mercoledì 17 luglio 2024

Il Famiglio

  • Titolo: Il Famiglio
  • Titolo originale: The Familiar
  • Autrice: Leigh Bardugo
  • Traduttrice: Roberta Verde
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804787204
  • Casa editrice: Mondadori
Trama


In una Madrid diventata da poco capitale del Regno e pervasa dalla furia controriformistica dell'Inquisizione, la giovane Luzia Cotado, conversa orfana di entrambi i genitori, cerca di sopravvivere come meglio può, nascondendo a tutti le sue origini e, soprattutto, la sua capacità di compiere milagritos, piccole magie. Un giorno, però, la signora della casa presso la quale presta servizio si accorge del suo dono e di lì in poi la obbliga a farne sfoggio davanti ai suoi ospiti, nel patetico e disperato tentativo di migliorare la posizione sociale della sua famiglia ormai decaduta. Ma quello che inizia come un semplice divertimento per nobili fiacchi e annoiati prende ben presto una piega pericolosa perché Luzia attira l'attenzione di Antonio Pérez, ex segretario ora in disgrazia di Filippo II. Per riconquistare il favore del re, ancora provato dalla sconfitta della sua armada, Pérez decide di indire un torneo per trovare un campione che diventi l'arma decisiva nella guerra estenuante contro la regina eretica d'Inghilterra. Determinata a cogliere l'unica possibilità che la vita sembra volerle offrire per migliorare la sua condizione, Luzia si immerge in un mondo popolato da veggenti e alchimisti, bambine sante e imbroglioni, dove i confini tra magia, scienza e inganno sono tanto labili quanto incerti. Con il crescere della sua notorietà, però, aumenta di pari passo il rischio che i suoi segreti vengano scoperti. Per non finire nella morsa dell'Inquisizione, la giovane conversa dovrà quindi agire d'astuzia, accettando persino l'aiuto di un uomo misterioso temuto da tutti, Guillén Santángel, a sua volta custode di verità che potrebbero rivelarsi letali per entrambi. Nel "Famiglio", Leigh Bardugo tesse una narrazione dove al racconto storico si intrecciano il realismo magico e una storia d'amore emozionante.

Recensione e commento 

Se date un’occhiata su questo blog scoprirete che per Leigh Bardugo ho scritto le recensioni più entusiastiche e quelle più avvelenate. È un’autrice che stimo tantissimo come persona (non senza una certa dose di bias di proiezione da parte mia) ma che come scrittrice ha saputo deludermi varie volte.

In questo scenario dicotomico, dove si colloca Il Famiglio? Quando ho iniziato la lettura, assieme a Rossella e Giorgia, siamo state subito concordi che con pochissime parole Bardugo fosse riuscita a catapultarci nella Spagna del Seicento, ho trovato la sua prosa veramente magistrale, con un grande dono della sintesi e che per questo motivo non aveva bisogno di dilungarsi in descrizioni e digressioni prolisse per evocare immagini chiarissime. Un’altra cosa che ho notato immediatamente è stato l’uso della focalizzazione interna mobile con narratore onnisciente, sintomo di una penna ormai matura che non ha bisogno di scrivere attraverso i tanto in voga capitoli dal punto di vista di una o l’altro per farci sapere cosa provano.

Eppure, più andavamo avanti con la lettura e più ci sembrava puramente un esercizio di maniera, perché la trama in sé non valeva la pena: la storia della ragazza dall’aspetto ordinario con poteri straordinari che vuole di più dalla vita e che viene notata da un essere immortale Bardugo l’ha già scritta. E allo stesso modo di questo libro, anche la serie del Grishaverse parla delle persecuzioni degli Ebrei in Europa. Per cui capirete che più andavo avanti più mi sembrava un autoplagio e perdevo interesse*. Infatti, per quanto la prosa sia complessa e adatta a un publico adulto, la trama è degna del più trito degli young adult perché lo studio è limitato all’epoca storica e non si estende a intreccio e personaggi. I buchi di trama sono tantissimi e sono tutti finalizzati a fare in modo che l’interesse amoroso possa arrivare a compimento (anche se personalmente non ho sentito nessuna chimica tra la protagonista e il suo love interest). 

Se devo citarne alcuni, mi viene in mente per esempio che Luzia lavora per una famiglia di nobili che però non sono sufficientemente abbienti da avere una servitù assortita, possono permettersi solo una cuoca mediocre e una sguattera (Luzia, appunto), la quale dice di non potersene andare. In tutto il romanzo non mi era chiaro perché non potesse, non veniva dato un motivo credibile: se voleva guadagnare di più perché non cercare un altro lavoro presso un’altra famiglia? Inoltre, Luzia ha dei poteri magici che le consentono di fare varie cose, fra cui moltiplicare gli oggetti. Non è in grado di moltiplicare denaro o pietre preziose, ma allora perché non moltiplicare cose come, che ne so, pomodori e venderli per ricavare più soldi? Perché utilizzare questo potere solo per gli altri e non per sé stessa, dato che veniva detto costantemente che volesse di più dalla vita che morire di fatica per il lavoro? Mi è sembrato che si tentasse costantemente di farla sembrare più miserabile di quanto fosse necessario solo perché farla partire da una condizione di estremo svantaggio ci avrebbe fatto tifare di più per lei, ma per quanto mi riguarda non è successo proprio perché non trovavo mai credibile quello che diceva. 

In più, siamo nell’epoca d’oro dell’Inquisizione Spagnola, quindi un momento di grande paura per persone come la nostra Luzia (e non solo, dato che agli inquisitori bastava una scusa qualsiasi per perseguitare chiunque gli facesse comodo), che non solo ha dei poteri magici, ma è anche una giudaizzante. Ebbene, in questo clima in cui dovrebbe regnare il terrore di essere scoperta, Luzia usa i suoi poteri per qualsiasi cosa, anche per alleggerire un secchio pieno o rammendare un vestito, moltiplicando sempre di più il rischio di essere scoperta e una volta che questo avviene, si scopre che esiste un torneo che è fondamentalmente una gara di magia che però deve essere mascherata da miracolo cristiano . Insomma, indicono una gara di stregoneria durante il periodo dell’Inquisizione e più leggevo più mi sembrava tutto tirato per i capelli. 

Anche la questione dei poteri è trattata in base a come fa comodo nella situazione, perché talvolta viene detto che Luzia è potente potentissima, ma poi a volte non riesce a scappare da una prigione da sola e aspetta che arrivi il principino a salvarla, talvolta riesce a riportare in vita le persone dalla cenere. Non ha un potere raccontato in modo organico e coerente, è tutto sempre funzionale a cosa fa comodo per l’interesse amoroso e a quello si sacrifica tutta la verosimiglianza. 

Il finale è solo l’ultima in ordine cronologico delle cose che non hanno senso. Non vi faccio spoiler nel dettaglio, vi dico solo che il sistema magico ci ha spiegato delle cose che però qui non hanno riscontro e non c’è stato uno scioglimento che invece avrebbe dovuto esserci. 

