mercoledì 6 maggio 2026

Heartless

  • Titolo: Heartless
  • Titolo originale: Heartless
  • Autrice: Marissa Meyer
  • Traduttrice: Maria Carla Dallavalle
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804791027
  • Casa editrice: Mondadori
Trama 


Heartless racconta il Regno di Cuori molto prima che vi giungesse Alice, tra Cappellai, gatti invisibili, Bianconigli, e mostra come una fanciulla che sognava l'amore si possa trasformare in una tirannica sovrana ossessionata dalle rose rosse e dalle teste mozzate.
Catherine è una delle ragazze più desiderate del Paese delle Meraviglie e addirittura la preferita del Re di Cuori, in cerca di una moglie. Ma i suoi interessi sono ben lontani dal matrimonio: pasticciera di talento, l'unica cosa che desidera è aprire un negozio con la sua migliore amica. Secondo sua madre, un obiettivo insensato per quella che potrebbe diventare la prossima regina. Poi Cath incontra Jest, l'affascinante e misterioso giullare di corte. E per la prima volta, si scopre innamorata. Nonostante il pericolo di offendere il re e di far infuriare i suoi genitori, lei e Jest iniziano a frequentarsi in segreto. Cath è determinata a dare forma al proprio destino e a innamorarsi alle sue condizioni. Ma in una terra piena di magia, follia e mostri, il destino ha altri piani.

Recensione e commento

Marissa Meyer è un’autrice che mi ha riservato gioie e dolori nel corso della sua produzione: se Le Cronache Lunari è stata una serie fresca e giovane con tanti temi e da cui è stato impossibile staccarsi, lo stesso non si può dire di altri libri usciti dalla sua penna. Renegades è stato una mezza delusione, mentre Gilded era partito benino per poi sfasciare tutto nel secondo libro.

Questa lunga premessa per dire che se non fosse stato per le parole entusiastiche di @lovereading_more avrei saltato questa lettura a piè pari. E mi sarei persa il libro migliore dell’autrice.

Heartless è un libro che risale al 2016, un periodo in cui la produzione young adult non era basata sulla spasmodica ricerca dei trope. In questo retelling dedicato alla regina di cuori di Alice nel Paese delle Meraviglie ritroviamo la Marissa Meyer che si trova a suo agio con il retelling e che riesce a dipingere con delicatezza tantissimi temi senza doverli imboccare in modo sfacciato e senza mai scendere nel banale.

Probabilmente per l’autrice partire da un immaginario già ben definito come quello di Alice è un grosso vantaggio, perché riesce a dare il meglio di sé attingendo a prodotti che già esistono nella mente di chi legge e potendo rimescolare le carte per poter dare delle storie di background a diversi personaggi e personagge. Non è solo la regina di cuori, Cath, che impariamo a conoscere, ma anche tutto il corollario che esisteva da prima che Alice cadesse attraverso la tana del Bianconiglio.

La regina di cuori, infatti, non è sempre stata la perfida tagliagole che si vede nel romanzo di Lewis e anche qui Meyer non attinge al cliché trito del “è cattiva perché ha sofferto”, anzi, ci mostra una ragazza estremamente dolce e semplice, ma che vive in un contesto sociale talmente stringente e dalle norme sociali così pervasive che è costantemente immersa nelle regole della nobiltà vittoriana da non essere in grado di metterle in discussione fino a quando non è troppo tardi. Cath è una ragazza normale, con dei sogni assolutamente alla sua portata che viene costantemente sminuita o illusa da chi la circonda: il suo progetto di aprire una pasticceria, in quanto pasticciera migliore del regno, non può vedere la luce perché nessuno le presta il capitale iniziale e la nobiltà le renderebbe il lavoro impossibile. Qualcosa di facilmente realizzabile e del tutto ragionevole come il lavoro in una pasticceria, qualcosa che Cath ama e in cui riesce bene, viene trattato come un piano impossibile e strampalato in un luogo in cui, letteralmente, è possibile tirare fuori piante da frutto dai propri sogni, i dolcetti possono accorciare o allungare le persone, esistono animali parlanti che scompaiono e cappelli dalle proprietà magiche. Nel Paese delle Meraviglie il sogno di Cath non è impossibile: le viene reso tale perché è impensabile che lei non si attenga al ruolo che è stato prestabilito per lei. 

E venendo proprio a questo argomento, la protagonista è la figlia dei Marchesi Pinkerton, suo padre è un uomo tutto sommato passivo che esiste solo nel momento in cui deve dare man forte alla moglie che basa tutto il suo rapporto con la giovane figlia sul controllo e sul senso di colpa. L’amore di sua madre verso Cath non è mai incondizionato, ma sempre legato a quanto le azioni della figlia la compiacciano. Se la figlia indossa gli abiti che la marchesa ha scelto per lei e se salta un pasto le dice brava, se sceglie da sé i suoi vestiti (o ancor peggio, il suo percorso di vita) o mangia i deliziosi dolci che cucina allora piovono critiche persino sul suo aspetto. Perché se prende un chilo chissà se sarà ancora un partito appetibile. La genitorialità in Heartless è disfunzionale in un modo realistico, dato che anche nella vita reale esistono fin troppi genitori che si comportano come se le figlie e i figli che hanno messo al mondo avessero nei loro confronti un debito di gratitudine da dover ripagare comportandosi come se fossero estensioni di chi li ha procreati, non esseri a sé. 

