mercoledì 21 gennaio 2026

Elfie

  • Titolo: Elfie
  • Titolo originale: Elfie
  • Autore: Gregory Maguire
  • Traduttrice: Giulia Poerio
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804806837
  • Casa editrice: Mondadori

Trama


Elfaba, la Perfida Strega dell’Ovest, è una donna risoluta e inflessibile. Ma fin da piccola ha dimostrato di essere fuori dagli schemi: questa è la storia di una ragazzina semplicemente eccezionale, per cui è impossibile non provare empatia. Plasmata dai comportamenti di una madre intemperante e distratta, Melena, e di un padre bigotto, Frex, come tutti i bambini la piccola Elfie soffre di gelosia quando nascono la sorella Nessarosa, la santarellina, e il fratello Guscio, delinquente in erba. Tra spiriScimmie e Orsi Nani, scopre le discriminazioni di cui sono vittime gli Animali parlanti di Oz, che non possono avvicinarsi ai territori umani. Si scontra con i primi tentativi di fare amicizia, unica via di fuga possibile dalla difficile vita familiare. Raccoglie i miseri frutti di un’istruzione che, per quanto disordinata, la condurrà fino alle porte della prestigiosissima Università di Shiz. Dove incontrerà la radiosa Galinda. Elfie è destinata a diventare una strega. Ne porta i segni fin dall’infanzia: più evidenti nella sua pelle verde, più oscuri e profondi nelle sue azioni astute e forse amorali, mentre cerca di arrangiarsi, di sfuggire, di sgattaiolare via, di resistere e di nutrire le sue ambizioni.


Recensione e commento

Tutti meritano l’opportunità di volare!
Sono passati trent’anni (quasi trentuno) dalla prima pubblicazione di Wicked - Vita e Opere della perfida Strega dell’Ovest. E sono stati trent’anni pazzeschi: oggi il pubblico è abituato alle storie raccontate dal punto di vista dei villain, ma prima di quel momento non era mai successo, è stato Maguire il primo a calare la dimensione della strega in un contesto politico e culturale ben preciso e dettagliato, diverso dalla monodimensionalità delle fiabe.

Elfie è un ritorno alle origini, sia letterale che metaforico, dato che il libro parla dell’infanzia di Elfaba, la strega che ha combattuto per i diritti degli Animali nel regno di Oz e inoltre questo romanzo è dedicato a Idina Mezel e Cyntia Erivo, la prima e l’ultima Elfaba in ordine cronologico. Elfie approfondisce l’infanzia che ci era già stata brevemente raccontata nel romanzo principale e ci mostra degli episodi specifici nella vita della protagonista che l’hanno formata come individuo. Si tratta di sprazzi, di rari momenti di esercizio di empatia in un contesto familiare arido, privo di affetto e valori profondi, perché Elfaba, figlia di un ministro spirituale, viene trascinata in giro per le paludi assieme alla sua famiglia per seguire la missione evangelizzatrice del padre, che mai come in questo caso, predica bene ma razzola malissimo. Un uomo palesemente in crisi che redarguisce dei genitori che non amano la disabilità di uno dei loro figli perché non riescono a vederlo bello anche in quella condizione, mentre lui non riesce a superare il fatto che la sua primogenita sia verde e la secondogenita priva di braccia. Lo sviluppo psicologico di Elfaba deve avvenire all’ombra della ricerca di redenzione del padre e sotto i suoi dettami religiosi che riuscirà a forzare solo raramente e a fatica. Non si tratta di una protagonista simpatica, Elphaba è sempre autentica e cerca di restare fedele a sé stessa in un mondo che ha fatto dell’ipocrisia e delle apparenze il suo marchio di fabbrica. La buona educazione diventa facciata, mentre a livello sociale sta iniziando la graduale e tragica ostracizzazione degli Animali.

Villemjin Verkaik è la mia Elphaba preferita,
qual è la vostra?

Maguire è un maestro dello show don’t tell, perché nonostante utilizzi un narratore esterno onnisciente, spesso si limita a raccontare i fatti e raramente descrive le emozioni che suscitano, se non con pochissime frasi, quando serve. A questo proposito, mostra come la mancanza di rappresentazione delle minoranze possa essere dannosa sul lungo termine: Elfie non era nemmeno a conoscenza che esistessero gli Animali (ovvero animali senzienti e parlanti), al punto che quando ne incontra uno, pensa di averlo sognato, anche perché le persone attorno a lei non le credono e delegittimano spesso le sue esperienze. È così che arriva a comprendere che la vera libertà consiste nella conoscenza, perché non ci può essere libertà senza istruzione.

Eppure, Elphaba sa bene cosa significhi dover passare la vita a cercare di non dare nell’occhio e sono proprio le esperienze che vive nei suoi anni più formativi a renderla la paladina di qualsiasi persona che nella vita si sia sentita derisa o esclusa, anche perché questo non è solo un libro che indaga il suo sviluppo intellettivo, ma anche emotivo, perché durante la sua infanzia arida di affetto sono poche le occasioni in cui Elphaba si sente degna di amore. Oggi sono tantissime le opere che hanno preso ispirazione da Wicked, come la trilogia di Chris Colfer che ne riprende moltissime tematiche e addirittura alcuni piccoli dettagli della trama, proprio perché la perfida strega dell’Ovest è diventata lo stendardo della diversità ed è per questo che chiunque l’abbia interpretata o la interpreterà a teatro o sul grande schermo abbia inserito o inserirà un tocco del proprio dolore personale. Chiunque di noi può essere come Elfaba e quello che l’autore ci ricorda è che ci troviamo più vicino alla sua posizione che a quella del Mago, nel suo alto castello, a cercare capri espiatori per le proprie mancanze e manodopera gratuita da sfruttare per scopi politici ed economici.

E livello stilistico, il libro è breve, ma la prosa è densa e sfocia spesso in frasi a effetto che riassumono il succo di quanto detto in precedenza. Inoltre, non mancano piccoli Easter egg del musical e foreshadowing del romanzo principale (è meglio se leggete prima quello, o rischiate lo spoiler).