In conclusione, non sentivo l’esigenza di questo libro di Bardugo, manca totalmente il ritmo e manca proprio un movente narrativo credibile. L’autrice ha fatto il compitino. Un vero peccato che non avesse una storia adatta alla prosa con cui l’ha raccontata e temo che ormai non sia più vero che di suo leggerei anche la lista della spesa.

 *"Grisha" è uno slur in russo per le persone ebree e tutta la serie del Grishaverse è una riscrittura in chiave fantasy delle persecuzioni nell’Europa dell’Est e in quella continentale.

giovedì 11 luglio 2024

Yellowface

  • Titolo: Yellowface
  • Titolo originale: Yellowface
  • Autrice: Rebecca F. Kuang
  • Traduttrice: Giovanna Scocchera
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804777533
  • Casa editrice: Mondadori
Trama


Che male può fare uno pseudonimo? Juniper Song ha scritto un libro di enorme successo. Però forse non è esattamente chi vuole far credere di essere. June Hayward e Athena Liu, giovani scrittrici, sembrano destinate a carriere parallele: si sono laureate insieme, hanno esordito insieme. Solo che Athena è subito diventata una star mentre di June non si è accorto nessuno. Quando assiste alla morte di Athena in uno strano incidente, June ruba il romanzo che l'amica aveva appena finito di scrivere ma di cui ancora nessuno sa nulla, e decide di pubblicarlo come fosse suo, rielaborato quel tanto che basta. La storia, incentrata sul misconosciuto contributo dei cinesi allo sforzo bellico inglese durante la Prima guerra mondiale, merita comunque di essere raccontata. L'importante è che nessuno scopra la verità. Quando però qualcosa comincia a trapelare, June deve decidere fino a che punto è disposta a spingersi pur di mantenere il proprio segreto. Un romanzo spassosamente tagliente che parla di diversità, razzismi, privilegi e appropriazione culturale. E dei limiti che non si dovrebbero mai superare.


 Recensione e commento

Vi ricordate di quando nel 2021 era venuto fuori lo scandalo dello sfruttamento dei lavoratori da parte di Grafica Veneta? C’era stato un piccolo terremoto in tutto il settore dei social media che parlavano di libri, ma poi non se n’è più saputo nulla. O sbaglio?

Yellowface parla di questo: di come il mondo dell’editoria sia ingiustamente romanticizzato ma sia sotto sotto pieno di criticità dettate dal consumismo più becero che vengono giustificate con la storiella della libertà artistica, panacea di tutti i mali. Questo romanzo è arrivato nella mia vita nel momento perfetto, quello in cui mi sentivo totalmente disillusa e disinnamorata della letteratura, che pensavo avrebbe salvato il mondo e invece è guidata dagli stessi dogmi del fast fashion. 

Nell’ambiente editoriale, che da fuori viene percepito come idilliaco, ci troviamo davanti June, una protagonista opinabile (ne parliamo dopo) laureata in una delle migliori università statunitensi con delle pubblicazioni già all’attivo, ma che non è mai riuscita a sfondare veramente. La sua frustrazione alimenta l’invidia verso Athena, un’autrice che invece ce l’ha fatta e sforna solo best seller. Le cose cambiano nel momento in cui Athena muore tragicamente e June riesce a mettere le mani sulla bozza di un manoscritto che racconta la storia prima dei soldati e poi dei lavoratori cinesi e del contributo che hanno dato agli Stati Uniti. Ora seguitemi, perché c’è una matassa da sbrogliare: June spaccia il manoscritto come proprio, ci lavora colmando i vuoti e cambiando delle determinate scene. Questa è la narrazione lineare dei fatti, ma poiché il libro è interamente raccontato dal suo punto di vista assistiamo a tutte le giustificazioni che accampa per farci sapere che no, non ha plagiato nulla, sarebbe stato un peccato che un libro del genere non vedesse mai la luce e che comunque è tanto suo quanto di Athena perché ci hanno equamente lavorato dato che lei ha studiato tutto sull’argomento. È la pallina sul piano inclinato che diventa impossibile da fermare e vediamo June fare esattamente il contrario di quello che diceva Ursula K. Le Guin. Secondo Le Guin scrivere significava mentire per raccontare la verità: June, invece, riesce a mentire anche quando dice la verità. Riesce sempre a manipolare i fatti a suo favore  (almeno nella sua testa) e non è mai credibile, per esempio cambia il suo nome in “Juniper Song”, che è effettivamente il suo secondo nome, datole da sua madre come reminiscenza di una fase hippy, ma ciò fa sì che il pubblico la percepisca come autrice di discendenza asiatica e inevitabilmente si sentirà preso in giro quando scoprirà che non è così (tipo quando scopri che il “formaggio grattugiato senza lattosio” è lo stesso identico formaggio che viene venduto a un euro un meno perché dopo un tot di stagionatura il lattosio decade naturalmente. Il marketing non ha mentito scrivendo "senza lattosio", ma ha fatto comunque credere al consumatore qualcosa di sbagliato). 

Eppure, non è solo colpa di June, perché per quanto quello che commette sia moralmente sbagliato (e spesso anche illegale) sono numerose le occasioni in cui potrebbe essere fermata. Ci sono dei problemi strutturali che esulano dall’esperienza di June, a cominciare dal fatto che spesso editor e correttori di bozze non sempre hanno la preparazione sufficiente per mettere le mani su determinate storie. I tagli al manoscritto di Athena sono indiscriminati e vanno spesso a toccare delle scene chiave e importanti per la categoria presa in esame, oppure vengono aggiunte delle dinamiche che nella cifra totale del libro fanno sugarcoating nello stesso modo in cui spesso le storie che raccontano la Shoah vanno a finire a tarallucci e vino perché l’americano buono di turno arriva a salvare lo sfortunato ebreo prima che cada nelle mani dei nazisti. Il meccanismo che viene messo in atto è esattamente quello, tutto finalizzato a non fare sentire in colpa il pubblico. Inoltre, June rifiuta la sensitivity reader, che sarebbe una persona appartenente alla categoria di cui si parla che avrebbe il compito di trovare un eventuale sguardo razzista (anche involontario) nella rappresentazione. Ho notato che in Italia il sensitivity reader viene percepito come “un non voler offendere nessuno”, quando in realtà il suo compito sarebbe quello di assicurarsi che la storia sia credibile (mi è capitato di leggere storie con personaggi gender-fluid che non avevano una rappresentazione offensiva: avevano una rappresentazione che semplicemente non aveva senso e non stava in piedi) per cui mentre June ci racconta tutto il processo di editing, dei tagli, delle aggiunte e dei cambi, io mi mettevo le mani in testa sapendo che sarebbe stata una catastrofe, perché autrice-ladra e editor possono essersi informate sui fatti storici in sé, ma non sul modo corretto di raccontarli, spogliandosi della visione occidentale. E infatti, quando finalmente il libro esce, per quanto sia stato un enorme successo editoriale, riceve esattamente le stesse critiche che avrei mosso io se avessi davvero letto il romanzo pubblicato da June. Il processo di editing tratta il lettore implicito di June come uno smidollato incapace di informarsi e per il quale il messaggio deve essere predigerito. Il manoscritto di Athena prevedeva che chi leggesse facesse uno sforzo cognitivo per capire al meglio la storia, mentre l’obiettivo adesso viene cambiato e per allargare il pubblico (ergo, vendere di più) il libro viene semplificato e spiegato. 