Non stupisce che Cath, inconsapevolmente (il libro non ce lo fa mai pesare) sia cresciuta sacrificando spesso la sua felicità a quella altrui. Sono poche e fiacche le volte in cui cerca di svincolarsi dalle situazioni che non le piacciono: non riesce mai a essere egoista in tempo, aspetta che sia troppo tardi prima di prendere una decisione che è in realtà l’unica possibile, perché non le resta altro. Meyer è bravissima a gestire il tutto a livello simbolico e ci ricorda di continuo che Cath cerca di nuotare contro la marea di eventi in una società che ha già deciso per lei quale debba essere il suo posto e lo fa proprio attraverso la pasticceria. Cath ama preparare dolciumi, eppure è lei quella che all’interno del romanzo viene paragonata a pasticcini, crostatine e melassa. Emblematica in questo senso è anche la scena in cui il Cappellaio le dà in dono un cappello, lei vorrebbe sceglierne uno da chef, ma lui gliene offre uno a forma di macaron, come a dire che lei non è lì per produrre: è lei il prodotto. Lei è lì per essere consumata, per essere bella e basta e non ci si aspetta che sia attiva, nessuno vuole che sia altro che una caramella da scartare.

Fino alla sua trasformazione, Cath è una ragazza adorabile ma non è perfetta perché anche lei porta su di sé molte delle idiosincrasie del suo tempo, come quando guarda con malcelato sospetto le persone con un aspetto diverso, oppure come tratta quelle che considera orribili ma che vengono comunque invitate ai ricevimenti e con le quali bisogna interagire per quieto vivere. È proprio il quieto vivere che la uccide. La costante mancanza di tempismo che la attanaglia ogni volta che potrebbe dire no e finisce col non dire niente e che inevitabilmente la porta a una situazione in cui potrebbe salvarla solo l’immobilismo, che concretamente non è mai possibile.

Heartless è la storia di una protagonista che non vince, una storia che ci esorta a non aspettare di diventare le villain della storia per utilizzare un po’ di sano egoismo e che insegna quanto la subordinazione della propria felicità a quella altrui possa diventare un cappio che si stringe lentamente al collo. Meyer scrive un retelling degno di questo nome, ricco di Easter egg che non sfociano nel citazionismo e racconta una storia ben congegnata che incita a non aspettare che sia il destino a decidere per noi.

mercoledì 15 aprile 2026

La bussola d’Oro

  • Titolo: La Bussola d’Oro
  • Titolo originale: The Golden Compass
  • Autore: Philip Pullman
  • Traduzione di: Marina Astrologo & Alfredo Tutino
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788831027939
  • Casa editrice: Salani
Trama

Lyra vive al Jordan College di Oxford. Oxford non è lontana da Londra, e Londra è in Inghilterra. Il mondo di Lyra però è ben diverso dal nostro. Oltre l'Oceano c'è l'America, ma lo stato più importante di quel continente si chiama Nuova Francia; giganteschi orsi corazzati regnano sull'Artico e ogni essere umano ha il suo daimon: una parte di sé di sesso opposto al proprio, grazie al quale nessuno deve temere la solitudine. Questo mondo attraversa un periodo critico: nella luce misteriosa dell'Aurora Boreale cade una Polvere di provenienza ignota, dalle proprietà oscure. Uomini di scienza, autorità civili e religiose se ne interessano e ne hanno paura. L'intrepida Lyra, a soli undici anni, si trova al centro degli intrighi e, quando intuisce segreti pericolosi e inquietanti, decide di andare alla ricerca della verità grazie anche all'aiuto di una sorta di bussola d'oro, che serve appunto a misurarla, quella verità… Una storia straordinaria, una fantasmagoria di incredibili invenzioni che procede a ritmo incalzante in una lussureggiante molteplicità di toni: il favoloso e i'immaginifico, l'epico e il drammatico, il lirico e il mistico… Il romanzo di Pullman è un'allegoria della condizione umana che riesce a proporre in un'avventura mozzafiato i grandi temi della riflessione filosofica compenetrandoli alla narrazione, riuscendo così a far vibrare le nostre corde più profonde, a emozionarci e a rinnovare in noi i grandi interrogativi fondamentali.


Recensione e commento

La me undicenne avrebbe amato questo libro e il mio solo rimpianto riguardo a questa lettura è di non averla fatta prima. Chi l’ha detto che la letteratura middle grade debba essere innocua? 

La Bussola d’Oro, infatti, non lo è per niente, perché mescola una varietà di temi che hanno al proprio centro la messa in discussione di qualsiasi cosa. Lyra, la protagonista, è una bambina molto sveglia ma credibile, che non agisce mai out of character e che in numerosissime situazioni si salva in virtù dell’essere una monella disobbediente. Questo libro insegna proprio questo: non per forza devi essere una brava bambina e non per forza gli adulti attorno a te sono brave persone. Nel suo viaggio avventuroso Lyra scopre che gli adulti possono essere senza scrupoli, che ci sono tante persone ambigue, che i buoni non sono sempre quelli che ti aspetti e che tutto quello che ti hanno insegnato essere giusto potrebbe non esserlo davvero.

