Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query Guerra dei papaveri. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query Guerra dei papaveri. Ordina per data Mostra tutti i post

venerdì 14 gennaio 2022

La Guerra dei Papaveri

  • Titolo: La Guerra dei Papaveri
  • Titolo originale: The Poppy War
  • Autrice: R.F. Kuang
  • Traduttrice: Sofi Hakobyan
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 978-8804729747
  • Casa editrice: Mondadori
Trama

Orfana, cresciuta in una remota provincia, la giovane Rin ha superato senza battere ciglio il difficile esame per entrare nella più selettiva accademia militare dell'Impero. Per lei significa essere finalmente libera dalla condizione di schiavitù in cui è cresciuta. Ma la aspetta un difficile cammino: dovrà superare le ostilità e i pregiudizi. Ci riuscirà risvegliando il potere dell'antico sciamanesimo, aiutata dai papaveri oppiacei, fino a scoprire di avere un dono potente. Deve solo imparare a usarlo per il giusto scopo.


Recensione e commento

In un mondo di protagoniste overpower è arrivata Rin a salvarci dalla mediocrità: è una protagonista che, pur rientrando in alcuni canoni (orfana, e può, quindi, potenzialmente essere chiunque) rompe moltissimi schemi. Ad esempio si svincola dallo stereotipo della ragazza inconsapevole dalla propria bellezza mozzafiato, anzi, nel testo viene ribadito spesso, anche da altri personaggi, che il suo aspetto è molto ordinario, oltre al fatto che lə lettorə segue tutto il suo percorso di formazione, dalle difficoltà dello studio per entrare nella prestigiosa accademia militare, a quelle per rimanerci. Rin fatica, studia fino a perdere il sonno, impara tutto quello che può in qualsiasi circostanza pur di arrivare al suo obiettivo. Dimostra tantissima umanità - non nel senso di compassione, ma proprio nel senso di comportamento in linea con le reazioni umane - in molte situazioni diverse, ad esempio nel suo desiderio di avere una vita meno mediocre di quella che la aspetterebbe se non si istruisse, piena di bambini indesiderati e votata alla cura di un marito a cui verrebbe venduta e senza alcuna prospettiva personale; uno degli elementi che caratterizza maggiormente la psicologia della protagonista è la sua voglia molto BDSM di avere il beneplacito delle persone che ammira, come i suoi insegnanti, tanto che spesso e volentieri fa la scelta sbagliata proprio perché non desidera altro che ricevere un segno di approvazione da parte loro. Questo suo lato debole, nell’armatura di una soldatessa come lei, è una delle sue caratteristiche più interessanti perché la conduce sull’orlo del baratro: di fatto la crescita di Rin è ascendente in senso culturale e sociale, ma decrescente in senso morale e personale, perché la guerra in cui si ritrova a combattere la porta a un livello di odio tale da bruciare tutto quello che tocca. Rin aspirava a essere la versione migliore di sé stessa e si ritrova a diventare qualcosa di molto vicino a un mostro per colpa di una guerra che non ha voluto e che potrebbe radere al suolo tutto (e qui mi viene da citare la mia amata Laini Taylor: ti sei mai chiesto se sono i mostri a fare la guerra o la guerra a fare i mostri?).

La prosa è abbastanza asettica e tagliente, cruda, non si perde in fronzoli o abbellimenti retorici (se questo sia un pregio o un difetto, sta a chi legge deciderlo, in base al suo gusto personale) e si concentra molto di più sugli avvenimenti che sulla lettura come esperienza estetica. È stimolante, poi, come fatti storici reali siano amalgamati con la trama: sono numerosi i rimandi alle guerre sino-giapponesi e anche a eventi più recenti. Sotto l’aspetto della guerra, l’autrice non ci fa mancare niente, non risparmia i dettagli macabri sulla crudeltà umana, soprattutto verso i più deboli, verso le donne e i civili. Alcune scene sono davvero difficili da leggere proprio perché i fatti brutali raccontati potrebbero essere (e sono stati) reali.