Tutti i tagli indiscriminati al manoscritto senza un’alzata di sopracciglia da parte di June dimostrato la sua totale mancanza di attaccamento alla storia che racconta. Il suo flusso di coscienza quando si parla della pubblicazione di un grande best seller si concentra su quanto potrà guadagnarci, sul prestigio sociale, sullo scalare delle gerarchie, sul domandarsi se verrà prodotto un film e sul fare parte di un'élite. La questione del profitto è comprensibile nella misura in cui si considera la scrittura un lavoro come tutti gli altri, con il quale giustamente ci si può mantenere, e fin qui va tutto bene, ma personalmente i miei genitori mi hanno insegnato che quando si viene pagati per qualcosa, allora la si deve fare bene, e June questo non lo fa. Al contempo il clima di pressioni sociali per continuare a pubblicare, per produrre sempre di più e non scendere dalla cresta dell’onda scoperchia un vaso di Pandora che mostra tutte le ipocrisie di un ambiente che dall’esterno sembra vergine ma che all’interno presenta ogni singola criticità del consumismo. In editoria, come in qualsiasi altro ambito, conta solo vendere, a qualsiasi costo: si salta su qualsiasi treno, senza limiti morali (se vi ricorda la pubblicazione del libro di Vannacci da parte di Piemme immagino che non sia un caso). È un ambiente in cui la verità non ha nessuna importanza e spesso si banchetta sui cadaveri ancora fumanti, infatti, quando la questione del plagio viene fuori (perché inevitabilmente viene fuori) si scatena il putiferio sui canali social dove blogger, tiktoker, bookstagrammer si scatenano, ma sono anche gli stessi editori a mungere la mucca finché sanguina pubblicando nella stessa linea editoriale libri che affermano cose diametralmente opposte. 

Yellowface è un libro che parla di persone problematiche, perché per quanto sia raccontato dal punto di vista di June, che copia un libro e ruba letteralmente una storia, i problemi del settore non sono certo iniziati con lei ed è impossibile risalire a chi sia il solo e unico responsabile. Gli editori non sono esenti da bias cognitivi culturali e non solo propinano stereotipi nei libri che pubblicano, ma trattano anche scrittori e scrittrici di categorie marginalizzate come dei token da sfoderare quando c’è da appuntarsi sul petto la medaglia della diversità. Scrittori e scrittrici di etnie diverse si riducono a delle quote che non devono superare una certa soglia e che non possono scrivere di quello che vogliono, ma devono parlare esclusivamente della loro marginalizzazione, anche quando non esiste. Kuang, in sostanza, ci racconta una storia in cui ci sono solo colpevoli: June è la prima colpevole perché ruba il lavoro di un’autrice morta e si giustifica in ogni modo possibile. Eppure, nonostante sia una narratrice inattendibile che si contraddice spesso, ci rende suoi complici facendoci tifare per lei. La protagonista sbaglia, questo è oggettivo, ma poi arrivano le shitstorm, le minacce di morte, le illazioni, e alla fine tutta questa sete di sangue del pubblico non porta a nulla perché, di nuovo, la verità non conta: è lo scandalo che fa salire le vendite e quindi ben venga, nella sostanza nulla cambia. Anche questo è qualcosa che abbiamo visto tantissime volte, nei miei cinque anni di blog ho assistito a decine di blogger che copiavano le recensioni e davanti all’evidenza non hanno mai porto scuse e hanno continuato in modo totalmente indisturbato. Dopo un po’ si smette di parlarne per passare a un altro argomento più in voga che faccia trend in quel momento e non ci sono mai delle reali conseguenze per i colpevoli. Questo mi fa rabbia e Kuang capisce e veicola questo sentimento, mi prende per mano e mi mostra che a nessuno interessa davvero, perché finché l’editore può fare soldi è disposto a pubblicare anche i libri inchiesta che gli danno contro e se pensate che sia paradossale, pensate a tutte le volte che, durante la vostra fase adolescenziale punk andavate a comprare le magliette con il simbolo dell’anarchia da colossi come H&M: la pubblicità negativa non esiste e il fatto stesso che un libro che critica così aspramente il mondo editoriale sia stato pubblicato in Italia da Mondadori penso che la dica lunga.

Persino Athena, la vera autrice del romanzo che June ruba, è a sua volta sia vittima che carnefice. Lei è una che ce l’ha fatta, è arrivata in cima alla montagna, ma al prezzo di essersi piegata alle regole del gioco. Lei sapeva di essere un token per il suo editore e decide di prestarsi al sistema. Per quanto fosse un’autrice abile oggettivamente, è sempre stata privilegiata per la sua condizione economica, per cui spesso quando racconta storie di marginalizzazione non sta davvero parlando di sé, perché non ha mai vissuto nulla di realmente degno di essere raccontato. Per cui Athena fa una cosa agghiacciante (il modo in cui lo racconta Kuang mi ha fatto accapponare la pelle) e lei stessa fa appropriazione esperienzale, prendendo le vicende traumatiche di chi conosce e trasformandole in parole su carta per ricevere premi e produrre romanzi. Non si limita a raccontare gli eventi, ma entra nelle vite delle persone, anche quella della protagonista, entra in empatia con loro, si finge amica affinché le raccontino tutte le loro emozioni e che lei possa avere tutti gli elementi per scrivere una storia ricca di shock factor e impatto emotivo, tanto il prezzo di quel dolore non lo paga lei.

Non è vero che in Yellowface bene e male si mescolano: la linea tra bene e male è ben definita, quello che è labile è il confine tra vittime e carnefici, perché in momenti diversi si può essere entrambe le cose. Per quanto mi riguarda, questo romanzo è stato dirompente e sotto certi aspetti mi ha dato il colpo di grazia, eppure ne avevo bisogno, perché sono abbastanza stanca di vedere il mondo dei social media dedicato ai libri popolato da persone che pensano di essere migliori degli altri, quando alla fine la cifra del discorso è spingere in gola ai follower libri di cui non hanno bisogno solo perché in omaggio danno la shopper. 