Elfie è un romanzo che rende omaggio a questi trent’anni, a tutto quello che è cambiato e a ciò che purtroppo ancora non l’ha fatto. È una dedica alle Elphaba di ieri e di domani che hanno cambiato e che cambieranno questo mondo.


mercoledì 14 gennaio 2026

Il Lupo e il Tagliaboschi

  • Titolo: Il Lupo e il Tagliaboschi
  • Titolo originale: The Wolf and the Woodsman
  • Autrice: Ava Reid
  • Traduttrice: Giorgia Demuro
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9791281777927
  • Casa editrice: Ne/on
Trama


Nel suo villaggio pagano nascosto nella foresta, Évike è l’unica donna senza poteri. Emarginata e abbandonata dagli dèi, i suoi compaesani non esitano a consegnarla ai membri del Sacro Ordine dei Tagliaboschi, venuti per reclamare una ragazza da offrire al re. Ma il viaggio verso la capitale sfocia in un bagno di sangue: mostri feroci massacrano il gruppo risparmiando solo Évike e il misterioso Tagliaboschi Gáspár, custode di un segreto sconvolgente. Costretti a fidarsi l’uno dell’altra, i due intraprendono un cammino che li porterà dalla tundra gelata fino alla capitale soffocata dall’oscurità. Ma la fiducia è un’arma a doppio taglio, e quando Évike scopre dentro di sé una magia che non credeva di avere, entrambi saranno chiamati a scegliere da che parte stare.

Recensione e commento



Qualche premessa prima di procedere a recensire Il Lupo e il Tagliaboschi è doverosa. Tanto per cominciare va detto che si tratta del romanzo d’esordio di Ava Reid ed è ambientato nello stesso universo letterario di Juniper and Thorn. A mio avviso, è importante che i due libri vengano letti nel giusto ordine (prima Il Lupo e il Tagliaboschi e poi Juniper and Thorn) perché alcuni punti fondamentali del worldbuilding vengono chiariti qui senza essere ripresi in Juniper and Thorn, che letto da solo, per quanto dotato di trama autoconclusiva, potrebbe sembrare ritrarre un’ambientazione meno approfondita. In secondo luogo, mi sento di specificare i TW, che sono meno rispetto al solito ma possono comunque essere difficili da digerire: in questo romanzo troverete autolesionismo, uccisione di animali, violenza grafica, persecuzioni religiose.

Esaurite le premesse, passiamo a parlare del romanzo in sé. Ava Reid mette moltissimi dei suoi studi in scienze politiche in Il Lupo e il Tagliaboschi perché al centro della narrazione c’è la trattazione in chiave fantasy dei vari modi in cui le minoranze venivano trattate negli imperi multinazionali dell’Europa dell’Est. Ci troviamo in un mondo che prende ispirazione da vari periodi e che quindi non ha la pretesa di essere un romanzo storico in senso stretto, ma diversi eventi raccontati sono realmente accaduti. In questo universo pagani, ebrei e cristiani (con nomi inventati per aderire a un universo immaginario) coesistono anche se a fatica e non pacificamente. Il governo centrale sta cercando di imporre la religione dell’unico dio ai villaggi pagani sperduti nelle foreste mentre questi cercano strenuamente di resistere. Anche in questo senso, Reid ha fatto i compiti, probabilmente non metaforicamente, perché mostra il doloroso passaggio dal matriarcato (non perfetto e decisamente poco idealizzato) del paganesimo al patriarcato di stampo romano della nuova religione. In questo già complicato contesto culturale esiste anche il popolo ebraico, ghettizzato nella grande città e che riserva anche qualche chicca storicamente accurata (tra l’altro, da ebrea filopalestinese incallita e apertamente schierata qual è, Reid fa anche in modo di creare un popolo che non ricerca una terra promessa in cui stabilirsi lontano dagli occhi del mondo e che anzi chiede di poter vivere pacificamente e senza persecuzioni dov’è nato e cresciuto per generazioni).

Apparentemente, queste tre fazioni sono destinate a scontrarsi per sempre, frammentandosi ulteriormente in guerre intestine, quando il solo e vero nemico è chiunque le stia mettendo le une contro le altre: la miopia data dalla scalata al potere porta chi si trova al vertice a cercare capri espiatori e puntare il dito contro il diverso, quando moltissimi problemi di natura politica potrebbero risolversi non ostracizzando, ma aprendo le porte e abbracciando l’altr*. A sottolineare questo concetto, aiuta molto l’analisi del sistema magico, che è basato appunto sulle varie religioni esistenti e che segue le stesse regole generali ma con sottigliezze diverse a seconda del proprio credo. È questo il punto: pur con sfumature diverse, ciascuna delle tre porta con sé la magia (con i suoi pro e contro), per cui tutte e tre le religioni sono per forza vere e nessuna dovrebbe prevalere sull’altra. Anche se, va detto, tutte e tre portano con se una traccia di crudeltà (spesso relativa alla mortificazione del corpo) perché il potere deriva sempre da una qualche forma di sacrificio e quindi, per quanto siano contemporaneamente vere, non ne esiste una “migliore” dell’altra.

La riconciliazione tra i tre gruppi e tra gli individui appartenenti alla stessa cultura è proprio la chiave di lettura per godersi pienamente Il Lupo e il Tagliaboschi, che racconta il progresso come processo inesorabile, positivo sul lungo termine ma doloroso per chi vive il cambiamento sul momento (la famosa fiumana di Verga, insomma) e insegna che anche le storie possono servire in tal senso, perché se è vero che la nuova religione ha preso tantissimo dalle mitologie precedenti, piegandole e adattandole alle sue esigenze, lo è altrettanto che la bellezza delle storie consiste proprio nel loro mutare al mutare del mondo stesso e questo dà loro la possibilità di sopravvivere nei secoli.

Qualche nota dolente c’è, perché trattandosi di un romanzo d’esordio incontra di tanto in tanto qualche ingenuità, qualche piccolo errore di editing (un oggetto che viene spostato da A a B e che poi magicamente si trova di nuovo in A), qualche scena che avrebbe potuto essere più corta e qualche altra che invece avrebbe dovuto essere più lunga e drammatica, ma in generale si tratta di piccoli nei che sono perdonabili per un’autrice alla sua prima esperienza, soprattutto perché il mercato editoriale contemporaneo sforna cosa peggiori scritte da penne ben più consumate della sua. Inoltre, la prosa è densa, matura e costellata da metafore e similitudini estremamente vivide. La struttura è quella di un romance soltanto in apparenza perché si concentra nella relazione tra Évike e Gáspár soltanto per la prima parte del romanzo, quella funzionale a farli conoscere, perché di base entrambi vivono le stesse esperienze e il lupo e il boscaiolo, che nelle fiabe mai e poi mai potrebbero andare d’accordo, qui impareranno che hanno qualcosa in comune. Fino a metà, il libro sembra andare in una direzione collaudata, ma poi sterza e la loro storia resta sullo sfondo per concentrarsi sullo sviluppo di Évike, che, alla ricerca delle sue origini e di uno scopo nella vita, compie un doloroso cammino verso la comprensione che la multiculturalità significa avere tante origini, non non averne nessuna. Infatti, tutte le tappe che sarebbero centrali in un romance, qui vengono raccontate en passant, mentre sulla scena avvengono cose molto più importanti e in effetti il finale del libro non sarà un punto fermo, quanto un punto di partenza sia in senso generale che personale.

