mercoledì 28 maggio 2025

Blood Traitor - La Traditrice della Stirpe

  • Titolo: The Blood Traitor - La Traditrice della Stirpe
  • Titolo originale: The Blood Traitor
  • Autrice: Lynette Noni
  • Traduttrice: Angela Ricci
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788820074890
  • Casa editrice: Sperling&Kupfer

Trama

Dopo gli eventi a palazzo, Kiva è tormentata dal bisogno di sapere se la sua famiglia e i suoi amici sono al sicuro, e se coloro a cui ha fatto del male potranno mai perdonarla. I regni di Wenderall sono sull'orlo della guerra e lei si trova lontana dal cuore del conflitto. Ma, stavolta, in gioco c'è molto più del suo cuore spezzato.
Un nuovo inizio la porterà a intraprendere una missione pericolosa, una corsa contro il tempo che costringerà nemici mortali e alleati improbabili a lottare fianco a fianco per salvare non solo il regno di Evalon, ma l'intero continente. Ora, Kiva non può più limitarsi a sopravvivere: deve combattere per ciò in cui crede. Per chi ama.
Ma con il pericolo che incombe da ogni lato e la vita dei suoi cari in bilico, sarà abbastanza forte da resistere o questa sarà la sua ultima battaglia?


Recensione e commento

Nei confronti del capitolo conclusivo della trilogia dedicata alla Guaritrice di Zalindov nutro sentimenti ambivalenti: da un lato mi sono goduta questa lettura per la quasi totalità del tempo, dall’altro lato ci sono dei difetti oggettivi che hanno inficiato la qualità in numerose occasioni. 

Ma andiamo con ordine: il romanzo si apre esattamente nello stesso punto in cui si era concluso The Gilded Cage, ma già qui iniziano i problemi, perché le azioni compiute nel volume precedente avrebbero dovuto sortire effetti a lungo termine molto complessi da gestire, ma troppo spesso vengono liquidate in modo un po’ troppo semplicistico perché effettivamente troppo scomode da gestire e allo stesso tempo ci sono degli sviluppi che fanno intendere chiaramente che l’autrice non aveva pensato alla trilogia come creatura organica, poiché diverse situazioni che sembrano appiccicate a posteriori senza avere degli antefatti sufficientemente solidi per risultare credibili.

A questo proposito, in realtà si riesce quasi sempre, almeno in questa fase, a passarci sopra perché gli eventi sono talmente veloci e cadenzati che ci si accorge delle pecche tecniche solo a posteriori e l’investimento emotivo che c’è stato per oltre due libri è talmente forte che si perdona qualcosina. I problemi di godibilità arrivano più che altro verso la parte centrale, quando il ritmo rallenta drasticamente e parte una quest gestita in modo un po’ maldestro. Per quanto sia comune che durante le quest si scopra anche qualcosa su di sé, qui ci sono troppe dinamiche forzate, messe in scena esclusivamente per creare drammi non spinti da un effettivo movente narrativo, tutto esclusivamente per fare interagire i personaggi e creare tensione. La critica è che la suddetta tensione è uno degli elementi più carenti e caotici del romanzo perché dovuta a un problema di miscommunication che poteva essere risolto a pagina 12 se semplicemente i personaggi non avessero detto una cosa intendendo il contrario. Infatti, i protagonisti si comportano in modo incoerente, c’è una netta discrepanza tra ciò che dicono e come agiscono, fanno gaslighting ad altre persone e agiscono in modo diverso rispetto a ciò che dicono. È un tira e molla costante non motivato da una base solida, il che frustra tantissimo l’esperienza di lettura, soprattutto perché per due libri ci sono sì stati complotti e intrighi, ma di base non c’era tossicità nelle relazioni interpersonali, mentre qui la sterzata e talmente brusca che le droghe vengono troppo spesso usate come espediente per giustificare un’interazione o una condivisione delle proprie emozioni. Che poi, non è nemmeno vero che il brodo sia stato annacquato: il brodo che c’è è sufficiente, ma troppe volte viene governato nel modo meno convincente possibile, quasi frettolosamente e con poca riflessione. 

I primi due libri della serie erano apprezzabili non tanto per la loro innovazione, quanto per il loro senso della misura: c’era consapevolezza su chi fosse il pubblico e quanto dovesse essere ambiziosa come opera, non si voleva strafare, ma al tempo stesso gli elementi contenuti erano lineari e studiati.  Infatti, per quanto si trattasse di romanzi da intrattenimento, il pensiero che c’era dietro era molto logico e trama e personaggi erano ben gestiti, non lasciando mai nulla al caso. Per fortuna, questa linearità di pensiero ritorna sul finale del libro, dopo aver latitato per un po’, quando finalmente arrivano dei colpi di scena degni di questo nome che sono stati costruiti nell’arco di tutta la narrazione e che non spuntano fuori come dei ex machina.

Nel complesso, è stata una lettura piacevole ma oggettivamente altalenante dal punto di vista qualitativo. Gli elementi che sono stati apprezzati nei volumi precedenti ci sono, ma in misura ridotta e resta un po’ di rammarico per tutto ciò che poteva essere cesellato un pochino meglio. 

mercoledì 21 maggio 2025

The Inheritance Trilogy

  • Titolo: The Inheritance Trilogy - La Successione
  • Titoli originali: The hundred thousand kingdoms/The Broken Kingdoms/The Kingdom of Gods
  • Lingua originale: inglese
  • Traduzione di: Giulia Lenti & Benedetta Tavani
  • Codice ISBN: 9788804800910
  • Casa editrice: Mondadori 
Trama


In un universo in cui le divinità si muovono accanto agli esseri umani, una famiglia domina il mondo tra corruzione e violenza. La salvezza dell'umanità è nelle mani di tre giovani donne straordinarie che ancora non sanno di esserlo. Yeine Darr vive nel Grande Nord, povero e arretrato. Ma, quando sua madre muore in circostanze misteriose, scopre di essere l'erede al trono dei Centomila Regni e si ritrova al centro di una feroce lotta di potere. Oree Shoth, un'artista cieca, dà rifugio a uno strano senzatetto: un atto di gentilezza che la trascinerà in un incubo, nel cuore di una cospirazione per uccidere le Deidi in cui il suo ospite sembra coinvolto. Shahar Arameri è l'ultima discendente della famiglia che da duemila anni governa la Terra schiavizzando gli immortali, ma è anche innamorata del Deide Sieh. A chi sceglierà di essere fedele? Tutte e tre impareranno quanto possa essere pericoloso mescolare amici e nemici, esseri divini e mortali, amore e odio.