Philip Pullman si accanisce ferocemente verso la Chiesa e i suoi sistemi dogmatici, non risparmia alle giovani menti scene impressionanti proprio al fine di imprimere il concetto che non bisogna mai fidarsi degli sconosciuti anche quando sembrano persone perbene. Dice in tutti i modi possibili che qualcosa non è vera solo perché la dice un adulto. A questo proposito, è davvero apprezzabile la stratificazione di significati costituita dai daimon, delle creature magiche sotto forma di animali che sono indissolubilmente legate al proprio umano. I daimon mutano forma a proprio piacimento fintanto che il proprio umano è ancora nell’età dell’infanzia, ma poi si cristallizzano in una forma definitiva una volta che diventano adulti, a significare che i bambini e le bambine sono esseri in divenire e possono ancora diventare tutto ciò che vogliono. Ma non è solo questo: i daimon rappresentano anche la parte più intima di sé ed è regola non scritta ma fortemente rispettata da tutta la società che solo la persona a cui il daimon appartiene possa toccarlo: nessun altro, nemmeno all’interno del contesto familiare, può toccare il daimon altrui. È proprio il non rispetto di questa regola sociale che fa scattare campanelli di allarme nella testa di Lyra e la spinge a ribellarsi a certe dinamiche. La rottura del legame tra un bambino e il suo daimon rappresenta il danno psicologico irreparabile che gli abusi causano all’integrità mentale ed emotiva dei bambini.

In netta contrapposizione ai dogmi della Chiesa e a tutto ciò che viene imposto ai più piccoli con prepotenza dagli adulti, Pullman promuove tantissimo il pensiero critico scientifico. La me undicenne avrebbe amato le digressioni sul funzionamento delle cose e sulla spiegazione di alcuni fenomeni naturali, eppure devo ammettere che per chi non ha passione per questi argomenti potrebbero sembrare pesanti, per quanto funzionali al mostrare come ragionare davvero, usare la propria testa senza necessariamente seguire il sentire comune, possa letteralmente salvare la propria vita a prescindere dai risultati scolastici, dalle lodi o dal ruolo sociale.

La Bussola d’Oro è un romanzo che farei leggere letteralmente a chiunque non lo abbia fatto, adulti e bambini, perché dà tantissima dignità all’infanzia come età di sviluppo e considera bambine e bambini come esseri in grado di discernere il bene dal male, quando vengono forniti loro gli strumenti per farlo.

mercoledì 8 aprile 2026

Voices - Le Voci

  • Titolo: Voices - Voci
  • Titolo originale: Voices
  • Autrice: Ursula K. Le Guin
  • Traduttore: Stefano Andrea Cresti 
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804802433
  • Casa editrice: Mondadori

Trama 

Quando il popolo degli Ald, incolto e amante della guerra, conquistò la splendida città di Ansul, tutte le biblioteche e i tesori della conoscenza delle epoche passate vennero profanati e distrutti. L'atto della lettura e quello della scrittura furono vietati, resi punibili con la morte: gli Ald credono infatti che nelle parole si nascondano demoni terribili. Il Mastrodivia, l'ultimo custode della memoria collettiva, fu imprigionato e torturato per anni... Ma non è stato annientato: la sua vita ha ancora uno scopo. 
Per la diciassettenne Memer, figlia delle violenze di quell'invasione, Ansul è casa, rifugio sicuro, e il Mastrodivia molto più di una guida fidata. E un giorno, quando il più famoso narratore di tutti i tempi, Orrec di Caspromant, e sua moglie, Gry di Roddmant, giungono in città, accompagnati dalla loro fiera leonessa Shetar, le cose finalmente iniziano a cambiare. Questa è la loro storia, la storia di un popolo conquistato che brama la libertà.

Recensione e commento

Quando ormai mi ero quasi rassegnata ad aver quasi concluso la lettura della produzione della mia amata Ursula Le Guin, Mondadori ha pubblicato Voices - Voci, seguito di Gifts - Doni, fino a questo momento inedito in Italia.

In questo secondo romanzo della trilogia di Annals of Western Shore non è più Orrec a essere protagonista, che qui troviamo ormai adulto con un importante ruolo secondario, ma Memer, una ragazza che nasce e cresce sotto un’occupazione militare straniera. In questo contesto, Le Guin fa qualcosa che fa molto spesso: ribadisce alcuni cliché del fantasy per poi scardinarli uno alla volta. Memer è infatti un’orfana, ma non per questo è una prescelta, non per questo è sola e senza famiglia, inoltre il sistema magico è sotteso, dato per scontato e allo stesso tempo tenuto nascosto, in un contesto culturalmente complesso in cui si ha paura del diverso.

È proprio grazie a questa complessità che il conflitto tra due parti apparentemente inconciliabili, in cui le rispettive religioni, una con un dio unico indivisibile e irraggiungibile, l’altra popolata da molti dei presenti in ogni cosa, hanno uguale rilievo nelle rispettive culture che la magia non può essere panacea di tutti i mali come strumento di annientamento. Voices, infatti, è più un libro sulla propaganda e sul suo modo di funzionare, su tutte le piccole ipocrisie dei potenti che temono la parola scritta e la vietano, perché chissà cosa c’è scritto in quei pericolosissimi libri, ma poi ingaggiano cantastorie perché tessano le loro lodi e raccontino le storie come è più comodo per loro. È un romanzo che fa sentire tutta la frustrazione dell’intelletto che deve scontrarsi con la forza bruta che non sente ragioni, un po’ come quando si gioca una partita a scacchi contro un piccione: si può anche essere campioni del mondo, ma quello camminerà sulla scacchiera, rovescerà tutti i pezzi e ci defecherà sopra. In questi tempi difficili fatti di libri vietati nelle scuole e nelle biblioteche perché potrebbero insegnare qualcosa di pericoloso per lo status quo, Voices insegna il valore delle storie non soltanto per cambiare le cose, ma anche per mostrare come esse siano un vero e proprio patrimonio culturale immateriale che costituisce una grossa fetta della nostra identità, sia come popoli che come individui. Avrei trovato molto retorico se Le Guin avesse voluto mandare il messaggio che i libri sono importanti come oggetti materiali, ma qui il significato è più radicato nella collettività e nella condivisione, nella convinzione che il contenuto dei libri sia importante nel momento in cui ci cambia e nel mondo in cui lo cambiamo noi dopo averci interagito, alla luce fioca di una lanterna, perché non esiste tesoro che non meriti di essere condiviso e non è solo l’atto di leggere a dare libertà, ma anche quello di scrivere e raccontare la propria versione. I libri non sono e non devono essere qualcosa di intoccabile: sono un’eredità da sfruttare pienamente.

