- Titolo: Heartless
- Titolo originale: Heartless
- Autrice: Marissa Meyer
- Traduttrice: Maria Carla Dallavalle
- Lingua originale: inglese
- Codice ISBN: 9788804791027
- Casa editrice: Mondadori
Trama
Heartless racconta il Regno di Cuori molto prima che vi giungesse Alice, tra Cappellai, gatti invisibili, Bianconigli, e mostra come una fanciulla che sognava l'amore si possa trasformare in una tirannica sovrana ossessionata dalle rose rosse e dalle teste mozzate.
Catherine è una delle ragazze più desiderate del Paese delle Meraviglie e addirittura la preferita del Re di Cuori, in cerca di una moglie. Ma i suoi interessi sono ben lontani dal matrimonio: pasticciera di talento, l'unica cosa che desidera è aprire un negozio con la sua migliore amica. Secondo sua madre, un obiettivo insensato per quella che potrebbe diventare la prossima regina. Poi Cath incontra Jest, l'affascinante e misterioso giullare di corte. E per la prima volta, si scopre innamorata. Nonostante il pericolo di offendere il re e di far infuriare i suoi genitori, lei e Jest iniziano a frequentarsi in segreto. Cath è determinata a dare forma al proprio destino e a innamorarsi alle sue condizioni. Ma in una terra piena di magia, follia e mostri, il destino ha altri piani.
Recensione e commento
Marissa Meyer è un’autrice che mi ha riservato gioie e dolori nel corso della sua produzione: se Le Cronache Lunari è stata una serie fresca e giovane con tanti temi e da cui è stato impossibile staccarsi, lo stesso non si può dire di altri libri usciti dalla sua penna. Renegades è stato una mezza delusione, mentre Gilded era partito benino per poi sfasciare tutto nel secondo libro.
Questa lunga premessa per dire che se non fosse stato per le parole entusiastiche di @lovereading_more avrei saltato questa lettura a piè pari. E mi sarei persa il libro migliore dell’autrice.
Heartless è un libro che risale al 2016, un periodo in cui la produzione young adult non era basata sulla spasmodica ricerca dei trope. In questo retelling dedicato alla regina di cuori di Alice nel Paese delle Meraviglie ritroviamo la Marissa Meyer che si trova a suo agio con il retelling e che riesce a dipingere con delicatezza tantissimi temi senza doverli imboccare in modo sfacciato e senza mai scendere nel banale.
Probabilmente per l’autrice partire da un immaginario già ben definito come quello di Alice è un grosso vantaggio, perché riesce a dare il meglio di sé attingendo a prodotti che già esistono nella mente di chi legge e potendo rimescolare le carte per poter dare delle storie di background a diversi personaggi e personagge. Non è solo la regina di cuori, Cath, che impariamo a conoscere, ma anche tutto il corollario che esisteva da prima che Alice cadesse attraverso la tana del Bianconiglio.
La regina di cuori, infatti, non è sempre stata la perfida tagliagole che si vede nel romanzo di Lewis e anche qui Meyer non attinge al cliché trito del “è cattiva perché ha sofferto”, anzi, ci mostra una ragazza estremamente dolce e semplice, ma che vive in un contesto sociale talmente stringente e dalle norme sociali così pervasive che è costantemente immersa nelle regole della nobiltà vittoriana da non essere in grado di metterle in discussione fino a quando non è troppo tardi. Cath è una ragazza normale, con dei sogni assolutamente alla sua portata che viene costantemente sminuita o illusa da chi la circonda: il suo progetto di aprire una pasticceria, in quanto pasticciera migliore del regno, non può vedere la luce perché nessuno le presta il capitale iniziale e la nobiltà le renderebbe il lavoro impossibile. Qualcosa di facilmente realizzabile e del tutto ragionevole come il lavoro in una pasticceria, qualcosa che Cath ama e in cui riesce bene, viene trattato come un piano impossibile e strampalato in un luogo in cui, letteralmente, è possibile tirare fuori piante da frutto dai propri sogni, i dolcetti possono accorciare o allungare le persone, esistono animali parlanti che scompaiono e cappelli dalle proprietà magiche. Nel Paese delle Meraviglie il sogno di Cath non è impossibile: le viene reso tale perché è impensabile che lei non si attenga al ruolo che è stato prestabilito per lei.