Proprio a proposito di Évike, appare chiaro che Reid abbia cercato di scrivere una protagonista un po’ diversa dal solito rispetto alle eroine contemporanee, sia diversa da quelle della sua produzione successiva, dato che si tratta di una ragazza dalla lingua tagliente, che risponde a tono e cerca di essere attiva. Potrebbe ricalcare l’archetipo della donna artemidea, ma solo superficialmente, perché se da un lato è in grado di imbracciare le armi, non viene descritta né come bella né come particolarmente giovane (ha 25 anni in un contesto culturale in cui dovrebbe già avere figli). Inoltre, per quanto sia vero che è effettivamente in grado di imbracciare le armi, questo avviene soprattutto per ragioni di sopravvivenza spesso legate alla caccia, mentre il suo arco di formazione va in un crescendo che culmina con la ricerca dell’accordo, non sempre per una ritrovata bontà d’animo ma anche perché a volte le circostanze politiche (e qui Reid è molto brava a mostrare le complessità del mondo reale) verrebbero esacerbate dall’uso della violenza, che tutto farebbe anziché risolvere il problema. 

In questa ricerca della complessità viene in contro anche l’ambientazione, che ricalca la varietà di paesaggi dell’Est Europa e che mostra una netta divisione tra villaggi, foreste e città densamente popolati. La foresta racchiude mostri in senso fisico, ma non morale, perché tutte le creature agghiaccianti e orribili che l’autrice riesce a immaginare commettono azioni terribili perché è nella loro natura, seguono istinti dovuti alle loro radici magiche. Sono le persone, specie nella grande città, i veri mostri, quelli in forma umana, spesso anche fisicamente attraenti, che commettono il male perché scelgono di farlo, per ambizione e ricerca del potere, senza avere mai davvero la giustificazione dell’istinto.

Mi rendo conto che Il Lupo e il Tagliaboschi sia un romanzo divisivo, dato che dal 2021 a oggi ho sentito tante cose su di lui. Personalmente, è un libro che ho apprezzato particolarmente e che dietro cela tanto studio e tanto cuore. Già da qui si vede la voglia di Ava Reid di tentare di raccontare tematiche importanti con originalità e tocco personale. Se questa lettura, con i suoi pregi e difetti, possa fare al caso vostro potete deciderlo solo voi. Io non mi sono affatto pentita di averle dato una possibilità.

mercoledì 3 dicembre 2025

Katabasis

  • Titolo: Katabasis
  • Titolo originale: Katabasis
  • Autrice: R.F. Kuang
  • Traduttrice: Giovanna Scocchera
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804800101
  • Casa editrice: Mondadori
Trama

Alice Law ha sempre avuto un solo obiettivo: diventare una delle menti più brillanti nel campo della magia. Per realizzarlo ha sacrificato molto: l'orgoglio, la salute, l'amore e, soprattutto, la sua salute mentale. Tutto per lavorare a Cambridge con il professor Jacob Grimes, il più grande mago del mondo. Ma poi il professore muore in un incidente magico di cui lei è forse l'unica responsabile. Ora Grimes è all'Inferno e Alice si mette sulle sue tracce: una lettera di referenze di Grimes, infatti, è decisiva per il suo futuro accademico, e neanche la morte potrà costringerla a rinunciare ai propri sogni. Peccato che anche il suo rivale negli studi, Peter Murdoch, abbia avuto la stessa idea. Con i racconti di Orfeo e Dante a far loro da guida, una scorta di gessetti con cui tracciare i pentacoli degli incantesimi, e desiderosi di dare un senso al loro traumatico percorso accademico, Alice e Peter partono alla volta degli Inferi con un'unica missione: salvare un uomo che nemmeno amano. Ma l'Inferno non è come quello raccontato nei libri, la magia non è sempre la risposta a tutti i problemi, e c'è qualcosa nel passato di Alice e Peter che potrebbe trasformarli in alleati perfetti... oppure portarli alla rovina.

Recensione e commento


Che la si ami o la si odi, Rebecca Kuang si è sempre distinta nel mercato editoriale per essere un’autrice che mai è scesa a compromessi per coccolare il suo lettorato: andando completamente in controtendenza in un mondo governato dal fanservice, lei ha sempre cercato di scrivere i libri che voleva, più che quelli che pensava le venissero richiesti.

Katabasis si discosta parecchio rispetto a quanto detto qua sopra, perché per quanto non sia un romanzo intrinsecamente brutto, è anche vero che manca della stessa sfacciataggine e della stessa rabbia bruciante di Yellowface o della trilogia della Guerra dei Papaveri, dando vita a un risultato abbastanza nella media, per quanto oggettivamente non al di sotto di essa. La critica al mondo accademico è legittima e ben fatta, ci sono fatti agghiaccianti calati nella vita della protagonista che conosciamo attraverso i suoi lunghi flussi di coscienza, scopriamo lentamente quanto la sua mente sia stata plagiata da un professore narcisista che per saziare la sua sete di potere spostava gradualmente l’asticella della sopportazione di lei sempre più in là. Eppure, è tutto estremamente didascalico, non viene lasciato posto per l’interpretazione personale dei fatti, il messaggio a cui dobbiamo arrivare ci viene imboccato in modo fin troppo insistente, anche dove non c’è bisogno.