A questo proposito, l’autrice utilizza delle simbologie contrapposte tra il popolo conquistato e quello del conquistatore e lo fa in modo camuffato, mai sfacciato o palese. Il ruolo dell’intellettuale dovrebbe essere quello di spegnere il fuoco, e infatti l’elemento sacro per il popolo di Ansul, quello cui appartiene la protagonista, è l’acqua, che, da quando il popolo degli Ald è arrivato in città è stata prosciugata dalle fontane. Però si sa che l’acqua cheta corrode i ponti e la ribellione trova sempre il modo di fiorire. Le Guin dipinge in modo molto vivido tutte le implicazioni della resistenza in un momento in cui la rabbia e la violenza sono costanti e di come la risoluzione più logica ed efficace non è certo quella più semplice da mettere in pratica: non è con una semplice profezia che le cose si aggiusteranno e fino all’ultimo sarà impossibile comprendere se effettivamente un incantesimo si sia verificato oppure no. Non c’è un libro magico a risolvere tutto, perché a fare la differenza è la conoscenza di chi lo impugna.

Voices - Voci è un romanzo che si concentra moltissimo della vita quotidiana ed è per questo che la fetta di pubblico che cerca qualcosa di più veloce e ricco di azione, battaglie campali, ritmo e risposte certe potrebbe non trovarlo nelle sue corde. Di certo, Le Guin non ha mai avuto problemi a uscire fuori dagli schemi per mostrare un nuovo punto di vista. Spero che il terzo libro della trilogia, Powers, arrivi presto anche da noi.

venerdì 20 marzo 2026

Il Canto dell’Alba

  • Titolo: Il Canto dell’Alba
  • Titolo originale: The Song Rising
  • Autrice: Samantha Shannon
  • Traduttrice: Egle Costantino
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804791929
  • Casa editrice: Mondadori
Trama 


Dopo una feroce battaglia per la Corona della Rosa, Paige Mahoney ha raggiunto la pericolosa posizione di Lady Generale, e ora governa il sindacato dei chiaroveggenti di Londra. Ma i suoi nemici sono ancora a piede libero, in cerca di vendetta. Mentre raduna il suo esercito di criminali, Paige continua a incontrare in segreto il suo ex nemico, Arcturus Mesarthim. Se venissero scoperti, la fragile alleanza con i Ranthen fallirebbe. Quando però Scion introduce le sensobarriere, una tecnologia mortale che segna la fine dei chiaroveggenti, Paige deve correre contro il tempo per impedire che il suo regno finisca nel sangue. Il terzo volume della fortunatissima saga d'esordio di Samantha Shannon, ispirata ai miti greci di Pandora e Prometeo, che fonde distopia ed epic fantasy, in una nuova edizione completamente rivista dall'autrice.

Recensione e commento

DISCLAIMER: CONTIENE SPOILER DEI LIBRI PRECEDENTI

Stavo aspettando Il Canto dell’Alba come il Natale. Dopo il promettente inizio di La stagione delle Ossa, il seguito di L’ordine dei Mimi avevo grandi aspettative per il terzo libro della serie e devo dire che per quanto la trama sia meno blindata del libro precedente, che è al momento il mio preferito, la qualità si conferma comunque eccellente. 

Narrativamente parlando, la vicenda riprende breve tempo dopo gli eventi del libro precedente e comincia immediatamente a mostrate tutte le difficoltà della posizione in cui Paige si trova: stare al comando è difficilissimo perché dopo aver vinto il titolo di Lady Generale adesso deve fare in modo di tenere in piedi un’associazione di criminali, mossi ciascuno dai propri interessi personali, un po’ di sputo e qualche Avemaria. L’intento di trasformare il Sindacato in ciò che doveva essere in origine, ovvero un rifugio per i veggenti, si rivela immediatamente più arduo del necessario, sia perché appunto i criminali non sono famosi per risolvere i conflitti con le buone maniere, ma anche perché mettere d’accordo tutte quelle teste è pressoché impossibile, specialmente quando fazioni rivali, che a volte si sono odiate per secoli, che devono coesistere. Destreggiarsi tra serpi in seno, carismatici nemici giurati e alleanze inaspettate non sarà semplice e la gestione di tutto ciò ci mostra una protagonista con un mosaico di conflitti interiori credibile e condivisibile. La critica all’imperialismo inglese è chiara: l’ordine costituito, che vuole sopravvivere a tutti i costi, ha utilizzato così bene il principio del divide ed impera che le categorie oppresse sono più occupate a guardarsi a vicenda con sospetto che prendersela con chi sta sopra di loro, mentre il potere centrale è molto coeso al suo interno ed è proprio per questo che sembra un titano impossibile da sconfiggere. Shannon ci fa sentire quanto Paige sia sopraffatta dallo stare al comando, non solo per la responsabilità logorante, ma soprattutto per la fatica di tenere tutto insieme e per l’impossibilità di prendere delle decisioni che siano giuste al cento percento.