Yellowface racconta di un mondo composto da persone incapaci di fare un passo indietro e punta inesorabilmente il dito. Anche contro di noi e anche contro di me.

mercoledì 3 luglio 2024

La Stanza dei Segreti

  • Titolo: La Stanza dei Segreti
  • Titolo originale: The Widow Spy
  • Autrice: Megan Campisi
  • Traduttrice: Francesca Toticchi
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788842935827
  • Casa editrice: Nord
Trama


La guerra civile infuria e, per aggiudicarsi la vittoria, servono armi più potenti di cannoni e fucili. Servono informazioni. Per Kate Warner è l'occasione che aspettava da tempo, fin da quando è stata assunta dalla leggendaria Pinkerton National Detective Agency. Kate è l'unica agente donna e lotta da anni per conquistarsi il rispetto dei colleghi, che la considerano troppo emotiva per le operazioni sul campo. Ma adesso, nell'agosto del 1861, è lo stesso Allan Pinkerton a sceglierla per una missione delicatissima. Nessun uomo infatti potrebbe far collaborare Rose O'Neal Greenhow, una vedova sudista che è stata trovata in possesso di un messaggio cifrato che, se decrittato, potrebbe porre termine a quella carneficina. Ricca, viziata e razzista, la donna rappresenta tutto ciò che Kate disprezza. Lei che è nata povera e che ha sempre potuto contare solo su se stessa, non può sopportare l'arroganza con cui la vedova Greenhow si ostina a proteggere un sistema basato sul privilegio e la sopraffazione. Eppure, per riuscire a conquistarsi la sua fiducia, Kate deve imparare a mettersi nei suoi panni, scoprendo così una persona forte e determinata, che combatte per ciò che ritiene giusto. Solo allora Kate si rende conto che una donna del genere – così diversa eppure così simile a lei – non può essere piegata. E che tutte e due sono pedine di un gioco dall’esito imprevedibile…


Recensione e commento

Il primo libro di Megan Campisi, La Custode dei Peccati, mi aveva chiamata come solo i libri che sono destinati a noi sanno chiamarci. Eppure, non era stato amore a prima vista, solo alla seconda lettura mi ero resa conto di quanto l’autrice fosse stata bravissima a calarsi nella psicologia di una donna analfabeta di una ucronica epoca vittoriana. Per cui ero sicura che se la mia prima collaborazione con Editrice Nord (che ringrazio tantissimo per la copia omaggio) fosse stata questa, allora sarebbe andata benissimo. Non mi sono sbagliata.

La Stanza dei Segreti, invece, non è un’ucronia, ma uno storico vero e proprio che si ripropone di colmare con la finzione quello di cui la Storia non ci ha lasciato testimonianza. Campisi ci racconta di Kate Warne, una donna di origine irlandese emigrata negli Stati Uniti che si occupa di fare la detective per gli abolizionisti della schiavitù dei neri. Con una brevità scevra di prolissità, il che è di per sé indice di qualità quando si parla di letteratura, vediamo l’arco di trasformazione di una protagonista che vive mille archetipi femminili diversi e ho trovato che la bravura dell’autrice sia consistita soprattutto in questo. Perché non abbiamo un’eroina che è perfetta in tutto e per tutto, ma una persona nella quale coesistono idee giuste e sbagliate che si contraddicono a vicenda. Da un lato si rende conto delle discriminazioni che vivono le donne del suo periodo storico, a cui viene richiesto di aderire a degli standard molto stringenti, ma per quanto lei stessa pensi che siano i canoni sociali a doversi adattare alle persone e non viceversa, spesso si ritrova a giudicare male le altre donne, specialmente quando combattono per cause opposte alla sua. Non riesce a uscire dalla visione in cui si cade spesso quando si riesce ad affrancarsi, ovvero quello di pensare che tutte le persone abbiano gli stessi strumenti e che chiunque possa fare lo stesso. E anche se lei sa che le condizioni di partenza cambino molto, spesso questo ragionamento corretto si ferma al concetto della classe sociale e non riesce ad abbracciare anche il genere. Non all’inizio, almeno, perché il percorso di Kate sarà incentrato proprio sull’imparare a fare le cose nel modo giusto, a non usare metodi notoriamente “maschili”, ovvero usare la violenza appena non si riesce a ottenere quello che si vuole e vedere il mondo sempre a parti contrapposte. Kate non è perfetta e non lo sarà nemmeno alla fine, quando, pur avendo imparato a considerare le sue avversarie come esseri umani che sono approdate a quel punto della loro vita tramite esperienze segnanti tanto quanto lei, comunque non riesce ad abbracciare tesi troppo pacifiste.

 
Penso che in questo consista la maggior parte dell’abilità di Campisi, perché per quanto le siano ben chiari in testa gli archetipi, riesce comunque ad amalgamarli, a farli coesistere nella stessa persona creando contraddizioni tra pensieri consci e inconsci. Kate, ad esempio, ha un aspetto ordinario, il che le torna utile nel suo mestiere di spia e agente sotto copertura, dato che le consente di passare inosservata. Eppure, per quanto abbia altre doti pregevolissime, non manca l’invidia costante verso la bellezza canonica per quanto lei dica a sé stessa che non ha importanza e che non le sarebbe utile. 

Il romanzo è stato sorprendentemente semplice da leggere e riesce a calare nell’atmosfera della seconda metà ottocentesca negli Stati Uniti senza dilungarsi in spiegazioni, anzi, qui si vede tutta la formazione teatrale dell’autrice che rompe molto spesso la quarta parete e usa tantissimi espedienti che le consentono di mandare avanti la storia in modo drammaturgicamente ineccepibile e ritmato. Non c’è nulla da spiegare: gli eventi vengono vissuti e basta, senza che ci sia un eccessivo bisogno di descrizioni. 

Inoltre, ho trovato la scelta del soggetto decisamente interessante, dato che invece di affrontare figure storiche sulle quali è stato già detto tutto e il contrario di tutto, Campisi ci delizia con una protagonista di cui si sa solo che è esistita veramente, per cui ha ampio spazio di manovra per inventare senza che la psicologia che attribuisce a Kate contraddica altri documenti, perché, appunto, non ce ne sono, così come sono pochissime le tracce lasciate dai secondari.

Insomma, la mia opinione di questa autrice si riconferma positivissima, perché riesce a raccontare storie originalissime, per le quali serve uno studio matto e disperatissimo, senza mai fare sfoggio di cultura e senza rallentare mai il ritmo. Se amate i romanzi storici, questo non potete farvelo scappare!

mercoledì 26 giugno 2024

La Ragazza Guerriera

  • Titolo: La ragazza guerriera
  • Titolo originale: Warrior girl unearthed
  • Autrice: Ageline Boulley
  • Traduttrice: Cristina Proto
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788817183765
Trama

Perry Firekeeper-Birch, sedici anni, sa da sempre di essere la gemella imperfetta, la combinaguai, ma anche quella spensierata, e il miglior pescatore di Sugar Island. La sua vita le piace così com’è e non ha alcun desiderio di allontanarsi da casa per studiare in una prestigiosa università. Ma mentre cresce il numero di donne indigene scomparse e la sua famiglia viene coinvolta in un’indagine per omicidio, Perry inizia a mettere in discussione quello che accade attorno a lei, soprattutto quando scopre che ci sono persone senza scrupoli che profanano le tombe dei suoi antenati e cercano di trarre profitto da antichi manufatti che dovrebbero appartenere di diritto alla sua tribù. Spinta dal desiderio di rivendicare l’eredità del suo popolo, Perry non ha altra scelta che buttarsi nell’impresa disperata di riportare a casa gli oggetti appartenuti ai suoi antenati. Non è sola: può contare sulla sua competitiva e amatissima gemella, sul loro vecchio amico d’infanzia e sul nuovo irreprensibile e affascinante ragazzo venuto dalla città. Vecchie rivalità, segreti e rapine fallite proveranno a sbarrarle la strada, ma non potranno impedirle di portare alla luce una spaventosa verità. Età di lettura: da 12 anni.


