mercoledì 12 marzo 2025

Il Mondo di Roccanon

  • Titolo: Il Mondo di Roccanon
  • Titolo originale: Roccanon’s World
  • Autrice: Ursula K. Le Guin
  • Traduttore: Riccardo Valla
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804762836
  • Casa editrice: Mondadori 
Trama

Ai confini della Galassia c'è un mondo abitato da tre razze umanoidi: gli Gdemiar, cioè il Popolo d'Argilla, che vivono sottoterra; gli eterei Fiia amanti della luce; e infine i Liuar, dei clan guerrieri che hanno istituito una sorta di società feudale. L'etnologo terrestre Rocannon, in una missione di studio per conto della Lega di Tutti i Mondi, raggiunge quel pianeta, dove anche i ribelli alla Lega hanno una propria base. Questi riescono a distruggere l'astronave dello scienziato e a ucciderne i compagni. Rimasto solo e senza possibilità di ritorno, Rocannon inizia un lungo cammino che lo porterà dove non avrebbe mai immaginato: nel cuore della leggenda. Primo libro del ciclo dell'Ecumene, Il mondo di Rocannon (1966) inserisce elementi tipici della fantascienza in uno scenario da Età del Bronzo eroica, dando vita a un mondo nel quale astronavi ultraluce si affiancano a destrieri del vento e il mantello dell'invisibilità diventa una tuta ipertecnologica. Un universo di meraviglia ispirato alla mitologia nordica, che nasconde una profonda riflessione sull'antropocentrismo e su cosa sia "l'altro".


Recensione e commento

Nonostante Il Mondo di Roccanon sia al momento il libro i Ursula K. Le Guin a essermi piaciuto meno (e questo la dice lunga) costituisce comunque un punto di partenza importante per cominciare a destreggiarsi nella produzione fantascientifica dell’autrice. 

Infatti, per quanto Le Guin abbia rinnegato questa definizione, questo romanzo è considerato il primo del ciclo dell’Ecuneme, ovvero una serie di romanzi che non sono, o almeno non sempre, collegati tra di loro, ma che sono ambientati nello stesso universo, quello della Lega di tutti i Mondi, la quale raccoglie sotto di sé tutti i pianeti in cui esiste l’umanità.

Si tratta del primo e si sente, a mio avviso, soprattutto perché in realtà segue moltissimi dei canoni del fantasy classico, soprattutto nel viaggio dell’eroe che viene trattato nel modo abbastanza tipico dell’ high fantasy. Infatti, per quanto la trama prenda piede su un pianeta sconosciuto, il protagonista, Roccanon appunto, incarna il trope del white saviour, e attorno a lui, eroe rimasto il solo della sua specie su un pianeta straniero, nascono miti e leggende da tramandare per generazioni. In linea con questo concetto, la prosa è epica, altisonante, risuonante e l’attrezzatura fantascientifica tecnologicamente avanzata si mescola a manufatti magici la cui origine si perde nel tempo.

Inoltre, anche elementi tipici del fantamedioevo, sotto certi aspetti, vengono mantenuti: sul pianeta senza nome sono presenti varie specie umanoidi con vari gradi di intelligenza che, sebbene in modo non esplicito, potrebbero fare riferimento a elfi e nani. Tutto ciò rende di fatto Il Mondo di Roccanon un romanzo fatto di commistioni di generi che tocca vari temi, dalla perdita, alla comprensione della diversità, alla redenzione. 

Sono curiosa di leggere nei seguiti, Il Pianeta dell’Esilio e La città delle Illusioni, dove porterà questa storia, nella speranza che anche i due romanzi successivi vengono ripubblicati nella stessa uniform edition che dà finalmente lustro anche nel nostro Paese a un’autrice tanto influente.


mercoledì 5 marzo 2025

Ritrovato e Perduto

  • Titolo: Ritrovato e Perduto
  • Titolo originale: The found and the lost
  • Autrice: Ursula K. Le Guin
  • Traduzione: Teresa Albanese, Pietro Anselmi
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 978-8804798514
  • Casa editrice: Mondadori

Trama

Popolazioni con misteriosi poteri magici in grado di plasmare il destino di intere civiltà. Realtà parallele nate nella notte dei tempi. Astronavi in preda al fanatismo religioso. Ritrovato e perduto è un viaggio attraverso mondi straordinari, dove la magia si intreccia con la scienza e l'umanità si rivela nei suoi lati più sorprendenti. Questo volume raccoglie i pluripremiati racconti lunghi (o novellas) di Ursula K. Le Guin, molti dei quali ambientati nei celebri universi da lei creati, quello di Terramare e quello dell'Ecumene. Ogni racconto è una finestra su una realtà nuova e unica: come Libellula, in cui una giovane donna, in nome del cambiamento e della libertà, sfida regole e pregiudizi tentando di entrare nella Grande Casa di Roke, tradizionalmente riservata agli uomini; o Herne, un testo lirico e malinconico che si concentra sulla memoria, le tradizioni e l'identità culturale di un popolo. O ancora Paradisi perduti, una narrazione di viaggio e scoperta, dove i personaggi, diretti verso un pianeta lontano, riflettono su ciò che significa trovare un luogo e chiamarlo casa. Tredici piccole gemme di un'autrice considerata una delle voci narrative più importanti del Novecento, non solo all'interno del genere fantastico e fantascientifico.


Recensione e commento



Non ho amato ogni singolo racconto o romanzo breve di questa raccolta, ma quelli che ho amato mi sono entrati indelebilmente dentro. Partiamo con ordine.