Un lato molto apprezzabile di questa lettura è stato anche il modo in cui è stata raccontata l’evoluzione delle arti marziali, nel momento della storia spogliate della loro componente spirituale e salutistica ed esclusivamente finalizzate alla distruzione. Rin e il suo mentore scoveranno un posto nella propria mente in cui le divinità esistono, perché sono in ogni luogo: Rin riesce a diventare una guerriera più che un soldato perché restituisce alle arti marziali il loro antico significato di ricongiungimento con la divinità, non come semplice ripetizione di azioni meccaniche.

La Guerra dei Papaveri è un libro che si discosta dal panorama delle eroine young adult e dei libri privi di consistenza di significato. La sua lettura, forse non è adatta a chiunque, ma è senza dubbio degna di nota e molto valida qualitativamente, sia per l’intreccio della trama e per il modo in cui la realtà entra nella finzione, ma soprattutto per la caratterizzazione dei personaggi fuori dal comune. Nei prossimi volumi, sicuramente, non mancherà la formazione di personaggi secondari e un ulteriore percorso della protagonista.

venerdì 28 gennaio 2022

La Repubblica del Drago

  • Titolo: La Guerra dei Papaveri
  • Titolo originale: The Poppy War
  • Autrice: R.F. Kuang
  • Traduttrice: Sofi Hakobyan
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 978-8804729747
  • Casa editrice: Mondadori
Trama:

Già tre volte nella sua storia il Nikan ha dovuto combattere per sopravvivere alle sanguinarie Guerre dei papaveri. Il terzo conflitto si è appena spento, ma Rin, guerriera e sciamana, non può dimenticare le atrocità che ha dovuto commettere per salvare il suo popolo. E ora sta scappando, nel tentativo di sfuggire alla dipendenza dall'oppio e agli ordini omicidi della spietata Fenice, la divinità che le ha donato i suoi straordinari poteri. Solo un desiderio la spinge a vivere: non vuole morire prima di essersi vendicata dell'Imperatrice, che ha tradito la sua patria vendendola ai nemici. E l'unico modo per farlo è allearsi con il signore di Lóng, discendente dell'ultimo Imperatore Drago, che vuole conquistare il Nikan, deporre l'Imperatrice e instaurare una repubblica. Né l'Imperatrice, né il signore di Lóng, però, sono ciò che sembrano. E più Rin va avanti, più si rende conto che per amore del Nikan dovrà usare ancora una volta il potere letale della Fenice. Non c'è niente che Rin non sia disposta a sacrificare per salvare il suo paese, e ottenere la sua vendetta. Così si getta di nuovo nella lotta. Perché in fondo lottare è ciò che sa fare meglio.