Il conflitto, quindi, si estende e dalla Oxford del primo libro si passa alla Londra del secondo per poi raccontare qui anche di Edimburgo e Manchester (e lo sguardo si amplierà ulteriormente nel quarto libro), allargando così lo sguardo sulla presa ferrea e tentacolare di un regime totalitario che non sembra essere mai sazio. In queste situazioni Shannon ci mostra come le stesse problematiche siano affrontate in modi diversi in diversi contesti culturali e di come la resistenza trovi sempre una strada, proprio perché le persone non possono sopportare passivamente oltre un certo punto. Persino chi se la passa meglio si dovrà rendere conto che prima o poi arriverà anche il suo turno di trovarsi dalla parte sbagliata di un manganello, dato che rispetto all’altrǝ, l’altrǝ siamo proprio noi.

A livello di scrittura, come dicevo all’inizio, c’è qualche buchino di trama in più rispetto a L’Ordine dei Mimi, che invece ho letto senza mai un sobbalzo o una messa in discussione, ma stiamo parlando di elementi marginali che hanno più a che fare con piccole smagliature all’interno di specifiche scene che di macroproblemi ripercuotibili sull’intero intreccio, in cui esiste una generale coerenza interna molto forte, il che è forse dovuto anche al fatto che questo è uno dei volumi che Shannon ha rimaneggiato a dieci anni di distanza, aggiustando ciò che non andava e riscrivendo le parti meno credibili. Volendo mantenere gli stessi eventi era possibile che qualcosina non funzionasse. Inoltre, l’autrice è brava fare in modo che siano proprio lɜ personaggɜ a porre le domande riguardo a questioni su cui ci interroghiamo proprio noi che leggiamo e riesce sempre a rispondere in modo credibile sul perché una determinata vicenda vada risolta in un modo preciso invece che in dieci altri possibili. In Il Canto dell’Alba è la componente tecnofantasy a farla da padrona, venendo approfondita e ulteriormente particolareggiata nel corso di questo volume e contribuendo a tratteggiare un worldbuilding fuso indissolubilmente con un sistema magico complesso e diverso da qualsiasi altro.

E a proposito di coerenza interna, anche la relazione tra Paige e Arcturus mantiene lo standard, perché ritrae due persone adulte che provano dei sentimenti l’una per l’altra, ma che hanno ben altro a cui pensare, come la sopravvivenza dei loro e di altri gruppi di appartenenza, per cui agiscono sulla base di ciò che è ragionevole e giusto, piuttosto che in balia dei propri ormoni. Inoltre, ho trovato molto apprezzabile la caratterizzazione di Arcturus Mesarthim che è un essere millenario credibile, non un ragazzetto medio da young adult che per caso ha anche cinquecento anni: il Rettore è saggio, riflessivo, ha sulle spalle esperienze che lo aiutano a prendere decisioni ponderate e mi è piaciuto molto conoscere anche qualcosa del suo passato, perché la sua vita non è retoricamente iniziata quando ha conosciuto Paige, c’è molto altro prima di quel momento. La loro è una delle poche coppie letterarie per cui faccio autenticamente il tifo e alla quale auguro presto circostanze meno avverse, anche se in questo volume avrebbero potuto comunicare un pochino meglio.

La serie de La Stagione delle Ossa si sta rivelando una delle più soddisfacenti che abbia mai letto in vita mia, non solo perché le tematiche trattate mi stanno a cuore e possono aiutarci a trovare una chiave di lettura anche per il difficile momento storico che stiamo vivendo, ma soprattutto perché si sta rivelando una storia avvincente, diversa da qualsiasi altra per ambientazione e sistema magico, e che sta venendo gestita con estrema intelligenza. Se fosse già stato pubblicato il quarto volume, lo avrei già cominciato.

mercoledì 11 marzo 2026

La Falce dei Cieli

  • Titolo: La Falce dei Cieli
  • Titolo originale: The Lathe of Heaven
  • Autrice: Ursula Le Guin
  • Traduttore: Riccardo Valla
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804762812
  • Casa editrice: Mondadori
Trama

A Portland, Oregon, nell’anno 2002 piove sempre e la popolazione soffre di malnutrizione. In Medio Oriente infuria la guerra e il cambiamento climatico ha peggiorato ovunque la qualità della vita. Insomma, l’umanità non ha certo realizzato i propri sogni di pace e benessere. Ma esiste un modo per farlo? E se fosse possibile, sarebbe una benedizione… o una maledizione? È quello che si chiede George Orr, che vede diventare realtà tutto ciò che sogna. Scoperto questo “dono”, il dottor Haber, lo psichiatra che lo ha in cura, tenta di costringere l’uomo a sognare ciò che lui desidera, pensando così di liberare la Terra dai mali di sempre: sovrappopolazione, malattie, conflitti, razzismo… Insomma, di costruire un mondo perfetto. Ma a quale prezzo? Omaggio all’opera di Philip K. Dick, premiato con il Locus nel 1972, La falce dei cieli traccia una visione sorprendentemente profetica del nostro presente e trasferisce in una trama appassionante una profonda riflessione sui temi della realtà e dell’illusione, della possibilità per l’uomo di forgiare il proprio destino, oltre a una discussione su filosofie come positivismo, taoismo, comportamentismo e utilitarismo: «una sintesi rara e potente» ha scritto Theodore Sturgeon «di poesia e scienza, ragione e sentimento».

Recensione e commento

La Falce dei Cieli è stato per me uno dei romanzi più inaspettati di Le Guin che, ormai lo sapete, è un’autrice che io amo alla follia, solo che in questo caso mi ha colpita non per il suo discostarsi dallo stile della produzione sua contemporanea, ma nel ricalcarlo, sebbene questa mia impressione si sia rivelata, a posteriori, esattamente quello che l’autrice intendeva fare dall’inizio.