In quest’antologia si spazia tantissimo con i generi di cui Le Guin ha scritto: ci sono racconti storici, altri allegorici, allucinatori e deliranti, altri ancora, invece, sono tratti dalle Leggende di Terramare, mentre altri sono parte del ciclo fantascientifico dell’Ecumene per concludere con storie e romanzi brevi che non sono parte di nessuna saga.

Ciò che più ho preferito della scrittura di Le Guin, come sempre, è la capacità di approfondire e al tempo stesso esprimere i concetti con sintesi sconfinata. Ad esempio, in La Questione di Seggri avrebbe potuto essere molto più dicotomico se fosse stato scritto da un’altra penna, ma Le Guin è riuscita a trattare il ribaltamento dei ruoli di genere senza trasporre gli stereotipi di genere in modo simmetricamente invertito. Anzi, l’autrice riesce a raccontare di un mondo in cui il rapporto tra donne e uomini è di 16:1, per cui gli uomini sono rari, tenuti in gran conto per la riproduzione e per questo hanno tutti gli onori ma non tutti i privilegi. Non hanno libertà, dato che la libertà comporta scelte e responsabilità. Vengono chiusi in dei castelli in cui restano esclusivamente tra di loro fino al raggiungimento della maturità sessuale, ovvero il momento in cui sono venduti ai bordelli nella speranza di fecondare una donna e ricevere più soldi. In questo bellissimo racconto, in cui ci viene mostrata un’ambientazione approfondita con poche pennellate, e tramite il punto di vista individuale dei personaggi assistiamo a ciò che non è che l’inizio di una lotta che porterà alla parità tra i generi, un percorso lungo, faticoso e formato tappe da raggiungere nel corso dei secoli.

Alcuni racconti sono stati crudi e scioccanti, come Liberazione di una Donna, in cui viene affrontato il tema dello schiavismo e dell’ oppressione. Anche qui, i termini il tono sono tutto fuorché retorici: siamo a cavallo di una rivoluzione che, anche in questo caso, ci viene raccontata attraverso un punto di vista individuale. Infatti, tutto il contesto precedente al sovvertimento dello status quo è presentato tramite gli occhi dell’allora inconsapevole protagonista, nata schiava ma che tra le schiave è privilegiata poiché il suo aspetto canonicamente attraente le risparmia il lavoro pesante e la rende animaletto domestico della nobiltà. Grazie al suo flusso di coscienza magistralmente descritto ci rendiamo conto di quanto sia sbagliato quello che vive ogni giorno nella sua vita fatta di abusi che lei non percepisce come tali perché è talmente immersa in un mondo abituato allo schiavismo da non vederci nulla di male. La rivoluzione porta sì la consapevolezza, ma anche il dolore di perdere quel poco di privilegio che si aveva, quel briciolo di sicurezza e agio non tanto materialmente parlando, quanto in termini di vita conosciuta. Smettere di essere schiava e prendersi la propria libertà non è semplice perché non basta aprire le porte della gabbia per poter scappare: sopravvivere consiste nell’accontentarsi di essere oggetti, ma vivere davvero comporta un grado di sforzo difficile da accettare per l’intera fetta di popolazione che è stata assoggettata per generazioni. 

Le Guin non è mai banale nemmeno quanto scrive romanzi brevi su argomenti apparentemente abusati. Esistono, infatti, moltissime altre storie che raccontano di un seme di umanità che si chiude in una navicella spaziale in viaggio per secoli in attesa di approdare su un nuovo pianeta da abitare. Eppure, come sempre, il suo punto di vista mi ha stupita e ha mostrato lati della psiche umana che non avevo preso in considerazione. Paradisi perduti ci racconta di un’umanità che ha imparato a considerare il viaggio stesso lo scopo della sua esistenza, molto più della destinazione. È un romanzo sull’interrogarsi. In questa storia, la navicella spaziale su cui abitano gli umani è diventata il mondo intero, al punto che gli abitanti si domandano quanto abbia senso per loro portare a termine un viaggio che è stato pensato e programmato cinque generazioni prima. L’umanità che abita la Discovery comincia a considerare il viaggio l’essenza stessa dell’esistenza, che ha importanza inquanto tale, a prescindere dalla destinazione. Parla di un’umanità diversissima da quella che è coraggiosamente partita dalla Terra e che ha ormai paura di rischiare. La nuova sfida è reimparare ad avere a che fare con pericoli, incognite e dissensi, oltre al trovare la risposta di quale sia il senso della propria vita: se sia il viaggio un viaggio senza meta o la destinazione per cui tale viaggio è stato intrapreso. Questa è stata decisamente la storia che mi è piaciuta di più di tutta la raccolta e mentre ne scrivo ho già voglia di rileggerla. 