Recensione e commento

 La repubblica del Drago è il secondo libro dedicato alle avventure di Rin (trovate qui la recensione de La Guerra dei Papaveri) e tutto si può dire fuorché che questo volume soffra della sindrome del libro di mezzo. Al contrario, è un libro pieno di azione, che si concentra sulle dinamiche della guerra, più che sulle vicende personali della protagonista, dato che quelle sono già state approfondite nel primo volume. E tuttavia non mancano formazione e introspezione: la prosa, sempre snella e diretta, priva di fronzoli e che si limita a raccontare i fatti, senza imboccare lə lettorə di emozioni o pensieri, ci mostra una Rin sempre più umana e imperfetta, troppo concentrata sul proprio dolore per rendersi conto che le persone attorno a lei vivono le stesse vicende e le elaborano proprio come sta facendo lei. Rin è capace di vedere l’ipocrisia altrui, i comportamenti moralmente sbagliati e gli errori degli altri, ma non i propri, ma questo vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro e non la trave nel proprio, paradossalmente è esattamente ciò che la rende coerente perché esprime tutti i suoi limiti della sua umanità in una storia che coinvolge la divinità. Non sono questi gli unici difetti di Rin, poiché un’altra cosa interessante da notare è l’inadeguatezza al ruolo che ricopre per via della sua giovane età e della sua inclinazione personale; Rin ha sempre bisogno che sia qualcun altro a prendere le decisioni difficili al suo posto e ha bisogno di compiacere il potente di turno per sentirsi realizzata. Questa dinamica e la sua altalentante formazione rendono precarie tutte le possibili alleanze della guerra sulla base di chi sia più simpatico alla protagonista sul momento ed è precisamente questa la ragione per cui, nonostante il romanzo sia lineare e privo di inutili complessità, è davvero imprevedibile del dipanarsi della trama. Tuttavia, nonostante le azioni e i pensieri di Rin siano spesso e volentieri opinabili e difficilmente condivisibili, è comunque difficile non empatizzare con lei, perché nella sua situazione difficilmente sarebbe possibile agire in modo lucido, moralmente retto e non farsi accecare dall’odio e dalla rabbia: quando tutto si riduce a un “noi contro di loro” la disumanizzazione dell’altro è appena un passo dietro la soglia, sia da un lato che dall’altro, perché ciascuna fazione della guerra pensa semplicemente di rendere pan per focaccia alla controparte. Da un lato si aggredisce, sempre con la convinzione della giustezza delle proprie azioni, dall’altra si subisce e ci si vittimizza, deresponsabilizzandosi. In particolare, Rin non si fa problemi a odiare chiunque sia di etnia o nazionalità diverse dalle sue, ma si sente punta sul vivo, si sente vittima (giustamente, ma non senza ipocrisia) quando sono gli altri a farlo a lei. Nel fare questo, Kuang introduce magistralmente gli occidentali bianchi e colonizzatori in questo fittizio Oriente che ripercorre alcuni fatti reali, senza retorica e senza scusanti da nessuna delle due parti. È una guerra in cui nessuno ha ragione ma in cui ognuno ha le proprie ragioni, per quanto possano essere bislacche. I bianchi applicano la teoria darwiniana all’antropologia e si proclamano superiori sulla base di connotati fisici che, misurati con il metodo ciarlatano della frenologia, confessano qualsiasi cosa, persino che esistano esseri umani di serie dalla A alla Z. D’altro canto, Rin comprende che tutto quello che dicono e predicano dall’alto della loro religione monoteista sia falso, ma contemporaneamente si sente superiore a loro e la sua dissonanza cognitiva in tal senso non sembra colmabile. 

In la repubblica del Drago, la formazione di Rin segue un percorso verosimile anche perché mostra l’aiuto che le viene dato dai suoi amici. Nello specifico spiccano Nezha e Kitay, due personaggi positivi che sono quasi il suo Grillo Parlante, la voce della ragione che lei non segue mai, preferendo una visione della verità sempre filtrata dai propri sensi e da quello che, secondo lei, è utilitarismo o giustizia.

Il romanzo si chiude in modo interessante, inaspettato e narrativamente interessante, senza mostrare in tutta la trama nemmeno una parvenza di romance, elemento assai apprezzabile in un libro che parla di un mondo plasmato da una guerra che non lascia spazio per i drammi adolescenziali.

Ci ritroveremo presto su questi schermi per parlare del terzo e ultimo libro, in uscita a febbraio. Nel frattempo, leggete i primi due, perché davvero, per quanto la piacevolezza vari a seconda del gusto personale, di sicuro è una serie molto diversa nel panorama young adult mondiale.

sabato 5 febbraio 2022

La Dea in Fiamme

 Bentornatə sul mio blog, spero che ti godrai la tua permanenza qui. Sono felicissima di parlare di questo libro oggi e ringrazio la mia amica Alessandra che mi ha coinvolta in questo evento. Un grazie, infine, anche alla casa editrice che mi ha fornito il file in digitale in anteprima.