Infatti, l’ambientazione fantascientifica costituita da una città abbruttita, grigia, sovraffollata, composta da palazzi grigi dai quali non filtra la luce è un richiamo alle ambientazioni orwelliane il che, unito al nome del protagonista, George Orr, chiaro riferimento a George Orwell, contribuisce a far pensare che La Falce dei Cieli sia una critica a 1984 in cui ci fornisce la sua personale visione su determinati fenomeni trattati anche dall’autore britannico.

Un po’ di contesto: il protagonista di La Falce dei Cieli ha la capacità di modificare la realtà tramite i sogni e finisce nelle grinfie di uno psicanalista utilitarista che tramite l’ipnosi si serve di questo dono (o maledizione) per cambiare gli aspetti della realtà che non vanno bene. Immediatamente vengono fermate guerre, la popolazione mondiale viene dimezzata e si pone fine al problema del razzismo rendendo tutte le persone di un unico colore. Man mano che si progredisce nella lettura, appare chiaro che per Le Guin (e in effetti è così) la realtà sia troppo composita e che problemi complessi abbiano bisogno di soluzioni altrettanto complesse, sistemiche, olistiche, non di schiocchi di dita di Thanos, perché se da un lato queste annose problematiche vengono apparentemente risolte, ciò avviene in modo piatto, senza tenere conto di ciò che c’è da salvaguardare nelle condizioni di partenza. La risoluzione drastica e non graduale è dovuta proprio al fatto che viene proposta dall’inconscio di un individuo che sogna un mondo diverso sul quale non ha controllo e appare chiaro che per l’autrice ci sono problemi che non possono essere risolti da un singolo individuo, per quanto dotato di poteri sconfinati, anzi, serve sempre la forza del gruppo. Il tentativo di sottomettere le leggi dell’universo, che sono interconnesse e delicatissime, da parte di uno scienziato che fa un uso smodato della tecnologia è senza dubbio uno dei temi centrali del romanzo, con una critica al mondo occidentale che vuole soluzioni veloci e semplici mentre crea le condizioni per la distruzione del pianeta. 

Allo stesso tempo, l’autrice pone l’accento sull’impossibilità di controllare veramente la mente di qualcuno. In 1984 Orwell propone una storia in cui il lavaggio del cervello sia così totalizzante che si possa arrivare ad amare teneramente il proprio burattiaio, mentre il punto di vista di Le Guin va in contro tendenza (vi giuro, mi sembra di vedere litigare i mei genitori, sono due dei miei autori preferiti), perché George Orr cerca di sfuggire dal suo, non si arrende e anche se all’apparenza è un uomo totalmente nella media, è in realtà dotato di grande forza d’animo e coraggio. Infatti, il subconscio del paziente può essere influenzato dal dottore, ma mai completamente controllato, il che per Le Guin significa che non è possibile suggestionare una mente al cento percento come accade per Orwell.

E tornando proprio a ciò che ho scritto in apertura, ovvero che La Falce dei Cieli mi sia sembrato più canonico come romanzo di fantascienza rispetto al resto della sua produzione, questo a posteriori appare un effetto chiaramente voluto, soprattutto nella scelta dei sostantivi che richiamano alla prosa orwelliana (come Trattamento Sanitario Volontario che ha poco di volontario) oppure nell’ambientazione che ci viene descritta immediatamente come opprimente e angusta. Come sempre, lo stile è asciutto e condensato, riesce a dire tutto in pochissime parole senza dare troppe spiegazioni, per esempio cambiando piccoli dettagli nelle descrizioni dei luoghi quando George Orr cambia il continuum dell’universo aggiungendo e togliendo oggetti che prima ci sono e poi non sono mai esistiti.

Le Guin si dimostra ancora una volta un’autrice che prende in mano la penna solo quando ha davvero qualcosa da dire, anche quando in apparenza è stato già detto tutto. La sua capacità di espandere argomenti apparentemente già esauriti mi lascia estasiata ancora una volta.

venerdì 6 marzo 2026

La Principessa Floralinda e la Torre di quaranta Piani

  • Titolo: La Principessa Floralinda e la Torre di quaranta Piani
  • Titolo originale: Princess Floralinda and the forty-flight tower
  • Autrice: Tamsyn Muir
  • Traduttore: Gabriele Giorgi
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804799993
  • Casa editrice: Mondadori
Trama

Quando la strega ha costruito la torre di quaranta piani, l'ha fatto proprio a regola d'arte. Ogni piano ospita un mostro ripugnante: si va da un drago con le scaglie tempestate di diamanti a un branco di goblin bavosi. Se un principe riuscirà a raggiungere la cima, verrà ricompensato con una spada dorata e con l'adorabile principessa Floralinda. Ma nessun principe è ancora riuscito a conquistare il pianterreno, figuriamoci ad arrivare al quarantesimo. Anzi, a dirla tutta, la scorta di nuovi principi sembra essersi esaurita. E l'inverno sta per intrappolare Floralinda...

Recensione e commento

La fiaba di Raperonzolo è una delle più difficili da rivisitare o cercare di mettere in scena. Per tanto tempo l’impresa sembrava inaffrontabile, solo nel 2001 Mattel è riuscita a soffiare questa principessa a Disney, distribuendo uno dei film di Barbie in cui la protagonista, Raperonzolo, era dotata di un oggetto magico capace di farla uscire dalla torre all’insaputa della matrigna. Disney arriva solo nel 2010, nove anni dopo, con il film Rapulzel, e anche in questo caso, la storia non è basata su ciò che accade nella torre, ma su ciò che succede quando ne esce. Disney, dopo il flop de La Bella Addormentata, accusata di essere una protagonista fin troppo passiva, temeva lo stesso esito anche per una principessa che avrebbe dovuto rimanere rinchiusa ad aspettare di essere salvata e per questo, come Mattel, ha rivoluzionato la storia facendo in modo che si lasciasse la torre alle spalle in fretta.

