mercoledì 8 aprile 2026

Voices - Le Voci

  • Titolo: Voices - Voci
  • Titolo originale: Voices
  • Autrice: Ursula K. Le Guin
  • Traduttore: Stefano Andrea Cresti 
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804802433
  • Casa editrice: Mondadori

Trama 

Quando il popolo degli Ald, incolto e amante della guerra, conquistò la splendida città di Ansul, tutte le biblioteche e i tesori della conoscenza delle epoche passate vennero profanati e distrutti. L'atto della lettura e quello della scrittura furono vietati, resi punibili con la morte: gli Ald credono infatti che nelle parole si nascondano demoni terribili. Il Mastrodivia, l'ultimo custode della memoria collettiva, fu imprigionato e torturato per anni... Ma non è stato annientato: la sua vita ha ancora uno scopo. 
Per la diciassettenne Memer, figlia delle violenze di quell'invasione, Ansul è casa, rifugio sicuro, e il Mastrodivia molto più di una guida fidata. E un giorno, quando il più famoso narratore di tutti i tempi, Orrec di Caspromant, e sua moglie, Gry di Roddmant, giungono in città, accompagnati dalla loro fiera leonessa Shetar, le cose finalmente iniziano a cambiare. Questa è la loro storia, la storia di un popolo conquistato che brama la libertà.

Recensione e commento

Quando ormai mi ero quasi rassegnata ad aver quasi concluso la lettura della produzione della mia amata Ursula Le Guin, Mondadori ha pubblicato Voices - Voci, seguito di Gifts - Doni, fino a questo momento inedito in Italia.

In questo secondo romanzo della trilogia di Annals of Western Shore non è più Orrec a essere protagonista, che qui troviamo ormai adulto con un importante ruolo secondario, ma Memer, una ragazza che nasce e cresce sotto un’occupazione militare straniera. In questo contesto, Le Guin fa qualcosa che fa molto spesso: ribadisce alcuni cliché del fantasy per poi scardinarli uno alla volta. Memer è infatti un’orfana, ma non per questo è una prescelta, non per questo è sola e senza famiglia, inoltre il sistema magico è sotteso, dato per scontato e allo stesso tempo tenuto nascosto, in un contesto culturalmente complesso in cui si ha paura del diverso.

È proprio grazie a questa complessità che il conflitto tra due parti apparentemente inconciliabili, in cui le rispettive religioni, una con un dio unico indivisibile e irraggiungibile, l’altra popolata da molti dei presenti in ogni cosa, hanno uguale rilievo nelle rispettive culture che la magia non può essere panacea di tutti i mali come strumento di annientamento. Voices, infatti, è più un libro sulla propaganda e sul suo modo di funzionare, su tutte le piccole ipocrisie dei potenti che temono la parola scritta e la vietano, perché chissà cosa c’è scritto in quei pericolosissimi libri, ma poi ingaggiano cantastorie perché tessano le loro lodi e raccontino le storie come è più comodo per loro. È un romanzo che fa sentire tutta la frustrazione dell’intelletto che deve scontrarsi con la forza bruta che non sente ragioni, un po’ come quando si gioca una partita a scacchi contro un piccione: si può anche essere campioni del mondo, ma quello camminerà sulla scacchiera, rovescerà tutti i pezzi e ci defecherà sopra. In questi tempi difficili fatti di libri vietati nelle scuole e nelle biblioteche perché potrebbero insegnare qualcosa di pericoloso per lo status quo, Voices insegna il valore delle storie non soltanto per cambiare le cose, ma anche per mostrare come esse siano un vero e proprio patrimonio culturale immateriale che costituisce una grossa fetta della nostra identità, sia come popoli che come individui. Avrei trovato molto retorico se Le Guin avesse voluto mandare il messaggio che i libri sono importanti come oggetti materiali, ma qui il significato è più radicato nella collettività e nella condivisione, nella convinzione che il contenuto dei libri sia importante nel momento in cui ci cambia e nel mondo in cui lo cambiamo noi dopo averci interagito, alla luce fioca di una lanterna, perché non esiste tesoro che non meriti di essere condiviso e non è solo l’atto di leggere a dare libertà, ma anche quello di scrivere e raccontare la propria versione. I libri non sono e non devono essere qualcosa di intoccabile: sono un’eredità da sfruttare pienamente.

A questo proposito, l’autrice utilizza delle simbologie contrapposte tra il popolo conquistato e quello del conquistatore e lo fa in modo camuffato, mai sfacciato o palese. Il ruolo dell’intellettuale dovrebbe essere quello di spegnere il fuoco, e infatti l’elemento sacro per il popolo di Ansul, quello cui appartiene la protagonista, è l’acqua, che, da quando il popolo degli Ald è arrivato in città è stata prosciugata dalle fontane. Però si sa che l’acqua cheta corrode i ponti e la ribellione trova sempre il modo di fiorire. Le Guin dipinge in modo molto vivido tutte le implicazioni della resistenza in un momento in cui la rabbia e la violenza sono costanti e di come la risoluzione più logica ed efficace non è certo quella più semplice da mettere in pratica: non è con una semplice profezia che le cose si aggiusteranno e fino all’ultimo sarà impossibile comprendere se effettivamente un incantesimo si sia verificato oppure no. Non c’è un libro magico a risolvere tutto, perché a fare la differenza è la conoscenza di chi lo impugna.