  • Titolo: La Dea in Fiamme
  • Titolo originale: The Burning God
  • Autrice: R.F. Kuang
  • Traduttrice: Sofi Hakobyan
  • Lingua originale: inglese
  • Codice ISBN: 978-8804729747
  • Casa editrice: Mondadori

  • Trama

    Dopo aver salvato il Nikan dagli invasori stranieri e aver combattuto l'infernale imperatrice Su Daji, Fang Runin è stata tradita dai suoi alleati e abbandonata in fin di vita.
    Nonostante tutto ciò che ha perso, Rin non ha rinunciato a lottare per il popolo delle province meridionali, a cui ha sacrificato così tanto, e soprattutto per il suo villaggio natale, Tikany. Nel tornare alle sue radici, Rin dovrà fronteggiare ardue sfide, ma anche inaspettate opportunità.
    I suoi nuovi alleati alla guida della Coalizione del sud sono astuti e infidi, ma Rin si accorge presto che a detenere il vero potere nel Nikan sono i milioni di cittadini comuni assetati di vendetta che la venerano come una dea salvatrice. Appoggiata dal massiccio esercito del sud, Rin userà ogni arma per sconfiggere la Repubblica del Drago, i colonizzatori esperiani e tutti coloro che minacciano le arti sciamaniche e coloro che le praticano. Acquisterà maggiore forza o influenza, ma sarà anche in grado di resistere al richiamo della Fenice, che la spinge a dare alle fiamme il mondo intero?

    Recensione e commento

    Come si fa a parlare di un libro tanto sconvolgente? La Dea in Fiamme riconferma molte delle cose che sono state dette sui due libri precedenti (qui la recensione): niente cliché romantici infilati a forza in un libro la cui trama non lascia spazio ai drammi adolescenziali, prosa lineare, schietta e priva di fronzoli e tanto altro molto fuori dai canoni della narrativa YA come la conosciamo. 

    Una nuova frontiera dell’inclusività, finora rimasta un po’ inesplorata, è costituita, in questo libro, da una protagonista con una menomazione fisica che si fa sentire, soprattutto negli scontri e per la quale non esistono magici rimedi. La dimostrazione del fatto che la disabilità non deve necessariamente impietosire o infantilizzare: mostrarla in tutte le sue difficoltà è già sufficiente.

    La Dea in Fiamme è un romanzo di guerra che si trasforma in psicologico, che mostra come si possa vincere una guerra senza vincerla affatto, che mostra l’ossessione di dover distruggere e uccidere il prossimo, ma che, mentre si legge, fa domandare “ma ne vale la pena? Il prezzo non è troppo alto? Perché non si siedono a un tavolo e ne parlano, questi due?”. Invece l’escalation arriva a livelli assurdi, mostra le remore, i conflitti di coscienza nel dover sconfiggere una fazione che non è formata dallo straniero, quindi facile da spersonalizzare, additare e colpevolizzare, ma dal vicino di casa, dal compagno di classe, dall’amico. Una guerra intestina insensata e facilmente risolvibile senza l’orgoglio e la testardaggine, che del resto, però, sono qualità umane fin troppo diffuse. La Dea in Fiamme non parla della guerra come epopea, anzi, la spoglia di qualsiasi nobiltà, della patina di epica di cui viene ammantata nei libri di storia, nei racconti e nelle leggende, e lascia soltanto il sangue, la sofferenza, la puzza dei cadaveri, i campi non coltivati, le vedove e gli orfani mostrando, in definitiva, dove porti la rabbia alimentata e incanalata verso l’odio. Non c’è spazio per vuoti narrativi, la tensione è sempre al massimo, anche se ci sono alcuni difetti, veramente marginali (ma se siete su queso blog, sapete che la pignoleria è di casa) che comunque non mettono a rischio la coerenza interna. Le pagine vanno via con una facilità spaventosa, poiché, nonostante la corposità dei temi trattati, l’intrattenimento non viene mai meno, fino ad approdare a un finale di tipo poco esplorato, specie nella letteratura diretta a questo target, ma senza dubbio coerente e decisamente azzeccato, in linea con quanto è stato ripetuto più volte all’interno della saga.