Recensione e commento

Questo libro mi ha fatta arrabbiare. Mi ha fatta proprio uscire fuori dai gangheri. E ha fatto bene, perché era precisamente questo il suo interno.

Quando mi sono approcciata a La ragazza guerriera, titolo e copertina mi avevano fatta pensare a un fantasy, invece mi sono trovata davanti a un romanzo di narrativa young adult che mescola temi attualissimi, coming of age e thriller in un’amalgama ben scritta, ritmata e credibile. Questo romanzo è come i suoi personaggi: niente è solo qualcosa. Per cui ogni persona del cast ha varie caratteristiche che sono più che semplici etichette decise a tavolino dall’autrice che voleva rappresentare più varietà umane possibili. Questo è proprio uno dei moniti della storia, che mette in guardia dai pericoli di affibbiare etichette alle persone, ridurle a un token, a una singola cosa da feticizzare e per quella odiarle o amarle. E questo non vale soltanto per quello che succede alle persone native da parte dei bianchi, poiché accade anche tra persone della stessa comunità, anche quando non concerne la questione razziale o culturale. Una ragazza di sedici anni perfettamente normale non può essere etichettata come “quella sfaticata” da contrapporre alla “gemella sveglia” solo perché non ha ancora trovato qualcosa da amare al punto da volerla fare sempre bene. Una ragazza non è perbene solo perché prende ottimi voti che raggiunge tramite l’ansia sociale di fallire. Succede così tanto in meno di quattrocento pagine, che sono volate via, che mi sono stupita di come Angeline Boulley sia riuscita a fare entrare così tanti concetti, affrontati benissimo, in poco spazio. 

Oltre a questo tema, La Ragazza guerriera parla anche di appropriazione culturale riuscendo ad andare così in profondità di un concetto tanto (ma tanto) frainteso e minimizzato che in un paio di occasioni mi è rotolato via un paio di lacrime. Attraverso gli occhi di Perry vediamo come il governo degli Stati Uniti (e non solo quello) tratti le nazioni di nativi in modo totalmente ingiusto, approfittando, e a volte creando di proposito, di vuoti legislativi per poterne trarre vantaggio. L’autrice ci spiega come i trattati che intimano di restituire alle famiglie i loro oggetti rubati (RUBATI!) dalle tombe dei loro cari vengano totalmente bypassati o serenamente ignorati, di come oggetti di importanza religiosa o anche soltanto pregni di valore affettivo e culturale vengano venduti a prezzi esorbitanti perché finiscano nella casa di qualche riccone per essere sfoggiati come oggetti esotici di lusso: decorazioni, non oggetti con un valore intrinseco. Nella postfazione Angeline Boulley spiega che molte delle scene che racconta nel libro sono realmente accadute a lei o a persone che conosce e molte di esse sono scioccanti: come vi sentireste se domani un archeologo o un’archeologa andassero nella vostra tomba di famiglia col favore delle tenebre, tirassero fuori dal terreno le ossa di vostra nonna e le mettessero dentro una scatola di cereali asserendo che tutto questo viene fatto per un bene superiore? Io penso che non vi farebbe piacere, specialmente se il governo del vostro Paese dicesse che no, non necessariamente quello che è stato rubato deve essere restituito, dato che deve essere studiato. In tutto il libro la rabbia di Perry, la sua frustrazione, sono state le mie, ho sentito veramente tutte le sue emozioni e penso che questa sia la vera potenza della narrativa: spiegare attraverso l’empatia dei concetti di cui spesso ci si riempie la bocca senza averli mai davvero capiti nel profondo. 

La protagonista percorre una strada che la porta a comprendere che non conta solo il fine, ma anche i mezzi e che fare le cose nel modo giusto ha importanza. Sul finale, dopo tutte le sue epifanie, avrei voluto abbracciarla e sono stata felice di vedere che Perry ha compreso finalmente di poter scegliere per sé le sue etichette e persino cambiarne qualcuna. Durante il suo percorso la vediamo affrontare gli effetti catastrofici della colonizzazione che coprono letteralmente qualsiasi cosa. Persino il cibo è stato colonizzato, perché molto di quello che nel Cinquecento è stato importato dall’Europa si è rivelato dannoso per le popolazioni indigene che ancora oggi hanno una genetica che rende più probabile l’insorgere di determinate malattie. Proprio nell’instancabile tentativo di mantenere bilanciata la propria vita, la famiglia di Perry cerca di costruire una bolla di felicità non dando mai nulla per scontato e cercando di mantenere vive delle tradizioni salutari anche in termini di produzione di cibo proprio. Tutto questo sforzo costante per il mantenimento di costumi che a un certo punto hanno rischiato di andare completamente perduti, poiché le persone della generazione dei nostri nonni sono state strappate dalle loro famiglie e affidate a bianchi che avevano il compito di “civilizzarli” anche tramite l’uso della violenza e della mortificazione, per cui non avendo più avuto contatti con le famiglie di origine hanno perso moltissimo in termini di cultura. Sotto questo aspetto, Boulley ci fa notare come in determinati ambienti con “cultura” viene inteso un punto di arrivo al quale si giunge tramite un percorso accademico spesso elitario, mentre in realtà questa parole dovrebbe denotare tutto un contesto che parla di chi siamo nel qui e ora che è frutto del percorso delle generazioni precedenti e di quello che ci hanno lasciato. La cultura è qualcosa in cui siamo immersɜ come nello spazio tempo, non è necessariamente una scalata su una montagna. Solo che tutto ciò che non è frutto di lavoro accademico e che differisce dalla cultura dominante viene relegato come folklore, come carnevalata da mettere in scena per i turisti.

Ultima precisazione: La Ragazza guerriera non è il sequel di Un Grammo di Rabbia, ma comunque ci sono dei riferimenti che potrebbero essere spoiler del libro precedente perché fanno riferimento a una personaggia secondaria e al suo passato. Sono comunque fruibili separatamente senza problemi.