Voices - Voci è un romanzo che si concentra moltissimo della vita quotidiana ed è per questo che la fetta di pubblico che cerca qualcosa di più veloce e ricco di azione, battaglie campali, ritmo e risposte certe potrebbe non trovarlo nelle sue corde. Di certo, Le Guin non ha mai avuto problemi a uscire fuori dagli schemi per mostrare un nuovo punto di vista. Spero che il terzo libro della trilogia, Powers, arrivi presto anche da noi.

venerdì 20 marzo 2026

Il Canto dell’Alba

  • Titolo: Il Canto dell’Alba
  • Titolo originale: The Song Rising
  • Autrice: Samantha Shannon
  • Traduttrice: Egle Costantino
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804791929
  • Casa editrice: Mondadori
Trama 


Dopo una feroce battaglia per la Corona della Rosa, Paige Mahoney ha raggiunto la pericolosa posizione di Lady Generale, e ora governa il sindacato dei chiaroveggenti di Londra. Ma i suoi nemici sono ancora a piede libero, in cerca di vendetta. Mentre raduna il suo esercito di criminali, Paige continua a incontrare in segreto il suo ex nemico, Arcturus Mesarthim. Se venissero scoperti, la fragile alleanza con i Ranthen fallirebbe. Quando però Scion introduce le sensobarriere, una tecnologia mortale che segna la fine dei chiaroveggenti, Paige deve correre contro il tempo per impedire che il suo regno finisca nel sangue. Il terzo volume della fortunatissima saga d'esordio di Samantha Shannon, ispirata ai miti greci di Pandora e Prometeo, che fonde distopia ed epic fantasy, in una nuova edizione completamente rivista dall'autrice.

Recensione e commento

DISCLAIMER: CONTIENE SPOILER DEI LIBRI PRECEDENTI

Stavo aspettando Il Canto dell’Alba come il Natale. Dopo il promettente inizio di La stagione delle Ossa, il seguito di L’ordine dei Mimi avevo grandi aspettative per il terzo libro della serie e devo dire che per quanto la trama sia meno blindata del libro precedente, che è al momento il mio preferito, la qualità si conferma comunque eccellente. 

Narrativamente parlando, la vicenda riprende breve tempo dopo gli eventi del libro precedente e comincia immediatamente a mostrate tutte le difficoltà della posizione in cui Paige si trova: stare al comando è difficilissimo perché dopo aver vinto il titolo di Lady Generale adesso deve fare in modo di tenere in piedi un’associazione di criminali, mossi ciascuno dai propri interessi personali, un po’ di sputo e qualche Avemaria. L’intento di trasformare il Sindacato in ciò che doveva essere in origine, ovvero un rifugio per i veggenti, si rivela immediatamente più arduo del necessario, sia perché appunto i criminali non sono famosi per risolvere i conflitti con le buone maniere, ma anche perché mettere d’accordo tutte quelle teste è pressoché impossibile, specialmente quando fazioni rivali, che a volte si sono odiate per secoli, che devono coesistere. Destreggiarsi tra serpi in seno, carismatici nemici giurati e alleanze inaspettate non sarà semplice e la gestione di tutto ciò ci mostra una protagonista con un mosaico di conflitti interiori credibile e condivisibile. La critica all’imperialismo inglese è chiara: l’ordine costituito, che vuole sopravvivere a tutti i costi, ha utilizzato così bene il principio del divide ed impera che le categorie oppresse sono più occupate a guardarsi a vicenda con sospetto che prendersela con chi sta sopra di loro, mentre il potere centrale è molto coeso al suo interno ed è proprio per questo che sembra un titano impossibile da sconfiggere. Shannon ci fa sentire quanto Paige sia sopraffatta dallo stare al comando, non solo per la responsabilità logorante, ma soprattutto per la fatica di tenere tutto insieme e per l’impossibilità di prendere delle decisioni che siano giuste al cento percento.

Il conflitto, quindi, si estende e dalla Oxford del primo libro si passa alla Londra del secondo per poi raccontare qui anche di Edimburgo e Manchester (e lo sguardo si amplierà ulteriormente nel quarto libro), allargando così lo sguardo sulla presa ferrea e tentacolare di un regime totalitario che non sembra essere mai sazio. In queste situazioni Shannon ci mostra come le stesse problematiche siano affrontate in modi diversi in diversi contesti culturali e di come la resistenza trovi sempre una strada, proprio perché le persone non possono sopportare passivamente oltre un certo punto. Persino chi se la passa meglio si dovrà rendere conto che prima o poi arriverà anche il suo turno di trovarsi dalla parte sbagliata di un manganello, dato che rispetto all’altrǝ, l’altrǝ siamo proprio noi.

A livello di scrittura, come dicevo all’inizio, c’è qualche buchino di trama in più rispetto a L’Ordine dei Mimi, che invece ho letto senza mai un sobbalzo o una messa in discussione, ma stiamo parlando di elementi marginali che hanno più a che fare con piccole smagliature all’interno di specifiche scene che di macroproblemi ripercuotibili sull’intero intreccio, in cui esiste una generale coerenza interna molto forte, il che è forse dovuto anche al fatto che questo è uno dei volumi che Shannon ha rimaneggiato a dieci anni di distanza, aggiustando ciò che non andava e riscrivendo le parti meno credibili. Volendo mantenere gli stessi eventi era possibile che qualcosina non funzionasse. Inoltre, l’autrice è brava fare in modo che siano proprio lɜ personaggɜ a porre le domande riguardo a questioni su cui ci interroghiamo proprio noi che leggiamo e riesce sempre a rispondere in modo credibile sul perché una determinata vicenda vada risolta in un modo preciso invece che in dieci altri possibili. In Il Canto dell’Alba è la componente tecnofantasy a farla da padrona, venendo approfondita e ulteriormente particolareggiata nel corso di questo volume e contribuendo a tratteggiare un worldbuilding fuso indissolubilmente con un sistema magico complesso e diverso da qualsiasi altro.