    Come ogni libro sulla faccia della terra, non è privo di difetti, come, ad esempio, personaggi che cambiano repentinamente opinione dopo l’ostinazione dei due precedenti romanzi, nemici imbattibili che sono improvvisamente facilmente battibili e parti che avrebbero meritato un approfondimento maggiore (anche se così il libro avrebbe avuto almeno 150/200 pagine in più). Da ultimo, la mappa è davvero troppo approssimativa e inutile da consultare, ma nell’ elencare questi difetti stiamo veramente facendo le pulci a un libro di qualità eccelsa e innegabile, al di là dei gusti personali, e magari fossero questi gli unici difetti riscontrabili nelle saghe contemporanee per giovani adulti. 

    Nel capitolo finale della trilogia della Guerra dei Papaveri il concetto di personaggio grigio viene portato su un altro livello, non ci sono torti o ragioni, ma ogni personaggio coinvolto ha i propri torti e le proprie ragioni, che tuttavia non sono sufficienti a giustificare o scusare certe azioni abbiette. Niente in questa trilogia è lasciato al caso e più o meno tutto ha una spiegazione. Senza dubbio una trilogia destinata a segnare e restare nella storia di questo genere e una serie d’esordio come poche ce ne sono state prima. Leggere la Guerra dei Papaveri forse non è per tutt*, ma al di là dei gusti personali, resta l’innegabile qualità.

    mercoledì 3 dicembre 2025

    Katabasis

    • Titolo: Katabasis
    • Titolo originale: Katabasis
    • Autrice: R.F. Kuang
    • Traduttrice: Giovanna Scocchera
    • Lingua originale: inglese
    • Codice ISBN: 9788804800101
    • Casa editrice: Mondadori
    Trama

    Alice Law ha sempre avuto un solo obiettivo: diventare una delle menti più brillanti nel campo della magia. Per realizzarlo ha sacrificato molto: l'orgoglio, la salute, l'amore e, soprattutto, la sua salute mentale. Tutto per lavorare a Cambridge con il professor Jacob Grimes, il più grande mago del mondo. Ma poi il professore muore in un incidente magico di cui lei è forse l'unica responsabile. Ora Grimes è all'Inferno e Alice si mette sulle sue tracce: una lettera di referenze di Grimes, infatti, è decisiva per il suo futuro accademico, e neanche la morte potrà costringerla a rinunciare ai propri sogni. Peccato che anche il suo rivale negli studi, Peter Murdoch, abbia avuto la stessa idea. Con i racconti di Orfeo e Dante a far loro da guida, una scorta di gessetti con cui tracciare i pentacoli degli incantesimi, e desiderosi di dare un senso al loro traumatico percorso accademico, Alice e Peter partono alla volta degli Inferi con un'unica missione: salvare un uomo che nemmeno amano. Ma l'Inferno non è come quello raccontato nei libri, la magia non è sempre la risposta a tutti i problemi, e c'è qualcosa nel passato di Alice e Peter che potrebbe trasformarli in alleati perfetti... oppure portarli alla rovina.

    Recensione e commento


    Che la si ami o la si odi, Rebecca Kuang si è sempre distinta nel mercato editoriale per essere un’autrice che mai è scesa a compromessi per coccolare il suo lettorato: andando completamente in controtendenza in un mondo governato dal fanservice, lei ha sempre cercato di scrivere i libri che voleva, più che quelli che pensava le venissero richiesti.

    Katabasis si discosta parecchio rispetto a quanto detto qua sopra, perché per quanto non sia un romanzo intrinsecamente brutto, è anche vero che manca della stessa sfacciataggine e della stessa rabbia bruciante di Yellowface o della trilogia della Guerra dei Papaveri, dando vita a un risultato abbastanza nella media, per quanto oggettivamente non al di sotto di essa. La critica al mondo accademico è legittima e ben fatta, ci sono fatti agghiaccianti calati nella vita della protagonista che conosciamo attraverso i suoi lunghi flussi di coscienza, scopriamo lentamente quanto la sua mente sia stata plagiata da un professore narcisista che per saziare la sua sete di potere spostava gradualmente l’asticella della sopportazione di lei sempre più in là. Eppure, è tutto estremamente didascalico, non viene lasciato posto per l’interpretazione personale dei fatti, il messaggio a cui dobbiamo arrivare ci viene imboccato in modo fin troppo insistente, anche dove non c’è bisogno.