Se avrete la pazienza di aspettare, oppure deciderete di saltare i racconti che non vi convincono, poiché in una raccolta di tredici storie non tutte possono fare al caso vostro, troverete sicuramente qualcosa nelle vostre corde: la penna di Le Guin spazia in registri e generi al punto che Ritrovato e Perduto costituisce un catalogo delle sue abilità e saprà indirizzarvi verso le opere della sua produzione che vanno bene per voi.

mercoledì 12 febbraio 2025

The raven cycle

  • Titolo: The Raven Cycle - La serie
  • Titolo originale: Raven Boys/The Dream Thieves/Blue Lily, Lily Blue/ The Raven King
  • Autrice: Maggie Stiefvater
  • Traduzione di: M.T. Locatelli 
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788804771081
  • Casa editrice: Mondadori
Trama


Agli studenti della Aglionby Academy, conosciuti come Ragazzi Corvo, non manca nulla: soldi, bellezza, macchine costose. Gansey, però, è in cerca di qualcosa di più: Owen Glendower, un antico re gallese che, secondo le leggende, giace addormentato sotto una montagna. Nella sua ricerca è affiancato da Adam, che frequenta la scuola con una borsa di studio ed è pieno di risentimento verso l'ambiente privilegiato che lo circonda; da Ronan, un'anima selvaggia divisa tra rabbia e disperazione; e da Noah, tanto attento a cogliere i dettagli quanto taciturno. Blue appartiene a una famiglia di veggenti, ma finora non ha mostrato di avere alcun dono; non crede di poter vedere gli spiriti delle persone destinate a morire, eppure, la notte della vigilia di San Marco, le appare quello di Gansey. Quando lo incontrerà in carne e ossa, ne resterà inspiegabilmente affascinata, e la sua vita finirà per intrecciarsi con il sinistro e strano mondo dei Ragazzi Corvo. Curato da Alessia Merlo e Rossella Pinto, il volume comprende i romanzi The Raven Boys, The Dream Thieves, Blue Lily, Lily Blue, The Raven King e i quattro racconti extra Opal, Opal. A Minor Raven Boys Holiday Drabble, A Very Declan Christmas, 300 Fox Way Holiday Piece.

Recensione e commento

Se avessi letto questa serie al momento della sua uscita, e non una decina di anni dopo, l’avrei sicuramente amata. Infatti, credo fermamente che la mia mancanza di attaccamento emotivo sia dovuta al fatto che sono spaventosamente fuori target.

Ciò non toglie che Raven Boys sia una serie con moltissimi pregi e che rappresenta una ventata d’aria fresca in un panorama di libri young adult che sembrano ormai tutti usciti da una catena di montaggio. Incredibile che per avere qualcosa di nuovo si debba ricorrere a libri scritti un decennio fa, ma il bello di un romanzo è che può aspettare sullo scaffale per sempre e coglierti al momento perfetto. Infatti, superato il primo terzo del libro, la storia procede in modo sorprendente, soprattutto per chi ormai ha fatto il callo alle eroine belle bellissime che non sanno di esserlo e che sono tenute in ostaggio dai propri ormoni. Qui non ci sono ragazzi e ragazze di una bellezza disarmante ma, fondi fiduciari illimitati a parte, degli adolescenti credibili con molti altri interessi che non riguardino l’accoppiarsi. Secondo me proprio qui arriva il primo colpo da maestra dell’autrice, che ci fa credere proprio dall’incipit che ci sarà una storia d’amore molto centrale e invece non sarà così, dato che saranno i personaggi a trainare la lettura, perché non c’è un unico vero protagonista, ma cinque ragazzi e ragazze ugualmente caratterizzati, con i propri problemi, paure e ambizioni. Ed è per questo, probabilmente, che il primo terzo del libro rappresenta uno scoglio: ci sono cinque psicologie da delineare, cinque vite da spiegare per bene, per cui l’azione non inizia per un bel pezzo. Eppure, una volta che si entra davvero negli eventi, si perdona facilmente la lentezza iniziale perché funzionale a costruire i colpi di scena che si susseguiranno.

Neanche a dirlo, la mia preferenza personale va a Blue, una protagonista che ha da sola più personalità di tutte le eroine ya contemporanee. L’ho subito apprezzata per la sua convinzione e i suoi principi incrollabili, oltre che per il suo non essere stereotipata nemmeno a livello estetico. A livello puramente personale, i personaggi maschili mi sono piaciuti un po’ meno, ma a loro credito va detto che sono ragazzini realistici, non palestrati superdotati con l’aspetto di trentenni consumati dalla vita.

Raven Boys è una serie adattissima a chi cerca uno young adult pulito e un po’ vecchio stile. È una serie leggera ma non frivola e scalda il cuore grazie ai suoi personaggi che sembrano uscire dalle pagine talmente sono vividi. Il mio unico rimpianto è di non averla letta prima.

mercoledì 5 febbraio 2025

Lucifero - Angels before Men

  • Titolo: Lucifero - Angels before Man
  • Titolo originale: Angels before Man
  • Autore: Rafael Nicolas
  • Traduttrice: Naomi Toffalori 
  • Lingua originale: inglese 
  • Codice ISBN:
  • Casa editrice: Giunti
Trama


In un paradiso eterno, l'angelo più bello e giovane di tutti, Lucifero, lotta con la vergogna e la timidezza, in cerca della sua vera identità. La compagnia degli altri angeli e la vicinanza del Creatore sono sterili palliativi per la sua anima incerta, in una pace solo momentanea. Fino a quando l'amicizia speciale che instaura col potente arcangelo Michele scombina inesorabilmente l'ordine di ogni cosa: le dolci carezze, la complicità esclusiva e la devozione impura che nutrono l'uno per l'altro scateneranno le ire di un Dio geloso e vendicativo .
Lucifero, punito nella carne e nello spirito, comprende allora una verità fondamentale: se è riuscito a creare qualcosa di nuovo – il peccato – significa che esiste del divino anche in lui. E che il potere può essere sovvertito. Anche a costo della sua condanna.


