tardi. Cath è una ragazza normale, con dei sogni assolutamente alla sua portata che viene costantemente sminuita o illusa da chi la circonda: il suo progetto di aprire una pasticceria, in quanto pasticciera migliore del regno, non può vedere la luce perché nessuno le presta il capitale iniziale e la nobiltà le renderebbe il lavoro impossibile. Qualcosa di facilmente realizzabile e del tutto ragionevole come il lavoro in una pasticceria, qualcosa che Cath ama e in cui riesce bene, viene trattato come un piano impossibile e strampalato in un luogo in cui, letteralmente, è possibile tirare fuori piante da frutto dai propri sogni, i dolcetti possono accorciare o allungare le persone, esistono animali parlanti che scompaiono e cappelli dalle proprietà magiche. Nel Paese delle Meraviglie il sogno di Cath non è impossibile: le viene reso tale perché è impensabile che lei non si attenga al ruolo che è stato prestabilito per lei. 

E venendo proprio a questo argomento, la protagonista è la figlia dei Marchesi Pinkerton, suo padre è un uomo tutto sommato passivo che esiste solo nel momento in cui deve dare man forte alla moglie che basa tutto il suo rapporto con la giovane figlia sul controllo e sul senso di colpa. L’amore di sua madre verso Cath non è mai incondizionato, ma sempre legato a quanto le azioni della figlia la compiacciano. Se la figlia indossa gli abiti che la marchesa ha scelto per lei e se salta un pasto le dice brava, se sceglie da sé i suoi vestiti (o ancor peggio, il suo percorso di vita) o mangia i deliziosi dolci che cucina allora piovono critiche persino sul suo aspetto. Perché se prende un chilo chissà se sarà ancora un partito appetibile. La genitorialità in Heartless è disfunzionale in un modo realistico, dato che anche nella vita reale esistono fin troppi genitori che si comportano come se le figlie e i figli che hanno messo al mondo avessero nei loro confronti un debito di gratitudine da dover ripagare comportandosi come se fossero estensioni di chi li ha procreati, non esseri a sé. 

Non stupisce che Cath, inconsapevolmente (il libro non ce lo fa mai pesare) sia cresciuta sacrificando spesso la sua felicità a quella altrui. Sono poche e fiacche le volte in cui cerca di svincolarsi dalle situazioni che non le piacciono: non riesce mai a essere egoista in tempo, aspetta che sia troppo tardi prima di prendere una decisione che è in realtà l’unica possibile, perché non le resta altro. Meyer è bravissima a gestire il tutto a livello simbolico e ci ricorda di continuo che Cath cerca di nuotare contro la marea di eventi in una società che ha già deciso per lei quale debba essere il suo posto e lo fa proprio attraverso la pasticceria. Cath ama preparare dolciumi, eppure è lei quella che all’interno del romanzo viene paragonata a pasticcini, crostatine e melassa. Emblematica in questo senso è anche la scena in cui il Cappellaio le dà in dono un cappello, lei vorrebbe sceglierne uno da chef, ma lui gliene offre uno a forma di macaron, come a dire che lei non è lì per produrre: è lei il prodotto. Lei è lì per essere consumata, per essere bella e basta e non ci si aspetta che sia attiva, nessuno vuole che sia altro che una caramella da scartare.

Fino alla sua trasformazione, Cath è una ragazza adorabile ma non è perfetta perché anche lei porta su di sé molte delle idiosincrasie del suo tempo, come quando guarda con malcelato sospetto le persone con un aspetto diverso, oppure come tratta quelle che considera orribili ma che vengono comunque invitate ai ricevimenti e con le quali bisogna interagire per quieto vivere. È proprio il quieto vivere che la uccide. La costante mancanza di tempismo che la attanaglia ogni volta che potrebbe dire no e finisce col non dire niente e che inevitabilmente la porta a una situazione in cui potrebbe salvarla solo l’immobilismo, che concretamente non è mai possibile.