E venendo proprio a questo argomento, la protagonista è la figlia dei Marchesi Pinkerton, suo padre è un uomo tutto sommato passivo che esiste solo nel momento in cui deve dare man forte alla moglie che basa tutto il suo rapporto con la giovane figlia sul controllo e sul senso di colpa. L’amore di sua madre verso Cath non è mai incondizionato, ma sempre legato a quanto le azioni della figlia la compiacciano. Se la figlia indossa gli abiti che la marchesa ha scelto per lei e se salta un pasto le dice brava, se sceglie da sé i suoi vestiti (o ancor peggio, il suo percorso di vita) o mangia i deliziosi dolci che cucina allora piovono critiche persino sul suo aspetto. Perché se prende un chilo chissà se sarà ancora un partito appetibile. La genitorialità in Heartless è disfunzionale in un modo realistico, dato che anche nella vita reale esistono fin troppi genitori che si comportano come se le figlie e i figli che hanno messo al mondo avessero nei loro confronti un debito di gratitudine da dover ripagare comportandosi come se fossero estensioni di chi li ha procreati, non esseri a sé.
Non stupisce che Cath, inconsapevolmente (il libro non ce lo fa mai pesare) sia cresciuta sacrificando spesso la sua felicità a quella altrui. Sono poche e fiacche le volte in cui cerca di svincolarsi dalle situazioni che non le piacciono: non riesce mai a essere egoista in tempo, aspetta che sia troppo tardi prima di prendere una decisione che è in realtà l’unica possibile, perché non le resta altro. Meyer è bravissima a gestire il tutto a livello simbolico e ci ricorda di continuo che Cath cerca di nuotare contro la marea di eventi in una società che ha già deciso per lei quale debba essere il suo posto e lo fa proprio attraverso la pasticceria. Cath ama preparare dolciumi, eppure è lei quella che all’interno del romanzo viene paragonata a pasticcini, crostatine e melassa. Emblematica in questo senso è anche la scena in cui il Cappellaio le dà in dono un cappello, lei vorrebbe sceglierne uno da chef, ma lui gliene offre uno a forma di macaron, come a dire che lei non è lì per produrre: è lei il prodotto. Lei è lì per essere consumata, per essere bella e basta e non ci si aspetta che sia attiva, nessuno vuole che sia altro che una caramella da scartare.
Fino alla sua trasformazione, Cath è una ragazza adorabile ma non è perfetta perché anche lei porta su di sé molte delle idiosincrasie del suo tempo, come quando guarda con malcelato sospetto le persone con un aspetto diverso, oppure come tratta quelle che considera orribili ma che vengono comunque invitate ai ricevimenti e con le quali bisogna interagire per quieto vivere. È proprio il quieto vivere che la uccide. La costante mancanza di tempismo che la attanaglia ogni volta che potrebbe dire no e finisce col non dire niente e che inevitabilmente la porta a una situazione in cui potrebbe salvarla solo l’immobilismo, che concretamente non è mai possibile.
Heartless è la storia di una protagonista che non vince, una storia che ci esorta a non aspettare di diventare le villain della storia per utilizzare un po’ di sano egoismo e che insegna quanto la subordinazione della propria felicità a quella altrui possa diventare un cappio che si stringe lentamente al collo. Meyer scrive un retelling degno di questo nome, ricco di Easter egg che non sfociano nel citazionismo e racconta una storia ben congegnata che incita a non aspettare che sia il destino a decidere per noi.