Recensione e commento

DISCLAIMER: POTREBBE URTARE LA VOSTRA SENSIBILITÀ SE CREDETE IN DIO

Stravolgente completamente le vostre aspettative su questo libro, perché Lucifero - Angles before Man non è il libro che credete. Non è un romantasy e non contiene i trope che pensate, anzi, è un romanzo coraggiosissimo che affronta temi spinosi in cui la storia d’amore è abbastanza marginale e funzionale a raccontare altre cose.

Ma andiamo con ordine. Tutta la prima parte di Lucifero è estremamente esistenzialista, parte dalla sua creazione per mano di Dio che gli realizza un corpo e lo manda poi a vivere tra gli altri angeli nel Paradiso. In questa fase, Lucifero pone domande, si interroga sulla sua natura, su quella degli angeli e del Paradiso stesso, non ricevendo mai risposte e sentendosi dire che si preoccupa eccessivamente perché il Paradiso è perfetto e deve solo goderselo. In effetti, per tutta questa frazione di libro, il Paradiso è praticamente un’utopia, dove non ci sono mai problemi veri, gli angeli lavorano per hobby, poiché l’eternità è lunga da affrontare, e nessuno di loro ha dei difetti caratteriali insopportabili pur avendo delle psicologie chiare e delineate. Solo che quando si scrive di un’utopia, allora il conflitto deve necessariamente rientrare dalla finestra. La finestra è proprio Lucifero, perché il conflitto non è fuori, ma interiore al personaggio, che cerca lo scopo della sua esistenza, che non si accontenta della monotonia e che è sempre alla ricerca di qualcosa. In questa fase noi che leggiamo non proviamo antipatia per Lucifero, bensì tenerezza, perché la sua irrequietezza non è quella del giornalista d’inchiesta che con convinzione va all’assalto, ma quella di un bambino impaurito che cerca conferme e poi di un adolescente che insegue la sua strada e non trova una guida.

Procedendo con la lettura, poi, ci si sente via via più a disagio nel Paradiso, perché, come in tutte le utopie, a un certo punto si sente che qualcosa non va. In Paradiso esiste l’esperienza del dolore. Gli angeli si feriscono, si tagliano, possono subire danni fisici e tuttavia guariscono sempre. Eppure, proprio questo fa sorgere delle domande al protagonista: perché esiste il dolore? Da qui parte una catena di considerazioni, anche inconsce, di Lucifero che attribuisce la maggior parte di questa sofferenza al corpo. Dio poteva lasciare che gli angeli fossero puro spirito, invece li dota di un corpo che è soggetto al dolore e non riesce a darsi una spiegazione. Mentre portavo avanti la lettura mi sono accorta, inoltre, che in questo Paradiso esiste il contrappasso. Infatti, Lucifero è l’angelo più bello di tutti, viene ammirato e apprezzato per la sua bellezza, spesso in modo superficiale, ma lui non riesce a sopportare il suo corpo, non solo non apprezza la sua bellezza, ma fa fatica anche solo a guardarsi allo specchio, così come non apprezza nemmeno l’esperienza dei corpi degli altri. Come il suo caso, ci saranno altri contrappassi, sempre piccoli, quasi nascosti, proprio perché sono quella scheggia di crudeltà che è stata celata nel creato in modo che non ci si possa mai godere pienamente quel che si ha.

La relazione d’amore, sulla quale il marketing ha fatto leva, è funzionale alla crescita personale di Lucifero e a mostrarci un rapporto che non sia disfunzionale. Michele, ci viene detto appena appare in scena, è orgoglioso e questo ci viene raccontato come un difetto. Ma cosa dovrebbe essere l’orgoglio se non consapevolezza del proprio valore? Grazie alla relazione con lui, Lucifero impara ad apprezzare sé stesso e smette di odiarsi. A questo proposito, penso sia doveroso fare una precisazione, perché probabilmente da quanto ho scritto finora non è comprensibile: in tutta questa parte del libro c’è solo pura innocenza, non esiste il sesso e non esiste l’amore romantico come lo intendiamo noi umani. Tutto è estremamente pulito e vissuto in modo tenero, quasi infantile, tanto che per quattrocento pagine non c’è nemmeno una parolaccia.

Eppure, nonostante questo, la loro relazione, innocente e dolce, è comunque un rapporto favorito rispetto a quello che i due hanno con Dio. Qui casca l’asino. Dio è un personaggio che appare in scena, non ci viene raccontata la sua fisicità, ma sappiamo quasi tutto su alla sua psicologia. Dio vuole che gli angeli siano modesti, quindi non va bene che siano consapevoli dei propri pregi, e vuole essere adorato sopra ogni cosa, ne deriva che sia molto contrariato dal fatto che Lucifero e Michele si amino in modo privilegiato. Alla sua prima apparizione, e per molto tempo ancora, Dio sembra il leader di una setta, si fa versare da bere, imboccare il cibo, gli angeli cantano per lui e vuole essere adorato. L’amore che Lucifero, in modo apparentemente spontaneo ma in realtà frutto di una manipolazione emotiva, gli dona va in una sola direzione, in contrapposizione a quello con Michele, che invece viaggia su un doppio binario, orizzontalmente, poiché è un dare e avere. Dio appare manipolatorio, narcisista, a tratti sfuggente. Dà e toglie a suo piacimento, è il genitore che rinfaccia al figlio di averlo messo al mondo, è il mentore che parla con frasi criptiche, è il padrone consapevole che il cane non lo morderà perché gli dà da mangiare. Dio è il manipolatore insicuro che usa il pugno di ferro appena sente che sta perdendo la presa sulla sua vittima eppure ha una reputazione tale che tutti lo definiscono infinitamente buono, anche quando è lui per primo a compiere il male. Perché è lui che lo ha creato.