E a proposito di coerenza interna, anche la relazione tra Paige e Arcturus mantiene lo standard, perché ritrae due persone adulte che provano dei sentimenti l’una per l’altra, ma che hanno ben altro a cui pensare, come la sopravvivenza dei loro e di altri gruppi di appartenenza, per cui agiscono sulla base di ciò che è ragionevole e giusto, piuttosto che in balia dei propri ormoni. Inoltre, ho trovato molto apprezzabile la caratterizzazione di Arcturus Mesarthim che è un essere millenario credibile, non un ragazzetto medio da young adult che per caso ha anche cinquecento anni: il Rettore è saggio, riflessivo, ha sulle spalle esperienze che lo aiutano a prendere decisioni ponderate e mi è piaciuto molto conoscere anche qualcosa del suo passato, perché la sua vita non è retoricamente iniziata quando ha conosciuto Paige, c’è molto altro prima di quel momento. La loro è una delle poche coppie letterarie per cui faccio autenticamente il tifo e alla quale auguro presto circostanze meno avverse, anche se in questo volume avrebbero potuto comunicare un pochino meglio.

La serie de La Stagione delle Ossa si sta rivelando una delle più soddisfacenti che abbia mai letto in vita mia, non solo perché le tematiche trattate mi stanno a cuore e possono aiutarci a trovare una chiave di lettura anche per il difficile momento storico che stiamo vivendo, ma soprattutto perché si sta rivelando una storia avvincente, diversa da qualsiasi altra per ambientazione e sistema magico, e che sta venendo gestita con estrema intelligenza. Se fosse già stato pubblicato il quarto volume, lo avrei già cominciato.

mercoledì 11 marzo 2026

La Falce dei Cieli

  • Titolo: La Falce dei Cieli
  • Titolo originale: The Lathe of Heaven
  • Autrice: Ursula Le Guin
  • Traduttore: Riccardo Valla
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804762812
  • Casa editrice: Mondadori
Trama

A Portland, Oregon, nell’anno 2002 piove sempre e la popolazione soffre di malnutrizione. In Medio Oriente infuria la guerra e il cambiamento climatico ha peggiorato ovunque la qualità della vita. Insomma, l’umanità non ha certo realizzato i propri sogni di pace e benessere. Ma esiste un modo per farlo? E se fosse possibile, sarebbe una benedizione… o una maledizione? È quello che si chiede George Orr, che vede diventare realtà tutto ciò che sogna. Scoperto questo “dono”, il dottor Haber, lo psichiatra che lo ha in cura, tenta di costringere l’uomo a sognare ciò che lui desidera, pensando così di liberare la Terra dai mali di sempre: sovrappopolazione, malattie, conflitti, razzismo… Insomma, di costruire un mondo perfetto. Ma a quale prezzo? Omaggio all’opera di Philip K. Dick, premiato con il Locus nel 1972, La falce dei cieli traccia una visione sorprendentemente profetica del nostro presente e trasferisce in una trama appassionante una profonda riflessione sui temi della realtà e dell’illusione, della possibilità per l’uomo di forgiare il proprio destino, oltre a una discussione su filosofie come positivismo, taoismo, comportamentismo e utilitarismo: «una sintesi rara e potente» ha scritto Theodore Sturgeon «di poesia e scienza, ragione e sentimento».

Recensione e commento

La Falce dei Cieli è stato per me uno dei romanzi più inaspettati di Le Guin che, ormai lo sapete, è un’autrice che io amo alla follia, solo che in questo caso mi ha colpita non per il suo discostarsi dallo stile della produzione sua contemporanea, ma nel ricalcarlo, sebbene questa mia impressione si sia rivelata, a posteriori, esattamente quello che l’autrice intendeva fare dall’inizio.

Infatti, l’ambientazione fantascientifica costituita da una città abbruttita, grigia, sovraffollata, composta da palazzi grigi dai quali non filtra la luce è un richiamo alle ambientazioni orwelliane il che, unito al nome del protagonista, George Orr, chiaro riferimento a George Orwell, contribuisce a far pensare che La Falce dei Cieli sia una critica a 1984 in cui ci fornisce la sua personale visione su determinati fenomeni trattati anche dall’autore britannico.

Un po’ di contesto: il protagonista di La Falce dei Cieli ha la capacità di modificare la realtà tramite i sogni e finisce nelle grinfie di uno psicanalista utilitarista che tramite l’ipnosi si serve di questo dono (o maledizione) per cambiare gli aspetti della realtà che non vanno bene. Immediatamente vengono fermate guerre, la popolazione mondiale viene dimezzata e si pone fine al problema del razzismo rendendo tutte le persone di un unico colore. Man mano che si progredisce nella lettura, appare chiaro che per Le Guin (e in effetti è così) la realtà sia troppo composita e che problemi complessi abbiano bisogno di soluzioni altrettanto complesse, sistemiche, olistiche, non di schiocchi di dita di Thanos, perché se da un lato queste annose problematiche vengono apparentemente risolte, ciò avviene in modo piatto, senza tenere conto di ciò che c’è da salvaguardare nelle condizioni di partenza. La risoluzione drastica e non graduale è dovuta proprio al fatto che viene proposta dall’inconscio di un individuo che sogna un mondo diverso sul quale non ha controllo e appare chiaro che per l’autrice ci sono problemi che non possono essere risolti da un singolo individuo, per quanto dotato di poteri sconfinati, anzi, serve sempre la forza del gruppo. Il tentativo di sottomettere le leggi dell’universo, che sono interconnesse e delicatissime, da parte di uno scienziato che fa un uso smodato della tecnologia è senza dubbio uno dei temi centrali del romanzo, con una critica al mondo occidentale che vuole soluzioni veloci e semplici mentre crea le condizioni per la distruzione del pianeta. 

