- Titolo: volo di Drago
- Titolo originale: Dragonflight
- Autrice: Anne McCaffrey
- Traduttrice: Roberta Rambelli
- Lingua originale: inglese
- Codice ISBN: 9788834747599
- Casa editrice: Fanucci
Trama
Sul pianeta Pern, la minaccia pende dal cielo: i “Fili”, spore micidiali provenienti dalla Stella Rossa, divorano ogni forma di vita organica. Per secoli, i dragonieri e i loro maestosi compagni alati, legati telepaticamente ai loro cavalieri, hanno protetto il mondo distruggendo i Fili in volo. Ma ora sono passate generazioni dall’ultima Caduta e la memoria si è fatta leggenda. Mentre i signori delle Fortezze smettono di inviare tributi e i draghi si estinguono, solo il Weyr di Benden resiste. Lessa, un’umile serva i cui genitori sono stati assassinati e a cui è stato sottratto il diritto di nascita, e F’lar, cavaliere del drago bronzeo Mnementh, dovranno riscoprire gli antichi poteri del tempo e dello spazio per salvare Pern dall’annientamento imminente.
Recensione e commento
Il grande ritorno in Italia di uno dei libri che hanno segnato il genere avviene tramite una nuova edizione di Fanucci editore. Volo di Drago non è importantissimo solo dal punto di vista narrativo, ma anche tematico, perché viene scritto e parla di un periodo storico molto particolare.
Infatti, il suo anno di pubblicazione originale è il 1968 e ciò che avviene nella trama è indistricabile dalla rivoluzione culturale avvenuta in quell’anno. A sei anni dalla dirompente pubblicazione di La Mistica della Femminilità, di Betty Friedan, che raccoglieva le testimonianze delle donne cresciute negli anni Cinquanta, le quali venivano mandate all’università dalle famiglie con il fine di trovare un buon partito, si ritrovavano poi a fare le casalinghe come le loro madri. Dal saggio di Friedan si evinceva una frustrazione generalizzata tra le donne che avevano faticato per avere un’istruzione per poi ritrovarsi a non poterla usare e in Volo di Drago, a dimostrazione di quanto il fervore culturale di quel periodo avesse portato a digerire certe tematiche, racconta anche di questo: una ragazza che dovrebbe essere l’erede della sua casata e ritrovatasi a fare la sguattera per una serie di vicissitudini politiche, viene a contatto con un cavaliere di draghi che vede qualcosa in lei e le promette che diventerà Dama del Weyr, nonché la compagna del drago regina che sta per nascere. Molto presto, però, si rende conto che ciò che le è stato promesso è un onore solo formale, perché anche nel suo nuovo ruolo prestigioso, si ritrova semplicemente a pulire cose più belle di quelle di prima, ma di base viene comunque relegata al ruolo domestico.
Lei sa di volere di più, di meritare di più e di essere in grado di ottenerlo, ma durante i suoi studi le viene costantemente ribadito che la tradizione impone che non lo faccia, al punto che la consuetudine viene tramutata in obbligo biologico: il fatto che il drago della Dama precedente non volasse viene preso come fatto acclarato che i le femmine di drago non siano in grado di volare (ovviamente, Lessa disobbedirà alla norma e dimostrerà che ciò che è possibile non può mai essere innaturale). Ciò fa sì che lei come protagonista pecchi un po’ del caro vecchio “io non sono come le altre”, ma era appena la terza ondata di femminismo e i tempi non erano ancora maturi per la quarta, per cui, nell’ottica storica, è qualcosa di perdonabile se non addirittura comprensibile. Questo e anche il fatto che ci sia una forte competizione tra donne per accaparrarsi un uomo (sul serio, ragazze, sul serio?) in un prodotto odierno sarebbe fortemente criticabile, tuttavia questa dinamica spiega anche il rapporto predatorio che esisteva in queso periodo (facciamo finta che sia qualcosa da relegare al passato) tra uomo e donna, specialmente in materia di corteggiamento e matrimonio. La critica di McCaffrey in questo caso è piuttosto chiara, poiché inserisce nel flusso di coscienza del protagonista F’lar la consapevolezza di usare violenza nei confronti di Lessa, ma l’uomo la trova tutto sommato giustificabile, senza metterla in dubbio, perché per lui è così che vanno le cose.
Tuttavia, il ruolo della tradizione non è solo quello di bersaglio di critica da parte dell’autrice, quanto motivo di utilizzo del proprio discernimento, perché se da una parte abbiamo un gruppo di persone che seguono ciecamente le vecchie strutture e si rifugiano nella sicurezza data dal fare le cose nel modo in cui sono sempre state fatte (o almeno, nel modo in cui sono sempre state fatte nella loro vita, dato che la singola esperienza umana è molto breve in confronto alla Storia), dall’altro, soprattutto chi detiene il potere accentrato, non dà mai retta ai sapienti, a chi di mestiere preserva e amplia la conoscenza. Gli esseri umani perdono molto in fretta la lungimiranza e abbassano la guardia quando non hanno una minaccia sotto gli occhi, arrivando a pensare che ciò che non vedono (o che non è successo a loro personalmente) non esista né possa esistere. Salvo poi pretendere che, quando finalmente le paura sublimate si palesano nella realtà, le persone di cultura tirino fuori dal cilindro una soluzione che non hanno potuto cercare per tempo a causa di mancanza di fondi o perché gli avvertimenti che lanciavano non accarezzavano l’ego dei regnanti.
Questa parte specifica della narrazione è quella che ho sentito più vicina a me e ha richiamato nella mia memoria tutte le notizie di bambini morti perché i genitori, ignari delle implicazioni di malattie terribili e dolorose, non hanno vaccinato i figli o in generale di come non ci si fidi della scienza fino a quando i buoi (o il Coronavirus) non scappano dal recinto. Dopo decenni di tagli alla ricerca scientifica, di demonizzazione della medicina occidentale e di mancanza di fiducia verso i tutoli di studio, abbiamo chiesto che la soluzione a una pandemia venisse trovata sventolando una bacchetta magica alla velocità della luce, tra turni massacranti e stipendi insufficienti. E nonostante questo, c’è chi ancora non si fida di chi ci ha portato fuori da baratro. Momento polemica riflessiva finita, torniamo al libro.
Apparentemente, Volo di Drago è un fantasy, ma in realtà questo aspetto riguarda più l’estetica dell’ambientazione, che ricorda il Medioevo. Le premesse narrative sono totalmente fantascientifiche: la minaccia contro cui l’umanità, complessivamente, deve combattere arriva dallo spazio e si tratta di un fenomeno naturale dovuto alla particolare rotazione del pianeta attorno a una stella. Allo stesso modo, la presenza dei draghi non è semplicemente giustificata dalla magia, ma frutto dell’evoluzione della specie che è stata necessaria per trovare un equilibrio con l’ecosistema, il tutto condito da viaggi spazio-temporali e nomi di composti chimici.
Volo di Drago è un libro che in trecento pagine riesce a cristallizzare un’epoca e a cambiare tutte quelle successive. Il concetto di drago non più come creatura mistica, ma come animale senziente da cavalcare in battaglia nasce qui, con tutto ciò che ne è derivato dopo. Mi sbilancio come raramente mi capita di fare: assolutamente imprescindibile.





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