La catabasi della protagonista è anche una catarsi perché il suo viaggio negli inferi è funzionale anche alla sua crescita personale, con cui arriva a comprendere di non essere sempre e soltanto artefice del suo destino, ma anche, occasionalmente, vittima e carnefice. L’ambientazione che l’autrice sceglie di mettere in scena per questo viaggio ultraterreno è interessante ma si perde numerose buone occasioni: dovrebbe trattarsi di una sorta di deserto ibridato con i luoghi dell’università di Cambridge, ma l’ambientazione perde completamente d’importanza in certi punti del romanzo, così come il sistema magico, interessantissimo perché basato sulla matematica dei paradossi e sulla sua geometria, viene totalmente meno in molte parti, rendendo in troppe situazioni l’inferno un luogo noioso, più che terrificante. Inoltre, dichiaratamente, l’inferno (che poi non è un inferno, ma un oltretomba perché è un luogo di passaggio ed espiazione, non di dannazione eterna) dovrebbe rifarsi alla tradizione cristiana soltanto in parte, perché vorrebbe richiamare anche le leggende asiatiche, quelle greche e nordafricane dell’età del ferro e così via, solo che questo miscuglio culturale a cui si ambiva non si vede mai e troppo spesso sfocia in una forzata citazione del sommo poeta che nel nostro Paese abbiamo in mente così chiara che il paragone non può che farla uscire perdente, anche soltanto prendendo in considerazione le immagini terrificanti create da Dante paragonate al ritmo altalenante messo in scena da Kuang.

Tuttavia, il messaggio di fondo che il romanzo vuole lasciare è molto bello: vivi, perché sei ancora su questa terra e non conta solo la tua mente. Ti preoccuperai di essere solo anima quando sarai solo anima, ma finché hai un corpo ha importanza anche quello e non devi maltrattarlo dimenticando di mangiare o smettendo di prendertene cura, perché le esperienze sensoriali hanno importanza quanto quelle mentali. Inoltre, il prezzo da pagare per compiere un viaggio all’inferno prima del momento della propria morte è quello di rinunciare a metà del tempo che rimane della propria vita, ma mentre leggiamo ci rendiamo conto che la protagonista, Alice, come la bambina a cui Lewis Carroll fa compiere un viaggio dentro la tana di un coniglio, e Peter, come il ragazzino che non voleva crescere e viveva in un luogo che non esiste, hanno già rinunciato a metà delle loro vite, non uscendo mai dai loro laboratori, non facendo niente per arricchire le proprie esistenze in altro modo se non studiando fino allo sfinimento perché considerano che la loro vita inizi e finisca con il mondo accademico. Loro hanno già vissuto in vita quello che dovrebbero sperimentare all’inferno e ciò agisce da monito più di tutto il resto (questo messaggio è veicolato piuttosto efficacemente dal libro Vita Nostra, altrettanto feroce nei confronti dei percorsi forzati della scuola e della mancanza di cura della persona nella sua interezza a cui ci si costringe per ottenere dei risultati accademici).

Al di là di questo, non sono stata una grande fan del loro rapporto. Sia chiaro, non sempre (anzi, quasi mai) Kuang scrive protagoniste simpatiche, il più dee volte sono volutamente delle persone opinabili che giustificano l’ingiustificabile, ma in questo caso si è trattato più che altro di una relazione non ben chiusa. I due sono rivali accademici, o almeno così hanno pensato a causa dell’ambiente competitivo che porta tutto all’estremo in cui erano immersi, ma non c’è mai un momento in cui si chiariscono e si chiedono scusa per ciò che si sono fatti a vicenda, nonostante le occasioni non siano mancate. Io personalmente stavo aspettando un momento di confronto, che però non arriva mai, su una cosa specifica successa nel passato, nonostante la tensione narrativa ci faccia pensare che si giungerà a un punto in cui Alice e Peter dovranno parlarne, se vogliono risolvere la cosa. Anche il finale, per quanto sia narrativamente abbastanza sensato, non si caratterizza di quel coraggio tipico della scrittura di Rebecca Kuang, che ha sempre mantenuto ferree le regole del worldbuilding anche per la protagonista, che mai e poi mai è stata, fino a questo momento, provvista di plot armour. Un’altra precisazione, ma questa non è colpa di Kuang, è la gestione scorretta della consecutio temporum, in cui i congiuntivi latitano il 95% delle volte, quando al loro posto viene usato l’indicativo, elemento che purtroppo spezza la concentrazione spesso durante flussi di coscienza importanti. 

In conclusione, l’ultima fatica di Kuang non è un libro brutto, ma sicuramente manca dello sperimemtalismo a cui ha abituato il suo pubblico. Il messaggio di fondo viene un po’ smorzato dalla fiacchezza dell’ambientazione e delle dinamiche interpersonali, risultando quindi interessante ma con qualche occasione mancata.

mercoledì 19 novembre 2025

La Dieta termodinamica

  • Titolo: La Dieta termodinamica
  • Autore: Dario Bressanini
  • Lingua originale: italiano
  • Codice ISBN: 9788804806431
  • Casa editrice: Mondadori
Quarta di copertina


Perché ingrassiamo? Facile: perché mangiamo più di quanto consumiamo. Ma la vera domanda è: serve un libro per dimostrare questa semplice verità, sancita dalle leggi della fisica? Evidentemente sì. Dario Bressanini lo ha scoperto quando, quasi per scherzo, ha scritto sui social di essere dimagrito seguendo una «dieta termodinamica» e si è ritrovato sommerso da domande e molta incredulità. Incredulità che, invece, non viene riservata a chi propone formule prodigiose - poco scientifiche e per nulla efficaci - per perdere peso. Da lì ha capito che era ora di rimettersi a scrivere. In questo saggio, perciò, prende in esame le diete del momento, dal digiuno intermittente alla chetogenica, mettendone in luce gli apparenti pregi e i reali difetti. Lo fa dopo averle provate personalmente tutte, con fatti e cifre alla mano, ma anche con argomenti basati sulla logica anziché sulle mode e l'emotività. Il racconto parte da lontano, dai clamorosi fallimenti delle pillole dimagranti del passato, per arrivare fino al cuore del dibattito moderno sulla demonizzazione dei carboidrati, il ruolo controverso dell'insulina, l'oscuro mondo delle anfetamine e le nuove speranze per il trattamento dell'obesità. Un viaggio che ci porta a esplorare perché alcune diete funzionano (almeno all'inizio) e altre sono destinate a fallire, e perché quasi sempre si finisce per riprendere il peso perso. Con la sua verve ironica unita al rigore scientifico, Bressanini smaschera le teorie senza fondamento e riconosce gli approcci che, invece, hanno una solida base scientifica e possono funzionare, aiutandoci a capire come dobbiamo cambiare il modo di alimentarci dopo che siamo dimagriti, come dovremmo mangiare per vivere più a lungo e in salute e perché, quando si parla di peso e dimagrimento, non esistono formule - né pillole - magiche. Non uno dei tanti manuali che promettono miracoli, quindi, ma una bussola indispensabile per navigare il mondo delle diete con più consapevolezza e meno sensi di colpa.