    La catabasi della protagonista è anche una catarsi perché il suo viaggio negli inferi è funzionale anche alla sua crescita personale, con cui arriva a comprendere di non essere sempre e soltanto artefice del suo destino, ma anche, occasionalmente, vittima e carnefice. L’ambientazione che l’autrice sceglie di mettere in scena per questo viaggio ultraterreno è interessante ma si perde numerose buone occasioni: dovrebbe trattarsi di una sorta di deserto ibridato con i luoghi dell’università di Cambridge, ma l’ambientazione perde completamente d’importanza in certi punti del romanzo, così come il sistema magico, interessantissimo perché basato sulla matematica dei paradossi e sulla sua geometria, viene totalmente meno in molte parti, rendendo in troppe situazioni l’inferno un luogo noioso, più che terrificante. Inoltre, dichiaratamente, l’inferno (che poi non è un inferno, ma un oltretomba perché è un luogo di passaggio ed espiazione, non di dannazione eterna) dovrebbe rifarsi alla tradizione cristiana soltanto in parte, perché vorrebbe richiamare anche le leggende asiatiche, quelle greche e nordafricane dell’età del ferro e così via, solo che questo miscuglio culturale a cui si ambiva non si vede mai e troppo spesso sfocia in una forzata citazione del sommo poeta che nel nostro Paese abbiamo in mente così chiara che il paragone non può che farla uscire perdente, anche soltanto prendendo in considerazione le immagini terrificanti create da Dante paragonate al ritmo altalenante messo in scena da Kuang.

    Tuttavia, il messaggio di fondo che il romanzo vuole lasciare è molto bello: vivi, perché sei ancora su questa terra e non conta solo la tua mente. Ti preoccuperai di essere solo anima quando sarai solo anima, ma finché hai un corpo ha importanza anche quello e non devi maltrattarlo dimenticando di mangiare o smettendo di prendertene cura, perché le esperienze sensoriali hanno importanza quanto quelle mentali. Inoltre, il prezzo da pagare per compiere un viaggio all’inferno prima del momento della propria morte è quello di rinunciare a metà del tempo che rimane della propria vita, ma mentre leggiamo ci rendiamo conto che la protagonista, Alice, come la bambina a cui Lewis Carroll fa compiere un viaggio dentro la tana di un coniglio, e Peter, come il ragazzino che non voleva crescere e viveva in un luogo che non esiste, hanno già rinunciato a metà delle loro vite, non uscendo mai dai loro laboratori, non facendo niente per arricchire le proprie esistenze in altro modo se non studiando fino allo sfinimento perché considerano che la loro vita inizi e finisca con il mondo accademico. Loro hanno già vissuto in vita quello che dovrebbero sperimentare all’inferno e ciò agisce da monito più di tutto il resto (questo messaggio è veicolato piuttosto efficacemente dal libro Vita Nostra, altrettanto feroce nei confronti dei percorsi forzati della scuola e della mancanza di cura della persona nella sua interezza a cui ci si costringe per ottenere dei risultati accademici).

    Al di là di questo, non sono stata una grande fan del loro rapporto. Sia chiaro, non sempre (anzi, quasi mai) Kuang scrive protagoniste simpatiche, il più dee volte sono volutamente delle persone opinabili che giustificano l’ingiustificabile, ma in questo caso si è trattato più che altro di una relazione non ben chiusa. I due sono rivali accademici, o almeno così hanno pensato a causa dell’ambiente competitivo che porta tutto all’estremo in cui erano immersi, ma non c’è mai un momento in cui si chiariscono e si chiedono scusa per ciò che si sono fatti a vicenda, nonostante le occasioni non siano mancate. Io personalmente stavo aspettando un momento di confronto, che però non arriva mai, su una cosa specifica successa nel passato, nonostante la tensione narrativa ci faccia pensare che si giungerà a un punto in cui Alice e Peter dovranno parlarne, se vogliono risolvere la cosa. Anche il finale, per quanto sia narrativamente abbastanza sensato, non si caratterizza di quel coraggio tipico della scrittura di Rebecca Kuang, che ha sempre mantenuto ferree le regole del worldbuilding anche per la protagonista, che mai e poi mai è stata, fino a questo momento, provvista di plot armour. Un’altra precisazione, ma questa non è colpa di Kuang, è la gestione scorretta della consecutio temporum, in cui i congiuntivi latitano il 95% delle volte, quando al loro posto viene usato l’indicativo, elemento che purtroppo spezza la concentrazione spesso durante flussi di coscienza importanti. 