Recensione e commento


È finalmente tornato in italia l’esordio letterario della leggendaria N.K. Jamisin, già famosa nel nostro Paese per la sua trilogia successiva, quella della Terra Spezzata. L’idea di pubblicare l’intera serie in un unico volume in questo caso risulta vincente, perché, per quanto indubbiamente la storia vada in crescendo, se fosse stata pubblicata in singoli volumi come successo con Il Gargoyle, una grossa parte del pubblico avrebbe abbandonato la lettura.

Infatti, nel primo libro, I Centomila Regni, i pregi e i difetti si controbilanciano: il grande punto di forza è l’ambientazione, un mondo che solo l’immaginazione sfrenata di Jamisin avrebbe potuto partorire, con palazzi che sfidano le leggi della fisica, sistemi magici fuori dal comune e una società complessa e sfaccettata che, per una volta, non è lo specchio della nostra: Jemisin, nell’arco dell’intera trilogia più che del singolo libro, non limita la sua immaginazione all’estetica del mondo che ha creato ma la approfondisce al punto da intessere rapporti sociali che sono più simili (con tutte le eccezioni e le limitazioni del caso) a quelli di una società ideale che a quelli che viviamo nella realtà. Tuttavia, la protagonista non riesce a sfruttare pienamente il suo potenziale come personaggia principale, perché nonostante sia nata e cresciuta in una società matriarcale in cui è stata addestrata a combattere e regnare fin dalla più tenera età, resta comunque molto passiva quando viene sbalzata in un mondo diametralmente opposto. È appunto la trama il punto più debole di questo primo volume, perché è molto nella media: per quanto gli intrighi di corte siano interessati e qualche volta sorprendenti resta comunque una storia portata avanti dai secondari che usano Yeine per i propri scopi e lei si lascia usare. Alcuni dei personaggi più attivi della storia sono le divinità che vengono tenute al guinzaglio dalla famiglia reale. A dispetto della loro natura, le loro emozioni sono umanissime e travolgenti, al punto che la protagonista si ritrova spesso in balia di loro e del belloccio di turno, un po’ come le eroine dei moderni ya.

Ma non mentivo quando dicevo che questa serie va in crescendo, perché il secondo libro della trilogia, I Regni spezzati, racchiude in sé una trama più originale e una protagonista più attiva. Questa è una particolarità molto piacevole della Trilogia della Successione: alcuni personaggi del cast sono sempre gli stessi, ma la voce protagonista cambia sempre e vediamo l’evoluzione sia del worldbuilding che della società tramite le loro percezioni. Non voglio svelare troppo per non fare spoiler del primo romanzo, ma persino l’ambientazione cambia e muta, diventando ancora più assurda e sfaccettata, diramandosi sempre in direzioni imprevedibili. È apprezzabile anche il tentativo dell’autrice di raccontarci la vita di una protagonista cieca, riuscendo, tuttavia, in una rappresentazione fatta bene solo a metà. Jamisin è bravissima a creare un universo non abilista, ma non è sufficientemente esperta nell’immergere chi legge nella percezione di una persona a cui manca la vista: troppe volte ci si dimentica che la protagonista non può vedere perché tutta la storia ci viene raccontata per immagini con tanto di sfumature di colore, anche in dei modi che evidentemente lei non può conoscere. In ogni caso, questo è stato il difetto maggiore che ho trovato in questo secondo capitolo, che mi ha coinvolta decisamente più del primo e mi ha invogliata a proseguire con la lettura del terzo, Il Regno degli Dei.

Qui la voce narrante cambia per la terza volta, spostandosi decenni dopo il primo libro, e assistiamo alla storia raccontata tramite una delle divinità che abbiamo conosciuto sin dal primo libro. Un dio intrappolato nel corpo e nella psiche di un bambino, un essere a metà tra tante cose e per questo motivo dotato di una bussola morale molto diversa da quella umana, specialmente perché volubile. Scaltro e ambiguo, schiavo degli impulsi momentanei come qualsiasi bambino, qui la deide Sieh dovrà imparare a fare i conti con l’età adulta e muoversi in un mondo che desidera cambiare. Ed è infatti questa la tematica centrale del capitolo conclusivo: la paura del cambiamento e della solitudine. Ma niente nell’universo è immutabile e immutato, neanche le divinità, che alla fine dovranno comprendere che l’età adulta non è qualcosa da temere. Il Regno degli Dei è forse il mio preferito sotto l’aspetto degli argomenti trattati, tuttavia, credo che avrebbe potuto essere un po’ più sintetico e occupare meno spazio. Praticamente metà del tomo che raccoglie l’intera trilogia è occupato dalla mole di Il Regno degli Dei

La Trilogia della Successione è un assaggio di ciò che Jemisin ha fatto successivamente e fa venire l’acquolina in bocca: vediamo già la sua capacità di creare mondi impensabili da chiunque a parte lei e immaginare la narrativa in modi che escono totalmente fuori dagli schemi. 

mercoledì 14 maggio 2025

Il Pianeta dell’Esilio

  • Titolo: Il Pineta dell’Esilio
  • Titolo originale: Planet of Exile
  • Autrice: Ursula K. Le Guin
  • Traduttore: Riccardi Valla
  • Lingua originale: inglese 
  • Codice ISBN: 9788804798521
  • Casa editrice: Mondadori 
Trama

Su Werel, terzo pianeta del sistema di Gamma Draconis, le stagioni durano decine d'anni terrestri, e ora l'Autunno sta per finire. L'Inverno sarà una sorpresa per le generazioni più giovani, che non l'hanno mai conosciuto, e una dura prova per tutti. Ma le ostilità del clima non sono le sole contro cui gli abitanti devono combattere: ci sono anche i barbari Gaal e i mostruosi diavoli della neve. La contesa contro la natura avversa e i nemici esterni unisce le due razze umanoidi di Werel: i Nati Lontano, ultimi superstiti della colonia hainita che vivono nella città costiera di Landin, ormai isolati da oltre seicento anni dalla madrepatria, e i nomadi nativi del pianeta. È così che Jakob Agat Alterra, discendente degli "alieni" hainiti, conosce la giovane Rolery, figlia di un capo Clan nativo, e se ne innamora. Ma non sarà facile stabilire un'alleanza fra due razze che sembrano destinate all'eterna incomprensione. Pubblicato nel 1966, "Il pianeta dell'esilio" costituisce il secondo tassello del ciclo dell'Ecumene, un grandioso affresco della storia futura dell'umanità che Ursula K. Le Guin tratteggia con un'eccezionale abilità nel dare vita sulla pagina ad affascinanti mondi alieni.


