venerdì 20 marzo 2026

Il Canto dell’Alba

  • Titolo: Il Canto dell’Alba
  • Titolo originale: The Song Rising
  • Autrice: Samantha Shannon
  • Traduttrice: Egle Costantino
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804791929
  • Casa editrice: Mondadori
Trama 


Dopo una feroce battaglia per la Corona della Rosa, Paige Mahoney ha raggiunto la pericolosa posizione di Lady Generale, e ora governa il sindacato dei chiaroveggenti di Londra. Ma i suoi nemici sono ancora a piede libero, in cerca di vendetta. Mentre raduna il suo esercito di criminali, Paige continua a incontrare in segreto il suo ex nemico, Arcturus Mesarthim. Se venissero scoperti, la fragile alleanza con i Ranthen fallirebbe. Quando però Scion introduce le sensobarriere, una tecnologia mortale che segna la fine dei chiaroveggenti, Paige deve correre contro il tempo per impedire che il suo regno finisca nel sangue. Il terzo volume della fortunatissima saga d'esordio di Samantha Shannon, ispirata ai miti greci di Pandora e Prometeo, che fonde distopia ed epic fantasy, in una nuova edizione completamente rivista dall'autrice.

Recensione e commento

DISCLAIMER: CONTIENE SPOILER DEI LIBRI PRECEDENTI

Stavo aspettando Il Canto dell’Alba come il Natale. Dopo il promettente inizio di La stagione delle Ossa, il seguito di L’ordine dei Mimi avevo grandi aspettative per il terzo libro della serie e devo dire che per quanto la trama sia meno blindata del libro precedente, che è al momento il mio preferito, la qualità si conferma comunque eccellente. 

Narrativamente parlando, la vicenda riprende breve tempo dopo gli eventi del libro precedente e comincia immediatamente a mostrate tutte le difficoltà della posizione in cui Paige si trova: stare al comando è difficilissimo perché dopo aver vinto il titolo di Lady Generale adesso deve fare in modo di tenere in piedi un’associazione di criminali, mossi ciascuno dai propri interessi personali, un po’ di sputo e qualche Avemaria. L’intento di trasformare il Sindacato in ciò che doveva essere in origine, ovvero un rifugio per i veggenti, si rivela immediatamente più arduo del necessario, sia perché appunto i criminali non sono famosi per risolvere i conflitti con le buone maniere, ma anche perché mettere d’accordo tutte quelle teste è pressoché impossibile, specialmente quando fazioni rivali, che a volte si sono odiate per secoli, che devono coesistere. Destreggiarsi tra serpi in seno, carismatici nemici giurati e alleanze inaspettate non sarà semplice e la gestione di tutto ciò ci mostra una protagonista con un mosaico di conflitti interiori credibile e condivisibile. La critica all’imperialismo inglese è chiara: l’ordine costituito, che vuole sopravvivere a tutti i costi, ha utilizzato così bene il principio del divide ed impera che le categorie oppresse sono più occupate a guardarsi a vicenda con sospetto che prendersela con chi sta sopra di loro, mentre il potere centrale è molto coeso al suo interno ed è proprio per questo che sembra un titano impossibile da sconfiggere. Shannon ci fa sentire quanto Paige sia sopraffatta dallo stare al comando, non solo per la responsabilità logorante, ma soprattutto per la fatica di tenere tutto insieme e per l’impossibilità di prendere delle decisioni che siano giuste al cento percento.

Il conflitto, quindi, si estende e dalla Oxford del primo libro si passa alla Londra del secondo per poi raccontare qui anche di Edimburgo e Manchester (e lo sguardo si amplierà ulteriormente nel quarto libro), allargando così lo sguardo sulla presa ferrea e tentacolare di un regime totalitario che non sembra essere mai sazio. In queste situazioni Shannon ci mostra come le stesse problematiche siano affrontate in modi diversi in diversi contesti culturali e di come la resistenza trovi sempre una strada, proprio perché le persone non possono sopportare passivamente oltre un certo punto. Persino chi se la passa meglio si dovrà rendere conto che prima o poi arriverà anche il suo turno di trovarsi dalla parte sbagliata di un manganello, dato che rispetto all’altrǝ, l’altrǝ siamo proprio noi.