    In conclusione, l’ultima fatica di Kuang non è un libro brutto, ma sicuramente manca dello sperimemtalismo a cui ha abituato il suo pubblico. Il messaggio di fondo viene un po’ smorzato dalla fiacchezza dell’ambientazione e delle dinamiche interpersonali, risultando quindi interessante ma con qualche occasione mancata.

    mercoledì 9 aprile 2025

    La stagione delle ossa

    • Titolo: La Stagione delle Ossa
    • Titolo originale: The Bone Season
    • Autrice: Samantha Shannon
    • Traduttrice: Egle Costantino 
    • Codice ISBN: 9788804786733
    • Casa editrice: Mondadori 
    Trama 


    2059. Da duecento anni la Repubblica di Scion porta avanti una campagna persecutoria contro ogni forma di "innaturalità" in Europa. A Londra, Paige Mahoney occupa un posto di tutto rispetto nella gerarchia della criminalità: braccio destro del feroce White Binder, è una dreamwalker, una rara specie di veggente. Secondo la spietata legge di Scion, la sua sola esistenza è un atto di tradimento. E quando viene arrestata per omicidio, incontra i misteriosi fondatori di Scion, che hanno dei piani per i suoi straordinari poteri. Se vuole salvarsi, dovrà imparare a fidarsi di chi ha sempre considerato un nemico... Il fortunato romanzo d'esordio di Samantha Shannon, l'inizio di una saga fantasy ispirata alla mitologia greca, in una nuova edizione completamente rivista dall'autrice.


    Recensione e commento

    Ho letto molti esempi della produzione letteraria di Samantha Shannon, dal famosissimo Priorato dell’albero delle arance, al suo prequel Un giorno di notte cadente. Eppure questa è la prima volta che un romanzo uscito dalla sua penna mi piace al cento percento. Ma pariamo dall’inizio.

    Una premessa è doverosa: in occasione del decennale dall’uscita del primo romanzo, che in prima edizione italiana si intitolava La Stagione della Falce, pubblicato da Salani, Shannon ha ripreso il manoscritto stravolgendolo completamente, aggiungendo scene e tagliandone altre, modificando dinamiche e, in sostanza, rinfrescando il libro e rendendolo più maturo. Questo serve più che altro per dire che se avete in casa la vecchia edizione, come ce l’ho io, rischiate che risulti inutile, se non per collezionismo.

    Venendo al libro, finalmente, la prima cosa con cui si viene a contatto è l’ambientazione, che sembra impostata per trascinare la storia verso una direzione banale, già ampiamente esplorata altrove, che però si rivela completamente diversa: ci troviamo in un mondo distopico che non è dicotomico. Non c’è una divisione tra oppressione e libertà, ma tra oppressione e oppressione diversa, perché la Londra di cui leggiamo, e più in generale vasta parte del mondo, è governata con il pugno di ferro e le persone che possiedono poteri magici sono condannate a morte o costrette a servire il governo per un numero di anni per poi essere uccise. Questo porta le persone dotate di chiaroveggenza a vivere in clandestinità anche affiliandosi alla criminalità. La trama comincia proprio qui, con Paige, la protagonista, che ci descrive la sua vita nella cosca e spende molto tempo a raccontarci la personalità dei suoi colleghi e dei rapporti che intercorrono tra loro. È qui che ho cominciato a pensare che proprio l’affiliazione criminale della protagonista avrebbe portato al rovesciamento dell’ordine costituito e si sarebbe tradotta in una sorta di Il canto della rivolta, eppure Samantha Shannon mi ha stupita sin da questo momento perché è entrato in scena un terzo scenario, diverso da quello della criminalità contrapposta all’oppressione dello Stato: in questa distopia entrano in scena gli alieni. Così, de botto. È complicato spiegare il sistema magico in poche righe, ma fondamentalmente la classe di alieni è una sorta di mastermind dell’umanità che è in guerra con altri alieni di una specie diversa. In questo conflitto interplanetario, gli alieni colonizzatori si servono degli umani dotati di magia per arginare l’invasione trattandoli come schiavi.