Recensione e commento 

Il Pianeta dell’Esilio è in ordine di cronologia interna il secondo libro del ciclo dell’Ecumene e, essendo stato scritto nel 1966, è precedente a quello che l’autrice stessa chiama “il suo risveglio femminista”.

Infatti, è proprio Le Guin stessa a fornirci la chiave di lettura di questo romanzo nell’introduzione che è stata pubblicata con l’edizione del 1978, dove racconta di non essere stata consapevole, fino a un certo punto della sua vita, di aver creato storie ricche di uomini che prendono il sopravvento e di donne che agiscono molto meno. Eppure, il suo avvicinamento alla filosofia taoista le ha consentito di creare una protagonista, Rolery, che agisce secondo il principio del wu Wei, l’agire tramite il non agire. Per questo motivo, il Pianeta dell’Esilio mi è risultato una lettura più piacevole rispetto a Il Mondo di Roccanon, ma meno di altri romanzi successivi, perché più maturi e consapevoli sotto il profilo femminista.

Eppure, i temi cari all’autrice qui ci sono tutti e sono narrati in una storia tutto sommato lineare ma complessa sotto il punto di vista dell’ambientazione e dell’approfondimento psicologico. Il mondo in cui ci troviamo è un pianeta in cui le stagioni cambiano una sola volta nella vita delle persone perché un singolo anno solare dura circa settanta dei nostri anni. Su Werel sono sbarcati gli hainiti da centinaia di anni terrestri e scopriamo numerose informazioni riguardo all’Ecuemene: ai suoi rappresentanti è vietato imporre sistemi culturali, tecnologici o religiosi sui pianeti di approdo per non sfociare in dinamiche colonialiste. Sfortunatamente ciò porta a uno stallo lungo generazioni perché gli hainiti restano incastrati nella memoria del passato, perdono conoscenze comuni nella loro casa di origine e dimenticano nozioni che nella loro vita attuale non hanno più utilità né importanza, sentendo di non appartenere né al mondo da cui provengono, né a quello in cui si trovano, il tutto mentre aspettano invano che le popolazioni locali sviluppino un grado tecnologico sufficiente a giustificare la loro entrata nella Lega di Tutti i Mondi. Questa storia, nonostante si concentri sulla guerra, parla di come due popoli che non riescono a mischiarsi né culturalmente né biologicamente, alla fine facciano tabula rasa per riuscire a creare qualcosa di nuovo. 

Entrambi i popoli, sia l’approdato che il nativo, considerano sé stessi i veri umani e “alieno” chi non appartiene alla loro specie, nonostante i punti di incontro siano molteplici e prolungati nel tempo. Non è semplice creare qualcosa e in effetti Il Pianeta dell’Esilio si conclude con una speranza, con un punto di partenza più che di approdo, ed è un processo che la generazione corrente vive con sofferenza, perdendo molto mentre nasce qualcosa di nuovo, eppure per me è stato emblematico il modo in cui la vita riesce ad adattarsi a qualsiasi condizione e cambi costantemente, con ostinazione. 

Come sempre, anche il livello della scrittura è altissimo, ma questa volta Le Guin si è spinta persino oltre, perché pur raccontando con narratore esterno mantiene una focalizzazione interna mobile che rende perfettamente la psicologia del personaggio in scena in quel momento, dai conflitti di interiori di Agat, alla costate perdita del filo del discorso da parte dell’anziano Wold, ormai alla fine dei suoi giorni. 

Il Pianeta dell’Esilio è una storia di comprensione dell’altrǝ, di vicinanza e incontro specialmente nei momenti di crisi, di scegliere di vedere le somiglianze invece di evidenziare le similitudini. Le Guin è riuscita a emozionarmi un’altra volta.

mercoledì 7 maggio 2025

Cadavere squisito

  • Titolo: Cadavere squisito
  • Titolo originale: Cadáver exquisito
  • Autrice: Agustina Bazterrica
  • Traduttrice: Francesca Signorello 
  • Lingua originale: spagnolo
  • Codice ISBN: 9791280495600
  • Casa editrice: Eris
Trama


Marcos lavora nel mercato della carne da sempre, è un’attività di famiglia. Ma ora le cose sono cambiate, in modo radicale e irreversibile. Un virus ha attaccato gli animali, sia domestici che selvatici, per cui sono stati tutti sistematicamente abbattuti e la loro carne non può assolutamente essere consumata. Ora la carne che tratta è diversa, speciale, perché i governi di tutto il mondo hanno dovuto affrontare la situazione e hanno deciso di rendere legale l’allevamento, la produzione, la macellazione e la lavorazione della carne umana. Marcos si è dovuto adattare, cerca di non pensare a cosa fa per vivere, e fa del suo meglio per stare dietro a fornitori, clienti, ordini e consegne, perché deve pagare la casa di riposo in cui vive suo padre. E ora che sua moglie lo ha lasciato deve pensare a tutto da solo.


Recensione e commento

Quando si dice “breve ma intenso” si intende senza dubbio qualcosa di molto vicino a Cadavere Squisito, una lettura che sicuramente non suscita indifferenza e che difficilmente verrà dimenticata.

Tanto per cominciare, si tratta di una storia con più stratificazioni di significato delle quali quella letterale non è sicuramente trascurabile. Infatti, in questa Argentina del futuro gli animali non vengono più macellati e mangiati: sono gli esseri umani a venire allevati, ingrassati, uccisi e consumati. Improvvisamente, quando vediamo dei nostri simili nella posizione in cui noi mettiamo gli animali ci accorgiamo di quanto il sistema sia crudele e assurdo. Questa parte, quella letterale, è quella che mi ha scioccato di più ma non nel modo che pensavo: mi ha scioccato non essere rimasta scioccata più di tanto. Anche io, come chiunque altro sono talmente abituata alla violenza da non essere rimasta troppo toccata da un racconto in cui esseri umani come me e voi vengono letteralmente mangiati da altri umani. Mi ha fatto mettere in prospettiva la cultura in cui sono immersa ed è stato un bel colpo comprendere che non sono sensibile quanto pensassi.

