- Titolo: Heartless
- Titolo originale: Heartless
- Autrice: Marissa Meyer
- Traduttrice: Maria Carla Dallavalle
- Lingua originale: inglese
- Codice ISBN: 9788804791027
- Casa editrice: Mondadori
Opinioni non richieste di una lettrice moderatamente nichlista
La Bussola d’Oro, infatti, non lo è per niente, perché mescola una varietà di temi che hanno al proprio centro la messa in discussione di qualsiasi cosa. Lyra, la protagonista, è una bambina molto sveglia ma credibile, che non agisce mai out of character e che in numerosissime situazioni si salva in virtù dell’essere una monella disobbediente. Questo libro insegna proprio questo: non per forza devi essere una brava bambina e non per forza gli adulti attorno a te sono brave persone. Nel suo viaggio avventuroso Lyra scopre che gli adulti possono essere senza scrupoli, che ci sono tante persone ambigue, che i buoni non sono sempre quelli che ti aspetti e che tutto quello che ti hanno insegnato essere giusto potrebbe non esserlo davvero.
Philip Pullman si accanisce ferocemente verso la Chiesa e i suoi sistemi dogmatici, non risparmia alle giovani menti scene impressionanti proprio al fine di imprimere il concetto che non bisogna mai fidarsi degli sconosciuti anche quando sembrano persone perbene. Dice in tutti i modi possibili che qualcosa non è vera solo perché la dice un adulto. A questo proposito, è davvero apprezzabile la stratificazione di significati costituita dai daimon, delle creature magiche sotto forma di animali che sono indissolubilmente legate al proprio umano. I daimon mutano forma a proprio piacimento fintanto che il proprio umano è ancora nell’età dell’infanzia, ma poi si cristallizzano in una forma definitiva una volta che diventano adulti, a significare che i bambini e le bambine sono esseri in divenire e possono ancora diventare tutto ciò che vogliono. Ma non è solo questo: i daimon rappresentano anche la parte più intima di sé ed è regola non scritta ma fortemente rispettata da tutta la società che solo la persona a cui il daimon appartiene possa toccarlo: nessun altro, nemmeno all’interno del contesto familiare, può toccare il daimon altrui. È proprio il non rispetto di questa regola sociale che fa scattare campanelli di allarme nella testa di Lyra e la spinge a ribellarsi a certe dinamiche. La rottura del legame tra un bambino e il suo daimon rappresenta il danno psicologico irreparabile che gli abusi causano all’integrità mentale ed emotiva dei bambini.
In netta contrapposizione ai dogmi della Chiesa e a tutto ciò che viene imposto ai più piccoli con prepotenza dagli adulti, Pullman promuove tantissimo il pensiero critico scientifico. La me undicenne avrebbe amato le digressioni sul funzionamento delle cose e sulla spiegazione di alcuni fenomeni naturali, eppure devo ammettere che per chi non ha passione per questi argomenti potrebbero sembrare pesanti, per quanto funzionali al mostrare come ragionare davvero, usare la propria testa senza necessariamente seguire il sentire comune, possa letteralmente salvare la propria vita a prescindere dai risultati scolastici, dalle lodi o dal ruolo sociale.La Bussola d’Oro è un romanzo che farei leggere letteralmente a chiunque non lo abbia fatto, adulti e bambini, perché dà tantissima dignità all’infanzia come età di sviluppo e considera bambine e bambini come esseri in grado di discernere il bene dal male, quando vengono forniti loro gli strumenti per farlo.
Trama
In questo secondo romanzo della trilogia di Annals of Western Shore non è più Orrec a essere protagonista, che qui troviamo ormai adulto con un importante ruolo secondario, ma Memer, una ragazza che nasce e cresce sotto un’occupazione militare straniera. In questo contesto, Le Guin fa qualcosa che fa molto spesso: ribadisce alcuni cliché del fantasy per poi scardinarli uno alla volta. Memer è infatti un’orfana, ma non per questo è una prescelta, non per questo è sola e senza famiglia, inoltre il sistema magico è sotteso, dato per scontato e allo stesso tempo tenuto nascosto, in un contesto culturalmente complesso in cui si ha paura del diverso.