    Uno dei pochi difetti che ho riscontrato in questa lettura, e forse il più vistoso, è che Paige è sicuramente dotata di una spessissima plot armour, perché laddove altri personaggi cadono, lei in qualche modo sopravvive, specialmente perché finisce sotto la protezione di un alieno gentile, o quantomeno più gentile degli altri. La dinamica che si instaura tra i due è stata chiaramente presa da esempio da parte di autrici molto note che hanno praticamente usato lo stesso rapporto cambiando giusto qualche termine (e detto fuori dai denti, mi sto domandando come mai Shannon o chi per lei, non abbia sporto denuncia per plagio). Paige è molto ben caratterizzata, la conosciamo principalmente tramite i suoi flussi di coscienza, in cui spiega per bene i suoi ragionamenti, e tramite approfonditi flashback che raccontano in maniera minuziosa tutti i motivi che hanno portato la protagonista a essere come è o ad avere determinati strumenti emotivi. Al di là della plot armour, l’unico difetto è quello di prendere delle decisioni un po’ pretestuose solo perché la trama vada avanti nella direzione che serve e anche il fatto che spesso, quando in pericolo di vita, Paige reagisce un po’ troppo frequentemente con un’alzata di spalle, cosa che fa mancare il coinvolgimento emotivo a chi legge. Di contro, ho apprezzato tantissimo la riduzione all’osso dell’elemento romance, che è presente ai minimi termini soltanto verso la fine del romanzo e che sarà sicuramente oggetto d’indagine nei seguiti, dato che grazie a essa si crea un nuovo conflitto. 

    Come ho già detto, i più grandi punti di forza sono il sistema magico e l’ambientazione, che sono davvero stratificati e impossibili da riassumere proprio per via della loro originalità. Il sistema magico è qualcosa che viene spiegato man mano e racconta tantissime ramificazioni e possibilità diverse, così come l’ambientazione è resa vividissima e verosimile, introdotta poco alla volta attraverso le percezioni della protagonista che così facendo ci mostra la varietà dei mondi possibili, non solo la città ipertecnologica e opprimente in cui è costretta a vivere, ma anche campi di papaveri che diventano parte integrante della sua psiche o strade inondate da folle in protesta che combattono per il mondo libero. Di fatto, la commistione tra sistema magico classicamente inteso e ambientazione futuristica e tecnologicamente verosimile rendono il libro il frutto di una commistione tra fantasy e fantascienza. Nei volumi successivi sarà sicuramente l’approfondimento del worldbuilding a farla da padrone, perché se questo primo romanzo era un’amalgama di generi dei quali lo urban fantasy non era sicuramente l’ultimo della lista, nei prossimi lo sbobinamento di altre situazioni potrebbe portare a svolte di trama molto interessanti. 

    La stagione delle Ossa è un libro che mi ha stupita in positivo perché è scevro della pesantezza (anche voluta) che caratterizza altri libri di Shannon. È stato il primo che, nonostante alcuni difetti, non sono riuscita a mettere giù, è un ottimo libro di intrattenimento che presenta numerosi elementi che sarà interessante vedere approfonditi nei volumi successivi. La sola cosa che mi spaventa è che la serie completa sarà composta da sette libri, spero davvero che valga la pena.

    Gwen e Art NON stanno assieme

    Titolo: Gwen e Art NON stanno assieme Titolo originale: Gwen and Art are NOT in love Autorǝ: Lex Croucher Traduttrice: Marti Del Romano Ling...