La Ragazza guerriera è la dimostrazione di quanto possa essere interessante un romanzo quando chi lo scrive ha qualcosa da dire e nel farlo non sottovaluta il suo pubblico. A mio avviso un libro validissimo che fa giustamente indignare e scoprire il modo di pensare di chi fino a ora è statǝ cancellatǝ.

domenica 16 giugno 2024

L’ultima degli immortali

  • Titolo: L’ultima degli immortali
  • Titolo originale: The Night Hunt
  • Autrice: Alexandra Christo
  • Traduttrice: Laura Pettazzoni
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788834744829
  • Casa editrice: Fanucci
Trama


Atia è una Nefas, creatura immortale che si nutre di incubi e paure. Essendo l’ultima della sua specie, vive nell’ombra per sfuggire all’ira vendicativa degli dèi. Silas è un Messaggero, incaricato di consegnare missive e traghettare i morti come punizione per un passato che nemmeno ricorda. Atia non si sognerebbe mai di allearsi con uno come lui, ma quando infrange una sacra legge e gli dèi sguinzagliano una serie di mostri per darle la caccia, Silas le fa una proposta che non può rifiutare: l’aiuterà a sconfiggere gli dèi e vendicare la sua famiglia, se in cambio lei farà altrettanto per spezzare la maledizione che lo affligge, ripristinando così la sua umanità. Tutto ciò che devono fare è uccidere tre potenti creature: un vampiro, una banshee e uno degli dèi che ha distrutto le loro vite. Solo combattendo fianco a fianco riusciranno a riscrivere il loro destino.

Recensione e commento 

Alexandra Christo in passato ha consigliato a chi pubblicava il suo primo romanzo di non leggere mai le recensioni online, specialmente se negative. Ebbene, penso che alla fine qualcuna lei l’abbia letta e le abbia fatto anche bene, perché ha finalmente corretto tutti quei piccoli errori che rendevano mediocri delle storie che potevano essere bellissime.

Infatti, in L’ultima degli immortali, Christo approfondisce finalmente il worldbuilding, raccontandoci di un mondo diviso in regni, ciascuno governato da uno degli elementi alchemici, e ci racconta di divinità, mostri e messaggeri. Una delle cose che mi aveva lasciata perplessa in La Principessa delle anime, oltre all’ambientazione abbozzata, era la costante presenza di dei ex machina anche da un punto di vista tecnologico: ogniqualvolta alla protagonista serviva tirarsi fuori da una situazione spuntava fuori un oggetto tecnologicamente troppo avanzato per quel mondo che la tirava fuori dai guai. Tipo Nobita di Doraemon. Finalmente qui ho trovato tutto coerente, sia in termini di composizione del worldbuilding in tutte le sfaccettature, sia per quanto riguarda la coerenza interna della storia.

A questo proposito, ho apprezzato tantissimo la chimica tra i personaggi e il fatto che l’autrice parta sempre con delle protagoniste improbabili, ci racconta sempre una sorta di arco di redenzione di un’antagonista. Questa volta ci parla di una creatura mostruosa che si nutre delle paure degli esseri umani e che viene maledetta dopo averne ucciso uno per sbaglio. A maledirla è uno dei messaggeri degli dei, Silas, che è un personaggio che mi ha particolarmente convinta perché si trova in una sorta di limbo: vorrebbe di più dalla sua esistenza e si annoia a svolgere un normale compito amministrativo. Anche i personaggi secondari, che nei romanzi precedenti erano macchiettistici e spesso funzionali solo a sacrificarsi al momento giusto per la salvezza dei due protagonisti, qui hanno una reale caratterizzazione psicologica ed entrano nella storia in modo fluido e credibile, non si tratta di semplici appendici della protagonista o del protagonista. Anche il fatto che io non sia riuscita a fiutare il finale a dieci pagine dall’inizio del libro è positivo: c’erano tre tipi di finale possibili e non sapevo quale sarebbe stato scelto da Christo. Sono davvero contenta che sia crescita come autrice, questa storia mi ha fatto sentire che ha finalmente compiuto quel passettino in più che era assolutamente nelle sue corde.

Quella somiglianza incredibile
tra la protagonista Atia
e Noora della band Power Metal
Battle Beast
Se proprio devo trovare un difetto, è che in questo romanzo gestito a doppio pov le voci di Silas e di Atia mi sono sembrate troppo simili nella gestione dei loro flussi di coscienza.  Non fraintendetemi, ho apprezzato che entrambi fossero disillusi e sarcastici, e in qualche modo guidati da interessi egoistici, ma quando riprendevo il libro in mano dopo averlo interrotto non capivo immediatamente quale fosse la voce narrante perché non sono abbastanza differenziate nei pensieri e negli schemi linguistici.

Sono felice di vedere quanto sia cresciuta Alexandra Christo, che ha scritto finalmente un libro totalmente credibile, ben ritmato e pensato in ogni dettaglio. Ottime idee e messe su carta magistralmente.

martedì 11 giugno 2024

Sheridan - La Profezia dello Straniero

  • Titolo: Sherden - La Profezia dello Straniero
  • Autrice: Melania Muscas
  • Lingua originale: italiano
  • Codice ISBN: 9788809937383
  • Casa editrice: Giunti
Trama


Nelle acque del Grande Verde sorge un'isola dominata da un antichissimo popolo: Sherden. Qui Arvara, sacerdotessa nelle cui vene scorre il sangue delle janas, le donne immortali che per prime hanno abitato queste terre, ha il dono di leggere nel futuro. E la profezia che annuncia è catastrofica: tre eventi rovinosi cancelleranno per sempre la civilità shardana. Parole ineluttabili, che fanno serpeggiare il panico tra le città del Nord e del Sud, spingendole le une contro le altre. Dopo l'avvento dell'Onda che sommerge l'isola, la prima parte della profezia è compiuta. Adesso ciò che scatena l'angoscia è la minaccia del “secondo nemico”, la conquista di Sherden da parte di uno straniero e della sua gente. Ma chi è davvero questo straniero? Uno di quelli che abitano l'isola, e contro cui la setta dei credenti, spinta da un odio cieco, sta ingaggiando una violenta epurazione? O forse qualcuno che arriverà da fuori? Cinque punti di vista, cinque personaggi di cui seguiamo il destino, e le cui storie finiscono inesorabilmente per intrecciarsi: Arvara, discendente della Profetizzante; Jabari, giovanissimo straniero esiliato; Felìtzi, maledetta dal tocco mortale di una delle cogas, creature malvagie e portatrici di sventura; Brennar, fratello del cabu al governo del Nord; infine, Thaeni, la guida della Resistenza, pronta a tutto pur di difendere il diritto degli stranieri ad abitare l'isola. La struttura e le atmosfere del Trono di Spade si fondono con gli elementi del folklore sardo, nel primo capitolo di una trilogia fantasy in cui la storia antica funge da ispirazione per creare un universo unico.

Recensione e commento

È relativamente difficile per me parlare di Sherden - La Profezia dello Straniero, perché penso che essere nata e cresciuta nei posti in cui questo romanzo è ambientato possa cambiare la mia percezione della storia. 

