- Titolo: La Morte dell’Autrice
- Titolo originale: Death of the Author
- Autrice: Nnedi Okorafor
- Traduzione di: Matteo Curtoni & Maura Parolini
- Lingua originale: inglese
- Codice ISBN: 9788804804277
- Casa editrice: Mondadori
Trama
Zelu è sempre stata la pecora nera della famiglia: mentre le sue sorelle hanno scelto carriere di successo, lei si è dedicata anima e corpo alla scrittura e, da quando un incidente l'ha costretta sulla sedia a rotelle, deve pure vivere coi genitori iperprotettivi e giudicanti. Senza lavoro, senza prospettive e con un manoscritto rifiutato per l'ennesima volta, Zelu decide di rischiare il tutto per tutto: scrivere il libro che ha nel cuore, non quello che pensa potrebbe vendere. Il risultato è molto diverso dai suoi precedenti: è un'epopea ambientata in un futuro dove androidi e intelligenza artificiale si fanno la guerra tra le rovine della civiltà umana. Quando Zelu condivide il suo strano scritto, non sa ancora che sta per intraprendere un viaggio straordinario. Da Chicago a Lagos fino ai confini dello spazio, il romanzo di Zelu cambierà non solo il destino dell'umanità, ma anche dei robot che verranno dopo. Sorprendente, ironico e profondo, La morte dell'autrice racconta la parabola di una donna emarginata che rischia tutto per farsi ascoltare, in una girandola di amore e perdita, successo e fallimento, e di universi che si mescolano e si confondono. Perché a volte la scrittura ha davvero il potere di cambiare il mondo.
Recensione e commento
La Morte dell’Autrice è uno dei libri più belli del 2026. Non solo è sul podio: se non è al primo posto, è al massimo al secondo e capirete bene che è questo il motivo per il quale questa recensione non sarà nemmeno vicina a descrivere la qualità eccelsa di questo romanzo.
Partendo dal genere, si tratta di una fantascienza che fino a un certo punto del libro potrebbe persino passare per narrativa non di genere: la tecnologia coinvolta è di un tipo che non è per niente lontana da quella che utilizzata da noi oggi, ci sono alcuni indizi che appaiono gradualmente che ci fanno capire che la vicenda non i svolge ai giorni nostri ma appena oltre il nostro tempo (tipo quando viene detto che l’umanità è sopravvissuta all’epoca Trump. Qua siamo vicini all’ucronia). Non posso svelarvi troppo su questo punto, perché andando verso la fine tantissimi pezzi vanno al loro posto e cambiano la prospettiva della storia. Quello che vi posso dire, è che Zelu, la protagonista, è una naijamericana e per questo divisa tra due culture. La sua famiglia, numerosa, ha tantissimi lati positivi, è unita, unitissima, forse troppo, perché non esistono decisioni individuali, praticamente qualsiasi cosa viene discussa collettivamente e decisa assieme. Qualsiasi cosa Zelu decida da sola, ascoltandosi e scegliendo per sé stessa ciò che la fa stare bene è sempre fonte di senso di colpa e di pressione da parte della sua famiglia, anche, o forse specialmente, per quanto riguarda la sua disabilità.

Zelu viene colpevolizzata per la sua condizione perché non è nata tetraplegica, lo è diventata a seguito di un incidente che, secondo la sua famiglia, sarebbe stato evitabile se solo lei fosse stata dove ci si aspettava che fosse. La sua tetraplegia, culturalmente parlando, è una maledizione di qualche spirito che l’ha presa di mira, e nonostante questo a Zelu non viene perdonato il fatto che lei prima accetti la sua disabilità, la viva con naturalezza e come semplicemente lo stato delle cose, e ancora meno che lei, quando ne ha la possibilità provi non a superare la sua disabilità, perché è qualcosa che non è fisiologicamente possibile, ma a viverla cercando di essere ancora più indipendente per il semplice motivo che la società ha disegnato per lei un quadrato in cui deve stare e non ci si aspetta che ne esca. Non va mai bene nulla: se è disabile e dipendente dalla famiglia non va bene, se si fa costruire un esoscheletro che le consenta di andare dove vuole non va bene, se lavora non va bene, se rimane disoccupata non va bene. Anche l’idea di successo è estremamente rigida, perché ha strettamente a che fare con la retribuzione economica e il prestigio sociale, ma nulla a che fare con la soddisfazione e le inclinazioni personali, infatti quando Zelu diventa un’autrice best seller milionaria, la sua famiglia non sa come elaborare la notizia, non è interessata a leggere l’opera della sua consacrazione, non la capisce e non apprezza il fatto che lei stia sotto i riflettori, invece di scegliere un lavoro normale come l’avvocatura o la medicina. Il suo successo viene costantemente sminuito o ridimensionato. L’indipendenza di Zelu è qualcosa che ho amato profondamente, perché ci si aspetta sempre che lei si comporti in un modo mentre lei fa sempre il contrario non per provocazione ma perché è come si sente di agire. Zelu non è niente di quello che vorrebbero che fosse: è una donna disabile sessualmente attiva, fumatrice di erba, che si rifiuta alla grande di farsi infantilizzare, ne consegue che decide per sé stessa e non ha peli sulla lingua, anche a costo di rimetterci, anche se la cosa la fa soffrire, perché persino un’anticonformista come lei vorrebbe solo amore e comprensione da parte dei suoi affetti.