Il livello metaforico, invece, si dirama su più livelli: sono soprattutto gli immigrati, i senzatetto, gli emarginati della società a essere vittime della prima ondata, ovvero quella in cui le persone vengono catturate e mattate, prima che venisse affinata la tecnica per sottomettere, rendere mansuete e controllate le nuove “bestie”. Anche all’interno del macello ci sono comunque “capi di bestiame” serie A e di serie B, ci sono i capi normali, allevati a mangimi pieni di ormoni e quelli che vengono cresciuti con cibi biologici solo per essere abbattuti mentre sono più sani possibile. In maniera quasi sfacciata, le femmine (che non sono vere e proprie donne proprio perché viene impedito loro di avere uno sviluppo cognitivo tale per cui possano dirsi persone adulte. In questo senso uso la parola “femmine”, perché non sono adulte cognitivamente, non perché intendo deumanizzarle) se la passano peggio dei maschi: costrette a gravidanze, arti tagliati per impedire loro di autolesionarsi, separate dai loro bambini e addirittura utilizzate come selvaggina a cui sparare mentre scappano per la propria vita mentre sono incinte, riescono comunque ad avere una condizione persino peggiore rispetto ai maschi che vengono allevati come stalloni che hanno più spazio e cibo migliore quasi fino alla morte. E non stupisce di certo vedere come chi ha più denaro e privilegio abbia anche il potere di fare del male impunemente. Come in un’estremizzazione neanche troppo eccessiva assistiamo a come il capitalismo, tramite i suoi esponenti al vertice della piramide, privi gli individui alla base delle libertà fondamentali, come sprema chiunque fino all’osso, come tutto, dalle interiora alla pelle venga utilizzato per essere venduto e trarne un profitto, e non c’è niente di nobile in questo: farsi spremere fino all’osso senza mai farsi domande e senza mai poter scendere dal nastro trasportatore è tutto fuorché glorioso, perché anche noi siamo prodotti da vendere.

Non sono nemmeno solo gli umani macellati le sole vittime del sistema, perché anche chi lavora nell’industria in un certo modo mi ha dato da pensare: nessuno vuole davvero fare quel mestiere, molti si sentono male, svengono e alla fine mollano, mentre i pochi che lo vogliono hanno degli evidenti problemi di sadismo: non puoi amare il tuo lavoro ed essere normale al tempo stesso, in un mondo così. Se non odi il tuo lavoro hai qualcosa che non va. Molti macellai fanno un lavoro che disprezzano solo per mantenere la famiglia e devono in qualche modo mettere un muro emotivo tra sé e quello che fanno per vivere, per non impazzire e non portare tanto dolore a casa, per quanto in una certa misura questo sia impossibile al punto che la nuova generazione è completamente desensibilizzata alla violenza e non ha più speranza di ricevere un contatto umano sano. Insomma, un po’ come in La fattoria degli animali di Orwell, la massa non ha consapevolezza del proprio potere, della forza del numero e vive senza nemmeno avere una voce in luoghi in cui viene allevata con il solo scopo di essere un prodotto e arricchire chi è già ricco, mentre chi deve sbarcare il lunario odia comunque il proprio lavoro e ha disgusto al pensiero di andarci tutte le mattine. Tutti detestano la propria vita e usano tantissimi termini edulcorati per raccontare un fenomeno agghiacciante in cui la maggior parte è vittima e pochi traggono profitto. La macellazione, poi, è anche la punizione per chiunque violi le norme sociali, perché alla fine siamo davvero sulla stessa barca e i ruoli possono invertirsi in un batter d’occhio, senza che si riesca davvero a rivoluzionare la situazione.

Lo stesso Marcos, il protagonista, ha un po’ lo stato d’animo di Winston di 1984, un individuo che sente una profonda insoddisfazione e un distaccamento tra ciò che pensa e ciò che dovrebbe pensare. Si rende conto delle idiosincrasie del sistema, delle sue contraddizioni ma sa di non poter combattere perché ha ancora troppo da perdere. E alla fine, senza nessuna speranza, anche lui amerà il Grande Fratello, appena trarrà il minimo vantaggio dall’oppressione altrui, dimenticando in un battito di ciglia quanto gli sia stato portato via dal sistema per avere in cambio un misero granello di soddisfazione. Il sistema che ci racconta è il nostro: quello in cui abbiamo così poco, ottenuto tramite modalità che odiamo e che è guadagnato su pile di cadaveri altrui.

Cadavere Squisito è un libro che schiaffeggia e fa male, che racconta di come ogni nostro successo sia in qualche modo basato sull’oppressione dei nostri simili e non risparmia nessuna parte della società dalle sue ferocissime critiche.

mercoledì 30 aprile 2025

Out on a Limb

  • Titolo: Out on a Limb - Un Amore in bilico
  • Titolo originale: Out on a Limb
  • Autrice: Hannah Bonam-Young
  • Traduttrice: Laura Scipioni
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788817181432
  • Casa editrice: Rizzoli
Trama


Ok, forse vestirsi da pirati a una festa di Halloween non è l'idea più originale del mondo, ma che probabilità ci sono che ci sia un'altra persona vestita da pirata e che, come te, abbia un ottimo motivo per farlo? Win è nata con una malformazione alla mano e l'uncino le è sembrata un'idea spiritosa per sdrammatizzare. Bo ha subito di recente un'amputazione al ginocchio e quale scelta migliore di una gamba di legno per una festa in maschera? Forse il loro incontro non è una semplice coincidenza... Certo, Win ha deciso che dopo la sua ultima relazione fallimentare non si legherà più a nessuno. Bo, però, è simpatico, sexy e tenero. Nasce tra loro un'intesa immediata e irresistibile, e dopo quella che avrebbe dovuto essere solo l'avventura di una notte, Win scopre di essere incinta. Ora deve affrontare una decisione che potrebbe stravolgere la sua vita. E Bo è pronto a sostenerla. Insieme, decidono di conoscersi meglio, come amici e niente di più. Ma, come ormai entrambi dovrebbero sapere, la vita raramente va secondo i piani. Con un'intervista esclusiva all'autrice.