La sua figura, comunque, si presta a varie stratificazioni di significato delle quali quella letterale non è sicuramente da sottovalutare, perché ci fa domandare perché Dio venga considerato buono quando lui ha creato tutto, incluso il male, e quando non esita a punire in modo agghiaccianti quelli che lo contrariano, come succede numerose volte anche le Vecchio Testamento. Le domande continuano, perché viene mostrata anche l’assurdità di proibire cose che sono possibili proprio perché i mezzi per compierle ci sono stati forniti da lui, tipo il libero arbitrio. Perché avere la possibilità di disobbedire se quando succede arriva il diluvio universale? Quanto sono effettivamente libere le nostre scelte e quelle degli angeli se la dicotomia è lasciare la gabbia aperta ma uscirne equivale a morte certa? In questo senso, sicuramente Dio può rappresentare anche semplicemente i dettami religiosi e i suoi dogmi. Del resto la Bibbia è un testo pieno di contraddizioni scritto nel corso di migliaia di anni da centinaia di uomini diversi, per cui, dato che la volontà di Dio è inconoscibile (ammettendo che esista), allora queste contraddizioni sono della religione, più che sue. Infine, Dio rappresenta chiunque detenga un enorme potere: lui può letteralmente togliere la voce a chi dice cose che non gli piacciono o che lo danneggerebbero, e che se venissero raccontate comunque, la sua reputazione è ferrea al punto che tutti faranno victim blaming. “Lo conosciamo, lui è infinitamente buono, non farebbe mai una cosa del genere! Sicuramente sei tu che lo hai provocato, devi averlo portato all’esasperazione, prima di te non era mai successa una cosa simile, per cui la colpa è per forza tua”. Sostituite il nome“Dio” con quello di qualsiasi uomo potente dalla facciata intonsa accusato di molestie e il gioco è fatto.

E infatti, proprio dopo un terribile evento che Lucifero subisce per mano di Dio, la sua psiche si spacca definitivamente. Lucifero si dissocia e c’è dissonanza tra le sue azioni e il modo in cui lo fanno sentire, tra quello che vuole e che crede di volere. A supporto di questo, anche la prosa comincia a diventare frammentata, la sintassi si distrugge via via e il flusso di coscienza dice tutto e il contrario di tutto. Alla fine, Lucifero non inventa niente: non inventa i peccati, quelli esistevano già, il suo merito è quello di renderli evidenti e dare un nome a ciascuno di loro, mostrando il fondo di crudeltà che è sempre esistito, perché alla fine per chi è un Paradiso, se non per Dio, affinché sia lui a fare ciò che vuole?

Lucifero è il libro che non vi aspettate, è coraggioso e fuori dagli schemi. Nell’approcciarvi a questa lettura stravolgete completamente le vostre aspettative e date un’occhiata ai trigger warning. È sicuramente una lettura divisiva, ma mai gratuitamente blasfema. Gli sarebbe bastato veramente poco per essere sfacciato e sopra le righe, ma Nicolas Rafael ha preferito un approccio morigerato che degenera solo alla fine, quando la vittima mette in atto un circolo vizioso da cui non riesce a uscire per dare senso al suo trauma. 

mercoledì 22 gennaio 2025

The Great When

  • Titolo: The Great When - Il Grande Quando
  • Titolo originale: The Great When
  • Autore: Alan Moore
  • Traduttrice: Tessa Bernardi
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788834745892
  • Casa editrice: Fanucci
Trama 


Quando Dennis Knuckleyard, giovane apprendista della feroce Ada ‘Cicca’ Benson, viene incaricato dalla rantolante datrice di lavoro di recuperare un lotto di libri da un collega che vuole disfarsene, e si ritrova per le mani un volumetto che in realtà non dovrebbe esistere, tutto potrebbe immaginare tranne che diventare il protagonista impotente e privo di risorse di una serie di disavventure che lo porterà suo malgrado a esplorare una Londra nascosta e pericolosa, di cui quasi nessuno conosce l’esistenza. Tra venditori ambulanti, maghi, pittori surrealisti, boss della malavita e prostitute dai capelli rosso fuoco, lo sventurato diciottenne si ritrova catapultato in una dimensione parallela alla sua, una Londra onirica che trascende il tempo e lo spazio, dove incontra personaggi in grado di trasformare la sua triste e squallida esistenza nella trama di uno strampalato romanzo da incubo dal quale dovrà cercare di uscire indenne. 
Con The Great When: Il Grande Quando, Alan Moore inaugura una pentalogia dove la Londra che conosciamo lascia il posto alla meraviglia di una città ricca di mistero, magia e pura follia.

Recensione e commento

Se c’è una cosa che si capisce bene di Alan Moore da come scrive è che sicuramente non è una persona che ama i compromessi. Dopo aver apprezzato la sua opera forse più famosa, V per Vendetta, mi sono buttata su The Killing Joke e sono poi approdata sulla narrativa, non appena è stata pubblicata in italiano. La sua raccolta di racconti, Illuminations, uscita sempre per Fanucci, mi aveva già mostrato quanto potesse essere strana e fuori da ogni canone la fantasia di un autore tanto prolifico quando assertivo.