Allo stesso tempo, l’autrice pone l’accento sull’impossibilità di controllare veramente la mente di qualcuno. In 1984 Orwell propone una storia in cui il lavaggio del cervello sia così totalizzante che si possa arrivare ad amare teneramente il proprio burattiaio, mentre il punto di vista di Le Guin va in contro tendenza (vi giuro, mi sembra di vedere litigare i mei genitori, sono due dei miei autori preferiti), perché George Orr cerca di sfuggire dal suo, non si arrende e anche se all’apparenza è un uomo totalmente nella media, è in realtà dotato di grande forza d’animo e coraggio. Infatti, il subconscio del paziente può essere influenzato dal dottore, ma mai completamente controllato, il che per Le Guin significa che non è possibile suggestionare una mente al cento percento come accade per Orwell.

E tornando proprio a ciò che ho scritto in apertura, ovvero che La Falce dei Cieli mi sia sembrato più canonico come romanzo di fantascienza rispetto al resto della sua produzione, questo a posteriori appare un effetto chiaramente voluto, soprattutto nella scelta dei sostantivi che richiamano alla prosa orwelliana (come Trattamento Sanitario Volontario che ha poco di volontario) oppure nell’ambientazione che ci viene descritta immediatamente come opprimente e angusta. Come sempre, lo stile è asciutto e condensato, riesce a dire tutto in pochissime parole senza dare troppe spiegazioni, per esempio cambiando piccoli dettagli nelle descrizioni dei luoghi quando George Orr cambia il continuum dell’universo aggiungendo e togliendo oggetti che prima ci sono e poi non sono mai esistiti.

Le Guin si dimostra ancora una volta un’autrice che prende in mano la penna solo quando ha davvero qualcosa da dire, anche quando in apparenza è stato già detto tutto. La sua capacità di espandere argomenti apparentemente già esauriti mi lascia estasiata ancora una volta.

venerdì 6 marzo 2026

La Principessa Floralinda e la Torre di quaranta Piani

  • Titolo: La Principessa Floralinda e la Torre di quaranta Piani
  • Titolo originale: Princess Floralinda and the forty-flight tower
  • Autrice: Tamsyn Muir
  • Traduttore: Gabriele Giorgi
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804799993
  • Casa editrice: Mondadori
Trama

Quando la strega ha costruito la torre di quaranta piani, l'ha fatto proprio a regola d'arte. Ogni piano ospita un mostro ripugnante: si va da un drago con le scaglie tempestate di diamanti a un branco di goblin bavosi. Se un principe riuscirà a raggiungere la cima, verrà ricompensato con una spada dorata e con l'adorabile principessa Floralinda. Ma nessun principe è ancora riuscito a conquistare il pianterreno, figuriamoci ad arrivare al quarantesimo. Anzi, a dirla tutta, la scorta di nuovi principi sembra essersi esaurita. E l'inverno sta per intrappolare Floralinda...

Recensione e commento

La fiaba di Raperonzolo è una delle più difficili da rivisitare o cercare di mettere in scena. Per tanto tempo l’impresa sembrava inaffrontabile, solo nel 2001 Mattel è riuscita a soffiare questa principessa a Disney, distribuendo uno dei film di Barbie in cui la protagonista, Raperonzolo, era dotata di un oggetto magico capace di farla uscire dalla torre all’insaputa della matrigna. Disney arriva solo nel 2010, nove anni dopo, con il film Rapulzel, e anche in questo caso, la storia non è basata su ciò che accade nella torre, ma su ciò che succede quando ne esce. Disney, dopo il flop de La Bella Addormentata, accusata di essere una protagonista fin troppo passiva, temeva lo stesso esito anche per una principessa che avrebbe dovuto rimanere rinchiusa ad aspettare di essere salvata e per questo, come Mattel, ha rivoluzionato la storia facendo in modo che si lasciasse la torre alle spalle in fretta.

Muir si inserisce a queso punto, perché fa qualcosa che né Disney né Mattel hanno osato fare: costruisce tutta la storia all’interno della torre e le avventure vissute dalla protagonista, in questo caso Floralinda, sono proprio quelle costituite dai tentativi ed errori che fa per uscirne. Liberarsi dalla prigionia, quindi, non è qualcosa che avviene con uno schiocco di dita o grazie a un salvataggio da parte di un cavaliere con l’armatura scintillante, ma un vero e proprio percorso interiore.