Recensione e commento

TRIGGER WARNING: La Dieta Termodinamica è un saggio divulgativo sulla perdita di peso. Per quanto gli argomenti siano trattati con competenza, delicatezza e serenità, un pubblico sensibile potrebbe non trovarlo una lettura adatta a sé.

La Dieta termodinamica è l’ultima fatica del chimico fisico e divulgatore scientifico Dario Bressanini, non fatevi ingannare dal titolo (poi ci arriviamo), perché La Dieta termodinamica è un saggio che parla di tutte le diete, del loro funzionamento, partendo dalle basi fisiche e biologiche, per poi spiegare come mai alcune funzionino meglio di altre.

Per chi segue Bressanini sui social e su YouTube molti concetti non saranno nuovi, infatti sono numerose le tematiche già trattate sui suoi canali che qui amplia e spiega con dovizia di particolari, al punto che mi è sembrato di aver visto germinare questo libro sin dal primo momento, quando anni fa l’autore dichiarò di essersi messo a dieta per perdere qualche chiletto accumulato negli anni. Questo saggio racconta il suo viaggio sia dal punto di vista personale che scientifico, perché è cominciato mettendo in discussione tutto quello che pensava di sapere. “È solo termodinamica” aveva detto all’inizio convinto che creare un deficit calorico fosse tutto quello che era necessario fare per tornare in forma. “È termodinamica, ma non è  ‘solo’ termodinamica” è quello che dice alla fine, quando, dopo aver ripreso tutto il peso che aveva perso inizialmente, si rende conto che non aveva tenuto in considerazione tutti i meccanismi biologici, neurobiologici e psicologici che entrano in gioco quando si decide, per mille motivi, di voler perdere peso. Aveva, insomma “sferificato una mucca”, come si fa in fisica quando si crea un modello. Il rischio, però, è che con la “sferificazione delle mucche” si perdano molte variabili che cambiano la pendenza dell’ago della bilancia (pun intended). Da qui deriva il titolo provocatorio “Dieta ternidinamica”, perché in realtà tutte le diete che funzionano devono essere per forza termodinamiche, dato che intervengono sull’apporto energetico. 

Eppure, quello che è semplice sulla carta non lo è nella pratica: i chili perduti a volte ritornano con gli interessi e il nostro cervello ci manda segnali di fame a tutte le ore perché va in allarme carestia. In questo saggio, che spiega i concetti in modo fruibile e pop, con tanto i struttura da manuale scolastico con specchietti a margine e riassunti a fine capitolo, lo scienziato parte dalle origini, spiega innanzitutto come funzionano i principi della termodinamica, poi parla di alcune dinamiche che entrano in gioco nel nostro corpo quando diminuiamo le dosi di cibo, in seguito ci parla, dati alla mano, delle diete più popolari nella Storia, di come sia andata a finire (a volte molto male, perché non sempre le pillole dimagranti sono innocue) e testa su sé stesso (tenendo ben fermo il che un singolo caso non fa statistica) alcune delle diete più popolari del momento, raccontando le sue sensazioni sia fisiche che psicologiche e del perché alcune possono funzionare soltanto sul breve termine, mentre altre, quelle che non tengono conto soltanto delle calorie, ma anche dell’apporto di fibre, vitamine e lavorano sul senso di sazietà, sono più sostenibili.

Il nostro amichevole
chimico di quartiere

Se cercate formule magiche e soluzioni semplici, dovete sapere che questo libro non ne offre: raramente la scienza lo fa. Quello che fa è fornire degli strumenti per difendersi dai guru che, facendo leva sulle nostre debolezze, cerano di vendere prodotti inutili, quando va bene, e pericolosi, quando va male, e per affrontare con consapevolezza un viaggio già difficile sulla carta, ma ancora di più nella realtà. Aiuta a capire meglio il proprio corpo e il perché a volte possa sembrare che ci remi contro, perché certamente “è la termodinamica, bellezza!”, ma sono anche “la biologia, la psicologia, la neurobiologia, bellezza”. 

Bressanini ha l’umiltà di ammettere di essere stato inizialmente spocchioso e superficiale e nel fare un passo indietro scopre che c’era un intero mondo dietro a quel “è solo termodinamica” (ricordo ancora quando lo diceva nelle sue storie su Instagram). La Dieta termodinamica è il frutto della di presa di coscienza individuale che può servire tantissimo anche alla collettività.







mercoledì 12 novembre 2025

Aftertaste - Una Ricetta per l’Aldilà

  • Titolo: Aftertaste - Una Ricetta per l’Aldilà
  • Titolo originale: Aftertaste
  • Autrice: Daria Lavelle
  • Traduttrice: Federica Aceto
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804786061
  • Casa editrice: Mondadori
Trama


Konstantin Duhovny ha perso il padre quando aveva dieci anni e da allora i fantasmi non hanno mai smesso di girargli intorno. Kostya non riesce a vederli, ma può percepire il sapore dei loro piatti preferiti. All’inizio a fargli visita sono i gusti di casa: fegato di pollo, cipolla, limone, gli ingredienti del pechonka, piatto preferito di suo padre. Ma, a poco a poco, sono altri sapori, inattesi, a solleticargli il palato: le pietanze preferite di persone che non sono più in vita. È un segreto che non ha mai rivelato a nessuno finché una notte, provando a ricreare uno di quei piatti, scopre di poter riunire per un’ultima volta chi non c’è più con chi è ancora vivo, almeno per il tempo necessario a consumare il cibo che ha cucinato. Da quel momento, tutto cambia e la sua missione diventa quella di aiutare le persone a incontrare chi hanno amato. Non importa se farlo significa aprire un ristorante clandestino con il suo migliore amico Frankie, chef esuberante e istrionico, e trascorrere il proprio tempo a cercare di riprodurre ricette improbabili e piatti sconosciuti, o mettersi in affari con un imprenditore russo dall’aria misteriosa. Mentre le sue abilità culinarie crescono insieme alla sua ambizione, Kostya è troppo impegnato per accorgersi di quello che sta scatenando nell’Aldilà. E intanto l’unica persona in grado di fermarlo, una bellissima ragazza che legge i tarocchi, si sta innamorando di lui. Ambientato nel rutilante mondo dei ristoranti newyorkesi e pieno di ricette sfiziose, "Aftertaste" è una storia d’amore travolgente, una commedia nera, un ricchissimo menu che divertirà, delizierà e farà riflettere anche il più esigente dei lettori.