Per quanto riguarda the Great When, si vede la sua natura ferma e rigorosa perché secondo me è un libro che autoseleziona il suo pubblico: moltissime persone abbandoneranno la lettura dopo i primi capitoli e altrettante lo faranno prima della metà, prima che le cose si facciano davvero interessanti e il ritmo cominci a incalzare. Questo è dovuto più che altro allo stile dell’autore che non usa mai poche parole per esprimere un concetto, anzi, forse arzigogola la prosa per compensare tutti gli anni di sintesi estrema del fumetto. Infatti è ricchissima di arcaismi e intricate metafore e per di più i personaggi non sono sempre simpatici per chi legge. Tutte queste caratteristiche messe assieme possono rendere il romanzo meno fruibile, ma ripeto: non sembra che all’autore la cosa interessi più di tanto, anzi sembra essere il suo intento. Proprio per questo è comprensibile l’eventualità che il romanzo possa sembrare pesante o poco piacevole e il pensiero di affrontare altro quattro libri potrebbe scoraggiare.

Tutte queste caratteristiche sono quelle che vi faranno amare oppure odiare il romanzo, perché appunto è tutto così estremo che viene difficile trovare una via di mezzo e un parametro che sia oggettivamente valutabile in The Great When: o lo si ama, o lo si odia.

Eppure, sotto l’aspetto dell’originalità ci si aspettava qualcosina in più da Alan Moore, che nella sua raccolta di racconti aveva ideato delle storie così folli, psichedeliche, blasfeme e disturbanti (ma avevano anche dei difetti) che l’idea di un protagonista che viaggia per una Londra parallela appare già stanca e sfruttata. Sono sicura che vi vengono in mente almeno due o tre romanzi con alla base questo concetto e purtroppo Moore non aggiunge granché alla discussione, se non il fatto che questa volta è la nostra Londra a essere un pallido riflesso di quella reale e autentica, che viene descritta in modo onirico e folle, a volte difficile da seguire. Infatti, è proprio lo stile a essere l’elemento più interessante, dato che traina tutto e perdersi nella prosa corrisponde a perdersi nella Londra immaginata dall’autore. 

Come sempre, Alan Moore si dimostra un personaggio divisivo che non apprezza le mezze misure nemmeno in materia di narrativa. The Great When è un’opera che amerete o odierete ma che è meglio affrontare con la consapevolezza che potrebbe anche non essere una lettura nelle vostre corde.

mercoledì 15 gennaio 2025

L’ultima Ora tra i Mondi

  • Titolo: L’ultima Ora tra i Mondi
  • Titolo originale: The last Hour between Worlds
  • Autrice: Melissa Caruso
  • Traduttrice: Veronica La Peccarella
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9791259676290
  • Casa editrice: Fazi
Trama 


In questo gioco nulla è come sembra e neppure la morte è la fine di tutto. Il tempo scorre inesorabile.
Chi farà la prossima mossa?
È la vigilia del nuovo anno e, dopo settimane passate in casa con la figlia appena nata, Kembral Thorne, membro in congedo della gilda dei Segugi, si prende una serata libera per andare a uno sfarzoso ballo, a cui parteciperanno tutte le personalità più in vista della città di Acantis. Nonostante la stanchezza per le notti insonni, Kem tenta di godersi la festa e di ignorare la presenza di Rika, attraente spia dagli occhi grigi e penetranti e sua acerrima nemica. Quando però gli invitati iniziano a morire e i rintocchi di un antico orologio a pendolo fanno precipitare la realtà Alfa in una serie di dimensioni parallele sconosciute e pericolose, Kem sarà costretta a prendere in mano la situazione. E per salvare la città dall’imminente catastrofe e sconfiggere lo spaventoso cavaliere dagli occhi d’argento dovrà contare proprio sull’aiuto di Rika.
Con il ritmo incalzante di una spy story, in L’ultima ora tra i mondi Melissa Caruso ci trascina tra inquietanti mondi paralleli e sontuosi balli dalle atmosfere vittoriane, costruendo un meccanismo diabolico e misterioso che terrà il lettore incollato fino all’ultima pagina.

Recensione e commento


Nella scorsa recensione, quella che riguardava A Dark and Drowning Tide, avevo posto la domanda “che cosa rende tale un romanzo per adulti?”, proprio perché quel titolo non aveva delle caratteristiche particolari che lo differenziassero da un target diverso. Non si può dire la stessa cosa di L’ultima Ora tra i Mondi.

Questo romanzo, che mi è capitato tra le mani per caso, dato che mi è stato regalato, ha saputo stupirmi con una rappresentazione ben fatta (cosa nient’affatto scontata) di una delle categorie più sottorappresentate del fantasy: quella delle madri. Kembral, infatti, è da poco diventata madre, ha una bambina di due mesi ed è comprensibilmente in debito di sonno e già qui le cose si faranno interessanti, dal momento che nella narrativa fantastica sono poche le opzioni per le madri: possono essere angeli del focolare, assenti, matrigne, molto più spesso muoiono di parto con il solo scopo narrativo di portare alla luce chi salverà il mondo, oppure in ultima istanza la maternità determina la fine delle avventure. Per Kembral, invece, non sarà così, perché per quanto il suo intento sia quello di passare una serata rilassante a una festa senza sua figlia, sarà proprio questo il teatro della vicenda. Kem non si sente a suo agio nel suo nuovo corpo, cambiato dalla gravidanza, e nonostante abbia deciso di uscire senza la sua neonata, il pensiero va sempre a lei: ogni decisione che prende è finalizzata a tenerla al sicuro e assicurarle la presenza di sua madre, quando le circostanze la porteranno a combattere per la sua vita, completando perfettamente l’arco di formazione dell’eroina.