L’esperienza del corpo è centrale in La Morte dell’Autrice e lo è sia nella vita di Zelu, come donna disabile sempre sotto l’occhio vigile delle persone che ha attorno, che vorrebbero che lei non fosse disabile ma che non le perdonano il fatto che lei cerchi di affrancarsi dalla condizione di dipendenza nei confronti della sua famiglia. Le scene in cui Zelu prova l’esoscheletro che deve metterla in piedi dopo decenni passati in sedia a rotelle sono da manuale: non ho solo letto delle parole su una pagine, le ho proprio vissute, ho sentito il capogiro della gravità inesorabile che la attraeva verso il basso per la prima volta dopo quindici anni, ho sentito il dolore alla schiena fino al punto della frattura e soprattutto, durante l’intero corso del libro, l’esoscheltro non le dà super poteri. Certo, potenzia molte funzioni e la toglie da tantissime situazioni scomode, ma Zelu deve costantemente stare attenta a non inciampare, a mantenere l’equilibrio, a concentrarsi per non sbattere. È un oggetto che diventa un prolungamento di lei, fino a salvarle anche la vita a un certo punto, ma che ha dei limiti. Eppure, quando Zelu si avvale della scienza per migliorare la sua vita viene giudicata negativamente da tutti, sia dalla sua famiglia, sia dalla tribù dei social, che diventa a tutti gli effetti un’altra famiglia che spia ogni sua mossa, la controlla, la usa come simbolo o la strumentalizza, la esalta o condanna per le sue scelte, perché alla fine il mondo non le perdona proprio questo: che le sue scelte siano sue e basta, senza che vengano messe ai voti. Uno strumento qualsiasi che possa aiutarla a migliorare la sua qualità di vita, ad esempio l’esoscheletro o le auto a guida autonoma, viene costellato da dietrologie e complotti, quando letteralmente chiunque altro sulla terra ha la stessa dipendenza dalla tecnologia, dato che è ormai impossibile vivere disconnessi. Solo che quando ad appoggiarsi alla tecnologia è una persona qualsiasi si chiama progresso, quando lo fa una persona disabile le viene detto che sta andando contro natura.

Anche nel suo libro, Rusted Robots, l’esperienza del corpo è al centro. Si tratta di un romanzo sci-fi che noi leggiamo inframmezzato alla storia di Zelu, un libro nel libro, e racconta di un mondo in cui l’umanità si è estinta e la terra è popolata da robot, alcuni dei quali scelgono di abitare un corpo fisico, che quindi essendo meccanico può essere di qualsiasi foggia, altre decidono di essere solo IA perché trovano limitante l’esperienza del corpo. In questo romanzo nel romanzo assistiamo a discorsi interessantissimi su come non sia vero che il mondo fisico sia un limite, perché le IA esistono solo dove prima sono esistiti i corpi, possono andare solo dove altre sono già state, mentre i corpi possono sfidare sé stessi fino ad arrivare in mondi dove l’umanità prima e l’automazione poi non sono mai state.
Un altro aspetto della corporalità è il cibo, onnipresente. In tutte le riunioni di famiglia ci sono traboccanti piatti di cibo colorato e fragrante, ogni pietanza serve a descrivere stati d’animo, controllo, celebrazione e mille altre cose, mostrando che, in effetti, il corpo non è solo una cosa che ci porta in giro su due gambe, ma può fare molte altre cose, come farci sentire i sapori della nostra infanzia, il conforto dopo un brutto momento o ancora se si tratta di accudimento o manipolazione emotiva.

Infine, c’è il concetto di arte. Zelu scrive un romanzo che la consacra come autrice, una storia per la quale non è disposta a scendere a compromessi né con l’editore, né con il pubblico. Opera che viene fraintesa, strumentalizzata o piegata alle esigenze di mercato. Come ci si aspetterebbe, in Rusted Robots ci sono dei frammenti di lei, della sua psicologia, dei piccoli episodi della sua vita. Il ribaltamento arriva a questo punto, perché la vita di Zelu inizia ad assomigliare sempre di più alla storia che ha raccontato nel romanzo dopo che questo è stato pubblicato, non viceversa, come accade spesso quando si scrive di una vicenda apparentemente autobiografica. Questo concetto viene estremizzato per fare capire a noi che leggiamo che il nostro rapporto con l’arte non è mai a senso unico: mentre noi plasmiamo l’arte, l’arte plasma noi. È un dare e avere continuo ed è per questo che l’umanità non smetterà di creare nemmeno con l’avvento dell’IA.
La Morte dell’Autrice per me è un libro perfetto, non ho trovato un difetto nemmeno cercandolo con il lanternino, non avrei cambiato una parola e non ho mai avuto problemi con la sospensione dell’incredulità. Per me uno dei libri migliori dell’anno e non posso che consigliarvelo senza riserve.