Muir si inserisce a queso punto, perché fa qualcosa che né Disney né Mattel hanno osato fare: costruisce tutta la storia all’interno della torre e le avventure vissute dalla protagonista, in questo caso Floralinda, sono proprio quelle costituite dai tentativi ed errori che fa per uscirne. Liberarsi dalla prigionia, quindi, non è qualcosa che avviene con uno schiocco di dita o grazie a un salvataggio da parte di un cavaliere con l’armatura scintillante, ma un vero e proprio percorso interiore.

E a proposito di percorsi interiori, la storia si presta anche a questa chiave di lettura, ovvero quella secondo cui la torre rappresenterebbe la mente di Floralinda popolata da mostri che lei e soltanto lei può davvero combattere e sconfiggere. In questo senso, tutto ciò che si trova dentro la torre è una rappresentazione di quello che c’è dentro di lei, in positivo o negativo che sia. Le arance, il pane, l’acqua e il latte sono le risorse che ha sempre a disposizione e sono rinnovabili. Tecnicamente baserebbero per sopravvivere, se Floralinda si accontentasse di starsene rinchiusa al quarantesimo piano senza mai desiderare altro o di più, ma così non è e quello spazio diventa presto troppo angusto. Armata di una grande dose di coraggio, decide di scendere e usa le risorse che ha per liberarsi via via dei mostri che incontra. Non sempre le basta ciò che ha a disposizione sul momento, ma con l’esperienza impara che può usare anche quello che pensava di non avere e che l’allenamento le rende più semplice affrontare difficoltà che all’inizio del suo viaggio le sarebbero sembrate insormontabili. Anche la fatina Ragnatela, che apparentemente potrebbe sembrare un elemento magico messo lì per risolvere i problemi con ondeggiando una bacchetta magica, è in realtà un Grillo Parante che incarna la vocina nel nostro cervello, quella che indica il modo giusto di affrontare un problema, ma è anche la fastidiosa parte del nostro cervello che ci sussurra che non valiamo niente, che nessuno ci vuole bene e che non ce la faremo. Pure in questo senso, la pratica insegna a Floralinda ad ascoltare solo ciò che serve, ignorando le cattiverie che non le sono utili e non la porterebbero da nessuna parte. Ragnatela le insegna che solo i desideri realistici sono realizzabili perché solo quelli su cui lei stessa lavora, a volte inconsapevolmente, e che costituiscono i piccoli pezzettini che la porteranno al coronamento del desiderio più grande: la libertà.

Per tutti questi motivi, Floralinda è solo apparentemente un personaggio monodimensionale, perché in realtà la sua psicologia è molo sviluppata, solo che è “esterna”, incarnata dall’ambientazione, piuttosto che “interna” e messa in scena da flussi di coscienza o elucubrazioni. Muir usa la fiaba di una principessa che aspetta di essere salvata proprio per sbobinare il meccanismo psicologico del “nessuno verrà a salvarti”, secondo il quale noi soltanto abbiamo davvero il potere di agire per cambiare le circostanze in cui ci troviamo, nessun principe, fatina, strega (e persino nessun* terapeuta) potrà fare questo lavoro al posto nostro, al massimo potrà tenerci per mano e fare un pezzo di strada con noi.

Veniamo alle note dolenti, dato che la perfezione non è di questo mondo. La Principessa Floralinda e la Torre di quaranta Piani parte da un’idea intelligente e coraggiosa e segue un po’ il filone di libri come Once more upon a time o Il Fuso scheggiato, che sono tutti libri molto brevi che cercano di attualizzare storie antichissime accompagnandole con un tono scanzonato e spesso lasciando che elementi del mondo primario si intrufolino. Questo piccolo retelling non fa eccezione, ma si infiacchisce un po’ via via: i mostri diventano sempre più semplici da combattere, forse troppo, e se questo ha un senso dal punto di vista della crescita psicologica di Floralinda, che smette di piangersi addosso, è anche vero che toglie tensione narrativa e manca di climax, soprattutto quando interi gruppi di mostri vengono sconfitti tutti nello spazio di una pagina senza delle vere difficoltà. Forse diminuire il numero di livelli della torre in cui dover affrontare i propri demoni mantenendo lo stesso numero di pagine avrebbe consentito di approfondire leggermente di più e l’effetto sarebbe risultato meno frettoloso e più organico da leggere.

La Principessa Floralinda e la Torre di quaranta Piani si rivolge a quella fetta di pubblico che ha apprezzato libri come Once more upon a time o Il Fuso scheggiato perché vi si allinea sia come contenuti che come tono e registro. È un racconto divertente ma che si presta comunque a due diversi livelli di lettura. Peccato solo per il finale sfilacciato, ma è un libro che letto nella giusta predisposizione d’animo può regalare grandi sorprese.

venerdì 13 febbraio 2026

A Reaper at the Gates - Un Assassino alle Porte

  • Titolo: A Reaper at the Gates - Un Assassino alle Porte
  • Titolo originale: Reaper at the Gates
  • Autrice: Saba Tahir
  • Traduttrice: Francesca Sassi
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788834747049
  • Casa editrice: Fanucci
Trama