Recensione e commento

In genere mi approccio alle nuove letture con uno scetticismo scientifico: dimostrami che non sei un brutto libro. Invece, in questo caso, ho iniziato con un discreto ottimismo, nonostante, in linea teorica Out on a Limb non sia esattamente la mia tazza di tè. 

Out on a Limb è un romance contemporaneo che racconta di Winnie e Bo che, dopo un rapporto occasionale, scoprono di aspettare un figlio assieme. Non è uno spoiler, perché è letteralmente scritto sulla quarta di copertina e potrebbe sembrare una trama  trita, se non fosse per il dettaglio inconsueto che entrambi hanno una disabilità: Winnie ha una mano sottosviluppata dalla nascita, mentre Bo ha subito un’amputazione alla gamba. Non c’è niente di straordinario nella loro disabilità, è qualcosa che vivono in modo normale come condizione naturale della loro vita, ma è straordinario, invece, che la loro libido venga ritratta tanto fedelmente in un prodotto così pop. Winnie in particolare è una protagonista rara da trovare, i suoi flussi di coscienza in cui riflette sul suo corpo in un paio di occasioni mi hanno fatto bagnare gli occhietti perché raccontano di come i problemi di accettazione di sé non siano legati al modo in cui lei percepisce il proprio corpo, ma allo sguardo altrui esattamente come qualsiasi altra donna che vive in una società in cui moltissime industrie vengono tenute in piedi dalle insicurezze femminili. Complessivamente, lei accetta e apprezza il suo corpo, ci si sente abbastanza a suo agio, ma come chiunque di noi vede i suoi cosiddetti difetti estetici amplificati e questo riguarda qualsiasi tipo di non-conformità, anche quelle che non sono legate alla sua mano. Winnie è una donna normale, con una libido abbastanza prorompente che non si vergogna di mostrare né si preoccupa di nascondere, eppure per il mondo è solo “un gran peccato che abbia una mano sottosviluppata”, così come è fuori dall’ordinario che sia brava nel nuoto, attività che adora e che passa molto tempo a praticare, visto che ha “quella mano”. Ma cosa dovrebbe esserci di tanto strano se una persona diventa brava a fare qualcosa che ama e che pratica a lungo?

La copertina della versione indie
Secondo me è carinissima
Bo, invece, ha avuto meno tempo per accettare la propria condizione, poiché la perdita dell’arto è recente, non una condizione congenita. In questo contesto, io, che non amo le scene erotiche, mi sono ritrovata ad considerare positivamente il modo in cui Winnie e Bo si prendevano cura l’una dell’altro, preoccupandosi sia di fare sentire l’altra persona a proprio agio, sia di apprezzare anche la parte che creava loro più insicurezza. Il modo in cui entrambɜ si sono sentitɜ vistɜ, in un mondo che non riconosce la libido delle persone disabili, e che anzi le infantilizza, è una dinamica che ho trovato davvero importante ed è il sintomo sano di un mondo che sta cambiando e deve cambiare. Anche da un punto di vista qualitativo l’erotismo in Out on a Limb è superiore alla media, perché le scene sono meno meccaniche, molto più spontanee e meno standard negli atti in sé rispetto a molti romanzi per lo stesso target.

Ancora meno ritratta della libido all’interno della disabilità è la genitorialità e sotto questo aspetto non solo abbiamo le preoccupazioni di Winnie, che teme di aver trasmesso allǝ figliǝ la condizione della sua mano, per quanto razionalmente sappia che non si tratti di una sindrome genetica, e quella di Bo, che teme di aver trasmesso i geni della malattia che lo ha condotto ad avere un arto amputato: ciò che personalmente ho trovato sorprendete è stato vedere due persone adulte comunicare in modo sano, fare compromessi, venirsi in contro e assumersi serenamente le proprie responsabilità, anche gioiosamente la maggior parte delle volte.

È infatti questa la mia parte preferita di Out on a Limb: la relazione sana (con qualche scivolone, ma ne parliamo nel prossimo paragrafo) tra i due personaggi. Questo romanzo è quasi sempre dolcissimo, per quanto se siete persone un po’ troppo realiste come me potreste trovarlo stucchevole e poco verosimile (ma questo è un problema mio, non un difetto oggettivo del libro che si prefigge uno scopo escapista che  mantiene fino in fondo), ma anche il mio cinismo è quasi sempre venuto meno per fare spazio a sorrisini dolci quando i due personaggi, gradualmente, si avvicinavano, si innamoravano e si guarivano a vicenda con piccoli atti di gentilezza e fiducia reciproca, in modo totalmente indipendente e scollegato dalle loro disabilità. Comprendono sicuramente i reciproci disagi e cercano di anticiparsi nelle esigenze, ma non si innamorano per la loro condizione, quanto per quanto si sentano a proprio agio accanto all’altra persona.

I tasti dolenti, invece, risiedono nel fatto che la dolcezza del romanzo e la sanità della relazione fa abbassare completamente la guardia, per cui quando spuntano fuori alcune situazioni con potenziali trigger colgono chi legge completamente di sorpresa, e non in modo positivo. Per esempio, la migliore amica della protagonista è, scusatemi la similitudine un po’ colorita, simpatica come la sabbia nelle mutande e non ero preparata alla scena in cui prende in giro con cattiveria i nerd, categoria di cui fa parte suo marito, per un hobby totalmente innocuo che questo povero Cristo deve praticare di nascosto per non subire il bullismo di questa fastidiosa ape regina da film degli anni Duemila. E ripeto, per quanto alla fine la cosa vada a finire a tarallucci e vino, sul momento è stata una bastonata sui denti perché non mi ero preoccupata di alzare delle difese emotive, proprio perché il libro era, fino a quel momento, dolcissimo. Fare passare come divertente la prepotenza di questa donna nei confronti del marito, uomo che dovrebbe piacerle, dato che lo ha sposato, non mi è sembrato coerente con il resto della narrazione (sì, l’autrice ha pubblicato un libro sulla loro coppia e no, non lo leggerò). A differenza di ciò che ho scritto sulla mia percezione personale nel paragrafo precedente, questo non è un mio problema legato al gusto personale, perché mentre facevo gli aggiornamenti di lettura su Instragram varie utenti mi hanno confermato di aver provato le mie stesse emozioni durante la lettura. 