È proprio grazie a questa complessità che il conflitto tra due parti apparentemente inconciliabili, in cui le rispettive religioni, una con un dio unico indivisibile e irraggiungibile, l’altra popolata da molti dei presenti in ogni cosa, hanno uguale rilievo nelle rispettive culture che la magia non può essere panacea di tutti i mali come strumento di annientamento. Voices, infatti, è più un libro sulla propaganda e sul suo modo di funzionare, su tutte le piccole ipocrisie dei potenti che temono la parola scritta e la vietano, perché chissà cosa c’è scritto in quei pericolosissimi libri, ma poi ingaggiano cantastorie perché tessano le loro lodi e raccontino le storie come è più comodo per loro. È un romanzo che fa sentire tutta la frustrazione dell’intelletto che deve scontrarsi con la forza bruta che non sente ragioni, un po’ come quando si gioca una partita a scacchi contro un piccione: si può anche essere campioni del mondo, ma quello camminerà sulla scacchiera, rovescerà tutti i pezzi e ci defecherà sopra. In questi tempi difficili fatti di libri vietati nelle scuole e nelle biblioteche perché potrebbero insegnare qualcosa di pericoloso per lo status quo, Voices insegna il valore delle storie non soltanto per cambiare le cose, ma anche per mostrare come esse siano un vero e proprio patrimonio culturale immateriale che costituisce una grossa fetta della nostra identità, sia come popoli che come individui. Avrei trovato molto retorico se Le Guin avesse voluto mandare il messaggio che i libri sono importanti come oggetti materiali, ma qui il significato è più radicato nella collettività e nella condivisione, nella convinzione che il contenuto dei libri sia importante nel momento in cui ci cambia e nel mondo in cui lo cambiamo noi dopo averci interagito, alla luce fioca di una lanterna, perché non esiste tesoro che non meriti di essere condiviso e non è solo l’atto di leggere a dare libertà, ma anche quello di scrivere e raccontare la propria versione. I libri non sono e non devono essere qualcosa di intoccabile: sono un’eredità da sfruttare pienamente.
Voices - Voci è un romanzo che si concentra moltissimo della vita quotidiana ed è per questo che la fetta di pubblico che cerca qualcosa di più veloce e ricco di azione, battaglie campali, ritmo e risposte certe potrebbe non trovarlo nelle sue corde. Di certo, Le Guin non ha mai avuto problemi a uscire fuori dagli schemi per mostrare un nuovo punto di vista. Spero che il terzo libro della trilogia, Powers, arrivi presto anche da noi.
Narrativamente parlando, la vicenda riprende breve tempo dopo gli eventi del libro precedente e comincia immediatamente a mostrate tutte le difficoltà della posizione in cui Paige si trova: stare al comando è difficilissimo perché dopo aver vinto il titolo di Lady Generale adesso deve fare in modo di tenere in piedi un’associazione di criminali, mossi ciascuno dai propri interessi personali, un po’ di sputo e qualche Avemaria. L’intento di trasformare il Sindacato in ciò che doveva essere in origine, ovvero un rifugio per i veggenti, si rivela immediatamente più arduo del necessario, sia perché appunto i criminali non sono famosi per risolvere i conflitti con le buone maniere, ma anche perché mettere d’accordo tutte quelle teste è pressoché impossibile, specialmente quando fazioni rivali, che a volte si sono odiate per secoli, che devono coesistere. Destreggiarsi tra serpi in seno, carismatici nemici giurati e alleanze inaspettate non sarà semplice e la gestione di tutto ciò ci mostra una protagonista con un mosaico di conflitti interiori credibile e condivisibile. La critica all’imperialismo inglese è chiara: l’ordine costituito, che vuole sopravvivere a tutti i costi, ha utilizzato così bene il principio del divide ed impera che le categorie oppresse sono più occupate a guardarsi a vicenda con sospetto che prendersela con chi sta sopra di loro, mentre il potere centrale è molto coeso al suo interno ed è proprio per questo che sembra un titano impossibile da sconfiggere. Shannon ci fa sentire quanto Paige sia sopraffatta dallo stare al comando, non solo per la responsabilità logorante, ma soprattutto per la fatica di tenere tutto insieme e per l’impossibilità di prendere delle decisioni che siano giuste al cento percento.
A livello di scrittura, come dicevo all’inizio, c’è qualche buchino di trama in più rispetto a L’Ordine dei Mimi, che invece ho letto senza mai un sobbalzo o una messa in discussione, ma stiamo parlando di elementi marginali che hanno più a che fare con piccole smagliature all’interno di specifiche scene che di macroproblemi ripercuotibili sull’intero intreccio, in cui esiste una generale coerenza interna molto forte, il che è forse dovuto anche al fatto che questo è uno dei volumi che Shannon ha rimaneggiato a dieci anni di distanza, aggiustando ciò che non andava e riscrivendo le parti meno credibili. Volendo mantenere gli stessi eventi era possibile che qualcosina non funzionasse. Inoltre, l’autrice è brava fare in modo che siano proprio lɜ personaggɜ a porre le domande riguardo a questioni su cui ci interroghiamo proprio noi che leggiamo e riesce sempre a rispondere in modo credibile sul perché una determinata vicenda vada risolta in un modo preciso invece che in dieci altri possibili. In Il Canto dell’Alba è la componente tecnofantasy a farla da padrona, venendo approfondita e ulteriormente particolareggiata nel corso di questo volume e contribuendo a tratteggiare un worldbuilding fuso indissolubilmente con un sistema magico complesso e diverso da qualsiasi altro.
La serie de La Stagione delle Ossa si sta rivelando una delle più soddisfacenti che abbia mai letto in vita mia, non solo perché le tematiche trattate mi stanno a cuore e possono aiutarci a trovare una chiave di lettura anche per il difficile momento storico che stiamo vivendo, ma soprattutto perché si sta rivelando una storia avvincente, diversa da qualsiasi altra per ambientazione e sistema magico, e che sta venendo gestita con estrema intelligenza. Se fosse già stato pubblicato il quarto volume, lo avrei già cominciato.