A livello di scrittura, come dicevo all’inizio, c’è qualche buchino di trama in più rispetto a L’Ordine dei Mimi, che invece ho letto senza mai un sobbalzo o una messa in discussione, ma stiamo parlando di elementi marginali che hanno più a che fare con piccole smagliature all’interno di specifiche scene che di macroproblemi ripercuotibili sull’intero intreccio, in cui esiste una generale coerenza interna molto forte, il che è forse dovuto anche al fatto che questo è uno dei volumi che Shannon ha rimaneggiato a dieci anni di distanza, aggiustando ciò che non andava e riscrivendo le parti meno credibili. Volendo mantenere gli stessi eventi era possibile che qualcosina non funzionasse. Inoltre, l’autrice è brava fare in modo che siano proprio lɜ personaggɜ a porre le domande riguardo a questioni su cui ci interroghiamo proprio noi che leggiamo e riesce sempre a rispondere in modo credibile sul perché una determinata vicenda vada risolta in un modo preciso invece che in dieci altri possibili. In Il Canto dell’Alba è la componente tecnofantasy a farla da padrona, venendo approfondita e ulteriormente particolareggiata nel corso di questo volume e contribuendo a tratteggiare un worldbuilding fuso indissolubilmente con un sistema magico complesso e diverso da qualsiasi altro.

E a proposito di coerenza interna, anche la relazione tra Paige e Arcturus mantiene lo standard, perché ritrae due persone adulte che provano dei sentimenti l’una per l’altra, ma che hanno ben altro a cui pensare, come la sopravvivenza dei loro e di altri gruppi di appartenenza, per cui agiscono sulla base di ciò che è ragionevole e giusto, piuttosto che in balia dei propri ormoni. Inoltre, ho trovato molto apprezzabile la caratterizzazione di Arcturus Mesarthim che è un essere millenario credibile, non un ragazzetto medio da young adult che per caso ha anche cinquecento anni: il Rettore è saggio, riflessivo, ha sulle spalle esperienze che lo aiutano a prendere decisioni ponderate e mi è piaciuto molto conoscere anche qualcosa del suo passato, perché la sua vita non è retoricamente iniziata quando ha conosciuto Paige, c’è molto altro prima di quel momento. La loro è una delle poche coppie letterarie per cui faccio autenticamente il tifo e alla quale auguro presto circostanze meno avverse, anche se in questo volume avrebbero potuto comunicare un pochino meglio.

La serie de La Stagione delle Ossa si sta rivelando una delle più soddisfacenti che abbia mai letto in vita mia, non solo perché le tematiche trattate mi stanno a cuore e possono aiutarci a trovare una chiave di lettura anche per il difficile momento storico che stiamo vivendo, ma soprattutto perché si sta rivelando una storia avvincente, diversa da qualsiasi altra per ambientazione e sistema magico, e che sta venendo gestita con estrema intelligenza. Se fosse già stato pubblicato il quarto volume, lo avrei già cominciato.

mercoledì 11 marzo 2026

La Falce dei Cieli

  • Titolo: La Falce dei Cieli
  • Titolo originale: The Lathe of Heaven
  • Autrice: Ursula Le Guin
  • Traduttore: Riccardo Valla
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804762812
  • Casa editrice: Mondadori
Trama