Heartless è la storia di una protagonista che non vince, una storia che ci esorta a non aspettare di diventare le villain della storia per utilizzare un po’ di sano egoismo e che insegna quanto la subordinazione della propria felicità a quella altrui possa diventare un cappio che si stringe lentamente al collo. Meyer scrive un retelling degno di questo nome, ricco di Easter egg che non sfociano nel citazionismo e racconta una storia ben congegnata che incita a non aspettare che sia il destino a decidere per noi.

mercoledì 15 aprile 2026

La bussola d’Oro

  • Titolo: La Bussola d’Oro
  • Titolo originale: The Golden Compass
  • Autore: Philip Pullman
  • Traduzione di: Marina Astrologo & Alfredo Tutino
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788831027939
  • Casa editrice: Salani
Trama

Lyra vive al Jordan College di Oxford. Oxford non è lontana da Londra, e Londra è in Inghilterra. Il mondo di Lyra però è ben diverso dal nostro. Oltre l'Oceano c'è l'America, ma lo stato più importante di quel continente si chiama Nuova Francia; giganteschi orsi corazzati regnano sull'Artico e ogni essere umano ha il suo daimon: una parte di sé di sesso opposto al proprio, grazie al quale nessuno deve temere la solitudine. Questo mondo attraversa un periodo critico: nella luce misteriosa dell'Aurora Boreale cade una Polvere di provenienza ignota, dalle proprietà oscure. Uomini di scienza, autorità civili e religiose se ne interessano e ne hanno paura. L'intrepida Lyra, a soli undici anni, si trova al centro degli intrighi e, quando intuisce segreti pericolosi e inquietanti, decide di andare alla ricerca della verità grazie anche all'aiuto di una sorta di bussola d'oro, che serve appunto a misurarla, quella verità… Una storia straordinaria, una fantasmagoria di incredibili invenzioni che procede a ritmo incalzante in una lussureggiante molteplicità di toni: il favoloso e i'immaginifico, l'epico e il drammatico, il lirico e il mistico… Il romanzo di Pullman è un'allegoria della condizione umana che riesce a proporre in un'avventura mozzafiato i grandi temi della riflessione filosofica compenetrandoli alla narrazione, riuscendo così a far vibrare le nostre corde più profonde, a emozionarci e a rinnovare in noi i grandi interrogativi fondamentali.


Recensione e commento

La me undicenne avrebbe amato questo libro e il mio solo rimpianto riguardo a questa lettura è di non averla fatta prima. Chi l’ha detto che la letteratura middle grade debba essere innocua? 

La Bussola d’Oro, infatti, non lo è per niente, perché mescola una varietà di temi che hanno al proprio centro la messa in discussione di qualsiasi cosa. Lyra, la protagonista, è una bambina molto sveglia ma credibile, che non agisce mai out of character e che in numerosissime situazioni si salva in virtù dell’essere una monella disobbediente. Questo libro insegna proprio questo: non per forza devi essere una brava bambina e non per forza gli adulti attorno a te sono brave persone. Nel suo viaggio avventuroso Lyra scopre che gli adulti possono essere senza scrupoli, che ci sono tante persone ambigue, che i buoni non sono sempre quelli che ti aspetti e che tutto quello che ti hanno insegnato essere giusto potrebbe non esserlo davvero.