Dentro e oltre i confini dell’Impero, l’ombra della guerra incombe sempre più minacciosa.
Helene, l’Averla sanguinaria, cerca disperatamente di proteggere la vita di sua sorella e di tutti gli abitanti dell’Impero. Ma è consapevole dei pericoli che la circondano: l’imperatore Marcus, perseguitato dal suo passato, diventa sempre più instabile e violento, mentre Keris Veturia, la spietata comandante, sfrutta la volubilità dell’imperatore per accrescere il proprio potere, senza curarsi della carneficina che lascia dietro di sé.
Laia, dal canto suo, sa bene che il destino del mondo non dipende solo dalle macchinazioni politiche della corte dell’Impero marziale, bensì dal fermare una volta per tutte il Signore della notte. Si dirige quindi a Marinn per radunare un’armata che combatta al fianco della resistenza, ma lungo la strada deve affrontare minacce inaspettate da parte di coloro che credeva l’avrebbero aiutata.
Elias, invece, è intrappolato nella terra tra i vivi e i morti, dove ha rinunciato alla sua libertà per aiutare la Traghettatrice di anime. Ma accettare questo destino per il bene dell’umanità significa arrendersi a un antico potere che esige la sua completa devozione: abbandonerà quindi Laia, la donna che ama, oppure seguirà il suo cuore lasciando che il resto del mondo ne paghi le conseguenze?

Recensione e commento

Tra miliardari pedofili cannibali e genocidi sparsi in varie parti del mondo, il periodo storico che stiamo vivendo lascia pochi spiragli di speranza e supera persino l’immaginazione sfrenata di un’autrice fantasy come Sabaa Tahir.

In questo terzo e penultimo libro della serie assistiamo a eventi che sono quanto di più diametralmente opposto esista in merito all’escapismo, perché le frasi che risuonano con il contesto attuale, i paragrafi che sembrano usciti dalle cronache dei giornali pubblicati dieci anni dopo la prima tiratura del romanzo non si contano e addirittura la violenza di una guerra inventa è più sopportabile di un qualsiasi telegiornale di questi giorni.

Cosa fare quando il male sembra invincible, sempre dieci passi avanti a chi cerca di fermarlo, come provare ad arrestare un fiume con le proprie mani? L’autrice prova a darci la sua visione, intessendo una trama ricchissima di eventi, in cui ogni volta che sembra arrivare a scioglimento, riserva un antagonista che aveva già previsto le azioni che sarebbero state poste in atto per bloccarlo e che colpisce con il pugno di ferro, schiacciando completamente la speranza e frantumando l’idea di controllo dei protagonisti.

Per quanto riguarda loro, ciascuno ha a questo punto sviluppato dei poteri peculiari che sono alcuni di quelli di cui abbiamo bisogno anche noi nel mondo primario, come quello di Hel, l’averla sanguinaria, braccio destro di un impero fortemente militarizzato e che come stratega e soldata dovrebbe avere un occhio spietato e utilitarista, ma finisce con l’acquisire un potere di guarigione che la lega indissolubilmente con le persone che soffrono. L’empatia è qualcosa che lei pensa di non potersi permettere, ma noi sappiamo benissimo che è la sola arma che abbiamo in questi tempi oscuri, che ci serve proprio per non voltarci dall’altra parte, nell’indifferenza. Al contrario, Elias, che svolge invece un ruolo al servizio dell’umanità, ne esce anestetizzato, perché la somma della sofferenza di ogni individuo è obiettivamente schiacciante. Laia, invece, è colei che appartiene alla minoranza presa di mira, sterminata per vendetta, schiavizzata, umiliata e che non ha un altro posto dove andare, sviluppa il solo potere che può aiutarla a sopravvivere e che al tempo stesso simboleggia anche la condizione in cui verte la sua gente: quello dell’invisibilià.

Infatti, tra interessi personali, ricerca del potere e autoconservazione, i potenti stanno solo pensando a spartirsi la torta, invece di intervenire efficacemente quantomeno facendo fronte comune davanti a una minaccia collettiva. Anzi, in guerra i guadagni personali diventano ancora più ingenti (se vi suona familiare, immagino che non sia un caso) e chi sta in cima alla piramide fa così paura che persino i Paesi vicini hanno paura a dare asilo ai profughi (di nuovo: se vi suona familiare, immagino che non sia casuale).

A livello di trama, gli eventi sono la continuazione naturale dei due romanzi precedenti e obiettivamente, non è un libro perfetto, se devo mettermi a fare le pulci va detto che a livello narrativo probabilmente è un po’ ridondante, alcune cose sono lievemente tirate per i capelli, oltre al fatto che le voci protagoniste sono molto uniformi, al punto che quando sono assieme sulla scena nello stesso capitolo si fatica a tenere a mente chi stia parlando, ma in fondo stiamo parlando di difetti minori. Non è per questo che A Reaper at the Gates - Un Assassino alle Porte è difficile da leggere. È difficile perché racconta di un mondo troppo simile al nostro, ma che trova comunque un mondo per tenere acceso il lumicino della speranza, qualcosa che nella realtà non riusciamo più a fare: stiamo per arrenderci se non lo abbiamo già fatto, invece di perseverare nella nostra indignazione.

Questo non è un fantasy escapista, ma forse abbiamo bisogno di prendere spunto da opere come questa per trovare la magia che ci possa aiutare a correggere le storture del nostro mondo e continuare a lottare per il bene, anche quando il male sembra insormontabile e invincibile.

Heartless

Titolo: Heartless Titolo originale: Heartless Autrice: Marissa Meyer Traduttrice: Maria Carla Dallavalle Lingua originale: inglese Codice IS...