A Portland, Oregon, nell’anno 2002 piove sempre e la popolazione soffre di malnutrizione. In Medio Oriente infuria la guerra e il cambiamento climatico ha peggiorato ovunque la qualità della vita. Insomma, l’umanità non ha certo realizzato i propri sogni di pace e benessere. Ma esiste un modo per farlo? E se fosse possibile, sarebbe una benedizione… o una maledizione? È quello che si chiede George Orr, che vede diventare realtà tutto ciò che sogna. Scoperto questo “dono”, il dottor Haber, lo psichiatra che lo ha in cura, tenta di costringere l’uomo a sognare ciò che lui desidera, pensando così di liberare la Terra dai mali di sempre: sovrappopolazione, malattie, conflitti, razzismo… Insomma, di costruire un mondo perfetto. Ma a quale prezzo? Omaggio all’opera di Philip K. Dick, premiato con il Locus nel 1972, La falce dei cieli traccia una visione sorprendentemente profetica del nostro presente e trasferisce in una trama appassionante una profonda riflessione sui temi della realtà e dell’illusione, della possibilità per l’uomo di forgiare il proprio destino, oltre a una discussione su filosofie come positivismo, taoismo, comportamentismo e utilitarismo: «una sintesi rara e potente» ha scritto Theodore Sturgeon «di poesia e scienza, ragione e sentimento».

Recensione e commento

La Falce dei Cieli è stato per me uno dei romanzi più inaspettati di Le Guin che, ormai lo sapete, è un’autrice che io amo alla follia, solo che in questo caso mi ha colpita non per il suo discostarsi dallo stile della produzione sua contemporanea, ma nel ricalcarlo, sebbene questa mia impressione si sia rivelata, a posteriori, esattamente quello che l’autrice intendeva fare dall’inizio.

Infatti, l’ambientazione fantascientifica costituita da una città abbruttita, grigia, sovraffollata, composta da palazzi grigi dai quali non filtra la luce è un richiamo alle ambientazioni orwelliane il che, unito al nome del protagonista, George Orr, chiaro riferimento a George Orwell, contribuisce a far pensare che La Falce dei Cieli sia una critica a 1984 in cui ci fornisce la sua personale visione su determinati fenomeni trattati anche dall’autore britannico.

Un po’ di contesto: il protagonista di La Falce dei Cieli ha la capacità di modificare la realtà tramite i sogni e finisce nelle grinfie di uno psicanalista utilitarista che tramite l’ipnosi si serve di questo dono (o maledizione) per cambiare gli aspetti della realtà che non vanno bene. Immediatamente vengono fermate guerre, la popolazione mondiale viene dimezzata e si pone fine al problema del razzismo rendendo tutte le persone di un unico colore. Man mano che si progredisce nella lettura, appare chiaro che per Le Guin (e in effetti è così) la realtà sia troppo composita e che problemi complessi abbiano bisogno di soluzioni altrettanto complesse, sistemiche, olistiche, non di schiocchi di dita di Thanos, perché se da un lato queste annose problematiche vengono apparentemente risolte, ciò avviene in modo piatto, senza tenere conto di ciò che c’è da salvaguardare nelle condizioni di partenza. La risoluzione drastica e non graduale è dovuta proprio al fatto che viene proposta dall’inconscio di un individuo che sogna un mondo diverso sul quale non ha controllo e appare chiaro che per l’autrice ci sono problemi che non possono essere risolti da un singolo individuo, per quanto dotato di poteri sconfinati, anzi, serve sempre la forza del gruppo. Il tentativo di sottomettere le leggi dell’universo, che sono interconnesse e delicatissime, da parte di uno scienziato che fa un uso smodato della tecnologia è senza dubbio uno dei temi centrali del romanzo, con una critica al mondo occidentale che vuole soluzioni veloci e semplici mentre crea le condizioni per la distruzione del pianeta. 

Allo stesso tempo, l’autrice pone l’accento sull’impossibilità di controllare veramente la mente di qualcuno. In 1984 Orwell propone una storia in cui il lavaggio del cervello sia così totalizzante che si possa arrivare ad amare teneramente il proprio burattiaio, mentre il punto di vista di Le Guin va in contro tendenza (vi giuro, mi sembra di vedere litigare i mei genitori, sono due dei miei autori preferiti), perché George Orr cerca di sfuggire dal suo, non si arrende e anche se all’apparenza è un uomo totalmente nella media, è in realtà dotato di grande forza d’animo e coraggio. Infatti, il subconscio del paziente può essere influenzato dal dottore, ma mai completamente controllato, il che per Le Guin significa che non è possibile suggestionare una mente al cento percento come accade per Orwell.