Recensione e commento

Per citare uno dei più grandi critici gastronomici del nostro Paese, Valerio Massimo Visintin, “Il loro mestiere (degli chef nda) è dare da mangiare a dei clienti. Guarda caso lo chef non nomina mai i clienti, parla sempre e solo di sé stesso”. È questa la frase che mi è tornata in mente durante la lettura di Aftertaste - Una Ricetta per l’Aldilà, perché la storia che racconta va incredibilmente in controtendenza con tutto quello che in genere si dice dell’alta cucina.

L’idea di base è molto semplice ma efficace: dopo la morte di suo padre, Kostya inizia a sentire dei sapori fantasma e scopre che cucinare le ricette che vanno a trovarlo serve a evocare i morti che gliele hanno mandate, permettendo loro di avere un’ultima conversazione con chi sta piangendo la loro perdita. È un romanzo che mette totalmente al centro l’esperienza del lutto in rapporto con la vita, racconta di come l’assenza rischi di trascinarci a fondo con lei e per farlo usa l’espediente del cibo: qualcosa di così intrinsecamente legato alla vita e paradossalmente anche ponte con la morte perché fonte di ricordi (di qualsiasi tipo) passati con l’altra persona. Il cibo consumato in una determinata circostanza ci resta dentro, nella mente, e lo leghiamo a un evento per sempre, al punto di arrivare a evitare di mangiare alcune pietanze quando ancora non abbiamo elaborato la perdita non solo dell’altra persona, ma anche di chi eravamo noi quando eravamo insieme.

Il cibo è la più naturale delle esperienze, così come il lutto, e insieme vengono trattati in ogni loro forma, perché entrambi sono il riflesso delle relazioni umane. Entrambi possono essere vissuti in modo sano o tossico, specialmente il cibo che può essere tutto o niente, lasciarci con una sensazione di pienezza o di vuoto, può significare il mondo o non significare nulla. Possiamo averne in abbondanza o sopravvivere a stento. Kostya ha sempre avuto un rapporto privilegiato con il cibo grazie a suo padre, un uomo che ha messo da parte le sue aspirazioni culinarie per fare un lavoro che gli consentisse di mantenere la famiglia. Perderlo ha portato Kostya allo sbando, eppure è proprio grazie alla relazione amorevole che avevano che il protagonista riesce a instaurare un forte legame con la cucina trovando non solo la tanto agognata accettazione, ma anche (e soprattutto) uno scopo nella vita, qualcosa che non solo gli riesce bene, ma che dà anche senso alla sua esistenza e fa stare bene gli altri. È proprio quando le cose cominciano a rimettersi in sesto che migliora la qualità del cibo che consuma e che cucina, perché con il cambio di prospettiva sulle sue ambizioni Kostya impara a essere anche più accogliente verso sé stesso e questo lo porta a consumare (e cucinare) cibo di gran lunga migliore rispetto a quello che era costretto a mandare giù quando poteva pensare solo a sopravvivere. Quello che chiunque di noi si mette nel piatto è indistricabilmente legato al tipo di persona che è e al contesto culturale in cui si trova e il protagonista di Aftertaste non fa eccezione: per riconnettersi con sé stesso deve ritornare alle sue origini anche tramite il nutrimento. Con lo scorrere delle pagine assistiamo alla sua crescita come persona, all’evolversi dei suoi rapporti umani, al migliorarsi della sua tecnica come cuoco e non possiamo fare a meno di fare il tifo per lui, anche quando la trama non fa sconti e decide di colpire forte quanto la vita vera.

E qui torniamo alla frase di apertura, quella del critico Visintin, perché se nel mondo reale è assolutamente vera (gli chef parlano sempre della loro idea, di cosa vogliono trasmettere e bla bla bla), qui è per forza di cose il pubblico in sala ad avere l’ultima parola dato che Kostya cucina perché siano le altre persone a poter mettere finalmente un punto e chiudere cerchi ancora aperti, perché spesso i fantasmi peggiori sono quelli che proprio noi rifiutiamo di lasciare andare

Aftertaste può non essere perfetto a livello di trama, ma sicuramente ha un messaggio interessante da raccontare. Per me è stata una lettura estremamente emotiva, al punto che non sempre sono riuscita a portarla avanti tutta di seguito e devo ammettere che il contenuto è sicuramente personale: per una persona con un vissuto diverso dal mio potrebbe essere un romanzo assolutamente irrilevante, ma vale comunque la pena dargli una possibilità anche solo per l’originalità.

mercoledì 29 ottobre 2025

The Stardust Thief

  • Titolo: The Stardust Thief - Il Ladro di Polvere di Stelle
  • Titolo originale: The stardust Thief
  • Autrice: Chelsea Abdullah
  • Traduttrice: Emanuela Foglia
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788834746592
  • Casa editrice: Fanucci

Trama


Loulie al-Nazari è la Mercantessa di mezzanotte: una contrabbandiera che con l’aiuto della sua guardia del corpo jinn ricerca artefatti magici illegali per rivenderli. Quando utilizza un po’ di quella magia per salvare la vita di un principe codardo, attira l’attenzione del padre di lui, il sultano, che la ricatta affinché recuperi un’antica lampada prodigiosa capace di restituire fertilità alla terra, ma anche di distruggere tutti i jinn. Non avendo altra scelta se non ubbidire, pena la morte, Loulie si mette in viaggio alla ricerca del manufatto accompagnata da uno dei figli del sultano e da una dei suoi Quaranta ladroni, una giovane donna dal carattere indomito che detesta i jinn con ogni fibra del suo essere. Affiancati dalla guardia del corpo jinn, dovranno affrontare attacchi di ghul, una regina jinn assetata di vendetta e un malvagio assassino ricomparso dal passato di Loulie che porta alla luce un pericoloso segreto sulla famiglia reale, presagio di un futuro insanguinato per il sultanato; un destino che solo lei e il principe possono cambiare. Ma in un mondo in cui le storie sono realtà e le illusioni verità, Loulie scoprirà che il fardello che si porta dietro – il suo nemico, la sua magia, persino il suo passato – non è quello che sembra, e dovrà decidere che persona diventare nella nuova vita che il destino le ha riservato.


