- Titolo: Gwen e Art NON stanno assieme
- Titolo originale: Gwen and Art are NOT in love
- Autorǝ: Lex Croucher
- Traduttrice: Marti Del Romano
- Lingua originale: inglese
- Casa editrice: ne/on
- Codice ISBN: 9791282205023
Trama
Gwen e Art stanno per sposarsi... peccato che si detestino cordialmente. Gwen, principessa d’Inghilterra, e Art, erede della tenuta di Maidvale, sono promessi sposi fin dall'infanzia. Li aspetta il matrimonio del secolo, ma non potrebbero essere più diversi: lei è fredda e testarda, lui un sagace rubacuori. Ma quando le loro reali, anticonformiste inclinazioni vengono a galla, l’odio reciproco si trasforma in una tregua inaspettata. Per sopravvivere alle rigide aspettative della corte e proteggere i propri segreti, i due decidono di stringere un patto: fingere di essere follemente innamorati e perseguire nel frattempo i rispettivi progetti d'amore. Dovranno agire furtivamente tra balli di corte e tornei medievali, se vogliono conquistare la persona dei propri sogni. L'amore è un vero campo di battaglia… ma avere un alleato fa tutta la differenza.
Recensione e commento
A volte capita di imbattersi in un libro che sfugge completamente ai canoni di un qualsiasi genere e anche alle nostre aspettative. Per me è stato così per Gwen e Art NON stanno assieme, che non è un fantasy perché non c’è magia in senso stretto, non è un retelling, perché i personaggi non sono Ginevra e Artù, ma degli ipotetici discendenti generazioni dopo, non è un romance, perché le storie d’amore non sono il fine ultimo della trama e restano relativamente marginali. Forse potrebbe essere incasellato nell’ucronia, in un medioevo che si prende delle licenze ma che crea delle situazioni coerenti con la storia che ci viene raccontata.
Potreste pensare che questo romanzo sia un po’ come Balto, che sa solo quello che non è, ma non è così, anzi, è un libro dall’identità forte che non si piega alle esigenze di mercato, non snocciola trope popolari e non sfocia mai nel fanservice. Ed è per questo che mi è piaciuto tantissimo, proprio perché una storia lineare e apparentemente semplice non si perde mai nel cliché e soprattutto, non diventa mai problematico (ormai the bar is on the floor).

I protagonisti sono quelli citati nel titolo, ovvero Gwen e Art, promessi sposi sin da piccoli che si detestano cordialmente e che nascondono un piccolo segreto: la loro omosessualità. Dapprincipio entrambi cercano di fare in modo di rompere il fidanzamento, ma quando scoprono l’uno dell’altra si aiutano a vicenda. Quello che in un altro romanzo sarebbe stato venduto come fake dating che arriva a dating vero, qui si avvicina di più al lavender marriage, ovvero quel tipo di matrimonio contratto, soprattutto in passato, per andare in contro alle esigenze sociali ma che non veniva consumato proprio per via dell’omosessualità di almeno uno dei due membri. Nessuno dei personaggi in scena è stereotipato, o se lo è avrà un arco di trasformazione che arriverà al suo apice proprio con i superamento dello stereotipo. Personalmente, uno dei miei preferiti è proprio Art, apparentemente un mascalzone senza scrupoli che non si fa problemi a ricattare Gwen, all’inizio, ma che pur avendo in pugno sia lei che il fratello Gabriel, anche lui omosessuale, non fa mai outing a nessuno dei due, preferendo chiuderli a chiave in una stanza per constringerli a comunicare. Art è in apparenza superficiale e per nulla incline a prendere le cose sul serio, ma in realtà il suo umorismo maschera spesso la difficoltà nel cercare di vivere la sua vita libero dallo sguardo altrui, libero dai condizionamenti che il suo ruolo di spicco nella società medievale gli imporrebbe. Art pensa genuinamente che vivere secondo i propri desideri possa aiutare anche altre persone, magari meno privilegiate, a fare la stessa cosa.