Philip Pullman si accanisce ferocemente verso la Chiesa e i suoi sistemi dogmatici, non risparmia alle giovani menti scene impressionanti proprio al fine di imprimere il concetto che non bisogna mai fidarsi degli sconosciuti anche quando sembrano persone perbene. Dice in tutti i modi possibili che qualcosa non è vera solo perché la dice un adulto. A questo proposito, è davvero apprezzabile la stratificazione di significati costituita dai daimon, delle creature magiche sotto forma di animali che sono indissolubilmente legate al proprio umano. I daimon mutano forma a proprio piacimento fintanto che il proprio umano è ancora nell’età dell’infanzia, ma poi si cristallizzano in una forma definitiva una volta che diventano adulti, a significare che i bambini e le bambine sono esseri in divenire e possono ancora diventare tutto ciò che vogliono. Ma non è solo questo: i daimon rappresentano anche la parte più intima di sé ed è regola non scritta ma fortemente rispettata da tutta la società che solo la persona a cui il daimon appartiene possa toccarlo: nessun altro, nemmeno all’interno del contesto familiare, può toccare il daimon altrui. È proprio il non rispetto di questa regola sociale che fa scattare campanelli di allarme nella testa di Lyra e la spinge a ribellarsi a certe dinamiche. La rottura del legame tra un bambino e il suo daimon rappresenta il danno psicologico irreparabile che gli abusi causano all’integrità mentale ed emotiva dei bambini.

In netta contrapposizione ai dogmi della Chiesa e a tutto ciò che viene imposto ai più piccoli con prepotenza dagli adulti, Pullman promuove tantissimo il pensiero critico scientifico. La me undicenne avrebbe amato le digressioni sul funzionamento delle cose e sulla spiegazione di alcuni fenomeni naturali, eppure devo ammettere che per chi non ha passione per questi argomenti potrebbero sembrare pesanti, per quanto funzionali al mostrare come ragionare davvero, usare la propria testa senza necessariamente seguire il sentire comune, possa letteralmente salvare la propria vita a prescindere dai risultati scolastici, dalle lodi o dal ruolo sociale.

La Bussola d’Oro è un romanzo che farei leggere letteralmente a chiunque non lo abbia fatto, adulti e bambini, perché dà tantissima dignità all’infanzia come età di sviluppo e considera bambine e bambini come esseri in grado di discernere il bene dal male, quando vengono forniti loro gli strumenti per farlo.

mercoledì 8 aprile 2026

Voices - Le Voci

  • Titolo: Voices - Voci
  • Titolo originale: Voices
  • Autrice: Ursula K. Le Guin
  • Traduttore: Stefano Andrea Cresti 
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804802433
  • Casa editrice: Mondadori

Trama 

Quando il popolo degli Ald, incolto e amante della guerra, conquistò la splendida città di Ansul, tutte le biblioteche e i tesori della conoscenza delle epoche passate vennero profanati e distrutti. L'atto della lettura e quello della scrittura furono vietati, resi punibili con la morte: gli Ald credono infatti che nelle parole si nascondano demoni terribili. Il Mastrodivia, l'ultimo custode della memoria collettiva, fu imprigionato e torturato per anni... Ma non è stato annientato: la sua vita ha ancora uno scopo. 
Per la diciassettenne Memer, figlia delle violenze di quell'invasione, Ansul è casa, rifugio sicuro, e il Mastrodivia molto più di una guida fidata. E un giorno, quando il più famoso narratore di tutti i tempi, Orrec di Caspromant, e sua moglie, Gry di Roddmant, giungono in città, accompagnati dalla loro fiera leonessa Shetar, le cose finalmente iniziano a cambiare. Questa è la loro storia, la storia di un popolo conquistato che brama la libertà.

Recensione e commento

Quando ormai mi ero quasi rassegnata ad aver quasi concluso la lettura della produzione della mia amata Ursula Le Guin, Mondadori ha pubblicato Voices - Voci, seguito di Gifts - Doni, fino a questo momento inedito in Italia.

In questo secondo romanzo della trilogia di Annals of Western Shore non è più Orrec a essere protagonista, che qui troviamo ormai adulto con un importante ruolo secondario, ma Memer, una ragazza che nasce e cresce sotto un’occupazione militare straniera. In questo contesto, Le Guin fa qualcosa che fa molto spesso: ribadisce alcuni cliché del fantasy per poi scardinarli uno alla volta. Memer è infatti un’orfana, ma non per questo è una prescelta, non per questo è sola e senza famiglia, inoltre il sistema magico è sotteso, dato per scontato e allo stesso tempo tenuto nascosto, in un contesto culturalmente complesso in cui si ha paura del diverso.