E a proposito di percorsi interiori, la storia si presta anche a questa chiave di lettura, ovvero quella secondo cui la torre rappresenterebbe la mente di Floralinda popolata da mostri che lei e soltanto lei può davvero combattere e sconfiggere. In questo senso, tutto ciò che si trova dentro la torre è una rappresentazione di quello che c’è dentro di lei, in positivo o negativo che sia. Le arance, il pane, l’acqua e il latte sono le risorse che ha sempre a disposizione e sono rinnovabili. Tecnicamente baserebbero per sopravvivere, se Floralinda si accontentasse di starsene rinchiusa al quarantesimo piano senza mai desiderare altro o di più, ma così non è e quello spazio diventa presto troppo angusto. Armata di una grande dose di coraggio, decide di scendere e usa le risorse che ha per liberarsi via via dei mostri che incontra. Non sempre le basta ciò che ha a disposizione sul momento, ma con l’esperienza impara che può usare anche quello che pensava di non avere e che l’allenamento le rende più semplice affrontare difficoltà che all’inizio del suo viaggio le sarebbero sembrate insormontabili. Anche la fatina Ragnatela, che apparentemente potrebbe sembrare un elemento magico messo lì per risolvere i problemi con ondeggiando una bacchetta magica, è in realtà un Grillo Parante che incarna la vocina nel nostro cervello, quella che indica il modo giusto di affrontare un problema, ma è anche la fastidiosa parte del nostro cervello che ci sussurra che non valiamo niente, che nessuno ci vuole bene e che non ce la faremo. Pure in questo senso, la pratica insegna a Floralinda ad ascoltare solo ciò che serve, ignorando le cattiverie che non le sono utili e non la porterebbero da nessuna parte. Ragnatela le insegna che solo i desideri realistici sono realizzabili perché solo quelli su cui lei stessa lavora, a volte inconsapevolmente, e che costituiscono i piccoli pezzettini che la porteranno al coronamento del desiderio più grande: la libertà.

Per tutti questi motivi, Floralinda è solo apparentemente un personaggio monodimensionale, perché in realtà la sua psicologia è molo sviluppata, solo che è “esterna”, incarnata dall’ambientazione, piuttosto che “interna” e messa in scena da flussi di coscienza o elucubrazioni. Muir usa la fiaba di una principessa che aspetta di essere salvata proprio per sbobinare il meccanismo psicologico del “nessuno verrà a salvarti”, secondo il quale noi soltanto abbiamo davvero il potere di agire per cambiare le circostanze in cui ci troviamo, nessun principe, fatina, strega (e persino nessun* terapeuta) potrà fare questo lavoro al posto nostro, al massimo potrà tenerci per mano e fare un pezzo di strada con noi.

Veniamo alle note dolenti, dato che la perfezione non è di questo mondo. La Principessa Floralinda e la Torre di quaranta Piani parte da un’idea intelligente e coraggiosa e segue un po’ il filone di libri come Once more upon a time o Il Fuso scheggiato, che sono tutti libri molto brevi che cercano di attualizzare storie antichissime accompagnandole con un tono scanzonato e spesso lasciando che elementi del mondo primario si intrufolino. Questo piccolo retelling non fa eccezione, ma si infiacchisce un po’ via via: i mostri diventano sempre più semplici da combattere, forse troppo, e se questo ha un senso dal punto di vista della crescita psicologica di Floralinda, che smette di piangersi addosso, è anche vero che toglie tensione narrativa e manca di climax, soprattutto quando interi gruppi di mostri vengono sconfitti tutti nello spazio di una pagina senza delle vere difficoltà. Forse diminuire il numero di livelli della torre in cui dover affrontare i propri demoni mantenendo lo stesso numero di pagine avrebbe consentito di approfondire leggermente di più e l’effetto sarebbe risultato meno frettoloso e più organico da leggere.

La Principessa Floralinda e la Torre di quaranta Piani si rivolge a quella fetta di pubblico che ha apprezzato libri come Once more upon a time o Il Fuso scheggiato perché vi si allinea sia come contenuti che come tono e registro. È un racconto divertente ma che si presta comunque a due diversi livelli di lettura. Peccato solo per il finale sfilacciato, ma è un libro che letto nella giusta predisposizione d’animo può regalare grandi sorprese.

venerdì 13 febbraio 2026

A Reaper at the Gates - Un Assassino alle Porte

  • Titolo: A Reaper at the Gates - Un Assassino alle Porte
  • Titolo originale: Reaper at the Gates
  • Autrice: Saba Tahir
  • Traduttrice: Francesca Sassi
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788834747049
  • Casa editrice: Fanucci
Trama


Dentro e oltre i confini dell’Impero, l’ombra della guerra incombe sempre più minacciosa.
Helene, l’Averla sanguinaria, cerca disperatamente di proteggere la vita di sua sorella e di tutti gli abitanti dell’Impero. Ma è consapevole dei pericoli che la circondano: l’imperatore Marcus, perseguitato dal suo passato, diventa sempre più instabile e violento, mentre Keris Veturia, la spietata comandante, sfrutta la volubilità dell’imperatore per accrescere il proprio potere, senza curarsi della carneficina che lascia dietro di sé.
Laia, dal canto suo, sa bene che il destino del mondo non dipende solo dalle macchinazioni politiche della corte dell’Impero marziale, bensì dal fermare una volta per tutte il Signore della notte. Si dirige quindi a Marinn per radunare un’armata che combatta al fianco della resistenza, ma lungo la strada deve affrontare minacce inaspettate da parte di coloro che credeva l’avrebbero aiutata.
Elias, invece, è intrappolato nella terra tra i vivi e i morti, dove ha rinunciato alla sua libertà per aiutare la Traghettatrice di anime. Ma accettare questo destino per il bene dell’umanità significa arrendersi a un antico potere che esige la sua completa devozione: abbandonerà quindi Laia, la donna che ama, oppure seguirà il suo cuore lasciando che il resto del mondo ne paghi le conseguenze?

Recensione e commento

Tra miliardari pedofili cannibali e genocidi sparsi in varie parti del mondo, il periodo storico che stiamo vivendo lascia pochi spiragli di speranza e supera persino l’immaginazione sfrenata di un’autrice fantasy come Sabaa Tahir.