Recensione e commento

Sicuramente, nell’ondata di libri fatti ormai in catena di montaggio che stiamo vivendo, The Stardust Thief si discosta molto: non è un fantasy romance, non ci sono i soliti cliché, non è un romanzo ricco di violenza esplicita e non ci sono plot armour attorno a inattaccabili protagoniste.

Abbiamo parlato di ciò che non è, ora cominciamo a dire cos’è. Tanto per cominciare, l’autrice è una donna del Kuwait, il che è stato subito interessante per me, perché la sua conoscenza dell’immaginario a cui attinge è quella di una persona che vive immersa in quella cultura e pertanto non può certo fare i mischioni culturali che ha fatto la Disney con Aladdin, inoltre, la sua conoscenza della lingua è pazzesca, con un lessico vastissimo, sempre la parola giusta al posto giusto e una linearità di pensiero chiarissima e coerente.

La sua abilità si riflette sia nell’ambientazione, che si dipana con vividezza, sia nella trama, che non presenta buchi. A questo proposito, già l’idea di partenza è interessante, perché il romanzo consiste in una sorta di sequel di Le Mille e Una notte: per quanto i nomi dei personaggi siano stati cambiati, ci troviamo in un mondo in cui Sherazade è ormai morta e suo figlio Mazen vive con lei e le sue storie nel cuore. Sono proprio i racconti della madre a dargli la chiave per sopravvivere in molte situazioni, dato che tutto il sistema magico è racchiuso in quelle parole, che spiegano luoghi, persone e oggetti incantati, ed è sempre grazie alle fiabe di sua madre che Mazen è diverso da molti altri protagonisti o coprotagonisti maschili. Sua madre gli ha insegnato l’empatia tramite i suoi racconti e ha cresciuto, fino al giorno della sua morte, un ragazzo sensibile e non incline all’odio o alla violenza, al punto da porsi moltissimi problemi di natura morale quando deve esercitarla per sopravvivere, fino a stare fisicamente male. In effetti, sia narrativamente che per quanto riguarda l'interpretazione del significato della storia in sé, è proprio il mettersi nei panni altrui a mandare avanti il libro, infatti, le tre voci protagoniste di Mazen, Loulie e Aisha, ognuna con il proprio pov dedicato, affrontano situazioni in cui si trovano fisicamente a vivere come un’altra persona: che si tratti di indossare un travestimento, munirsi di un oggetto magico che trasforma il proprio aspetto o rivivere l’interiorità altrui tramite una possessione, le loro idee granitiche sono messe a dura prova quando vedono il mondo attraverso occhi diversi.

È l’aspetto che più mi è piaciuto: non ci sono convinzioni scolpite nella pietra, il loro vissuto influenza fortemente il loro sistema di credenze e fa in modo che si orientino talvolta verso l’apertura, talvolta verso il pregiudizio. Il viaggio nel deserto, dopo molte peripezie che sono delle quest talmente ben strutturate e amalgamate nel testo da essere invisibili, è catartico ed è una scoperta di sé che può avvenire soltanto attraverso la scoperta dell’altrə, per quanto sul finale non manchino le promesse di violenza invece che verso la redenzione come fece Sherazade con il sultano. Ogni tappa del viaggio include tuttə e ciascunə di loro fa dei ragionamenti coerenti e sensati: non ci troviamo mai davanti a decisioni che noi nei loro panni non avremmo preso o che considereremmo stupide, anche quando sappiamo che sono sbagliate, per il semplice motivo che agiscono sempre in linea con ciò che hanno vissuto e quando c’è un cambiamento questo e graduale e altrettanto coerente.

Non solo la loro psicologia e approfondita e sempre fedele a sé stessa, ma anche l’intreccio è quasi sempre inattaccabile, i colpi di scena che in altre storie avrebbero dato fastidio perché calati dall’alto con il sacro martello del deus ex machina qui appaiono perfettamente credibili perché costruiti tramite antefatti che li anticipano e li preparano, il che non li rende necessariamente prevedibili, anche perché spesso prendono una direzione diversa da quella che si poteva pensare inizialmente.

The Stardust Thief non sarà il libro del secolo, ma sicuramente spicca nel maremagnum di letture tutte uguali e si distingue per la sua costruzione ferrea sia per quanto riguarda i personaggi che per la trama. L’ambientazione araba non è frutto di appropriazione culturale, ma anche in questo caso è un elemento identitario fortissimo e centrale. So perfettamente a chi regalerò questo romanzo per Natale.





mercoledì 22 ottobre 2025

L’ultimo carnevale

  • Titolo: L’ultimo Carnevale
  • Autore: Paolo Malaguti
  • Lingua originale: italiano
  • Codice ISBN: 9788828201847
  • Casa editrice: Solferino
Trama

19 febbraio 2080. Martedì grasso. C’è nebbia, sulla laguna deserta, i turisti non sono ancora arrivati. Affluiranno appena farà giorno, pagando il biglietto e passando dai tornelli: già, perché da quando Venezia è stata dichiarata non più agibile, evacuata e trasformata in Venice Park – la più pittoresca delle attrazioni italiane – non esistono più residenti. Solo il circo quotidiano dei visitatori e degli accompagnatori, oltre a un pugno di Resistenti che vorrebbe vederla tornare viva e abitata. In questo giorno d’inverno ci sono Michele e Sandro, guardiani che pattugliano la laguna. C’è Carlo, guida turistica appena promossa (e già in un mare di guai). C’è Rebecca, la combattiva attivista disposta a trasformarsi in assassina pur di non rassegnarsi alla morte della sua città. E c’è Giobbe, un vecchio che ha perso tutto: la moglie, la casa, la memoria... ma l’unica cosa che gli è rimasta, un segreto racchiuso in un mazzo di chiavi, può cambiare il futuro. Che infatti cambierà, nell'arco di un’indimenticabile giornata di Carnevale. Allucinazione e realismo, tenerezza e mistero sono le cifre di un romanzo storico diverso da ogni altro, capace di proiettare il passato in un futuro prossimo che somiglia vertiginosamente al nostro. La città d’arte più famosa al mondo fa da scenario a un’avventura dal passo di nebbia e di tuono, in cui si muovono quattro personaggi che in modi diversi dovranno scegliere tra se stessi e Venezia.