È questo che intendo dire quando affermo che L’ultima Ora tra i Mondi è un romanzo adulto: non per la sola età della protagonista e nemmeno, come viene spesso frainteso questo target, con la presenza di sesso e violenza espliciti, anche perché in questo libro non ce ne sono. No, L’ultima Ora tra i Mondi è un romanzo adulto perché Kembral parla, agisce e si comporta come un’adulta, e lo sarebbe anche se la figlioletta appena nata non esistesse proprio. I suoi problemi e il modo di affrontarli sono da persona adulta che non ha tempo per i drammi inutili, deve pensare a un’altra creatura, è divisa tra maternità e carriera, che sembrano inconciliabili, e deve al più presto risolvere una situazione che mette in pericolo la vita di molte persone, senza che in questa circostanza si faccia guidare dagli ormoni per il bel tenebroso di turno, che in questo caso non c’è affatto.

E in effetti, per una volta, ho apprezzato anche la sottotrama romantica perché anche qui mi è sembrato tutto fatto bene, la dose di dramma era adeguata al contesto e anche quella viene gestita contenendo i toni e senza degenerare, nonostante Kembral e il suo interesse amoroso, la sfuggente Rika, siano letteralmente cane e gatto.

L’originalità della storia non si ferma qui, anche il worldbuilding e il sistema magico sono dei grandi punti di forza. All’inizio ho pensato in maniera prevenuta che fossero entrambi una scopiazzatura dell’Attraversaspecchi, ma per quanto ci siano delle somiglianze, in realtà le strade intraprese nelle due storie sono completamente diverse. Melissa Caruso riesce nell’intento di creare un sistema magico così dettagliato da fare apparire le vicende estremamente logiche e sensate, anche se per arrivare a questo risultato l’inizio del libro è stato un pochino macchinoso perché alcune informazioni andavano per forza date tutte assieme. Passato quel momento, il libro scorre via senza intoppi, anche quando non era semplice. Una delle possibili difficoltà consisteva proprio nel worldbuilding, dal momento che tutta la trama, o quasi, si sviluppa all’interno della stessa stanza, sono pochissime le situazioni in cui le protagoniste escono da essa o addirittura dall’edificio. Questo espediente avrebbe potuto risultare claustrofobico, ma poiché la trama consiste nel degenerare via via sempre più in profondità di questi echi che sono livelli diversi e mutevoli della realtà, allora la stanza, la casa, la città cambiano e chi le abita assieme a loro.

Anche l’uso della violenza, che è presente, serve a risolvere un conflitto momentaneo ma non quello trainante, dato che per problemi complessi servono soluzioni complesse. In numerose situazioni, infatti, Kembral dice nel suo flusso di coscienza di avere voglia di sfoderare la spada, ma di essere consapevole che questo non risolverebbe le cose.

Sono felicissima che L’ultima Ora tra i Mondi sia stata la mia prima lettura conclusa nel 2025, senza nemmeno farlo di proposito ho cominciato con un romanzo ambientato proprio a capodanno. L’arco di formazione dell’eroina, la sua costruzione solida e il fatto che sia una storia tanto ponderata e senza buchi me lo hanno reso molto caro.

mercoledì 8 gennaio 2025

A Dark and Drowning Tide

  • Titolo: A Dark and Drowning Tide - Un’oscura marea
  • Titolo originale: A Dark and Drowning Tide
  • Autrice: Allison Saft
  • Traduttrice: Federica Beltrame
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 9788809920095
  • Casa editrice: Giunti
Trama


Quando Lorelei Kaskel, giovane esperta di folklore, viene coinvolta in una spedizione per conto di re Wilhelm, pensa che sia l'occasione perfetta per riscattare le sue umili origini di figlia di un ciabattino: potrà finalmente mostrare il suo talento, incoronare il sogno di diventare una naturalista e liberare il popolo degli yevi, da sempre oppresso e discriminato. La missione prevede di trovare l'Ursprung – la sorgente di tutta la magia – al fianco di sei nobili accademici, cresciuti insieme ma divisi da antiche rivalità. A capo del gruppo l'abile professoressa Ziegler, che Lorelei aiuterà nel ruolo di guida. La ricerca, però, prende d'improvviso una piega inattesa: Ziegler viene brutalmente uccisa, e tutti diventano possibili sospettati. Il re interviene per chiedere a Lorelei di scoprire il colpevole, ma anche di portare a termine l'obiettivo. Accanto a un'indagine serrata, comincia così un viaggio avvincente tra creature maligne e foreste mutaforma, tra acque dai segreti insondabili e affascinanti volte stellate. A complicare le cose c'è Sylvia von Wolff, la principessa dai capelli lunari e gli occhi d'argento, acerrima rivale di Lorelei da tempo immemore. Nessuno meglio di lei conosce e sa addomesticare gli esseri che popolano quei luoghi fumosi e, soprattutto, è proprio Sylvia l'unica in grado di testimoniare l'innocenza di Lorelei agli occhi degli altri. Le due nemiche si trovano così unite per risolvere il mistero e scovare la preziosa fonte che dovrebbe garantire la salvezza del regno intero. Ma la tensione fra loro diventerà presto febbrile: e se dietro l'ostilità si nascondesse solo l'eterna paura di amare? Tra folklore e atmosfere gotiche, degne di un magistrale dark academia, un delicato sapphic romance capace di emozionare come la migliore delle fiabe.

