mercoledì 7 ottobre 2026

Sono contenta che mia mamma è morta

  • Titolo: Sono contenta che mia mamma è morta
  • Titolo originale: I’m glad my mom died
  • Autrice: Jeannette McCurdy
  • Traduzione di: Matteo Curtoni & Maura Parolini
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804797845
  • Casa editrice: Mondadori
Quarta di copertina


La battaglia di un’ex attrice bambina per riprendere il controllo della propria vita, tra disturbi alimentari e dipendenze, in balia di una madre davvero troppo ingombrante. Un memoir struggente ed esilarante, un clamoroso caso editoriale.


Commento

Sono contenta che mia mamma è morta è un libro che non sono riuscita a mettere giù fino a quando non l’ho finito. Non si tratta di un romanzo, ma di un memoir: l’autrice racconta non solo la sua vita come baby star, con tutto ciò che ha comportato essere una bambina sotto i riflettori, ma soprattutto il suo rapporto con una madre disfunzionale e come questo abbia condizionato la sua esistenza.

Jennette con il 
suo nuovo libro
La narrazione di Jeannette McCurdy non è didascalica, non ci imbocca nulla né si perde il flussi di coscienza, è un tipo di racconto che si srotola per episodi, ci vengono raccontati momenti specifici della sua vita in cui si condensano dei concetti che non è necessario spiegare con la teoria. Assistiamo a un’infanzia fatta di povertà e un tipo di miseria che non ha niente a che fare con il reddito e tutto a che fare con la mancanza di affetto e coesione familiare, con dei parenti che sono più dei coinquilini con cui trovare soluzioni per sbancare il lunario che dei veri e propri affetti. In questa vita fatta di privazioni, la madre di Jennette vede nella figlia tante cose: una possibilità di riscattarsi economicamente, un modo per avere attraverso di lei il successo che non ha mai avuto, qualcuno che non la lasci mai, che la tratti come una divinità, come il centro del mondo. La madre è un genitore estremamente manipolatorio, abusa della figlia sia emotivamente che fisicamente (anche se la piccola non ha gli strumenti per potersene rendere conto, se non ad anni di distanza pagando tanti soldi in analisi), al punto da imporle un regime alimentare finalizzato a indurle l’anoressia per cercare di farla rimanere bambina più a lungo. Tutto il controllo sul corpo della bambina è qualcosa di dolorosissimo a cui assistere, perché noi che leggiamo capiamo chiaramente che si tratta di un abuso, di qualcosa che nessun adulto dovrebbe mai imporre a un bambino, ma che in quel momento Jennette percepisce addirittura come auspicabile proprio perché sa che sua madre la preferisce così, piccola, bambina e ancora dipendente da lei. È doloroso vedere i momenti in cui, ancora prepubere, sia Jennette a regolare le emozioni degli adulti intorno a lei, di come impari a pesare ogni singola parola per evitare che esplodano, per calmarli o renderli orgogliosi. Una scena in particolare mi ha colpita, quella in cui si trova in un ristorante assieme a sua madre e al Creatore (Dan Schneider, in seguito accusato di molestie e abusi da diversi attori e attrici ancora minorenni all’epoca dei fatti). Entrambi sono narcisisti e manipolatori nei suoi confronti, sono in grado di farla sentire la persona più speciale nella stanza oppure di buttarla giù colpendola con una sola parola nel punto giusto. Jennette muore dalla voglia di accontentare entrambi nello stesso momento anche se ciascuno vuole qualcosa di opposto da lei: la madre pretende che lei non mangi per mantenere il deficit calorico, il Creatore, invece, pretende che si ingozzi e non si comporti da ingrata. Questa singola scena per me è stata una delle più strazianti perché è servita proprio a farmi capire che persino una scelta istintiva e fisiologica come quella di mangiare fosse un gioco di equilibri e potere in cui lei stessa e il suo benessere non sono mai stati al centro e di come ascoltarsi diventasse secondario rispetto ai desideri del mondo esterno. Mentre tutti gli altri adolescenti esploravano la propria identità lei manteneva la sua intera famiglia fingendo di essere qualcun altro, dando retta ai condizionamenti esterni e mai alla sua interiorità

Jennette adolescente con sua madre
Per quanto la madre fosse un’adulta totalmente disfunzionale, non mi sento nemmeno di dare a lei tutta la colpa. Non intendo giustificarla in alcun modo, ma andando avanti nel libro si capisce chiaramente che quello in cui Jennette è invischiata è un ciclo familiare che va avanti da chissà quante generazioni. Nessun adulto intorno a lei è in grado di prendere decisioni mature per lei. Persino le scene di tenerezza tra lei e suo padre o suo nonno mi hanno fatta infuriare, perché un singolo atto di dolcezza nei suoi confronti non è servito certo a salvarla: nessuno si è mai davvero battuto per lei, nessuno ha portato la madre in tribunale per gli abusi sui suoi figli o dal terapeuta per curare le stesse ferite che ha causato a sua figlia, tutti hanno lasciato che le cose accadessero. Jennette è circondata di persone, ma è sola per la maggior parte della vita e anche quando riesce ad avere delle relazioni funzionali, dopo taaaaanto tempo e diversi tentativi fallimentari, non è detto che le cose vadano a buon fine proprio perché i traumi che le sono stati causati possono essere così insormontabili da condizionare la sua intera esistenza. 

Nessun altro libro mi ha mai fatto comprendere la natura volubile dei disturbi alimentari quanto questo, di come l’anoressia della protagonista sia frutto di uno stringente controllo esterno che si trasforma in bulimia, profondamente legata alla vergogna e al senso di vuoto, appena questo controllo esterno viene a mancare con la morte della madre. La guarigione è un processo lungo e molto doloroso, fatto di alti e bassi, di tentativi che vanno di pari passo con la scoperta del sé. Chi è Jennette senza sua madre? Chi è quando nessuno guarda e cosa vuole davvero nella sua vita? I momenti più liberatori e trasformativi sono quelli in cui scopre, con sollievo, di poter dire no e che se gli altri ci restano male, questo è esclusivamente un problema loro. 

L’autrice festeggia il
quarto compleanno del libro
Fare pace con il fatto che sua madre non fosse perfetta, non fosse una divinità da adorare e che la sua morte sia stata addirittura una liberazione non è un processo semplice. Soltanto con l’accettazione del fatto che sua madre abbia commesso degli abusi atroci su di lei, che l’abbbia privata dell’infanzia e che invece di proteggerla l’abbia solo caricata di responsabilità sproporzionate per la sua età, oltre che averla messa attivamente in pericolo (vedi sopra, accuse di abusi da parte di Schneider) Jennette può iniziare a guarire.

Non sono sicura di aver reso l’idea di quanto Sono contenta che mia mamma è morta sia stato un libro carico di emotività per me. I problemi che la fama in giovane età che si sono intrecciati agli abusi in famiglia e all’infanzia rubata non hanno fatto altro che farmi venire voglia di abbracciare e difendere da tutte le persone che l’hanno delusa  questa ragazza che meritava decisamente di meglio.

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Sono contenta che mia mamma è morta

Titolo: Sono contenta che mia mamma è morta Titolo originale: I’m glad my mom died Autrice: Jeannette McCurdy Traduzione di: Matteo Curtoni...