Inoltre, anche la relazione tra Winnie e Bo, completamente sana per il novanta percento del libro, quando i due personaggi alla fine si mettono assieme, commette qualche scivolone. Anche qui, a un certo punto salta fuori quella che in qualsiasi altra relazione sarebbe una enorme, gigantesca red flag, perché instaura una dinamica che sbilancia i rapporti di potere nella coppia e la cosa accade tramite dei modi anche un po’ manipolatori. L’unica cosa che consente di passarci sopra è appunto il fatto che l’intento del libro sia chiaro: sappiamo che tutto andrà bene e non ci saranno relazioni abusive o disfunzionali, ma in questa circostanza la sospensione dell’incredulità è venuta meno perché la situazione poteva essere la stessa ma gestita in modo diverso o usando parole differenti (non posso dire di più o è spoiler).

Bonam-Young è riuscita a raccontare in modo pop una storia dolcissima con un tema importante. Le riflessioni che sicuramente lei stessa ha fatto nell’arco della sua vita, dato che vive con la stessa condizione congenita di Winnie (per quanto non abbia messo sé stessa nella storia, ma abbia creato una personalità completamente diversa) sono la perfetta commistione tra la sua esperienza personale e lo studio dell’argomento che tratta, cosa che non sempre avviene quando chi scrive racconta qualcosa che vive o ha vissuto in prima persona.

Insomma, Out on a Limb, pur con qualche scivolone, è un romanzo dolce di cui si sente l’esigenza in un mondo che va di corsa. La rappresentazione della disabilità è forse la migliore che abbia mai letto e fa molto piacere vedere che appartiene a un prodotto di così ampia diffusione e c’era davvero tanto bisogno di una storia così.

mercoledì 23 aprile 2025

The Favorites

  • Titolo: The Favorites - Un’ultima volta noi
  • Titolo originale: The Favorites
  • Autrice: Layne Fargo
  • Traduttrice: Rosa Maria Prencipe
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804784074
  • Casa editrice: Mondadori
Trama


Anche se non ha alle spalle un nome altisonante, né una famiglia che la sostenga economicamente o emotivamente, Katarina Shaw ha sempre saputo di essere destinata a diventare una stella del pattinaggio olimpico. Quando incontra Heath Rocha, un ragazzo orfano, silenzioso e solitario, tra i due nasce istantaneamente un'intesa profonda, che li renderà una coppia formidabile sul ghiaccio e nella vita. Aggrappati al pattinaggio per sfuggire alle loro esistenze problematiche e riscrivere il proprio futuro, Kat e Heath scalano in fretta la strada che li conduce da giovani promesse a inarrestabili campioni di danza su ghiaccio. Belli, sfacciati e senza paura di mostrare la passione che li unisce anche in pista, i due giovani conquistano il pubblico con la chimica dei loro corpi, uno stile ribelle e una relazione da montagne russe. Fino a quando un incidente scioccante alle Olimpiadi di Sochi mette improvvisamente fine alla loro storia. Con l'avvicinarsi del decimo anniversario dall'ultima esibizione, un documentario non autorizzato riaccende l'ossessione per Kat e Heath, promettendo di svelare cosa sia realmente accaduto tra di loro. Kat non vuole avere nulla a che fare con il documentario, ma non può sopportare l'idea che qualcun altro pretenda di definire la verità al posto suo. Così, dopo un decennio di silenzio, decide di raccontare la sua versione: dalle tragedie d'infanzia che hanno saldato quel legame totalizzante tra lei e Heath, fino agli scontri e alle incomprensioni che li hanno portati a separarsi. Cosa siamo disposti a sacrificare per inseguire un sogno? Alternando il punto di vista di Katarina e i frammenti delle interviste con gli amici più stretti e i rivali più accaniti, The Favorites racconta i risvolti più morbosi dell'amore - che sia per una persona o uno sport - quando si trasforma in ossessione. Una storia travolgente, ambientata nel mondo scintillante e feroce del pattinaggio agonistico.

Recensione e commento

A questo punto, penso che dovrei aprire un rubrica: libri che vengono commercializzati come un genere che non sono. Per l’ennesima volta, ho trovato un romanzo che ci starebbe bene: The Favorites viene venduto come uno sport romance, ma è molto più di questo.

Cominciando dall’inizio, il taglio documentaristico del romanzo consente di approfondire le vicende da più punti di vista senza usare macchinosi campi di pov in corso d’opera, infatti il libro è tendenzialmente dal punto di vista della protagonista Kat che di tanto in tanto viene intervallato da interviste ad altri personaggi del cast, i quali dicono la loro sugli scandali del mondo del pattinaggio e più precisamente quelli che riguardano Kat e Heath. Seguo il pattinaggio dal lontano 2006, ho partecipato a eventi dal vivo sia come pubblico che come parte dello staff, testimoniato a eventi epocali di questo sport, assistito a cambi del sistema di punteggio e The Favorites mi ha coinvolto emotivamente soprattutto grazie all’approfondimento relativo alla parte sportiva, che a differenza di molti sport romance, non fa da cornice, ma è esattamente la parte centrale. Infatti, è sulla carriera sportiva di Kat e Heath che si concentra il fulcro della narrazione, più che sulla loro storia d’amore (su questo ci pensiamo dopo).

E questo aspetto è talmente dettagliato che sembra quasi di trovarsi davanti a un’ucronia, o forse sarebbe più corretto riferirsi a questa rivisitazione come a un retelling della realtà proprio perché non è una versione alternativa della Storia: si ottiene lo stesso risultato tramite una strada diversa. Infatti, ci sono delle piccole chicche dedicate a chi ha seguito assiduamente questo sport, scandali che hanno portato al cambio del sistema di punteggio, riferimenti a pattinatrici che hanno sfidato il sistema, oppure ancora durante le competizioni, che avvengono sempre nelle città reali, mantiene inalterata la nazionalità delle coppie che salgono sul podio, per quanto i personaggi siano fittizi. Insomma, la ricerca di Fargo scende davvero nel dettaglio e crea delle situazioni altamente verosimili sia per le circostanze, sia per la psicologia dei personaggi, che sono molto credibili e non si confondono mai con lo sfondo. Kat, per esempio, mi era stata descritta come una persona senza scrupoli e machiavellica, ma in realtà è soltanto una sportiva agonistica dotata di una convinzione ferrea e se conoscete qualche atleta di quel livello, saprete che non si arriva da nessuna parte senza quel tipo di personalità. Sono state pochissime le parti in cui non sono entrata in empatia con lei e ancora meno quelle in cui l’ho biasimata, forse perché rispetto al marasma generale lei era la meno peggio, o forse perché gli eventi raccontati nel libro impallidiscono se confrontati con i drammi della realtà. 