Recensione e commento

Cosa fa di un adult un adult? Mi sono posta questa domanda sia mentre leggevo il libro di cui vi parlo oggi, sia quando ho iniziato la mia lettura successiva, di cui vi parlerò presto.

Ho parlato di A Dark and Drowning Tide nelle mie storie su Instagram varie volte e per ciascuna di esse ho sempre ricevuto dei messaggi in privato da parte di persone che mi dicevano di non essere state in grado di portare a termine la lettura. Da persona che invece ce l’ha fatta, credo di aver trovato delle spiegazioni e hanno tutte a che fare con la sospensione dell’incredulità che traballa troppo, per una serie abbastanza vasta di motivi.

Il primo che mi viene in mente, per esempio, è che è tutto estremamente blando, sbiadito. Saft nella sua scrittura cerca di essere sintetica, ma purtroppo quella è una dote che appartiene a penne più esperte e profonde, per cui la mancanza di dettagli si traduce non in una scultura creata con pochi colpi di scalpello, quanto in un bassorilievo abbozzato che ci racconta di personaggi, ambientazione e sistema magico che non sono né macchiettistici, né caratterizzati. Ed è proprio questo fenomeno, secondo me, che si traduce in una serie di conseguenze a cascata: a noi che leggiamo non interessa praticamente nulla di quello che ci viene raccontato, non ci affezioniamo a nessuna delle figure in scena e non ci coinvolge emotivamente neanche in minima parte il loro viaggio pieno di peripezie. In questo romanzo che parla di acqua che scorre e del suo potere trasfigurativo manca completamente l’immersione. Non c’è un motivo che ci porti a fare il tifo per le protagoniste e per la loro causa, nonostante la situazione politica complessa e precaria del regno in cui vivono non abbiamo abbastanza ragioni per credere nella loro causa, che è quella dell’unificazione, preferendola a quella dell’indipendenza di ciascuna provincia. Anche l’antagonista non ha abbastanza carisma da catturare l’attenzione, perché anche in questo caso la pecca maggiore è proprio quella della mancanza di immersione. 

Sin dall’inizio è evidente il tentativo di creare una tensione che non solo non esplode, ma nemmeno comincia mai davvero, dato che le due protagoniste sono apparentemente rivali ma finiscono con l’ottenere immediatamente ciò che vogliono, l’antagonista si capisce in maniera quasi immediata e ci sono troppe occasioni narrative sprecate. Abbiamo una persona che si sta trasformando in un albero e la cosa viene risolta a tarallucci e vino, così come la ricerca di un’isola che si sposta e appare sempre in luoghi diversi e imprevedibili non esiste perché, per motivi che non ci vengono raccontati, la protagonista sa già dove apparirà, senza darci alcuna spiegazione su come abbia avuto certe informazioni, rendendo tutto macchinoso e inverosimile. Inoltre, alcune volte i comprimari hanno alcune caratteristiche che spiccano rispetto a Sylvia e Lorelei. La storia è narrata proprio attraverso il punto di vista di quest’ultima ma spesso è maggiormente visibile la passione di altri personaggi per il proprio lavoro che di lei per il suo. Capita, infatti, che nel flusso di coscienza vengano inseriti dei frammenti di fiabe e racconti popolari che le vengono in mente in quel momento, ma ciò molto spesso distrae, non ha un’utilità e spezza la narrazione, il tutto senza che Lorelei mostri mai di amare davvero le storie e senza mai farci comprendere o intuire un qualsiasi significato, anche solo emotivo, che potrebbero avere per lei.

La cosa più apprezzabile è stata proprio la storia d’amore tra le due ragazze, anche se mi ha convinta solo sul finale, perché lì ho iniziato a percepire la chimica di una coppia che a me pare male assortita. Si volva creare il classico mix di persone che riescono ad amarsi nonostante le differenze caratteriali e di classe, ma anche in questo caso mi è parso che Sylvia, la più privilegiata delle due, non fosse in grado di comprendere a pieno il disagio di Lorelei, letteralmente costretta a vivere in un ghetto in quanto ebrea (anche se non è questo il termine che viene usato, ma è costante il riferimento alle tradizioni ebraiche, ai luoghi di culto e al folklore), per cui anche nell’affrontare la loro love story manca qualcosa.

Tornando alla domanda che ho scritto all’inizio, l’autrice ringrazia il suo lettorato perché ha deciso di leggere il suo primo adult, ma cosa dovrebbe rendere tale questo romanzo? Credo che il solo elemento sia l’età delle protagoniste che sono a metà dei loro vent’anni, ma gli eventi e le dinamiche non differiscono molto da quelle dello young adult, specialmente nella presenza di drama non necessario, e in effetti credo di aver letto diversi libri con trama e dinamiche molto simili annoverati nel target ya (questo è un argomento che affronterò meglio in una delle prossime recensioni perché ho scovato un libro che per me è l’emblema di come si scrive davvero una protagonista adulta).

Come recensione può sembrare molto negativa, ma in realtà il peggior difetto di A Dark and Drowning Tide è quello di non avere una vera e propria identità né nei pregi né nei difetti, purtroppo è una lettura che passa inosservata, che si dimentica più che lasciare una sensazione di disappunto. Non è brutto in senso stretto, ma è un romanzo per il quale abbassare le proprie aspettative.

Noi

Titolo: Noi Titolo originale: Nous Autrice: Christelle Dabos Traduttore: Alberto Bracci Testasecca Lingua originale: francese Codice ISBN: C...