È proprio grazie a questa complessità che il conflitto tra due parti apparentemente inconciliabili, in cui le rispettive religioni, una con un dio unico indivisibile e irraggiungibile, l’altra popolata da molti dei presenti in ogni cosa, hanno uguale rilievo nelle rispettive culture che la magia non può essere panacea di tutti i mali come strumento di annientamento. Voices, infatti, è più un libro sulla propaganda e sul suo modo di funzionare, su tutte le piccole ipocrisie dei potenti che temono la parola scritta e la vietano, perché chissà cosa c’è scritto in quei pericolosissimi libri, ma poi ingaggiano cantastorie perché tessano le loro lodi e raccontino le storie come è più comodo per loro. È un romanzo che fa sentire tutta la frustrazione dell’intelletto che deve scontrarsi con la forza bruta che non sente ragioni, un po’ come quando si gioca una partita a scacchi contro un piccione: si può anche essere campioni del mondo, ma quello camminerà sulla scacchiera, rovescerà tutti i pezzi e ci defecherà sopra. In questi tempi difficili fatti di libri vietati nelle scuole e nelle biblioteche perché potrebbero insegnare qualcosa di pericoloso per lo status quo, Voices insegna il valore delle storie non soltanto per cambiare le cose, ma anche per mostrare come esse siano un vero e proprio patrimonio culturale immateriale che costituisce una grossa fetta della nostra identità, sia come popoli che come individui. Avrei trovato molto retorico se Le Guin avesse voluto mandare il messaggio che i libri sono importanti come oggetti materiali, ma qui il significato è più radicato nella collettività e nella condivisione, nella convinzione che il contenuto dei libri sia importante nel momento in cui ci cambia e nel mondo in cui lo cambiamo noi dopo averci interagito, alla luce fioca di una lanterna, perché non esiste tesoro che non meriti di essere condiviso e non è solo l’atto di leggere a dare libertà, ma anche quello di scrivere e raccontare la propria versione. I libri non sono e non devono essere qualcosa di intoccabile: sono un’eredità da sfruttare pienamente.

A questo proposito, l’autrice utilizza delle simbologie contrapposte tra il popolo conquistato e quello del conquistatore e lo fa in modo camuffato, mai sfacciato o palese. Il ruolo dell’intellettuale dovrebbe essere quello di spegnere il fuoco, e infatti l’elemento sacro per il popolo di Ansul, quello cui appartiene la protagonista, è l’acqua, che, da quando il popolo degli Ald è arrivato in città è stata prosciugata dalle fontane. Però si sa che l’acqua cheta corrode i ponti e la ribellione trova sempre il modo di fiorire. Le Guin dipinge in modo molto vivido tutte le implicazioni della resistenza in un momento in cui la rabbia e la violenza sono costanti e di come la risoluzione più logica ed efficace non è certo quella più semplice da mettere in pratica: non è con una semplice profezia che le cose si aggiusteranno e fino all’ultimo sarà impossibile comprendere se effettivamente un incantesimo si sia verificato oppure no. Non c’è un libro magico a risolvere tutto, perché a fare la differenza è la conoscenza di chi lo impugna.

Voices - Voci è un romanzo che si concentra moltissimo della vita quotidiana ed è per questo che la fetta di pubblico che cerca qualcosa di più veloce e ricco di azione, battaglie campali, ritmo e risposte certe potrebbe non trovarlo nelle sue corde. Di certo, Le Guin non ha mai avuto problemi a uscire fuori dagli schemi per mostrare un nuovo punto di vista. Spero che il terzo libro della trilogia, Powers, arrivi presto anche da noi.

Volo di Drago

Titolo: volo di Drago Titolo originale: Dragonflight Autrice: Anne McCaffrey Traduttrice: Roberta Rambelli Lingua originale: inglese Codice...