E tornando proprio a ciò che ho scritto in apertura, ovvero che La Falce dei Cieli mi sia sembrato più canonico come romanzo di fantascienza rispetto al resto della sua produzione, questo a posteriori appare un effetto chiaramente voluto, soprattutto nella scelta dei sostantivi che richiamano alla prosa orwelliana (come Trattamento Sanitario Volontario che ha poco di volontario) oppure nell’ambientazione che ci viene descritta immediatamente come opprimente e angusta. Come sempre, lo stile è asciutto e condensato, riesce a dire tutto in pochissime parole senza dare troppe spiegazioni, per esempio cambiando piccoli dettagli nelle descrizioni dei luoghi quando George Orr cambia il continuum dell’universo aggiungendo e togliendo oggetti che prima ci sono e poi non sono mai esistiti.

Le Guin si dimostra ancora una volta un’autrice che prende in mano la penna solo quando ha davvero qualcosa da dire, anche quando in apparenza è stato già detto tutto. La sua capacità di espandere argomenti apparentemente già esauriti mi lascia estasiata ancora una volta.

venerdì 6 marzo 2026

La Principessa Floralinda e la Torre di quaranta Piani

  • Titolo: La Principessa Floralinda e la Torre di quaranta Piani
  • Titolo originale: Princess Floralinda and the forty-flight tower
  • Autrice: Tamsyn Muir
  • Traduttore: Gabriele Giorgi
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804799993
  • Casa editrice: Mondadori
Trama

Quando la strega ha costruito la torre di quaranta piani, l'ha fatto proprio a regola d'arte. Ogni piano ospita un mostro ripugnante: si va da un drago con le scaglie tempestate di diamanti a un branco di goblin bavosi. Se un principe riuscirà a raggiungere la cima, verrà ricompensato con una spada dorata e con l'adorabile principessa Floralinda. Ma nessun principe è ancora riuscito a conquistare il pianterreno, figuriamoci ad arrivare al quarantesimo. Anzi, a dirla tutta, la scorta di nuovi principi sembra essersi esaurita. E l'inverno sta per intrappolare Floralinda...

Recensione e commento

La fiaba di Raperonzolo è una delle più difficili da rivisitare o cercare di mettere in scena. Per tanto tempo l’impresa sembrava inaffrontabile, solo nel 2001 Mattel è riuscita a soffiare questa principessa a Disney, distribuendo uno dei film di Barbie in cui la protagonista, Raperonzolo, era dotata di un oggetto magico capace di farla uscire dalla torre all’insaputa della matrigna. Disney arriva solo nel 2010, nove anni dopo, con il film Rapulzel, e anche in questo caso, la storia non è basata su ciò che accade nella torre, ma su ciò che succede quando ne esce. Disney, dopo il flop de La Bella Addormentata, accusata di essere una protagonista fin troppo passiva, temeva lo stesso esito anche per una principessa che avrebbe dovuto rimanere rinchiusa ad aspettare di essere salvata e per questo, come Mattel, ha rivoluzionato la storia facendo in modo che si lasciasse la torre alle spalle in fretta.

Muir si inserisce a queso punto, perché fa qualcosa che né Disney né Mattel hanno osato fare: costruisce tutta la storia all’interno della torre e le avventure vissute dalla protagonista, in questo caso Floralinda, sono proprio quelle costituite dai tentativi ed errori che fa per uscirne. Liberarsi dalla prigionia, quindi, non è qualcosa che avviene con uno schiocco di dita o grazie a un salvataggio da parte di un cavaliere con l’armatura scintillante, ma un vero e proprio percorso interiore.