Gwen, al contrario, parte da un punto in cui si sente tranquilla nella sua quotidianità, non cerca di uscire dal suo guscio, anzi, fa di tutto per tenerselo e fare in modo di accondiscendere il più possibile a quello che la società vuole da lei. Cerca di fare felice suo padre, il re, che è fondamentalmente un brav’uomo ma pur sempre figlio del suo tempo e che per via del suo ruolo di capo di Stato deve spesso mettere i doveri davanti alla famiglia. A causa dei dogmi sociali, suo padre non vede quanto lei sia abile in politica, il che porta due conseguenze, la prima è che le sue idee per essere prese sul serio devono essere riferite dal fratello Gabriel, la seconda è che Gwen perde fiducia nelle sue capacità di comando, che ci sono ma il fatto di non averle mai esercitate la porta spesso a pensare che sarà sempre qualcun altro a intervenire anche quando il qualcun altro dovrebbe essere proprio lei. Oltre a questo, Gwen parte anche da una situazione in cui pensa spesso di non essere come le altre ragazze, parte dal presupposto di non potersi confidare con Agnes, la sua ancella, a cui attribuisce dei difetti che non ha realmente. La parte della crescita di Gwen che ho preferito è stata proprio quella relativa al fare un passo indietro e rendersi conto che Agnes è stata un’amica fedele che non ha mai meritato il suo astio.
Gabriel e Bridget sono i secondari e love interest di Art e Gwen e non sono meno degli di importanza delle voci protagoniste. Gabriel, come erede al trono, sente ancora di più le stesse pressioni sociali della sorella, pensa di dover essere un sovrano perfetto, senza riuscire davvero ad abbracciare l’idea che la perfezione non sia di questo mondo. Passa le sue notti a studiare i testi relativi al leggendario re Artù nella speranza di poter essere come lui dimenticandosi che anche i miti e le leggende erano persone, che anche loro avevano dubbi ed erano fragili. Gabriel cerca di modellare sé stesso su degli esseri che sono stati mitizzati, a cui la Storia ha cancellato difetti e tratti caratteriali che non erano compatibili con ciò che era utile al momento e che non sono mai davvero esistiti per come li pensa lui. Quella con l’Artù della sua immaginazione è una gara che non può vincere, se poi una gara esiste, anche perché le esigenze del popolo ai tempi di Artù non sono certo le stesse che deve affrontare lui. Quello di Gabriel è il conflitto interiore di chi è in un modo e pensa che per il bene comune sarebbe meglio se fosse diverso, è il conflitto di chi si trova nel pieno di una lotta religiosa e rischia di perdere il potere, il titolo, la vita, ma ha comunque la consapevolezza che fare coming out sarebbe un bene per fare sentire al sicuro anche altre persone, quelle che non si sentono accettate. Gabriel giudica al di fuori di sé le stesse cose che giudica dentro di sé, è infastidito da ciò che di sé lo disgusta e che Art riesce a vivere con naturalezza. Il suo percorso serve proprio ad affrontare sé stesso e tirare giù dal piedistallo un’idea fine a sé stessa.

Nel mio cuore, Bridget si contenta il gradino più alto del podio con Art. Bridget è una cavaliera che cerca di vivere in tutto e per tutto secondo le regole dell’onore e della cavalleria, anche quando gli altri barano e anche quando tutto sembra remarle contro. Non è una guerriera overpowered che sbaraglia tutti senza sforzo, nel corso del libro perde spesso durante le gare, ma non è questo il punto: Bridget sa che vincere e perdere sono entrambi parte del gioco e anche quando gli altri vincono imbrogliando, invece di perdere la calma e fare la vittima, Bridget fa spallucce continua per la sua strada, perché vincere non è importante se non avviene alle sue condizioni e secondo il suo codice morale. Non accetta vittorie mutilate né scende mai allo stesso livello di chi per batterla rinuncia a una vittoria onorevole. Lei, ancora più di Art, riesce a vivere la sua omosessualità con naturalezza e non accetta compromessi. Il tipo di relazione che intende instaurare con la persona che avrà al suo fianco dovrà essere frutto di compromessi ma non di rinunce: Bridget non intende indossare una gonna e fingere di essere la domestica della donna che ama mentre questa sposa un uomo per copertura. In amore, come nell’arena, Bridget non fa prigionieri e non è disposta a mettere da parte le sue ambizioni in cambio di una vita passata a nascondersi.
Verso la parte finale c’è un cambio di tono e la storia, che apparentemente correva su un binario rassicurante, prende una piega molto più oscura. Tuttavia, nonostante le scene cruente, personalmente ho trovato perfetto il finale, verosimile nel suo sapore dolceamaro, che mostra la violenza come rifugio degli stolti, che non risolve mai nulla, ma lascia solo feriti e macerie da spazzare via per poter ricostruire.

Da Gwen e Art NON stanno assieme mi aspettavo leggerezza, forse addirittura frivolezza, invece mi sono trovata davanti una storia che parla dell’importanza del coming out in un contesto apparentemente ostile e senza possibili alleati, in cui la queerness è trattata con competenza, senza mai venire feticizzata, con personaggi in cui è facile rispecchiarsi e che hanno un percorso di crescita autentico senza che si snaturino. In questo libro vengono toccati con mano gli effetti del revisionismo storico e di come il raccontare le coppie omosessuali del passato come semplicemente legate da un’amicizia di lunga data e duratura possa creare dei problemi alle generazioni future, che non trovando traccia di sé stesse finiranno col sentirsi inadeguate e non rappresentate.