La crescita di Kat è innegabile quanto fulgida.
La conosciamo da bambina, quando si innamora di una disciplina che la fa sentire libera e potente, la vediamo adolescente, assieme a Heath, a contare i soldi per potersi permettere il loro sport costosissimo, assistiamo al suo raggiungimento tra i migliori, ma in realtà è la sua interiorità ad avermi commossa sul finale, quando finalmente arriva a comprendere che i risultati sono solo i suoi, a prescindere dai punteggi e da tutto ciò che pensano il pubblico e la stampa. Kat cresce svincolandosi dalle sue ossessioni più che assecondandole, un po’ come abbiamo visto succedere durante le Olimpiadi di Parigi, quando molte atlete si sono commosse per aver dato il meglio di sé stesse pur non essendo riuscite ad arrivare a medaglia. A questo proposito, The Favorites è dichiaratamente una sorta di rivisitazione di Cime Tempestose, (quindi non esattamente il simbolo della relazione sana per eccellenza) e sotto questo aspetto non risulta scopiazzato: ci sono molte scene che ne ricalcano lo spirito, oltre che i nomi di alcuni personaggi, ma la cosa che viene cambiata è proprio la parte finale: sarà la generazione corrente, e non la successiva, a ottenere un lieto fine e superare i traumi generazionali. Kat comprende di avere dei limiti, impara a mettere le cose in prospettiva e, cosa più importante, capisce che tutte le persone che le hanno fatto del male, quelle che le sembravano invincibili, mitiche e divine, sono dei semplici esseri umani: per quanto li idolatrasse non erano perfette, la loro inevitabile fine è sempre la stessa, anche per chi sembrava onnipotente. Sono convinta che sia stato proprio questo il primo tassello per l’emancipazione psicologica di Kat e l’ho adorato, perché è stato ciò che ha fatto si che si godesse ogni momento, non solo il risultato.

Stava andando tutto perfettamente, sarebbe stato un libro perfetto se non fosse stato per le ultime cento pagine. Se per quattrocento pagine il romanzo era stato meditato, verosimile e talmente realistico che se non avessi avuto una conoscenza pregressa di questo sport e dei suoi momenti salienti avrei potuto pensare che fosse tratto da eventi realmente accaduti, nelle ultime cento diventa una telenovela in balia dele grottesco e dell’inverosimile. Senza fare spoiler, moltissime situazioni potevano essere risolte anche attraverso gli stessi espedienti pensati dall’autrice, ma gestendoli in modo differente e prendendosi un momento in più per renderli con lo stesso livello qualitativo di tutti gli altri. Proprio sul finale, per quanto sia stata contenta di vedere i personaggi finalmente liberi dalle proprie ossessioni, guariti dai loro traumi, ho pensato “questa cosa non ha senso” oppure “è troppo grottesco anche per gli standard di questo sport”. Proprio a questo punto del libro c’è il trope della miscommunication, che è uno di quelli che più detesto e che tra l’altro non aveva senso sia perché non aveva motivo di esistere, sia perché dall’altra parte moltissime cose erano intuibili senza essere dette direttamente. Insomma, sotto questo aspetto perde un po’ di coerenza interna e assieme al fatto che improvvisamente le gare vengono descritte con meno dovizia di particolari tecnici e più descrizioni degli abiti di scena delle pattinatrici l’effetto finale è un po’ frettoloso.

Per quanto riguarda la parte romance, ho già accennato al fatto che a essere al centro è la carriera agonistica di Kat, con la sua crescita in un mondo dalla facciata luccicante ma dai retroscena agghiaccianti (che non mi hanno scioccata più di tanto dato che, prevedibilmente, nel mondo reale stanno saltando fuori casi di abusi di vario tipo, dalla violenza psicologica a quella sessuale, per cui The Favorites sembra quasi un idillio), ma addirittura la parte relativa alla relazione amorosa è quella che sul finale non viene chiarita, restando un po’ un cerchio ancora aperto. Specifico che non intendo questo come un difetto, quanto un tassello che fa intuire come sia lo sviluppo personale della protagonista, specialmente per quanto riguarda la sua carriera, a essere centrale, rispetto alla storia d’amore, che è esattamente quello che dovrebbe essere dominante in un romance.

Insomma, The Favorites è un romanzo che forse non è come vi aspettate: è una storia che unisce lo sport nella sua parte meno patinata, ma che lascia una speranza per un mondo futuro più giusto. Lo studio che c’è dietro è innegabile e sarebbe stato un libro perfetto se non si fosse perso proprio sul finale. Tenendo fermi i difetti oggettivi del libro, emotivamente è stato comunque un viaggio che penso di voler ripetere in futuro, con la consapevolezza che ci saranno delle parti che non mi convinceranno, ma, come ha imparato Kat stessa, va bene così.

mercoledì 9 aprile 2025

La stagione delle ossa

  • Titolo: La Stagione delle Ossa
  • Titolo originale: The Bone Season
  • Autrice: Samantha Shannon
  • Traduttrice: Egle Costantino 
  • Codice ISBN: 9788804786733
  • Casa editrice: Mondadori 
Trama 


2059. Da duecento anni la Repubblica di Scion porta avanti una campagna persecutoria contro ogni forma di "innaturalità" in Europa. A Londra, Paige Mahoney occupa un posto di tutto rispetto nella gerarchia della criminalità: braccio destro del feroce White Binder, è una dreamwalker, una rara specie di veggente. Secondo la spietata legge di Scion, la sua sola esistenza è un atto di tradimento. E quando viene arrestata per omicidio, incontra i misteriosi fondatori di Scion, che hanno dei piani per i suoi straordinari poteri. Se vuole salvarsi, dovrà imparare a fidarsi di chi ha sempre considerato un nemico... Il fortunato romanzo d'esordio di Samantha Shannon, l'inizio di una saga fantasy ispirata alla mitologia greca, in una nuova edizione completamente rivista dall'autrice.