E a proposito di percorsi interiori, la storia si presta anche a questa chiave di lettura, ovvero quella secondo cui la torre rappresenterebbe la mente di Floralinda popolata da mostri che lei e soltanto lei può davvero combattere e sconfiggere. In questo senso, tutto ciò che si trova dentro la torre è una rappresentazione di quello che c’è dentro di lei, in positivo o negativo che sia. Le arance, il pane, l’acqua e il latte sono le risorse che ha sempre a disposizione e sono rinnovabili. Tecnicamente baserebbero per sopravvivere, se Floralinda si accontentasse di starsene rinchiusa al quarantesimo piano senza mai desiderare altro o di più, ma così non è e quello spazio diventa presto troppo angusto. Armata di una grande dose di coraggio, decide di scendere e usa le risorse che ha per liberarsi via via dei mostri che incontra. Non sempre le basta ciò che ha a disposizione sul momento, ma con l’esperienza impara che può usare anche quello che pensava di non avere e che l’allenamento le rende più semplice affrontare difficoltà che all’inizio del suo viaggio le sarebbero sembrate insormontabili. Anche la fatina Ragnatela, che apparentemente potrebbe sembrare un elemento magico messo lì per risolvere i problemi con ondeggiando una bacchetta magica, è in realtà un Grillo Parante che incarna la vocina nel nostro cervello, quella che indica il modo giusto di affrontare un problema, ma è anche la fastidiosa parte del nostro cervello che ci sussurra che non valiamo niente, che nessuno ci vuole bene e che non ce la faremo. Pure in questo senso, la pratica insegna a Floralinda ad ascoltare solo ciò che serve, ignorando le cattiverie che non le sono utili e non la porterebbero da nessuna parte. Ragnatela le insegna che solo i desideri realistici sono realizzabili perché solo quelli su cui lei stessa lavora, a volte inconsapevolmente, e che costituiscono i piccoli pezzettini che la porteranno al coronamento del desiderio più grande: la libertà.

Per tutti questi motivi, Floralinda è solo apparentemente un personaggio monodimensionale, perché in realtà la sua psicologia è molo sviluppata, solo che è “esterna”, incarnata dall’ambientazione, piuttosto che “interna” e messa in scena da flussi di coscienza o elucubrazioni. Muir usa la fiaba di una principessa che aspetta di essere salvata proprio per sbobinare il meccanismo psicologico del “nessuno verrà a salvarti”, secondo il quale noi soltanto abbiamo davvero il potere di agire per cambiare le circostanze in cui ci troviamo, nessun principe, fatina, strega (e persino nessun* terapeuta) potrà fare questo lavoro al posto nostro, al massimo potrà tenerci per mano e fare un pezzo di strada con noi.

Veniamo alle note dolenti, dato che la perfezione non è di questo mondo. La Principessa Floralinda e la Torre di quaranta Piani parte da un’idea intelligente e coraggiosa e segue un po’ il filone di libri come Once more upon a time o Il Fuso scheggiato, che sono tutti libri molto brevi che cercano di attualizzare storie antichissime accompagnandole con un tono scanzonato e spesso lasciando che elementi del mondo primario si intrufolino. Questo piccolo retelling non fa eccezione, ma si infiacchisce un po’ via via: i mostri diventano sempre più semplici da combattere, forse troppo, e se questo ha un senso dal punto di vista della crescita psicologica di Floralinda, che smette di piangersi addosso, è anche vero che toglie tensione narrativa e manca di climax, soprattutto quando interi gruppi di mostri vengono sconfitti tutti nello spazio di una pagina senza delle vere difficoltà. Forse diminuire il numero di livelli della torre in cui dover affrontare i propri demoni mantenendo lo stesso numero di pagine avrebbe consentito di approfondire leggermente di più e l’effetto sarebbe risultato meno frettoloso e più organico da leggere.

La Principessa Floralinda e la Torre di quaranta Piani si rivolge a quella fetta di pubblico che ha apprezzato libri come Once more upon a time o Il Fuso scheggiato perché vi si allinea sia come contenuti che come tono e registro. È un racconto divertente ma che si presta comunque a due diversi livelli di lettura. Peccato solo per il finale sfilacciato, ma è un libro che letto nella giusta predisposizione d’animo può regalare grandi sorprese.

La bussola d’Oro

Titolo: La Bussola d’Oro Titolo originale: The Golden Compass Autore: Philip Pullman Traduzione di: Marina Astrologo & Alfredo Tutino Li...