Recensione e commento

Ogni estate il copione è più o meno lo stesso, c’è la turista insoddisfatta delle spiagge sarde che lascia una recensione negativa su Google perché ha trovato troppi sardi al mare e a suo avviso avrebbero dovuto starsene a casa per lasciare spazio ai turisti; oppure in Sicilia, dove l’emergenza idrica esiste tutto l’anno, ma si corre ai ripari raffazzonando soluzioni solo in occasione della stagione turistica, con buona pace dei residenti; o di come a Bologna è diventato impossibile affittare una casa perché ogni appartamento vuoto viene riconvertito a bed and breakfast, rendendo la città sempre più difficile da abitare. Questo per dire che la storia che viene raccontata in L’ultimo Carnevale riguarda un territorio fragile nello specifico, ma si potrebbe applicare a tutti.

Il matrimonio di Bezos a Venezia si è svolto solo poche settimane  prima della stesura di questa recensione e nonostante la pubblicazione del romanzo risalga al 2020 non mi spingo a dire che sia stato profetico, quanto che Malaguti sia stato tanto abile nell’osservare la realtà che per parlarne ha solo dovuto inventare una trama da inserire in un contesto che non è affatto lontano come crediamo e che ha radici in eventi già accaduti. Ricordo un episodio specifico della mia giovinezza, quando una mia compagna di corso veneta mi aveva raccontato di quando, durante un lavoro estivo a Venezia, aveva avuto a che fare con una coppia di americani che le aveva chiesto quale fosse l’orario di chiusura. Sulle prime lei non capendo decise di approfondire la conversazione e saltò fuori che per i turisti Venezia non era una città qualsiasi, ma un parco a tema come Gardaland che a una certa ora avrebbe chiuso i cancelli e tutti a casa. In questo romanzo assistiamo all’avverarsi dell’episodio surreale che la mia amica mi aveva raccontato.

Venezia non è più sé stessa, ma la sua tassidermia: non ci sono più negozietti di quartiere, botteghe di artigianato, supermercati e nemmeno grandi catene di abbigliamento. Ci sono solo teche e monumenti messi sotto vetro da guardare a debita distanza, quando non direttamente ricostruiti da zero con materiali diversi che sembrano quelli originali, ma che originali non sono. Questa pantomima grottesca rende contenti gli investitori, i padroni del parco, le guide turistiche, le guardie di sorveglianza perché riescono a farci i soldi a palate, spennando cifre folli alla fiumana turistica che paga numeri astronomici per entrare in quella che non è più una città, ma l’ombra di sé stessa, esclusivamente per poter sfoggiare la propria presenza come status symbol. Non è tanto diverso da Bezos che per sposarsi ha devoluto una cifra per lui esigua al comune di Venezia, il quale non ha redistribuito ai suoi residenti per via dei costi personali che hanno dovuto sostenere, non potendo rientrare alle proprie abitazioni per questioni di sicurezza, anzi, non ne ha minimamente tenuto conto.

Anche nel romanzo è proprio la cittadinanza a non trarre alcun giovamento dal profitto generato dal flusso turistico. I residenti vengono gradualmente sfollati in nome di cedimenti strutturali (veri o pretestuosi) che guarda caso riguardano loro ma non i turisti. In quest’ottica, tutto ciò che non crea profitto diventa un atto di resistenza, comel’utilizzo del veneto come lingua viva e non come elemento folkloristico, il rifiuto di abbandonare la propria casa, il vivere il proprio patrimonio culturale in modo attivo e più in generale il lottare per non rendere la propria identità un’altra delle cose da osservare dal lato sbagliato di una vetrina, come animali in gabbia in uno zoo. Tuttavia, la struttura sociale così modificata rende sempre più difficile accedere ai servizi alla persona: beni di prima necessità diventano inaccessibili a causa dei prezzi folli e persino i gruppi di resistenza, che sulle prime protestano con foga, diventano sempre più moderati fino a perdere la voce delle proprie istanze. Tutto diventa a misura di turista, tanto che persino i luoghi vengono cambiati per accontentare chi non li abita nemmeno: sono gli spazi che cambiano per il turista, non è il turista a lasciarsi cambiare dal viaggio.

Così assistiamo alla fine di una città per la quale non è stato fatto abbastanza, che abbiamo lasciato morire per pigrizia o per aver accentrato il profitto nelle mani di pochi, invece di redistribuirlo a favore di chi, abitando in luoghi bellissimi ma complicati, ne vive il disagio tutti i giorni. Abbiamo ancora tempo per prendere provvedimenti in materia climatica, ma stiamo tergiversando ed è a causa di questa incertezza che Venezia e altri posti magici scompariranno. 

Tutti questi temi sono incastrati in una trama incalzante e ricca di avvenimenti, il cui tempo della storia è molto breve, circa le ventiquattro ore del giorno di carnevale, senza contare i flashback, ed è forse per questo che come romanzo è molto efficace: la precisione lessicale dell’autore gli consente di non usare mai due parole dove ne basta una sola e non ci sono storpiature per allungare inutilmente il brodo. Il segreto è proprio mostrarci come funzioni l’interazione delle quattro diverse voci protagoniste con la città, anche proponendoci degli interessanti ribaltamenti, come ad esempio mostrandoci situazioni in cui lo studio delle materie umanistiche sia la strada più diretta per accedere al mondo del lavoro, ma anche esse vengono ormai vissute in ottica utilitaristica e consumistica.

In questo piccolo gioiellino di climatic fiction ci viene mostrato su una realtà particolare l’effetto a lungo termine della nostra pigrizia in materia ambientale, del nostro tergiversare sulle cause politiche che contano davvero e della mancanza di lungimiranza sulle istanze sociali. L’Ultimo Carnevale si muove sulla falsariga di libri come Il Ministero per il futuro ed è un peccato che non se ne sia parlato di più.

Elfie

Titolo: Elfie Titolo originale: Elfie Autore: Gregory Maguire Traduttrice: Giulia Poerio Lingua originale: inglese Codice ISBN: 978880480...