Recensione e commento

Ho letto molti esempi della produzione letteraria di Samantha Shannon, dal famosissimo Priorato dell’albero delle arance, al suo prequel Un giorno di notte cadente. Eppure questa è la prima volta che un romanzo uscito dalla sua penna mi piace al cento percento. Ma pariamo dall’inizio.

Una premessa è doverosa: in occasione del decennale dall’uscita del primo romanzo, che in prima edizione italiana si intitolava La Stagione della Falce, pubblicato da Salani, Shannon ha ripreso il manoscritto stravolgendolo completamente, aggiungendo scene e tagliandone altre, modificando dinamiche e, in sostanza, rinfrescando il libro e rendendolo più maturo. Questo serve più che altro per dire che se avete in casa la vecchia edizione, come ce l’ho io, rischiate che risulti inutile, se non per collezionismo.

Venendo al libro, finalmente, la prima cosa con cui si viene a contatto è l’ambientazione, che sembra impostata per trascinare la storia verso una direzione banale, già ampiamente esplorata altrove, che però si rivela completamente diversa: ci troviamo in un mondo distopico che non è dicotomico. Non c’è una divisione tra oppressione e libertà, ma tra oppressione e oppressione diversa, perché la Londra di cui leggiamo, e più in generale vasta parte del mondo, è governata con il pugno di ferro e le persone che possiedono poteri magici sono condannate a morte o costrette a servire il governo per un numero di anni per poi essere uccise. Questo porta le persone dotate di chiaroveggenza a vivere in clandestinità anche affiliandosi alla criminalità. La trama comincia proprio qui, con Paige, la protagonista, che ci descrive la sua vita nella cosca e spende molto tempo a raccontarci la personalità dei suoi colleghi e dei rapporti che intercorrono tra loro. È qui che ho cominciato a pensare che proprio l’affiliazione criminale della protagonista avrebbe portato al rovesciamento dell’ordine costituito e si sarebbe tradotta in una sorta di Il canto della rivolta, eppure Samantha Shannon mi ha stupita sin da questo momento perché è entrato in scena un terzo scenario, diverso da quello della criminalità contrapposta all’oppressione dello Stato: in questa distopia entrano in scena gli alieni. Così, de botto. È complicato spiegare il sistema magico in poche righe, ma fondamentalmente la classe di alieni è una sorta di mastermind dell’umanità che è in guerra con altri alieni di una specie diversa. In questo conflitto interplanetario, gli alieni colonizzatori si servono degli umani dotati di magia per arginare l’invasione trattandoli come schiavi.

Uno dei pochi difetti che ho riscontrato in questa lettura, e forse il più vistoso, è che Paige è sicuramente dotata di una spessissima plot armour, perché laddove altri personaggi cadono, lei in qualche modo sopravvive, specialmente perché finisce sotto la protezione di un alieno gentile, o quantomeno più gentile degli altri. La dinamica che si instaura tra i due è stata chiaramente presa da esempio da parte di autrici molto note che hanno praticamente usato lo stesso rapporto cambiando giusto qualche termine (e detto fuori dai denti, mi sto domandando come mai Shannon o chi per lei, non abbia sporto denuncia per plagio). Paige è molto ben caratterizzata, la conosciamo principalmente tramite i suoi flussi di coscienza, in cui spiega per bene i suoi ragionamenti, e tramite approfonditi flashback che raccontano in maniera minuziosa tutti i motivi che hanno portato la protagonista a essere come è o ad avere determinati strumenti emotivi. Al di là della plot armour, l’unico difetto è quello di prendere delle decisioni un po’ pretestuose solo perché la trama vada avanti nella direzione che serve e anche il fatto che spesso, quando in pericolo di vita, Paige reagisce un po’ troppo frequentemente con un’alzata di spalle, cosa che fa mancare il coinvolgimento emotivo a chi legge. Di contro, ho apprezzato tantissimo la riduzione all’osso dell’elemento romance, che è presente ai minimi termini soltanto verso la fine del romanzo e che sarà sicuramente oggetto d’indagine nei seguiti, dato che grazie a essa si crea un nuovo conflitto. 

Come ho già detto, i più grandi punti di forza sono il sistema magico e l’ambientazione, che sono davvero stratificati e impossibili da riassumere proprio per via della loro originalità. Il sistema magico è qualcosa che viene spiegato man mano e racconta tantissime ramificazioni e possibilità diverse, così come l’ambientazione è resa vividissima e verosimile, introdotta poco alla volta attraverso le percezioni della protagonista che così facendo ci mostra la varietà dei mondi possibili, non solo la città ipertecnologica e opprimente in cui è costretta a vivere, ma anche campi di papaveri che diventano parte integrante della sua psiche o strade inondate da folle in protesta che combattono per il mondo libero. Di fatto, la commistione tra sistema magico classicamente inteso e ambientazione futuristica e tecnologicamente verosimile rendono il libro il frutto di una commistione tra fantasy e fantascienza. Nei volumi successivi sarà sicuramente l’approfondimento del worldbuilding a farla da padrone, perché se questo primo romanzo era un’amalgama di generi dei quali lo urban fantasy non era sicuramente l’ultimo della lista, nei prossimi lo sbobinamento di altre situazioni potrebbe portare a svolte di trama molto interessanti. 

La stagione delle Ossa è un libro che mi ha stupita in positivo perché è scevro della pesantezza (anche voluta) che caratterizza altri libri di Shannon. È stato il primo che, nonostante alcuni difetti, non sono riuscita a mettere giù, è un ottimo libro di intrattenimento che presenta numerosi elementi che sarà interessante vedere approfonditi nei volumi successivi. La sola cosa che mi spaventa è che la serie completa sarà composta da sette libri, spero davvero che valga la pena.

Noi

Titolo: Noi Titolo originale: Nous Autrice: Christelle Dabos Traduttore: Alberto Bracci Testasecca Lingua originale: francese Codice ISBN: C...