In questo terzo e penultimo libro della serie assistiamo a eventi che sono quanto di più diametralmente opposto esista in merito all’escapismo, perché le frasi che risuonano con il contesto attuale, i paragrafi che sembrano usciti dalle cronache dei giornali pubblicati dieci anni dopo la prima tiratura del romanzo non si contano e addirittura la violenza di una guerra inventa è più sopportabile di un qualsiasi telegiornale di questi giorni.

Cosa fare quando il male sembra invincible, sempre dieci passi avanti a chi cerca di fermarlo, come provare ad arrestare un fiume con le proprie mani? L’autrice prova a darci la sua visione, intessendo una trama ricchissima di eventi, in cui ogni volta che sembra arrivare a scioglimento, riserva un antagonista che aveva già previsto le azioni che sarebbero state poste in atto per bloccarlo e che colpisce con il pugno di ferro, schiacciando completamente la speranza e frantumando l’idea di controllo dei protagonisti.

Per quanto riguarda loro, ciascuno ha a questo punto sviluppato dei poteri peculiari che sono alcuni di quelli di cui abbiamo bisogno anche noi nel mondo primario, come quello di Hel, l’averla sanguinaria, braccio destro di un impero fortemente militarizzato e che come stratega e soldata dovrebbe avere un occhio spietato e utilitarista, ma finisce con l’acquisire un potere di guarigione che la lega indissolubilmente con le persone che soffrono. L’empatia è qualcosa che lei pensa di non potersi permettere, ma noi sappiamo benissimo che è la sola arma che abbiamo in questi tempi oscuri, che ci serve proprio per non voltarci dall’altra parte, nell’indifferenza. Al contrario, Elias, che svolge invece un ruolo al servizio dell’umanità, ne esce anestetizzato, perché la somma della sofferenza di ogni individuo è obiettivamente schiacciante. Laia, invece, è colei che appartiene alla minoranza presa di mira, sterminata per vendetta, schiavizzata, umiliata e che non ha un altro posto dove andare, sviluppa il solo potere che può aiutarla a sopravvivere e che al tempo stesso simboleggia anche la condizione in cui verte la sua gente: quello dell’invisibilià.

Infatti, tra interessi personali, ricerca del potere e autoconservazione, i potenti stanno solo pensando a spartirsi la torta, invece di intervenire efficacemente quantomeno facendo fronte comune davanti a una minaccia collettiva. Anzi, in guerra i guadagni personali diventano ancora più ingenti (se vi suona familiare, immagino che non sia un caso) e chi sta in cima alla piramide fa così paura che persino i Paesi vicini hanno paura a dare asilo ai profughi (di nuovo: se vi suona familiare, immagino che non sia casuale).

A livello di trama, gli eventi sono la continuazione naturale dei due romanzi precedenti e obiettivamente, non è un libro perfetto, se devo mettermi a fare le pulci va detto che a livello narrativo probabilmente è un po’ ridondante, alcune cose sono lievemente tirate per i capelli, oltre al fatto che le voci protagoniste sono molto uniformi, al punto che quando sono assieme sulla scena nello stesso capitolo si fatica a tenere a mente chi stia parlando, ma in fondo stiamo parlando di difetti minori. Non è per questo che A Reaper at the Gates - Un Assassino alle Porte è difficile da leggere. È difficile perché racconta di un mondo troppo simile al nostro, ma che trova comunque un mondo per tenere acceso il lumicino della speranza, qualcosa che nella realtà non riusciamo più a fare: stiamo per arrenderci se non lo abbiamo già fatto, invece di perseverare nella nostra indignazione.

Questo non è un fantasy escapista, ma forse abbiamo bisogno di prendere spunto da opere come questa per trovare la magia che ci possa aiutare a correggere le storture del nostro mondo e continuare a lottare per il bene, anche quando il male sembra insormontabile e invincibile.

mercoledì 4 febbraio 2026

Snowglobe

  • Titolo: Snowglobe
  • Titolo originale: 스노볼
  • Autrice: Soyoung Park
  • Traduttrice: Lea Giulia Elia
  • Lingua originale: coreano
  • Codice ISBN: 9788804784706
  • Casa editrice: Mondadori
Trama

Dopo la catastrofe climatica che ha fatto sprofondare la Terra in un inverno perenne, solo chi si trova sotto la cupola di Snowglobe vive al caldo e nella prosperità. Gli altri si raccolgono nei villaggi esterni e, in condizioni disumane, lavorano nelle centrali elettriche che producono l'energia necessaria a garantire ai pochi privilegiati di vivere circondati da lusso e calore. In cambio, gli esclusi possono guardare giorno e notte i programmi trasmessi da Snowglobe: reality show che documentano in tempo reale la vita di chi vi abita. Chi è fuori guarda, sogna. E obbedisce. Jeon Chobam ha sedici anni e vive con la madre, il fratello gemello e la nonna malata. Trascorre le sue giornate tra turni massacranti al lavoro e visioni compulsive del suo programma preferito, che ha per protagonista Ko Haeri, sua coetanea e stella nascente di Snowglobe, alla quale assomiglia incredibilmente. Quando Haeri muore all'improvviso, Chobam viene segretamente convocata a Snowglobe per prenderne il posto, per diventare lei affinché possa "continuare a vivere". Il mondo non può sapere la verità. All'inizio sembra un sogno che si avvera. Ma Chobam scopre presto che la città non è il paradiso che pensava: è un ingranaggio spietato in cui niente è reale, e nessuno è libero. Sotto la superficie levigata del sistema si agitano complotti, manipolazioni e una violenza sottile ma costante. E un mistero intorno alla morte di Haeri che nessuno sembra voler spiegare.