Infatti, l’ambientazione fantascientifica costituita da una città abbruttita, grigia, sovraffollata, composta da palazzi grigi dai quali non filtra la luce è un richiamo alle ambientazioni orwelliane il che, unito al nome del protagonista, George Orr, chiaro riferimento a George Orwell, contribuisce a far pensare che La Falce dei Cieli sia una critica a 1984 in cui ci fornisce la sua personale visione su determinati fenomeni trattati anche dall’autore britannico.
Un po’ di contesto: il protagonista di La Falce dei Cieli ha la capacità di modificare la realtà tramite i sogni e finisce nelle grinfie di uno psicanalista utilitarista che tramite l’ipnosi si serve di questo dono (o maledizione) per cambiare gli aspetti della realtà che non vanno bene. Immediatamente vengono fermate guerre, la popolazione mondiale viene dimezzata e si pone fine al problema del razzismo rendendo tutte le persone di un unico colore. Man mano che si progredisce nella lettura, appare chiaro che per Le Guin (e in effetti è così) la realtà sia troppo composita e che problemi complessi abbiano bisogno di soluzioni altrettanto complesse, sistemiche, olistiche, non di schiocchi di dita di Thanos, perché se da un lato queste annose problematiche vengono apparentemente risolte, ciò avviene in modo piatto, senza tenere conto di ciò che c’è da salvaguardare nelle condizioni di partenza. La risoluzione drastica e non graduale è dovuta proprio al fatto che viene proposta dall’inconscio di un individuo che sogna un mondo diverso sul quale non ha controllo e appare chiaro che per l’autrice ci sono problemi che non possono essere risolti da un singolo individuo, per quanto dotato di poteri sconfinati, anzi, serve sempre la forza del gruppo. Il tentativo di sottomettere le leggi dell’universo, che sono interconnesse e delicatissime, da parte di uno scienziato che fa un uso smodato della tecnologia è senza dubbio uno dei temi centrali del romanzo, con una critica al mondo occidentale che vuole soluzioni veloci e semplici mentre crea le condizioni per la distruzione del pianeta.
E tornando proprio a ciò che ho scritto in apertura, ovvero che La Falce dei Cieli mi sia sembrato più canonico come romanzo di fantascienza rispetto al resto della sua produzione, questo a posteriori appare un effetto chiaramente voluto, soprattutto nella scelta dei sostantivi che richiamano alla prosa orwelliana (come Trattamento Sanitario Volontario che ha poco di volontario) oppure nell’ambientazione che ci viene descritta immediatamente come opprimente e angusta. Come sempre, lo stile è asciutto e condensato, riesce a dire tutto in pochissime parole senza dare troppe spiegazioni, per esempio cambiando piccoli dettagli nelle descrizioni dei luoghi quando George Orr cambia il continuum dell’universo aggiungendo e togliendo oggetti che prima ci sono e poi non sono mai esistiti.
Le Guin si dimostra ancora una volta un’autrice che prende in mano la penna solo quando ha davvero qualcosa da dire, anche quando in apparenza è stato già detto tutto. La sua capacità di espandere argomenti apparentemente già esauriti mi lascia estasiata ancora una volta.
In questo terzo e penultimo libro della serie assistiamo a eventi che sono quanto di più diametralmente opposto esista in merito all’escapismo, perché le frasi che risuonano con il contesto attuale, i paragrafi che sembrano usciti dalle cronache dei giornali pubblicati dieci anni dopo la prima tiratura del romanzo non si contano e addirittura la violenza di una guerra inventa è più sopportabile di un qualsiasi telegiornale di questi giorni.
Cosa fare quando il male sembra invincible, sempre dieci passi avanti a chi cerca di fermarlo, come provare ad arrestare un fiume con le proprie mani? L’autrice prova a darci la sua visione, intessendo una trama ricchissima di eventi, in cui ogni volta che sembra arrivare a scioglimento, riserva un antagonista che aveva già previsto le azioni che sarebbero state poste in atto per bloccarlo e che colpisce con il pugno di ferro, schiacciando completamente la speranza e frantumando l’idea di controllo dei protagonisti.
Infatti, tra interessi personali, ricerca del potere e autoconservazione, i potenti stanno solo pensando a spartirsi la torta, invece di intervenire efficacemente quantomeno facendo fronte comune davanti a una minaccia collettiva. Anzi, in guerra i guadagni personali diventano ancora più ingenti (se vi suona familiare, immagino che non sia un caso) e chi sta in cima alla piramide fa così paura che persino i Paesi vicini hanno paura a dare asilo ai profughi (di nuovo: se vi suona familiare, immagino che non sia casuale).
Questo non è un fantasy escapista, ma forse abbiamo bisogno di prendere spunto da opere come questa per trovare la magia che ci possa aiutare a correggere le storture del nostro mondo e continuare a lottare per il bene, anche quando il male sembra insormontabile e invincibile.
Titolo: Heartless Titolo originale: Heartless Autrice: Marissa Meyer Traduttrice: Maria Carla Dallavalle Lingua originale: inglese Codice IS...