Infatti, molti dei luoghi che vengono descritti sono radicati nel mio cuore. Quella che vedrete qui non è la Sardegna delle cartoline o delle riviste per turisti: è quella selvaggia e spirituale. Quella di un popolo magari internamente diviso, ma accomunato dall’amore per la sua terra e che da essa trae nutrimento e forza. L’intento di Melania Muscas per me è chiarissimo ed è quello di ridare dignità a una civiltà - quella nuragica - che è sempre stata accusata di “non aver mi fatto nulla di importante”. I nuragici sono esistiti in uno dei momenti di massimo splendore per le civiltà mediterranee e avendo avuto contatti con le più importanti di queste, è impossibile che non abbiano fatto “nulla di importante”. È proprio in questo contesto che Muscas intesse la sua trama, prendendosi sicuramente delle licenze storiche, come racconta lei stessa nelle note finali, ma incastonando la finzione narrativa nel mito e il mito nella Storia. Per cui, moltissime delle personalità più conosciute della mitologia e dell’epoca agiscono ai margini dell’intreccio di Sherden - la Profezia dello Straniero, ma si fiuta benissimo che le loro azioni avranno (o hanno avuto in un passato che si perde nel tempo) delle ripercussioni inimmaginabili. Ai personaggi di Omero e Virgilio si amalgamano anche quelli storicamente esistiti che aiutano le cinque voci del romanzo a compiere le loro imprese.

Al mix di leggenda, mito e Storia, Muscas aggiunge un sistema magico basato sul folklore sardo: troviamo creature fatate come janas e cogas che in questo contesto sono proprio coloro che conferiscono poteri e immortalità. Spero vivamente che tutto questo, assieme all’ambientazione, che è ciò che ho preferito dell’intero romanzo per la sua solidità e originalità, possa invogliare più persone possibile a cercare di conoscere un luogo che viene considerato sempre e solo come meta per il turismo di massa.

Poi, personalmente, ho preferito l’ultimo quarto del libro perché è quello maggiormente ritmato e dove si arriva al sodo. C’è un susseguirsi di eventi continuo e vengono tirate le fila di tutto ciò che è stato raccontato in precedenza. L’unica critica che mi sento di muovere è che in determinate situazioni si potesse snellire leggermente, ma per il resto l’autrice si pone sempre le domande giuste: trova sempre il modo di fornire un’informazione nel modo più funzionale possibile - quasi sempre tramite discorsi diretti credibili, dove davvero i personaggi devono parlare di qualcosa che non conoscono - e non ci sono flussi di coscienza macchinosi in cui la voce narrante si dilunga in spiegazioni che servono a chi legge ma che appesantiscono. In generale ho apprezzato tantissimo che la prosa non si perdesse mai in chiacchiere, riuscendo a essere diretta senza perdere morbidezza. Non bisogna necessariamente dilungarsi in manierismi per essere poetici.

L’organicità dell’opera nel suo complesso si traduce anche nella caratterizzazione dei personaggi. Su questo aspetto ho diverse precisazioni d fare, perché in un certo senso non c’è stata nessuna protagonista (o nessun protagonista) con cui io sia entrata in sintonia fino in fondo. Nel senso che talvolta concordavo con loro, ma altrettante volte invece avrei fatto totalmente l’opposto. Non c’è stat* nessun* che mi abbia completamente rubato il cuore, ma ciò di per sé non significa niente, racconta solo del mio rapporto con loro. Mi spiego meglio: non devo necessariamente trovare piacevole una protagonista o un protagonista per trovare che sia credibile. Ho seguito comunque con piacere e curiosità le loro avventure per quanto spesso non mi trovassi d’accordo con loro o con le loro ragioni proprio perché anche nel momento in cui agivano in modo totalmente opposto a come avrei fatto io, mi sembrano comunque delle persone reali degne del mio rispetto. Ho trovato apprezzabile anche che ci fosse varietà, perché tra di loro troviamo guerrieri, anziane, donne a capo di una rivolta e adolescenti.

A questo proposito, un’altra cosa che mi è piaciuta della penna dell’autrice è che non fa mai ricorso alla pornografia del dolore: nelle situazioni in cui un altro autore o un’altra autrice avrebbero fatto ricorso a qualcosa di scenografico e scioccante, Muscas sceglie la via difficile del raccontare il dolore in modo credibile. Le scene di battaglia sono cruente (perché come altro dovrebbero essere delle scene di battaglia?) e le ho trovate particolarmente convincenti, perché non ci sono imprese eroiche compiute a dispetto di agonie fisiche insopportabili: il dolore è dolore e come tale è invalidante e non ci saranno scene in cui verranno sollevati compagni moribondi pur avendo le braccia maciullate (torniamo al discorso che l’autrice si pone sempre le domande giuste su come essere verosimile). Nessun/a ha una plot armour, non c’è qualcun* che l’autrice preferisca al punto da essere tirata o tirato fuori dai guai per grazia divina solo perché deve salvarsi, e in questi tempi fatti di protagonist* coccolat* non è affatto scontato. 

Tirando le somme, penso che questo romanzo si capisca al meglio da una prospettiva isolana, perché moltissimi luoghi ricordano siti realmente esistenti che sono nell’immaginario del popolo sardo, così come il folklore alla base del sistema magico. Eppure, credo che allo stesso tempo Sherden - La Profezia dello Straniero sia un libro adattissimo a chiunque piaccia il genere perché è un ottimo libro, scritto con maestria e competenza. 

Per cui, se volete lanciarvi in un’avventura originalissima a base di nuraghi, intrighi e leggende, questo è sicuramente un titolo che non potete farvi scappare, vi aspettiamo a Sherden.


Ps. In genere utilizzo delle foto prese dal web. Questa volta ho preferito usarne alcune che ho scattato (o mi sono state scattate) durante qualche gita in famiglia. Questo per dire quanto sento miei questi luoghi.

martedì 4 giugno 2024

Tanti piccoli Fuochi

  • Titolo: Tanti piccoli Fuochi
  • Titolo originale: Little Fires everywhere
  • Autrice: Celeste Ng
  • Traduttrice: Manuela Faimali
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 978-8833935799
  • Casa editrice: Bollati Boringhieri 
Trama

1998, Shaker Heights, Cleveland, Ohio. Una comunità fondata su un insediamento Shaker e popolata da una maggioranza di benintenzionati democratici e abbienti, seguaci, anche se non proprio rigorosi, delle drastiche regole di vita stabilite dai loro predecessori. E due protagoniste diversissime: Elena Richardson, quattro figli, perfezionista, impegnata in attività benefiche, ricca, che incarna la filosofia Shaker; Mia, madre single che ha scelto una vita itinerante fatta di lavori saltuari per dedicare tutto il tempo libero alla fotografia artistica, al momento occupata come domestica in casa Richardson in cambio di un piccolo alloggio. Mia ha una figlia adolescente, Pearl, che stringe amicizia con i ragazzi Richardson, si trova benissimo a Shaker Heights e convince la madre a metter fine al loro vagabondaggio. Ma presto quella che dovrebbe essere una svolta decisiva nella vita delle due donne diventa un problema. Quando un'amica dei Richardson cerca di adottare una neonata sinoamericana, Elena e Mia si ritroveranno schierate su due fronti opposti nella successiva battaglia per la custodia, che vede contrapposte la madre adottiva americana e la madre naturale cinese. Nella mente della democratica Mrs Richardson scatta il sospetto che Mia nasconda un passato torbido, ed è decisa a fare chiarezza. Ma la sua indagine ossessiva avrà un costo altissimo per tutti. Con uno stile fluido, paragonato dalla critica americana a quello di Elena Ferrante, Celeste Ng mette a nudo controversi, attualissimi, problemi sociali – immigrazione, povertà, razza, adozioni, e diffusa ipocrisia – e insieme esplora la natura di arte e identità, il peso dei segreti, la forza del legame materno. E il pericolo del credere che seguire le regole possa proteggerci dall'imprevisto.