Recensione e commento

Uno dei libri passati maggiormente in sordina nel 2025 è sicuramente Snowglobe, una distopia meno terrificante del solito, ma tra le migliori nel fare da specchio alla nostra società.

A essere centrali sono le dinamiche del capitalismo e dei social network che prendono vita: in un mondo alla temperatura costante di quaranta gradi centigradi sotto zero, c’è una sola città a temperatura controllata in cui le persone possono vivere vite agiate, ovvero Snowglobe. Fuori dalla cupola, i centri abitati sono popolati da persone che devono letteralmente correre sulla ruota di un criceto per produrre corrente elettrica, che serve loro per scaldarsi, guadagnare lo stretto necessario per sopravvivere e soprattutto avere accesso ai drama, ovvero spettacoli quotidiani simili a serie tv o soap opera che ritraggono le persone che vivono nella capitale. Non esiste alcuna legge che vieti alle persone comuni di vivere a Snowglobe, certo, ci sono delle selezioni strettissime per accedere alle università e ai lavori lì, ma il problema non è la proibizione, quanto la mobilità sociale praticamente ferma. C’è una sola grande clausola: chi ci vive rinuncia alla sua privacy, va in onda praticamente ventiquattro ore al giorno e non può mai permettersi di mostrare la sua vera personalità. Per esempio, gli studenti che vengono ammessi alla facoltà di medicina sono anche necessariamente attori di medical drama e non ci sono mai momenti passati senza telecamere puntate addosso finché non si esce da Snowglobe. 

Chi vive nei centri abitati al di fuori fa i conti con la natura inclemente del clima e vive da uno stipendio all’altro, con problemi reali e concreti, eppure, nonostante questo riesce a gioire per l’anello di diamanti fuori dalla portata della gente comune ricevuto da una sconosciuta vista sullo schermo di un dispositivo elettronico. Si viene a creare, in sostanza, il legame parasociale che noi utenti comuni creiamo con gli influencer sui social: gioiamo per vite che non possiamo permetterci mentre abbiamo problemi a sbancare il lunario e addirittura invidiamo i loro lavori inutili, perché mentre le persone comuni si spaccano la schiena nelle centrali elettriche, a Snowglobe i lavori più prestigiosi sono quelli che non hanno nessuna reale utilità. La protagonista, infatti, ottiene l’ambitissimo ruolo di punta come meteorologa, un lavoro che non ha nessun senso perché chi vive fuori dalla cupola non conosce altra condizione atmosferica diversa dai quaranta sotto zero, mentre chi vive dentro sa che il clima è artificiale e per questo il meteo non fa previsioni autentiche, ma vere e proprie estrazioni a sorte come con i numeri della lotteria. Chi è costantemente sotto i riflettori non può mai mostrare la sua personalità autentica al 100%, non ha la libertà di decidere delle proprie azioni senza i condizionamenti esterni delle aspettative del pubblico e senza la paura di perdere il privilegio di vivere a un clima gradevole (perché finito il proprio lavoro, bisogna sempre lasciare la città), per cui si viene a creare un paradosso: dalla nostra parte dello schermo pensiamo di conoscere perfettamente persone che non sanno nemmeno che esistiamo, mentre dall’altra parte le persone hanno vite forzate dalla paura di perdere ciò che hanno. 

Per una volta assistiamo a un distopico che non è un romance enemies to lovers travestito da altro: non ci sarà nessuna storia d’amore tormentata, soltanto la protagonista che, dopo aver vissuto fino ai sedici anni in un piccolo centro urbano, viene invitata a vivere a Snowglobe e lì scoprirà tutto il marcio, tutti gli interessi personali ed economici che si nascondono sotto quelle vite scintillanti. Imparerà anche a sue spese che cosa significhi essere una persona crea a tavolino per essere messa davanti a una telecamera ( ne sanno qualcosa tutti i bambini che una volta diventa adulti hanno fatto causa ai genitori influencer che li hanno esposti al pubblico per monetizzare su di loro, invece di proteggerli) e si renderà conto che persino chi vive dentro la città è una marionetta al servizio di chi ha potere, potere vero, non solo economico, perché chi si trova al vertice della piramide ha sia il benessere che la privacy, cose inconciliabili per chiunque altro, che invece si trova davanti al bivio se vivere una via vera ma misera o una agiata che è solo uno spettacolo.

Dopo un inizio un po’ macchinoso fatto per spiegare tante regole di worldbuilding, Snowglobe costruisce con ritmo incalzante una trama che punta il dito contro la società superficiale e anestetizzata che abbiamo costruito. Una distopia non terrificante come altre, ma sicuramente autentica che non si perde nei difetti del fanservice. 

mercoledì 21 gennaio 2026

Elfie

  • Titolo: Elfie
  • Titolo originale: Elfie
  • Autore: Gregory Maguire
  • Traduttrice: Giulia Poerio
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804806837
  • Casa editrice: Mondadori

Trama


Elfaba, la Perfida Strega dell’Ovest, è una donna risoluta e inflessibile. Ma fin da piccola ha dimostrato di essere fuori dagli schemi: questa è la storia di una ragazzina semplicemente eccezionale, per cui è impossibile non provare empatia. Plasmata dai comportamenti di una madre intemperante e distratta, Melena, e di un padre bigotto, Frex, come tutti i bambini la piccola Elfie soffre di gelosia quando nascono la sorella Nessarosa, la santarellina, e il fratello Guscio, delinquente in erba. Tra spiriScimmie e Orsi Nani, scopre le discriminazioni di cui sono vittime gli Animali parlanti di Oz, che non possono avvicinarsi ai territori umani. Si scontra con i primi tentativi di fare amicizia, unica via di fuga possibile dalla difficile vita familiare. Raccoglie i miseri frutti di un’istruzione che, per quanto disordinata, la condurrà fino alle porte della prestigiosissima Università di Shiz. Dove incontrerà la radiosa Galinda. Elfie è destinata a diventare una strega. Ne porta i segni fin dall’infanzia: più evidenti nella sua pelle verde, più oscuri e profondi nelle sue azioni astute e forse amorali, mentre cerca di arrangiarsi, di sfuggire, di sgattaiolare via, di resistere e di nutrire le sue ambizioni.


Recensione e commento

Tutti meritano l’opportunità di volare!
Sono passati trent’anni (quasi trentuno) dalla prima pubblicazione di Wicked - Vita e Opere della perfida Strega dell’Ovest. E sono stati trent’anni pazzeschi: oggi il pubblico è abituato alle storie raccontate dal punto di vista dei villain, ma prima di quel momento non era mai successo, è stato Maguire il primo a calare la dimensione della strega in un contesto politico e culturale ben preciso e dettagliato, diverso dalla monodimensionalità delle fiabe.

Elfie è un ritorno alle origini, sia letterale che metaforico, dato che il libro parla dell’infanzia di Elfaba, la strega che ha combattuto per i diritti degli Animali nel regno di Oz e inoltre questo romanzo è dedicato a Idina Mezel e Cyntia Erivo, la prima e l’ultima Elfaba in ordine cronologico. Elfie approfondisce l’infanzia che ci era già stata brevemente raccontata nel romanzo principale e ci mostra degli episodi specifici nella vita della protagonista che l’hanno formata come individuo. Si tratta di sprazzi, di rari momenti di esercizio di empatia in un contesto familiare arido, privo di affetto e valori profondi, perché Elfaba, figlia di un ministro spirituale, viene trascinata in giro per le paludi assieme alla sua famiglia per seguire la missione evangelizzatrice del padre, che mai come in questo caso, predica bene ma razzola malissimo. Un uomo palesemente in crisi che redarguisce dei genitori che non amano la disabilità di uno dei loro figli perché non riescono a vederlo bello anche in quella condizione, mentre lui non riesce a superare il fatto che la sua primogenita sia verde e la secondogenita priva di braccia. Lo sviluppo psicologico di Elfaba deve avvenire all’ombra della ricerca di redenzione del padre e sotto i suoi dettami religiosi che riuscirà a forzare solo raramente e a fatica. Non si tratta di una protagonista simpatica, Elphaba è sempre autentica e cerca di restare fedele a sé stessa in un mondo che ha fatto dell’ipocrisia e delle apparenze il suo marchio di fabbrica. La buona educazione diventa facciata, mentre a livello sociale sta iniziando la graduale e tragica ostracizzazione degli Animali.

Villemjin Verkaik è la mia Elphaba preferita,
qual è la vostra?

Maguire è un maestro dello show don’t tell, perché nonostante utilizzi un narratore esterno onnisciente, spesso si limita a raccontare i fatti e raramente descrive le emozioni che suscitano, se non con pochissime frasi, quando serve. A questo proposito, mostra come la mancanza di rappresentazione delle minoranze possa essere dannosa sul lungo termine: Elfie non era nemmeno a conoscenza che esistessero gli Animali (ovvero animali senzienti e parlanti), al punto che quando ne incontra uno, pensa di averlo sognato, anche perché le persone attorno a lei non le credono e delegittimano spesso le sue esperienze. È così che arriva a comprendere che la vera libertà consiste nella conoscenza, perché non ci può essere libertà senza istruzione.

Eppure, Elphaba sa bene cosa significhi dover passare la vita a cercare di non dare nell’occhio e sono proprio le esperienze che vive nei suoi anni più formativi a renderla la paladina di qualsiasi persona che nella vita si sia sentita derisa o esclusa, anche perché questo non è solo un libro che indaga il suo sviluppo intellettivo, ma anche emotivo, perché durante la sua infanzia arida di affetto sono poche le occasioni in cui Elphaba si sente degna di amore. Oggi sono tantissime le opere che hanno preso ispirazione da Wicked, come la trilogia di Chris Colfer che ne riprende moltissime tematiche e addirittura alcuni piccoli dettagli della trama, proprio perché la perfida strega dell’Ovest è diventata lo stendardo della diversità ed è per questo che chiunque l’abbia interpretata o la interpreterà a teatro o sul grande schermo abbia inserito o inserirà un tocco del proprio dolore personale. Chiunque di noi può essere come Elfaba e quello che l’autore ci ricorda è che ci troviamo più vicino alla sua posizione che a quella del Mago, nel suo alto castello, a cercare capri espiatori per le proprie mancanze e manodopera gratuita da sfruttare per scopi politici ed economici.

E livello stilistico, il libro è breve, ma la prosa è densa e sfocia spesso in frasi a effetto che riassumono il succo di quanto detto in precedenza. Inoltre, non mancano piccoli Easter egg del musical e foreshadowing del romanzo principale (è meglio se leggete prima quello, o rischiate lo spoiler).

Elfie è un romanzo che rende omaggio a questi trent’anni, a tutto quello che è cambiato e a ciò che purtroppo ancora non l’ha fatto. È una dedica alle Elphaba di ieri e di domani che hanno cambiato e che cambieranno questo mondo.


Voices - Le Voci

Titolo: Voices - Voci Titolo originale: Voices Autrice: Ursula K. Le Guin Traduttore: Stefano Andrea Cresti  Lingua originale: inglese Codic...