Commento

Proverò a fare del mio meglio nel parlavi di questo libro, ma mi sembra giusto avvisarvi che non mi sento all’altezza: è un vero pezzo di letteratura e mi sto permettendo di recensirlo solo perché se n’è parlato troppo poco.

Prima di azzardarmi a mettere le mani sulla tastiera per scrivere la bozza di questo articolo ho letto Tanti piccoli Fuochi per due volte e ho preso una marea di appunti, e nonostante ciò non andrò nemmeno vicina a rendere la complessità di questo romanzo. Con Celeste Ng è sempre così: all’inizio sono perplessa e poco convinta, alla fine del libro mi esplode il cervello per la sua genialità. La seconda lettura, effettuata col senno del poi, mi ha consentito di vedere la maestria, invisibile a una prima occhiata, con cui l’autrice ha costruito Tanti piccoli Fuochi, che apparentemente si apre in modo noioso e ordinario, ma in realtà cela una stratificazione di interpretazioni e significati che ci vengono presentati sin dall’inizio senza che ne siamo a conoscenza. 

La forza dei libri di Celeste Ng è proprio questa, lo era anche in I nostri Cuori perduti, ovvero il non offrire mai una risposta semplice a problemi complessi, non dare nulla per scontato. Celeste Ng non crea dicotomie, punta il dito sui fenomeni che osserva ma non dice chi abbia ragione anche quando ci sono due fazioni a fronteggiarsi. Ho amato questo romanzo per lo stesso motivo per cui ho amato I nostri Cuori perduti, cioè perché mostra le complessità dell’animo umano, crea dei personaggi talmente vividi e sfaccettati che sembra di conoscerli. In particolare, all’interno della trama troviamo varie questioni di natura economica e personale che le protagoniste, si troveranno ad affrontare. Ed è stato solo con la seconda lettura che mi sono resa conto che moltissime delle situazioni descritte fossero in realtà assimilabili, ma l’autrice è stata talmente abile nel creare contesti diversi, sfumature diverse, background diversi per le persone che interagiscono che a una prima occhiata non mi ero resa conto che stavano vivendo la stessa cosa in maniera diversa. 

Le protagoniste della serie TV (credetemi, la 
qualità non ha niente a che vedere con il libro…)

Esattamente nello stesso modo in cui ogni protagonista pensa e agisce in modo diverso davanti allo stesso evento, così anche l’interpretazione della storia dipenderà dal vissuto di chi legge, dai suoi bias cognitivi e dal suo sistema di valori. Non c’è mai una risposta giusta o univoca quando si tratta di decidere a chi affidare una bambina, se alla sua madre biologica o a dei genitori affidatari abbienti in grado di darle una vita molto borghese. E in questo senso, mi sono resa conto che per alcune delle protagoniste della vicenda il privilegio è come lo spazio-tempo: ci sono immerse ma non ne hanno consapevolezza. Ad esempio Elena, una donna borghese che ha rinunciato alla carriera dei suoi sogni per inseguire la stabilità economica, giudica molto male chiunque abbia una vita diversa dalla sua e utilizza come metro di giudizio la sua esperienza anche quando si tratta delle vite altrui. Insomma, non si rende conto che non tutte nella vita hanno avuto genitori in grado di pagare loro il college e comprare loro una casa senza colpo ferire. Non riesce mai a cambiare prospettiva e comprendere che ci sono persone che sono state nelle condizioni di accettare dei soldi per fare qualcosa che nessuno al mondo vorrebbe mai fare perché, pur facendo tre lavori, non potevano pagare un semestre all’università. Eppure Elena interpreta le vite altrui sulla base delle scelte che ha fatto lei, non in base a condizioni di partenza diametralmente opposte. Io parlo di Elena perché il mio vissuto mi porta a essere in totale opposizione con lei in questa precisa fase della mia vita, ma se fossi una donna di quarant’anni con quattro figli probabilmente anche a me interesserebbe solo la stabilità economica. Vi dico che davvero tutto in questo libro è relativo a cosa pensate voi nel preciso momento della vostra vita in cui lo leggete. Per Elena le uniche cose che contano sono le regole, tranne nel momento in cui è lei a doverle forzare per il proprio tornaconto personale. E trova sempre un motivo per giustificarsi, per asserire di averlo fatto a fin di bene. Lei, dal suo pulpito, decide chi è persona perbene e chi no e per lei è davvero tutto questione di merito, anche la maternità. Per lei e per i personaggi fortemente borghesi come lei all’interno di Tanti piccoli Fuochi, desiderare ardentemente qualcosa e avere il denaro per comprarlo corrisponde ad averne diritto, anche quando si deve sottrarre qualcosa a chi a meno. In questo libro non c’è retorica, non ci sono moralismi né frasi a effetto, ma ci sarà chi cambierà un divano ogni due anni per rinnovare l’arredamento e chi non ne ha mai posseduto uno in vita sua, chi spende diecimila dollari come se nulla fosse e chi dà un’estrema importanza al denaro proprio perché non ne ha. C’è sempre chi prende senza chiedere e pretende con arroganza quando si sente rispondere un no, e chi dona senza nemmeno accorgersi, che non sa nemmeno di aver dovuto rinunciare a qualcosa, chi si illude di non essere razzista perché fa beneficienza e chi vive il razzismo sulla propria pelle tutti i giorni a causa di un sistema creato per tagliare fuori intere categorie.

Anche qui, come in I nostri Cuori perduti, è centrale il ruolo dell’artista. L’arte vissuta come fenomeno dirompente e scomodo, non come fenomeno estetico adatto a essere esposto in salotto. L’arte serve a mostrare, non a essere mostrata. È uno specchio per chi siamo davvero che ci restituisce la nostra immagine per come è, non come vorremmo che fosse.

Tanti piccoli Fuochi è un’infinità scala di grigi, è un libro che racconta una storia di ordinaria follia da osservare con la lente d’ingrandimento per coglierne le idiosincrasie. Celeste Ng critica senza giudicare, mostra senza prenderti per mano e non si prende la responsabilità di digerire il testo per chi lo legge. La sua bellezza consiste proprio nel fatto che dica “arrangiati, pensa quello che ti pare” e nel farlo sia di una delicatezza impossibile da descrivere in una recensione e impossibile da imitare. 

Il Famiglio

Titolo: Il Famiglio Titolo originale: The Familiar Autrice: Leigh Bardugo Traduttrice: Roberta Verde Lingua originale: inglese Codice ISBN:...